“Non tutto il male viene per nuocere”
Prosegue con questo articolo la bella iniziativa di Antonio Solero di raccontarmi le sue sperienze. Questa volta è il racconto di come ha risolto un grosso problema incontrato durante la sua traversata in solitario con il Corto Maltese 2.
Il Corto Maltese 2, la mia prima barca pensata per lunghe e impegnative navigazioni, era un promenade crociera costruito dalla Sibma Navale Italiana, realizzata in compensato marino a spigolo di 6 metri.
Il cantiere mi aveva fornito il guscio con le modifiche strutturali da me richieste e io avevo costruito la coperta, la tuga, il pozzetto e rinforzato in fibra di vetro gli spigoli e la chiglia. Uno scafo in grado di reggere anche il mare più impegnativo.
Il timone in compensato marino di quattro centimetri di spessore mi sembrava molto solido ed era fissato allo specchio di poppa da tre coppie di agugliotti e femminelle, tutto ok.
Con questa barca parto da Imperia nell’ottobre del 1976, non ho motore e non ho timone a vento né radio.
Stavo navigando a circa 150 miglia a sud di Casablanca, mano sulla barra del timone. Avverto delle vibrazioni preoccupanti, la pala del timone non è più in asse, una delle tre cerniere che lo fissano allo specchio di poppa è rotta, le altre due stanno cedendo, non reggeranno a lungo.
Le Canarie sono lontane, ce la farò a raggiungerle? Una nave a meno di un miglio da me mi saluta con un potente getto d’acqua della manichetta antincendio. Il capitano dev’essere un velista. Rispondo alzando il braccio con la morte nel cuore. Non ho VHF, non posso parlare con loro e chiedere aiuto.
Debbo cavarmela da solo.
La costa africana non è lontana, faccio rotta verso terra, la mia posizione è incerta, dovrei essere all’altezza di ESSAOUIRA.

Le cerniere cedono, non perdo il timone solo perchè ho la barra in mano. Lo recupero e lo fisso in coperta, non ho possibilità di ripararlo con i mezzi di bordo. Piangersi addosso non serve, bisogna reagire. Il vento mi aiuta, soffia da NE e la barca può navigare di bolina anche senza il timone.
Cazzo le vele e alla velocità di 3/4 nodi navigo verso una lontana cittadina sulla costa.
A 5/6 miglia incrocio alcune barche di pescatori che stanno rientrando. Agito le braccia, mi faccio notare, si avvicinano.
Mi parlano in francese, lingua che non conosco, ma se parlassero in marocchino sarebbe peggio. Capiscono il mio problema, li informo che non ho soldi, decidono ugualmente di aiutarmi. Lancio loro una cima, mi rimorchiano nel porto della cittadina ESSAOUIRA.
Sono stato fortunato, poteva essere una tragedia, è diventata invece un’importante esperienza nautica.
Mi fermerò a ESSAOUIRA una settimana circa. La città era affascinante, pochissimi turisti, un’architettura tradizionale molto bella, protetta da mura e bastioni con vecchi cannoni puntati verso il mare.
Un fabbro mi ripara la ferramenta del timone, il lavoro è discutibile esteticamente ma mi permetterà di arrivare a Lanzarote.

E’ il mio primo incontro con la cultura musulmana e per gentilezza verso il pescatore che mi aveva aiutato rischio seri problemi con la polizia marocchina.
Il mio salvatore era diventato anche il mio protettore e veniva spesso a trovarmi.
Un giorno mi chiese qualcosa da mangiare, ingenuamente gli offrii pane e salame che sdegnosamente rifiutò.
Vide una bottiglia di anice che mi era stata regalata a Gibilterra da Giovanni Aimone Cat.
Mi chiese un bicchiere che riempì oltre la metà e trangugiò in un unico lungo sorso con le lacrime che gli scendevano lungo le guance.
La mattina seguente mi venne a trovare e disse che, tornando a casa, la gente che incontrava lo evitava perchè visibilmente ubriaco. Cadendo aveva rotto la giacca e aveva pure litigato con la moglie.
Appena fu sbarcato issai le vele e feci rotta su Lanzarote. Non fu una partenza ma una fuga.
A Lanzarote un abile artigiano rifece il lavoro del fabbro marocchino e nel frattempo presi contatto con Ernesto Quaranta, progettista della barca e proprietario del cantiere, che si premurò di inviarmi in Gran Canaria la nuova ferramenta adeguatamente rinforzata e un timone a vento che mi avrebbe cambiato la vita.
Ricordo l’artigiano che mi ha fatto il lavoro con simpatia per la sua professionalità e umanità.
A Gibilterra avevo conosciuto Aimone Cat e fui suo ospite a cena sul San Giuseppe 2.
Quando gli chiesi perchè la barca batteva bandiera americana mi disse che si vergognava di essere italiano a causa di uomini come Berlinguer.
A Lanzarote invece, chiacchierando con il fabbro, ricordo che mi disse: “voi in Italia avete un grande uomo” mi aspettavo che dicesse “il Papa” e invece disse “Berlinguer, Enrico Berlinguer”. Era il 1976, Franco era morto da un anno, la polizia era ancora franchista e non era prudente manifestare simpatia per la sinistra.
A fine dicembre dopo aver montato la nuova ferramenta e il timone a vento salpo da Las Palmas verso il Venezuela.
Lì passerò l’estate e farò amicizie che mi aiuteranno a organizzare il ritorno.
A fine settembre con la stagione degli uragani quasi conclusa decido di ritornare in Italia.
A metà ottobre salpo da Antigua con rotta su Gibilterra.
La stagione è la meno adatta per un ritorno dai Caraibi. Incontrerò sicuramente qualche pericolosa depressione autunnale.
Decido di partire per l’Europa per non perdere una seconda stagione di lavoro come maestro di sci e forse anche per un insano desiderio di compiere un’impresa.

La barca era a posto, avevo viveri e acqua per tre mesi, un buon timone a vento e tanta incoscienza.
A circa 30 miglia a nord di Antigua c’è Barbuda, una piccola isola abitata, bassa e sabbiosa.
Il lato sud completamente disabitato, privo di luci, di fari o fanali.
C’era solo un grande lussuoso albergo ma chiuso e quindi privo di illuminazione.
Lascio Antigua a metà pomeriggio con vento da nord est, aliseo.
Bolino con prua su Barbuda. Non ho deciso se passare sottovento o sopravvento all’isola, deciderò se puggiare o virare quando capirò quale è la rotta più conveniente.
La notte arriva, è una notte senza luna, buio pesto. Non mi preoccupo, tutte le isole abitate sono riconoscibili grazie alle luci delle abitazioni. Non vedo luci solo buio.
Ogni dieci minuti esco e guardo a prua, niente. Sono sorpreso, dovrei essere vicinissimo.
Mi do un’assurda spiegazione. Deve esserci una forte corrente contraria.
Una debolissima luminosità all’orizzonte mi conferma che l’isola è ancora lontana.
Sono circa le due, ho appena controllato l’orizzonte, niente.
Rientro in cabina, poco dopo sento un rumore e una piccola vibrazione poi un botto secco e la barca si ferma inclinata di 30 gradi.
Mi tuffo in 70/80 centimetri di acqua. Cerco di spingerla dove c’è più fondale.
E’ piccola, ma carica di viveri e acqua pesa almeno 1000 Kg. Ogni mio sforzo è inutile.
Non so dove mi trovo. Ho la barca in secca che picchia sulla sabbia con il timone spezzato, il mio futuro è più nero della notte.
Sbarco, porto con me i pochi soldi che ho, i documenti e il sestante, un costoso plath del quale sono molto orgoglioso.
Mi distendo sulla spiaggia in attesa dell’alba, non ci sono alternative ma non c’è mai limite al peggio. L’aria è piena di sand flies (pappataci) che mi assalgono, mi stanno divorando, non resisto.
Saranno le quattro, mi incammino alla ricerca di una strada che mi porti al villaggio di CODRINGTON.
Trovo uno sterrato parallelo alla spiaggia, lo seguo e alle sei del mattino mi presento al posto di polizia. Suono, un assonnato ma gentile poliziotto mi apre.
Con il mio povero inglese gli spiego cosa è successo e aggiungo che se qualcuno mi aiuta è ancora possibile salvare la barca.


Mi fa un nome: “Mister Burton”. Mi spiega che è l’unica persona in tutta l’isola in grado di aiutarmi, mi dice che pesca aragoste e che ha diversi collaboratori e alcune barche che lavorano per lui.
Mi da l’indirizzo, trovo la casa, busso e mi apre un signore di mezza età di colore come tutti gli altri abitanti dell’isola meno quattro cittadini americani. Gli racconto cosa mi è successo. Fa delle telefonate e poi salgo sulla sua land rover.
Arriviamo dove la barca si trova in secca. Ci sono delle persone. Vedo avvicinarsi una barca. Fissano una cima a prua. Quattro di loro scendono in acqua. Tirano, spingono e il mio bellissimo Corto Maltese viene ancorato poco lontano in acque sicure.
Per questo intervento mister Burton non mi chiede un dollaro anzi dice ai suoi uomini: “Se volete soldi dall’italiano chiedeteli a me”.
Mi fermerò ancora quattro giorni sull’isola ospite di una coppia di giovani medici americani. Vengo adottato da un ragazzo di colore dai capelli biondi che per due giorni mi fa da guida e mi fa conoscere il cibo locale cotto sotto una tettoia che lui chiama “ristorante”.
La polizia mi fornisce una tavola con la quale riesco a costruire un timone di fortuna che mi permetterà di ritornare ad Antigua, alare la barca e riparare i danni.
Non trovo il compensato marino ma alla fine mi convinco che per un timone è meglio usare del legno massello.
Il legno massello è più resistente del compensato alle tipiche spinte laterali alle quali viene sottoposto un timone.

Il timone originale aveva un altro difetto, la pala non aveva un profilo idrodinamico e questo oltre a provocare vibrazioni limitava l’efficienza del timone che andava facilmente in stallo. Riparto il 24 ottobre con la barca in condizioni migliori di prima.
Sfruttando l’alaggio in cantiere sono riuscito anche a fare carena. In due ore di lavoro non impegnativo do l’antivegetativa.
Dopo poche ore mi trovo al traverso di Barbuda e la saluto con affetto. Lì ho lasciato degli amici. La coppia di medici ha completato la farmacia di bordo con quanto a loro giudizio mi mancava. Il giovane amico dai capelli biondi mi aveva salutato con l’augurio di tornare ricco. In tal caso mi avrebbe chiesto un dollaro.
Vado a memoria, da Antigua a Gibilterra ci sono più di 3000 miglia da percorrere con la sola tappa possibile alle Azzorre, tappa che non intendevo fare.
Diciassette giorni dopo la partenza avevo ormai superato la latitudine alla quale soffiano gli alisei. Alisei che a volte arrivano a 20/25 nodi di velocità.
Ero stato infatti obbligato a restare chiuso per sette giorni in cabina a causa dei frangenti in prua.
Finalmente avevo vento al traverso. Era pomeriggio, in mattinata aveva soffiato forte, non avevo anemometro ma ritengo che ci fossero 20/30 nodi.
Navigavo con due mani di terzaroli e fiocco piccolo. Il vento è calato. Si può issare il genova e tutta randa.
Il sole si avvicina all’orizzonte, i colori del tramonto ormai vicino avevano la dolcezza della poesia.
Come tocco finale una sottile elegante foschia a pelo d’acqua mi ricorda il vapore che sale di mattina dai campi appena arati.
Un attimo prima di trovarmi con la barca coricata di 60° realizzo che non sto guardando un campo arato ma acqua polverizzata dal vento.
Non ricordo se avessi avuto paura in quel momento, ne avrò tanta nelle ore successive.
Panico no, se avessi ceduto al panico non sarei qui a raccontarla. Lego strettamente la randa sul boma, blocco la barra del timone, mi metto alla cappa secca e mi chiudo in cabina.
Sono quasi contento.

Neverino in Adriatico
La situazione che sto vivendo mi ricorda i neverini dell’alto Adriatico e della Dalmazia. Violenti ma brevi. Togli le vele, ti chiudi in cabina e bevi una buona grappa. Appena il colpo di vento passa riparti.
Normalmente il tutto si risolve al massimo in un’ora. Ovviamente lo puoi fare se sei lontano dalla costa. Purtroppo non sono in Adriatico e questo non è un neverino.
Il vento rinforza. Le onde crescono e rischio di mettere le crocette in acqua.
In cabina regna il disordine, niente è al suo posto, i miei strumenti di lavoro, pialla, scalpello, martello e altri oggetti pesanti che ho a bordo diventano pericolosi proiettili.
Dopo le due/tre di notte mi rendo conto che se continua così la barca non reggerà, perderò come minimo l’albero e poi probabilmente la vita.
Mi resta una sola possibilità, armare la tormentina di 1,40 mq che per fortuna finora non ho mai dovuto usare e fuggire con il vento in poppa.
Esco, decido di non andare a prua ma di armarla sullo strallo di trinchetta che aveva una drizza da me voluta per queste evenienze.
Cazzo la scotta, la barca prende velocità ma non risponde al timone, è troppo sbandata e va all’orza.
Debbo portarla a prua per avanzare il centro velico. Non ho alternative, devo riuscirci.
La barca non aveva candelieri né draglie ma solo il pulpito di prua.
Mi assicuro come posso tenendomi ben saldo al sartiame cosa che mi riesce perchè viste le dimensioni di Corto Maltese tutti i cavi sono a portata di mano.
Sposto la tormentina a prua, ritorno in pozzetto e cazzo la scotta a ferro con l’intento di ottenere così una spinta laterale a prua che mi aiuti a puggiare per mettere poppa al vento e fuggire.
La barca si inclina e continua ad andare all’orza. Ultima possibilità dopodiché non mi resta che pregare.
Lasco la scotta, la barca prende velocità, il timone lavora bene grazie al nuovo profilo, riesco a mettere la poppa al vento.
Adesso dipende da me e dalla mia resistenza fisica. Ci riuscirò?

Prima di uscire ad armare la vela da tempesta, in previsione di dover restare al timone a lungo, mi ero messo nella tasca della cerata un tubetto di latte condensato.
Una volta fuori avevo anche chiuso l’ingresso con il lucchetto per impedire alla ghigliottina di sfilarsi in caso di ribaltamento e mi ero legato con la scotta della randa e del fiocco.
Ero preparato a combattere, non contro il mare ma contro le mie debolezze.
Con la vela correttamente regolata la barca vola, è quello che voglio. I frangenti, ognuno dei quali se mi avesse raggiunto mi avrebbe riempito il pozzetto, crollavano poco prima di colpirmi. Raggiunto dall’onda Corto Maltese partiva in surf con due altissimi baffi laterali, nel cavo si inchiodava.
Non c’è pendenza, non c’è abbastanza vento e la vela non spinge.
Non c’è abbastanza vento perchè le onde sono così alte da bloccarlo.
Solo quando sei sulla cresta dell’onda ti rendi conto di quanto forte sia.
E’ il momento peggiore, l’onda dalla quale sei appena sceso ti aggredisce, ti alza la poppa e se la prua è ancora sott’acqua rischi il 360° ed è la fine.
Per tre volte un frangente anomalo mi sdraia di 90°.
In una di quelle occasioni mi ritrovo con il petto in acqua e con la cerata aperta dall’onda.
Non mollo, prego nonostante non sia credente, mi dà energia il latte condensato che ho in tasca.
Nel pomeriggio il vento cala, le onde si allungano, i frangenti si calmano e io sono vivo.
Con un cronometro controllo la frequenza delle onde e con quella calcolo la loro lunghezza, ci sono 200 metri tra cresta e cresta.
Sono onde enormi, spettacolari ma ormai innocue.
A questo punto del racconto di regola mi chiedono quanto alte fossero le onde e a quanti nodi soffiasse il vento.
Non avevo anemometro e mi rifiuto di parlare di altezza senza dati certi. Può bastare il racconto. Non esagero mai quando parlo delle mie esperienze.
La conclusione è nel racconto stesso, a volte quella che può sembrare sfortuna ti salva la vita.
Di questo e del mio rapporto con la natura, con il mare, con la montagna e con le persone da me conosciute ne parlo nel mio libro: Antonio Solero alpinista velista sommozzatore.
Appendice:
La strumentazione è essenziale: bussola, log a trascinamento e sestante
È il più antico. La “barchetta” consiste in una tavoletta, zavorrata da un lato e unita ad una sagola mediante una “patta d’oca”. La sagola viene filata da poppa e la tavoletta disponendosi verticalmente, offre notevole resistenza ad essere rimorchiata.
Per misurare la lunghezza della sagola filata, si facevano su questa dei nodi ogni 15,43 m. circa e si misuravano intervalli di tempo di 30s con un orologio a sabbia, clessidra (nodo teorico, ogni 15,43 m; nodo pratico ogni 14,62 m, per il trascinamento). Poiché 15,43 m. in 30s equivalgono a 1852 m. per ora, cioè un miglio per ora, il numero dei nodi che si contavano in 30s era equivalente al numero di miglia/ora della nave, da cui la misura della velocità in nodi (Knots).


