Un mese da ciurma
Cari amici, nelle prossime news vi proporrò una serie di racconti che mi ha inviato l’amico Franco Clerici, con il quale ho condiviso un periodo d’imbarco in quel della Polinesia a bordo del Lycia, con Antonio Penati.
Mi ha dato anche un simpatico suggerimento come leggerete, e sarebbe interessante che la sua proposta venisse accettata dai tanti amici velisti e skipper che mi leggono.
Sapete quanto sia importante trasmettere le testimonianze che abbiamo vissuto, forse è uno dei pochi “veicoli” per portare gli amici del mare in barca e invogliarli alla vela e a navigare, assicurando che le barche a vela continuino a punteggiare i nostri mari.
Ciao Mario, l’ultima volta che c’eravamo sentiti mi avevi invitato a scrivere un articolo,dove confidare se, andando in barca, mi fosse capitato qualcosa degno di essere raccontato.Io ti avevo proposto un articolo sul nostro giro della Corsica con Angelo Preden, conclusosi con una sventolata, ed ho iniziato a scriverlo, e … e un ricordo tira l’altro… come le ciliegie.L’ho ampliato ed ho controllato su RTM se qualche storia fosse già stata pubblicata in più puntate, e ne ho trovate tra cui quella che hai scritto tu sul Pacifico ed a quella mi sono ispirato sperando di riuscire a trasmettere qualcosa.Alla fine è venuta fuori tutta la storia delle mie vacanze in vela, e nello scegliere il titolo ho pensato che forse qualche altro lettore potrebbe essere tentato di narrare le proprie esperienze, e potresti proporre agli amici che ti leggono una rubrica “la voce della ciurma”.Ti allego la mia “voce della ciurma”: l’ho divisa in 9 puntate, e potresti invitare gli skipper di cui io parlo, ad aggiungere i loro commenti/ricordi al mio articolo.

1- Un mese da ciurma
di Franco Clerici
(e undici mesi da travet)
Dopo le epiche storie di tanti marinai impegnati nella Ostar o nella Vendée Globe, o di tanti skipper a zonzo per gli oceani di tutto il mondo, ora vorrei far sentire la voce della ciurma, quelli che un mese all’anno si imbarcano, durante le ferie estive e per i restanti 11 mesi attendono, leggendo Bolina la sera dopo l’ufficio.
Ecco alcuni ricordi dei giorni trascorsi con qualcuno degli skipper intervistati da RTM.
Ho sempre vissuto intensamente le mie passioni, ma senza mai il coraggio di farne delle esperienze totalizzanti.
Al liceo, il mio compagno di banco mi appassionò al bridge, lui è diventato campione del mondo ed io mi sono laureato in ingegneria, accontentandomi di vincere qualche torneo cittadino.
Un figlio di amici, parlandomi del volo in particolare sugli alianti, mi intrigò.
Lui è finito in Guadalupa, con l’agenzia spaziale europea, ad inviare Ariane nello spazio, ed io dirigente d’azienda in attesa del battesimo dell’aria.
L’incontro con il mio futuro cognato, savonese, gommonauta, ma aspirante velista mi avvicinò alla navigazione, così come il nostro medico curante, che trascorreva le ferie alla scuola del touring di Caprera, prima come allievo e poi come istruttore.
Narrava del regime quasi militare, branda e sacco a pelo, turni di servizio alle pulizie o come sguatteri in cucina, in cambio di esperienze mozzafiato prima sulle derive e poi su minicabinati.
Sapendo nuotare ma non volare, pensai che fosse utile, prudenzialmente, familiarizzare col vento sull’acqua prima che in aria.
Il regime duro di Caprera è una sfida, quindi va accettata.
Purtroppo le mie ferie coincidevano con il tutto esaurito della scuola di vela, che viene prenotata da un anno con l’altro, dovetti ripiegare sul Club Méditerranée però sempre a Caprera.
Anche lì branda e sacco a pelo, capanni di paglia, docce e bagni comuni all’aria aperta.
A) Derive e catamarani
Dopo 3 estati ero pronto per l’acquisto di una deriva, naturalmente in società con mio cognato.
Comprammo un Flying Junior che piazzammo presso la lega navale di Mandello sul lago di Como.
La sede era costituita da una piccola parte edificata per uffici e spogliatoi, un grande spiazzo con decine di derive sui loro invasi, un muretto interrotto da uno scivolo per mettere in acqua le barche. Un secondo muretto di fronte funzionava da diga frangi flutti.
Ponte del 25 Aprile il debutto in una giornata di sole splendente. Arriviamo mio cognato ed io, armiamo la barca, la mettiamo sul carrello e ci avviciniamo allo scivolo.
Prima di entrare in acqua diamo un’occhiata e sul muretto vediamo seduti una decina di velisti con le gambe penzoloni, il giubbotto salvagente vicino che ci osservano come corvacci neri in attesa di assistere ad un spettacolo penoso.
Guardiamo per la prima volta il lago ed è pieno di ochette spumeggianti. Ci sfiora un dubbio.
Scarichiamo il carrello e ci sediamo con gli altri sul muretto.
Dopo un’oretta la Breva cala, due seduti di fianco si alzano e ricompaiono con un Flying Dutchman sul carrello. Appena superato il muretto, tutti e due fuori al trapezio in surf con due baffi enormi a prua. Unica barca in mezzo al lago.
Capiamo che non è ancora il nostro momento.
Piano piano tutti gli altri scendono in acqua, noi impariamo come uscire e partiamo. Proseguiamo in tutta tranquillità al traverso, ma prima o poi bisognerà virare. Decidiamo di farlo sulla riva opposta, non si sa mai….
Puntuale arriva la scuffia, l’acqua è gelida cerchiamo di trascinare la barca a riva, ma quando sentiamo il fondale sotto i piedi, la barca si blocca, scuffiata a 180 gradi l’albero si è impiantato.
Finalmente fuori dall’acqua coi bluejeans gelati e fradici ci scaldiamo al sole. L’orgoglio ferito pretende la rivincita.
Ritorno perfetto (la Breva era calata) e commentiamo la giornata sentendoci due eroi.
Da allora ne sono passate altre di scuffie, ma che grande maestra è la deriva, come nel gioco dell’oca quando sbagli hai una penalità: la scuffia! Mentre gli errori, su barche più importanti costano danni più importanti.
Sul lago di Como, senza muta, si può veleggiare solo luglio ed agosto ed il viaggio da Milano a Mandello (allora senza superstrada) nei weekend, col traffico verso la Valtellina, era un incubo.
All’arrivo poi un giorno c’era Tivano, da nord, troppo vento; un altro calma piatta.
Ma che straordinarie emozioni nei giorni giusti. Partenza con la Breva (brezza termica da sud), sotto spinnaker, ritorno di bolina stretta prima che la Breva cali verso le cinque; pagaiare è sfinente!
Un’altra scuffia memorabile, qualche anno dopo vede al debutto un caro amico ben piazzato, che mi farà da prodiere.
Giornata estiva perfetta partiamo con la Breva, prima che rinforzi, fiocco a farfalla e senza cambio di mura arriviamo a Bellagio che ha una mini darsena dove tirare a secco la barca ed un bar tabacchi dove rifocillarsi prima del ritorno.
L’amico compra qualche cartolina dove dichiara il suo entusiasmo per il nuovo sport.
Prima di ripartire ripassiamo le manovre per le virate e per la scuffia, questa volta il ritorno è bolina stretta.
Prima virata sotto costa tutto bene, seconda virata in mezzo al lago, dopo il mio ‘pronti a virare’ l’amico pasticcia con lo strozzascotte, passa la randa, il fiocco resta a collo ed il prodiere sottovento a trafficare con la scotta. Penalità!
Io prima che l’albero sia a 180° mi immergo, risalgo sotto la barca dove c’è un’ampia riserva d’aria e mentre libero con calma tutte le scotte sento delle potenti manate sullo scafo.
Per permettergli di vedermi dalla finestra della barra del timone urlo ‘vai a poppa’.
Quando riemergo lo vedo pallido come un cencio ‘temevo fossi affogato!’ ed ancora più stranito ‘sapevo che andavi a liberare le scotte, ma non mi hai detto che si può respirare’.
Naturalmente abbiamo perso il tempo giusto per fare esaurire la Breva. Si pagaia per l’ultima mezz’ora. La pagaia si sa è compito del prodiere pasticcione.
L’ultima scuffia della mia carriera risale al Club Med di Cargese, dotato di una decina di Hobie Cat 16, catamarani perfetti per una baia molto ampia riparata dalle maestralate ma perfetta per le brezze termiche.
Mattina e pomeriggio uscivamo mio figlio ed io ed in genere dovevamo riportare la barca dopo mezz’ora.
Un pomeriggio cielo grigio minaccia pioggia, siamo i soli a scendere in acqua, e quindi senza limiti di tempo. Vento sostenuto ma maneggevole. Scorrazziamo a lungo in eterna planata pronti a lascare quando lo scafo sopravvento esce dall’acqua. Entusiasmante!
Troppo attento a questo equilibrio precario noto, ma senza prestare attenzione, che la prua dello scafo sottovento incontrando l’onda che sta crescendo, viene parzialmente sommersa.
Disastro totale!!
Una raffica decisa, un’onda più alta e la prua affonda profondamente facendo inciampare il catamarano, finiamo in acqua sulla randa. Due minuti e siamo rovesciati a 180°.
Ci appendiamo in due uno sopra le spalle dell’altro, la portiamo a 90°, ma nulla più. La leva è troppo corta e lo scafo fuori dall’acqua è troppo in alto.
Arriva il gommone con i geo. Due si tuffano, uno tiene la prua al vento, e l’altro si appende alla stessa cima ora sono 240 KG che tirano, niente.
Il gommone raggiunge la punta dell’albero ed un geo incomincia a sollevarlo fuori dall’acqua, quando la cima dell’albero supera le braccia alzate sopra la testa, finalmente si raddrizza.
Mentre rientriamo ci spiegano dove avevamo sbagliato, mio figlio aveva il trapezio regolato troppo corto e quindi non riusciva a spostarsi sufficientemente a poppa per tenere molto alta la prua dello scafo immerso. Questa è l’università della vela.
Anche mio figlio aveva debuttato sul Flying Junior quando faceva le elementari.
Con un giubbottino salvagente lo portavamo in barca. Lessi un suo tema dal titolo “una giornata memorabile”, tremebondo raccontava che le emozioni provate sull’ottovolante erano nulla al confronto delle emozioni provate in barca.
Anche lui si innamorò della vela al punto che, studente universitario, si pagava le ferie estive facendo l’istruttore ed il capo barca nelle bocche di Bonifacio col Vela Mare Club.
È tempo di crescere.
Mi ero abbonato a Bolina, restando affascinato dai racconti di un mondo così nuovo e decisi così di sperimentare una prima settimana con una crociera in Istria.

1-continua “Un mese da ciurma”
