martedì, Ottobre 13, 2026

Alla scoperta dei Sette Mari

di Riccardo Bottazzo
Dalla sacerdotessa Enheduanna a Plinio, da Sandokan al capitano Nemo: viaggio nella storia dell’espressione che da oltre 4.300 anni rappresenta tutti i mari del mondo.

Emilio Salgari descrive il suo eroe Sandokan come “il pirata più temuto di tutti i Sette Mari”.
Robert Louis Stevenson, ne “L’isola del Tesoro” racconta di marinai talmente esperti che avevano “navigato tutti i sette mari”.
L’espressione è utilizzata in molte occasioni anche da Jules Verne: il capitano Nemo a bordo del suo Nautilus, scrive il celebre autore, aveva navigato su tutti i Sette Mari del pianeta.
Ancora “The Seven Seas” – “I Sette Mari” – è il titolo di una raccolta di poesie di Rudyard Kipling.
A chi gli chiese cosa intendesse per Sette Mari, il poeta inglese, da bravo ed obbediente suddito del colonialismo britannico, rispose:

“Non è un vero termine scientifico. Io intendevo comprendere tutti i mari che interessano il nostro Impero e il nostro esercito”.

In effetti i Sette Mari non hanno un preciso connotato geografico. Piuttosto è un modo per indicare la totalità dei mari del mondo conosciuto, giocando sulla forte valenza simbolica del numero sette come numero della completezza.
  • Sette infatti sono i pianeti visibili ad occhio nudo.
  • Sette sono i giorni della settimana con i quali si misurano le fasi lunari.
  • Sette sono anche i colli di Roma, le meraviglie del mondo antico e i saggi della cultura greca.
  • E pure i nani di Biancaneve!
Ma dove nasce questa espressione e chi fu il primo ad utilizzarla?
La più antica citazione conosciuta dei Sette Mari risale addirittura a 4.300 anni fa e fu utilizzata da Enheduanna, poetessa e sacerdotessa del dio Nanna nella città sumera di Ur vissuta nel secolo XXIII secolo a.C.
Enheduanna detiene lo straordinario primato di essere il primo autore di un’opera letteraria di cui sia giunto il nome ai nostri giorni. Nell’Inno numero 8 dedicato alla dea Inanna, la poetessa sumera la descrive come la “signora dei Sette Mari”.
Anche in questo caso, Enheduanna usava il numero sette col valore cosmico e religioso di “tutto il creato”.
Questo incredibile termine insomma, nasce assieme alla letteratura mondiale e, come vedremo, verrà ridefinito in ogni epoca in base ai mari che i popoli conoscevano, navigavano e consideravano essenziali. L’evoluzione del concetto dei Sette Mari diventa così una mappa della conoscenza geografica dell’umanità su questa terra. Vediamone alcune tappe.
Quali erano i Sette Mari nell’Età Classica e nel Medioevo?

L’orizzonte dei Sette Mari

Al grande storico Erodoto (V secolo a.C.) la tradizione attribuisce un elenco dei sette mari composto da Mare Egeo, Mare Nero, Mare di Marmara, Mare Rosso, Mare Tirreno, Mare Adriatico e Mar Ionio.
Segno evidente di quanto fosse mediterranea la visione geografica del mondo degli antichi greci.
Quando nel Medioevo i commerci si estesero verso Oriente, l’elenco cambiò ancora e riflette perfettamente le grandi rotte commerciali tra Europa, Bisanzio e l’Oriente.
I Sette Mari divennero allora Mare Mediterraneo, Mare Adriatico, Mare Nero, Mar Rosso, Golfo Persico, Mar Caspio e Golfo Arabico.
Sempre in quell’epoca, per i navigatori arabi che spostavano le loro bussole più ad oriente, lungo la rotta delle spezie, i Sette Mari divennero il Golfo Persico, il Mar d’Arabia, il Golfo del Bengala, lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Singapore, il Golfo di Thailandia e il Mar Cinese Meridionale.
Anche popoli come i persiani, gli indiani e i cinesi avevano i loro Sette Mari che comprendevano golfi, oceani, laghi e, nel caso dei cinesi, persino i loro grandi fiumi.
Tutto quello che era navigabile e aveva qualche importanza per i commerci poteva aspirare ad entrare nell’elenco dei Sette Mari.
E al giorno d’oggi? Non esiste una definizione con basi scientifiche ma alcuni dizionari moderni, continuando una tradizione che come abbiamo visto ci arriva dai popoli della Mesopotamia, si premurano di identificare i sette mari con i grandi bacini oceanici del pianeta:
Atlantico settentrionale, Atlantico meridionale, Pacifico settentrionale, Pacifico meridionale, Oceano Indiano, Oceano Artico, Oceano Antartico.
I Septem Maria di Plinio il Vecchio
E poi c’è Ravenna. La città romagnola infatti ha “Sette Mari” tutti per conto suo.
Un tempo Ravenna sorgeva in riva all’Adriatico e il suo porto, fatto costruire dall’imperatore Augusto, ospitava la seconda flotta più potente dell’impero ed era un punto focale per il commercio tra Roma e le sponde orientali dell’impero.
Lo scrittore e naturalista Plinio il Vecchio, vissuto nel I secolo d.C, nella sua monumentale enciclopedia “Naturalis Historia” descrive la città costiera come “Septem Maria amplexa”, cioè abbracciata da Sette Mari.
Il naturalista che finirà ucciso dall’eruzione del Vesuvio, intendeva i sette grandi bacini lagunari salmastri che la circondavano.
Insomma, con questa espressione Plinio intendeva l’attuale Delta del Po, area in quei tempi molto più ampia e diversa dall’attuale, frutto di secoli di bonifiche e interventi antropici. Dei “Septem Maria” parleranno in seguito altri storici come Sidonio Apollinare, Cassiodoro, Paolo Diacono e altri ancora che sottolineavano l’importanza economica e naturalista del delta.
L’uso di questa locuzione per indicare un luogo così limitato, in proporzione ai grandi mari del mondo, ha suscitato non poche perplessità e confusione tra gli storici della navigazione. Ma la soluzione in fondo è semplice: i Sette Mari, ieri come oggi, dal tempo dei sumeri ai nostri giorni dell’intelligenza artificiale, altro non indica che il grande, eterno orizzonte che il navigatore guarda davanti alla prua della sua barca.