lunedì, Giugno 22, 2026

Pillole di pillole

Isole Canarie, i ricci di mare non si riproducono più


Diadema africanum

Uno studio documenta la moria del genere Diadema, uno dei principali “ingegneri” degli ecosistemi costieri: nell’Atlantico orientale non esistono più esemplari giovani

Una nuova ondata globale di moria di ricci di mare sta mettendo a rischio interi ecosistemi marini e, per la prima volta, mostra segnali concreti di possibile estinzione locale di una specie chiave. È quanto emerge da uno studio internazionale coordinato da Omri Bronstein, professore alla School of Zoology della Wise Faculty of Life Sciences e allo Steinhardt Museum of Natural History dell’Università di Tel Aviv, pubblicato sulla rivista Frontiers in Marine Science.

La ricerca documenta un evento di mortalità di massa finora non riconosciuto nelle Isole Canarie, nell’Atlantico orientale, e descrive una situazione senza precedenti: il riccio di mare del genere Diadema, uno dei principali “ingegneri” degli ecosistemi costieri, non è più in grado di riprodursi in quell’area.

Secondo gli autori, l’assenza totale di nuovi individui giovani indica che il processo di reclutamento si è arrestato, aprendo la strada a una possibile estinzione locale. Il lavoro si inserisce in un quadro più ampio di crisi globale. Negli ultimi quarant’anni, eventi di mortalità di massa dei ricci Diadema hanno già prodotto profondi squilibri ecologici. “Nel 1983-84, nei Caraibi, la scomparsa dei ricci portò a una proliferazione incontrollata delle alghe, che soffocarono le barriere coralline causando danni irreversibili”, ricorda Bronstein. Una nuova epidemia ha colpito la stessa regione nel 2022, quando per la prima volta è stato identificato l’agente patogeno responsabile. Da lì, la malattia si è diffusa rapidamente: nel 2023 nel Mar Rosso, nel 2024 nell’Oceano Indiano occidentale. Lo studio identifica ora nelle Canarie quello che i ricercatori definiscono “l’anello mancante” della diffusione geografica.

Analizzando dati raccolti tramite citizen science locale, campagne scientifiche subacquee, immagini satellitari e campionamenti diretti dei fondali, il team ha ricostruito un evento di mortalità avvenuto già a metà del 2022. La scoperta più allarmante riguarda però la fase successiva: nessuna traccia di giovani ricci in diverse isole dell’arcipelago.

“Questi animali si riproducono liberando milioni di uova e spermatozoi in acqua. Se non osserviamo alcun reclutamento, significa che la popolazione adulta è stata ridotta a un livello tale da non riuscire più a sostenersi”, spiega Bronstein. “È qualcosa che non avevamo mai documentato prima su questa scala”. I ricci di mare svolgono un ruolo cruciale nel controllo delle alghe. La loro scomparsa può innescare effetti a cascata: tappeti algali che bloccano la luce, perdita di biodiversità, alterazioni durature degli habitat costieri. Gli autori avvertono che quanto osservato alle Canarie potrebbe ripetersi in altre regioni già colpite da morie senza precedenti, come il Mar Rosso e il Golfo di Eilat. Secondo i ricercatori, questa volta non si tratta di una normale fluttuazione demografica, ma di un possibile punto di non ritorno. Un segnale che chiama in causa il cambiamento climatico, la diffusione globale di patogeni e la fragilità crescente degli ecosistemi marini.

Una nuova specie aliena mette a rischio biodiversità nella laguna di Venezia: la noce di mare
di Fiammetta Cupellaro

Trasparente, vorace e invasiva. Dopo il granchio blu un’altra specie aliena sta dimostrando di sopravvivere nel Mare Adriatico. Pubblicato il primo studio su un organismo gelatinoso simile alla medusa che divora uova e larve, la stessa dieta delle specie autoctone

Trasparente, quasi invisibile, estremamente vorace e così invasiva al punto di riuscire a mandare in tilt interi ecosistemi marini. Si tratta del Mnemiopsis leidyi, più noto come noce di mare, un organismo gelatinoso simile alla medusa arrivato nel Mediterraneo dall’Oceano Atlantico quasi un decennio fa. Una specie aliena che ora spopola nel Mare Adriatico e che sta creando non pochi problemi all’ecosistema lagunare di Venezia che già fatica a tener testa all’altra specie aliena che li ha trovato una seconda casa: il granchio blu.
Ora un team di ricercatori dell’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale ha pubblicato sulla rivista Estuarine, Coastal and Shelf Science lo studio dal titolo An invader chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon, nel quale per la prima volta si mostra come la specie Mnemiopsis leidyi costituisca per la laguna di Venezia un potenziale pericolo ecologico. Questo piccolo organismo che ad occhi inesperti può sembrare appunto una medusa, è in realtà un ctenoforo, una forma di vita marina caratterizzate da file di ciglia iridescenti che utilizza per muoversi nell’acqua. Velocemente.

Un’invasione silenziosa
Grazie alla sua adattabilità e ai cambiamenti climatici nel Mediterraneo ha trovato dall’altra parte dell’oceano il modo di proliferare senza problemi a scapito di altre specie autoctone. Non solo. Una volta insediato ha mostrato di riprodursi con estrema rapidità producendo migliaia di uova. Il problema principale però rimane soprattutto la sua dieta visto che si nutre di zooplancton. Quel mix di uova e larve di pesci, che tanto piace anche a molte specie ittiche che vivono nel Mediterraneo.
E questo non fa godere questa specie aliena di una buona fama visto che nel Mar Nero negli anni ‘90 la sua proliferazione è stata associata dai pescatori al crollo delle risorse ittiche con gravi conseguenze economiche.


Mnemiopsis leidyi, comunemente chiamata “noce di mare”

Spiega Filippo Piccardi, primo autore dello studio e ricercatore dell’Università di Padova: “Sebbene la dinamica di questa specie sia stata studiata in altre aree del mondo, le informazioni relative alle lagune mediterranee, caratterizzate da una forte variabilità delle condizioni ambientali, sono ancora limitate Il nostro studio rappresenta la prima indagine integrata sul campo e in laboratorio della nicchia ecologica in cui si muove Mnemiopsis leidyi nella laguna di Venezia. Abbiamo adottato un approccio interdisciplinare e monitorato per due anni la distribuzione della specie con esperimenti controllati per definire le principali soglie ambientali di sopravvivenza. I risultati mostrano che Mnemiopsis leidyi segue un andamento stagionale, con eventi di riproduzione massiva sia in tarda primavera che tra fine estate e inizio autunno, probabilmente legati a temperature più elevate e a condizioni di salinità ottimali”.
Il caso della “noce di mare” è comunque emblematico di un fenomeno più vasto: il legame tra crisi del clima e diffusione di specie aliene a discapito di quelle autoctone mandando in tilt gli equilibri ecologici. Secondo i ricercatori, il livello così alto della sua presenza nelle acque della laguna è dovuto sia alla temperatura dell’acqua sia alla salinità. Gli esperimenti di laboratorio, integrati con le osservazioni, mostrano infatti come la noce di mare sia in grado di sopravvivere in un ampio intervallo di temperature (10–32 °C) e di salinità (10–34). Tuttavia, lo studio evidenzia come le condizioni estreme di questi range, le temperature molto elevate (32 °C) o la bassa salinità (10) possono ridurre significativamente la sopravvivenza della specie.
Spiega Valentina Tirelli, coautrice dello studio e ricercatrice presso l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale : “Integrando osservazioni sul campo e risultati sperimentali sulla tolleranza di Mnemiopsis leidyi a cambiamenti di temperatura e salinità, il nostro studio fornisce nuove informazioni sulla nicchia ecologica di questa specie nella Laguna di Venezia –I nostri risultati suggeriscono che i cambiamenti climatici in atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee a questo ctenoforo, incrementandone la presenza in grandi aggregati e, di conseguenza, aumentando il rischio di severe ripercussioni sul funzionamento dell’intero ecosistema lagunare”.

Nel Mediterraneo l’invasione silenziosa del pesce lucertola diamante
di Pasquale Raicaldo

Favorita dal surriscaldamento del mare, la specie di origine subtropicale è più diffusa di quanto si immaginasse. Ma perché è sin qui stata “invisibile”? E quali sono i rischi sulla biodiversità?


Pesce lucertola diamante, Synodus synodus (foto: Emanuele Somma)

C’è un silenzioso “invasore” del Mar Mediterraneo. Un tempo presenza sporadica, originario dell’Atlantico sub-tropicale, sembra oggi esserne diventato inquilino stabile, ancorché quasi invisibile ai più. Si chiama pesce lucertola diamante, Synodus synodus il nome scientifico: invisibile lo è, in realtà, perché per definizione poco appariscente, vivendo adagiato sui fondali e, peraltro, rivelando più similitudini con specie affini, in primis il “cugino” nativo del Mediterraneo, da cui differisce per la livrea e per alcune caratteristiche morfologiche poco visibili ai non addetti ai lavori.


Pesce lucertola diamante, Synodus synodus (foto: Emanuele Somma)

Oggi, però, i biologi non hanno più dubbi: si tratta di una specie che si è stabilmente insediata nel Mare Nostrum. “Non una specie aliena in senso classico, come i celebri granchio blu e il pesce scorpione, ma una specie che ha ampliato in modo naturale il suo areale originario traendo un chiaro vantaggio dal cambiamento climatico, in particolare dall’aumento della temperatura del mare”, spiega Antonio Di Franco, ricercatore presso il “Sicily Marine Centre” della Stazione Zoologica Anton Dohrn.Insieme con i suoi colleghi ha osservato 34 individui in 18 siti differenti, tra le isole Cicladi, Creta, nei mari della Grecia, e la piccola Linosa, nelle Pelagie italiane.

Annota Di Franco: “La maggior parte degli esemplari era costituita da individui adulti, elemento chiave che indica la presenza di popolazioni strutturate e probabilmente riproduttive. Sono numeri certificati, che probabilmente implicano una diffusione ancora più massiccia. Quel che è certo è che la specie è presente da tempo nel Mediterraneo, ma non sia stata riconosciuta come tale”. Tecnicamente si tratterebbe di una delle specie neo-native: originariamente invasori del nostro mare, ne diventano complice il climate change, abitanti a tutti gli effetti. E l’uomo non c’entra, almeno non direttamente. Si tratta di specie, spesso subtropicali, che approfittano delle nuove condizioni e del cosiddetto rimescolamento della biodiversità, in gran parte favorito dalla crisi climatica, che sta creando nuove nicchie, nuovi spazi da occupare. Con quali ricadute sulla biodiversità più propriamente autoctona? Presto per dirlo.


Pesce lucertola diamante, Synodus synodus (foto: Emanuele Somma)

Lo studio, appena pubblicato su Mediterranean Marine Science, evidenzia peraltro una criticità centrale nello studio della biodiversità marina: anche in mari intensamente monitorati, i cambiamenti biologici possono passare inosservati. “Gli ambienti marini sono difficili da esplorare in modo continuo e capillare e molte specie presentano comportamenti criptici, bassa mobilità o caratteristiche morfologiche molto simili a quelle di specie già note”, annuiscono i ricercatori. Spesso, è la cosiddetta citizen science ad aiutare il mondo della ricerca. Ma accade soprattutto per le specie più facilmente riconoscibili: tra quelle aliene, il caso emblematico è naturalmente rappresentato dal pesce scorpione. “Il caso del pesce lucertola diamante evidenzia la necessità di affiancare alle segnalazioni spontanee programmi di monitoraggio strutturati e la presenza di esperti direttamente in mare. Solo un’integrazione tra osservazioni diffuse e indagini scientifiche mirate consente di cogliere quei cambiamenti della biodiversità che, altrimenti, rischiano di rimanere nascosti per anni”.

Di qui, per esempio, il progetto europeo CambioMed, che coinvolge partner di cinque Paesi del Mediterraneo (Spagna, Italia, Croazia, Grecia e Israele) per armonizzare e migliorare i disegni di monitoraggio, valorizzando la vasta esperienza dei partner nei programmi nazionali e l’impiego di strumenti innovativi per il monitoraggio delle scogliere rocciose in tutto il Mar Mediterraneo. A coordinarlo è Sylvaine Giakoumi, ricercatrice presso il “Sicily Marine Centre” della Stazione Zoologica Anton Dohrn: “Attraverso la definizione di protocolli di monitoraggio standardizzati e l’adozione di nuovi approcci metodologici, come il Dna ambientale, vorremmo migliorare la rilevazione precoce di specie aliene o neo-native, come il pesce lucertola diamante, fornire informazioni tempestive ai gestori delle risorse naturali e, di conseguenza, migliorare la gestione di potenziali specie invasive”.