martedì, Ottobre 13, 2026

Il fungo mangiaplastica

di Antonio Petrucci
Così il Pestalotiopsis microspora sta rivoluzionando lo smaltimento dei rifiuti.
È in grado di trasformare il poliuretano in materiale organico, anche in assenza di ossigeno. Il costo energetico, rispetto ai tradizionali sistemi di riciclo, è abbattuto del 75% e le emissioni di Co2 vengono ridotte di oltre l’80%

Ogni anno nel mondo si producono oltre 400 milioni di tonnellate di plastica, una cifra che secondo le proiezioni dell’OCSE è destinata a triplicare entro il 2060, superando l’imponente soglia di 1,2 miliardi di tonnellate. Nonostante i decenni di campagne di sensibilizzazione, i tassi di riciclo globali rimangono fermi a un misero 9%, mentre ben il 19% viene incenerito e quasi il 50% finisce direttamente in discarica o disperso nell’ambiente. I metodi tradizionali di riciclo meccanico e chimico presentano enormi limiti: richiedono temperature che superano spesso i 250°C con un dispendio energetico elevatissimo, degradano la qualità del polimero a ogni ciclo e risultano economicamente insostenibili per la maggior parte dei poliacoppiati. In questo scenario, la scienza sta scoprendo che la soluzione potrebbe nascondersi nel regno dei miceti attraverso il mico-riciclo.
I segreti del Pestalotiopsis microspora
La vera svolta è arrivata con l’identificazione di alcune specie fungine straordinarie, tra cui spicca il Pestalotiopsis microspora. Questo microrganismo, scoperto originariamente nella foresta pluviale amazzonica dall’Università di Yale, possiede una capacità unica al mondo: è in grado di sopravvivere nutrendosi esclusivamente di poliuretano (PU), uno dei componenti plastici più resistenti e diffusi, che rappresenta circa il 6-7% della produzione globale di plastica e che si trova in schiume, isolanti e tessuti sintetici. Ciò che rende questo fungo rivoluzionario è la sua abilità di digerire la plastica sia in presenza sia in totale assenza di ossigeno. Questo significa che il processo potrebbe essere applicato con successo anche negli strati più profondi delle discariche, dove le normali forme di degradazione biologica sono impossibili.
Come funziona la digestione biologica
Il segreto dei funghi risiede nel loro apparato enzimatico. Per potersi nutrire, il fungo secerne enzimi della famiglia delle idrolasi e delle esterasi, capaci di spezzare i legami chimici complessi del carbonio. Nei test di laboratorio, una colonia di Pestalotiopsis microspora è riuscita a liquidare e metabolizzare un frammento di poliuretano in un arco di tempo compreso tra i 14 e i 28 giorni, un battito di ciglia se confrontato con i 400-500 anni necessari per la degradazione naturale dello stesso materiale. Il risultato finale non è la produzione di microplastiche o sostanze tossiche, bensì la trasformazione del rifiuto in materia organica pura. Alcuni laboratori stanno convertendo questo micelio in biomateriali alternativi, con un mercato dei materiali a base di micelio che sta crescendo a un tasso annuo composto del 12,4%, destinato a superare i 3,5 miliardi di dollari.
La sfida industriale dei bioreattori
La sfida attuale è capire come scalare il processo. Diverse startup innovative nel settore delle biotecnologie stanno progettando bioreattori fungini industriali. Si tratta di impianti automatizzati in cui i rifiuti plastici vengono pre-trattati meccanicamente (ridotti in particelle inferiori ai 2 millimetri per aumentare la superficie di contatto) e poi esposti a colonie di funghi a una temperatura costante di 28°C e con un tasso di umidità del 70%. Sebbene i tempi di digestione richiedano ancora alcune settimane rispetto ai pochi minuti del riciclo meccanico tradizionale, il costo energetico si abbatte del 75% e le emissioni di Co2 vengono ridotte di oltre l’80% per tonnellata di materiale trattato.
Una nuova filosofia per il pianeta
L’introduzione dei funghi nel mondo del riciclo rappresenta un radicale cambio di paradigma economico e filosofico. Fino a oggi, la gestione dei rifiuti è stata una voce di puro costo per i comuni e le imprese, con tariffe di smaltimento in discarica che in Europa oscillano tra i 60 e i 150 euro per tonnellata. Il mico-riciclo apre la strada a una vera bio-economia circolare a zero emissioni. Investire in queste tecnologie pulite significa smettere di bruciare o sotterrare i rifiuti, integrando finalmente i prodotti industriali all’interno dei cicli vitali del nostro pianeta e alleviando l’insostenibile leggerezza della plastica.