martedì, Aprile 7, 2026

Alberto e il mare

Alberto Butti

Prossimamente vi racconterò la storia di Alberto Butti: l’ho intervistato un paio di settimana fa, in occasione di una sua breve visita a casa, e mi aveva raccontato della sua passione anche per la montagna. È già ripartito per le Canarie, ci siamo sentiti dopo qualche giorno e mi ha detto di essere in Mauritania. Gli ho mandato queste fotografie di Antonio Sanson scattate dal Piz Sella, chiedendogli come mai si trovava in Mauritania, e d ecco la sua risposta… immaginatevi quale può essere la storia della sua vita…lo scoprirete…

…Perché Mauritania… ti racconto, ma sappi, che in parte, mi hai rovinato il viaggio…come battuta, naturalmente, riferito alle immagini delle montagne che mi tormentavano…

Circa 15 anni fa, mi stavo satollando in quel di Graziosa (puntino marrone nel blu canario) con delle Futa (pescioni rossi con occhi grandi come piattini di caffè) pescati con un locale, a 400 metri di profondità, dove pensavano di vivere tranquilli.

L’isola è conosciuta per la casereccia scuola di musica, dove si apprende a suonare il Timble (piccola chitarra locale) da cui, dopo alcuni tentativi, mi hanno cacciato con ignominia.

Dietro ad un fumante toscano, che emetteva un aromatico profumo, un viso spigoloso, mezzo barbuto ma sorridente, Philippe, sembrava Jean Paul Belmondo.
– che fai bretone da queste parti? turista?
– beh…

Tre volte all’anno, con il suo Arpege 35 (Dufour) del ‘74, si faceva Toulon-Senegal per portare medicinali nell’entroterra bisognoso. Faceva parte di un gruppetto di volontari, oberati di lavoro, ovviamente in cerca di adepti.

Qualche bel viaggetto, con l’Alpa stracarica, da Toulon al Casamance (Ziguinchor), me lo sono fatto (mi è sempre piaciuto fare del tacito volontariato…poi, chissà che la piuma di Matt, un giorno, possa cadere dalla parte giusta del piatto).

Lui, i viaggi, li ha fatti molto più assiduamente di me, ci siamo sempre tenuti in contatto.

Il 9 marzo mi telefona:

– sono fermo nel porticciolo di Cap Blanc (Nouadhibou) Mauritania, sono cascato dall’osteriggio in un cambio vele, fratturandomi una spalla. Sei alle Canarie? Mi daresti una mano ad arrivare ad Agadir ?

– arrivo!

Il 20 marzo salpiamo, alzando le vele sull’onda della bassa marea. Mare e vento favorevoli ma, per il povero infortunato, ogni piccola scossa, son dolori. Gli faccio tre flebo al giorno, tra soluzione salina al 5% e “tranquillanti” (ho rispolverato le nozioni apprese ai corsi della Croce Verde di Verona, prima d’intraprendere l’appagante “lavoro” di skipper).


Cap Blanc (Nouadhibou) Mauritania

Dopo circa 200 miglia, tappa a Dakhla, in un golfo il cui blu intenso non pensavo fosse stato ancora inventato. L’immensa superficie è sempre letteralmente coperta dai cromatici colori delle vele dei kitesurf. Che spettacolo; è un po’ come Venezia… sono cose uniche da vedere almeno una volta nella vita (ah, quanto è bello vivere).

6 nodi? Ottima media, senza molta forzatura. Sostiamo la notte dopo una cena a base di carne blu (cammello) delicata come un disegno a pastelli. Poi via.

Agadir è a circa 530 miglia. Ci arriviamo in quasi 5 giorni, poco di motore vista l’urgenza (l’amico sempre inoperoso in cuccetta).

Philippe, da buon francese, ad Agadir è di casa. Aveva già prenotato la clinica.

Adesso è là tranquillo.

Il viaggio, assillato dai tormenti dell’amico (ribolliva come un bricco senza coperchio), la concentrazione per una buona velocità e senza scosse, non ha lasciato la mente a filosofeggiare, come durante la Centomiglia del nostro adorato lago. In più: tormentato delle immagini che mi hai inviato…le mie adorate montagne…come mi mancano. Ovviamente, la cucina è sempre stata curata; amo cucinare ed improvvisare, a tal fine preziose le tue ricette…raggio di sole in un mondo di rudi marinai.

Io? Un po’ di assistenza post operazione, qualche testa di montone al tangine (mettono le teste in anfore di terracotta che poi cuciono, in un pozzo, su un letto di braci) alternato a grigliate di sardine.

E poi?

Al mio solito tavolo sgangherato presso il “ristorante” all’aperto nel porto dei pescatori: un mastello di pomodori e cipolla tritati, una ciotola della piccantissima harissa in cui intingo la pagnotta araba, in attesa del dentice (Kg 1,3) grigliato alle braci e servito su carta da pacchi, ma il gusto ahh, nel rispettoso silenzio dei commensali, mi sembrava di sentire le note dell’allegretto del 1° concerto di Chopin.

Qualche volta Mario, dovresti raggiungermi. Resto qui ancora una settimana.

Poscia…?  Aeroporto, vediamo dove va il primo volo… d’altronde parafrasando Oscar Wilde: non chiedere agli dei…

Non chiedere agli dei”

è l’inizio della famosa ode I,11 di Orazio (Tu ne quaesieris), che invita a non consultare gli oroscopi per conoscere il proprio destino, ma a vivere il presente (“carpe diem”).