martedì, Febbraio 24, 2026

“Adesso la barca è anche vostra…”

di Antonio Solero

Credo che tutti ricordiate il navigatore Antonio Solero, la sua storia, la sua esperienza di navigatore solitario e la sua intervista che ho pubblicato. Ci sentiamo spesso, e ultimamente abbiamo condiviso quanto sia importante dare testimonianza delle nostre esperienze di “uomini di mare”, e poichè da tempo è questo anche un mio obiettivo gli ho suggerito di raccontarmi qualche sua avventura, qualcosa di inedito che può servire a chi naviga per risolvere situazioni difficili o evitare che succedano. Quello che segue è un interessante racconto di un suo intervento risolutore per liberare una barca importante finita in secca… Buona lettura…


Estate 1977, Puerto Azul, Venezuela.
La meta finale della mia prima traversata atlantica era il Venezuela.

Avevo amici a Caracas, speravo potessero aiutarmi. Li avevo conosciuti a Sappada dove possedevano una villa che frequentavano in inverno. Ero stato maestro di sci delle figlie.
L’aiuto che mi diedero si rivelò di grande importanza. Grazie alla famiglia Tomè in breve tempo venni accettato e aiutato dalla comunità italovenezuelana. Venni accolto a Puerto Azul, un raffinato club a Naiguatà non lontano da Caracas. Il club offriva ai soci la possibilità di passare una bella lunga vacanza senza mai dover uscire dai suoi confini. Appartamenti, negozi, ristoranti, night club, un marina con almeno 200 bosti barca, cantiere con possibilità di varo e alaggio, campi da tennis, piscina, cinema e spiaggia privata. Grazie al loro interessamento e a una lunga intervista televisiva il marina concesse a me e al mio amico Andrè, anche lui navigatore solitario, ospitalità e posto barca.

La numerosa comunità italiana ci aveva adottato. Venivamo invitati al bar, al ristorante e a partecipare alle regate organizzate dal club. Il mio modesto spagnolo non faceva progressi, potevo parlare italiano e quasi tutti mi capivano. In particolare un dirigente di una importante casa automobilistica francese ci teneva a dimostrare a tutti di avere un rapporto privilegiato con noi. Proprietario di un Meltem, un Amel di 52 piedi, ci invitò sulla sua barca per visitare l’isola Orchilla grazie alla possibilità di accesso concessa una volta all’anno in occasione di una regata. Naturalmente accettammo.

Della barca notai la solidità della costruzione e una medaglia con l’effigie di Mussolini incollata al quadro comandi.
Due settimane dopo ci venne a trovare e ci disse che aveva organizzato nella sua villetta a Caracas una festa in nostro onore. Venne a prenderci un suo collaboratore con la limousine.

La villa, situata nella zona residenziale della città, era circondata non da un giardino ma da una vera e propria foresta con una piscina olimpionica. Una festa, ci era stato detto, per pochi intimi allietata da una orchestrina di cinque o sei elementi e i pochi intimi si rivelarono essere più di cinquanta persone.
Ci sentivamo fuori luogo con i nostri pantaloni spiegazzati e con le magliette a maniche corte.
Avevamo guadagnato una cena e vissuto una notte da signori mentre il nostro ospite aveva speso centinaia di dollari.
Nel corso della serata, in via confidenziale, ci aveva informati che pure lui a volte navigava in solitario. Ricordo che ci congratulammo con lui, non è facile condurre una barca di 52 piedi da soli.
Ritornati a Puerto Azul parlando con i dipendenti del marina venimmo a sapere che in effetti usciva e rientrava in porto da solo ma che in mare aperto, come Venere che sorge dalle acque, sbucava dal passo d’uomo una graziosa fanciulla. Lo ammetto, lo invidiammo molto.

Circa due settimane dopo la festa per pochi intimi ci venne a fare visita all’imbrunire.
Non era una visita di cortesia, era venuto in cerca di aiuto.
Ci spiegò che la barca era in secca in una baia non molto lontana.
Riteneva che non sarebbe stato difficile disincagliarla. Ci disse che un amico gli avrebbe messo a disposizione il suo Trawler e che due esperti marinai sarebbero venuti ad aiutarci.
Gli garantiamo la nostra collaborazione.
Mi organizzo, prendo bombole, attrezzatura da sub e una torcia visto che stava per arrivare il buio.
Dopo circa mezzora di navigazione raggiungemmo la barca in secca. Si trovava a non più di 30/40 metri da riva e a 50 da un vicino ristorante.
Mi appresto a indossare la muta per ispezionare il fondale e capire come procedere al disincaglio ma i due marinai che avrebbero dovuto aiutarci ci dicono che non era necessario, che da quel momento avrebbero gestito loro tutta l’operazione.
Quando li informiamo che sarebbe opportuno far sbandare la barca usando una delle drizze si rifiutano dicendo che avremmo potuto danneggiare l’albero.
Fissano una lunga cima alla prua del Meltem e alla poppa del nostro Trawler.
Risalgono a bordo visibilmente soddisfatti del loro lavoro. Non avevano avuto bisogno del nostro aiuto e già pregustavano il lauto compenso che avrebbero ricevuto e non diviso con noi.

Con la prua verso il largo iniziano il traino. La barca non si muove, danno manetta, il motore ruggisce, un rumore secco e la bitta di poppa cede e finisce in acqua. I due cosiddetti esperti zittiscono, non sanno cosa fare. Indosso la muta, mi faccio portare vicino alla barca incagliata e con un perfetto tuffo da sommozzatore professionista salto in acqua. L’acqua mi arriva ai fianchi, ci saranno non più di 1,20 metri di profondità. Ispeziono il fondale, solo sabbia, il bulbo sprofondato in una buca di almeno 60 centimetri scavata dalla chiglia. Perfino sbandando lo scafo sarebbe stato difficile disincagliarla.
Ritornando in marina l’armatore sconfortato ci dice che pensava di denunciare l’accaduto all’assicurazione e lasciare che se la sbrighino loro.
Cerco una non facile soluzione. Mi ricordo che da sommozzatore professionista avevo spesso usato una pompa aspirante ad aria chiamata sorbona, molto utilizzata nell’archeologia subacquea. Serve a liberare oggetti sepolti dalla sabbia o dal fango senza il rischio di danneggiarli. Non ha parti meccaniche in movimento, è composta da un tubo all’ estremità del quale si innesta una manichetta collegata a un compressore. Non ero certo che potesse funzionare in acque così basse ma meritava tentare.
Intendevo scavare un canale per poter rimorchiare in acque più profonde la barca.
La mattina dopo riesco a trovare quanto necessario a costruirne una.

Mi prestano un compressore elettrico di sufficiente potenza, recupero un grosso tubo flessibile, una manichetta, una valvola e spiego al meccanico del cantiere come assemblare il tutto.
La barca si trovava a pochi metri da un ristorante che ci fornirà la corrente elettrica.
Pregando che funzioni mi immergo e apro la valvola dell’aria. Tutto ok, la sorbona funziona.
Adesso ci vuole pazienza e fatica.
Portiamo l’ancora a prua utilizzando tutta la catena. Andrè pronto ad azionare il salpa ancora, io indosso le bombole e inizio a scavare uno stretto canale davanti al bulbo. Lentamente, 20cm. per volta, iniziamo a trainare la barca. C’era da dragare un passaggio di 4/5 metri. Una cosa lunga e anche pericolosa perchè il rollio creato dalle onde dei motoscafi rischiava di schiacciarmi tra la deriva e i lati dello scavo.
L’aria delle bombole finisce dopo un’ora e mezza e mi rendo conto che c’è ancora molto lavoro da fare.
Allora ero in perfetta forma fisica e molto allenato dalla pesca subacquea alla quale quasi ogni giorno mi dedicavo non per hobby ma per mangiare.
Non mi arrendo e continuo a lavorare in apnea. 30/40 secondi sott’acqua e poi 4/5 profondi respiri. Così per circa un’altra ora e mezza. Nel frattempo l’armatore comodamente seduto all’esterno del ristorante ci osservava con un cocktail con ghiaccio in mano. Noi ci concediamo un “lauto” pranzo a bordo, ricordo ancora il ricco menu: pane e prosciutto.
Finalmente dopo più di tre ore di duro lavoro riusciamo a riportare la barca in acque più profonde.
Non ricordo come abbiamo festeggiato ma ricordo l’orgoglio di aver completato un lavoro che a mio avviso non aveva precedenti.
Ci era costato molta fatica e anche la simpatia dei due sedicenti esperti del marina.
Andrè e io abbiamo commentato l’accaduto e siamo giunti a una conclusione: una volta all’ancora il nostro “navigatore solitario”, sentendosi in obbligo di fare compagnia alla sua graziosa amica, si era appartato sottocoperta non pensando che un salto di vento o una corrente di marea avrebbe potuto spingere la barca in secca.
C’è un lieto fine anche per noi.

Ritornati a Puerto Azul l’armatore, soddisfatto che la barca non avesse subito danni, dopo averla chiusa a chiave si rivolge a noi dicendoci: “adesso la barca è anche vostra”.
Molto generosamente ci invita al night e ci offre due whisky.
Da allora sono il felice proprietario di una quota di un prestigioso Meltem di Amel!!!