Aprile – Andrea Stella
Non poteva mancare fra i miei personaggi anche Andrea Stella, il cui nome è legato alle imprese di Spirito di Stella, nome del catamarano ma anche dell’associazione che ha come obiettivo stimolare l’attenzione verso le persone con disabilità e dimostrare come si possa concretamente intervenire per rendere la loro vita più equa rispetto alla nostra, in tutte le manifestazioni, dalla vela allo sport.

Ho letto i suoi due libri, con prefazioni di due illustri nomi nel mondo della vela, che hanno detto di lui:

Giovanni Soldini: «…Per realizzare un progetto così complesso (la costruzione del catamarano) bisogna concentrare lì tutte le proprie energie. Spesso si diventa troppo determinati a costo di trascurare cose molto importanti nella vita. Non si tratta solo di fatica fisica e mentale, ma di una completa dedizione all’obiettivo, cosa di cui non tutti sono capaci…»
Mauro Pelaschier: «…Per me navigare voleva dire competere, per Andrea navigare voleva dire prendersi la vita…»
Bastano queste parole per farsi un’idea del personaggio, e leggendo i suoi due libri prima, e incontrandolo poi, ho effettivamente riscontrato le grandi doti di Andrea: combattente, organizzatore, imprenditore, “agitatore di coscienze”. Perché lui sta dimostrando con Spirito di Stella come, non arrendendosi alle vicissitudini della vita, si possa diventare portatori di gioia per chi, invece, non può alzare il capo, forse neppure per sognare.

Chi è oggi Andrea Stella?
Chi è oggi Andrea Stella? … Un ragazzo che ha 50 anni. Sono una persona ritengo felice, che ha avuto la possibilità di fare un sacco di cose finora, che ha voglia di farne ancora tante” … Cogito ergo sum…”.
Mi piace la vela, non mi definisco un velista, ma mi piace moltissimo, perché è un modo molto bello di viaggiare da una parte all’altra, è un modo di viaggiare lento.
Mi piace la vela perché ti permette, in Atlantico, di stare connesso con te stesso, magari prima di Starlink.
Non mi piace invece la regata, se vogliamo entrare nel particolare.
Sono un imprenditore, vengo da una famiglia di imprenditori. Ho aperto la mia azienda producendo ausili per persone con disabilità, per migliorarne le condizioni di vita e garantire loro, in città, la stessa libertà che ho io nel muovermi in barca.
Oggi faccio il manager di questa azienda, perché l’abbiamo venduta a un importante gruppo svedese, e quindi sono in quella fase della vita in cui, da una parte mi dico: “…va bene…” dall’altra “…ho voglia di smettere di lavorare…” un po’ come hai fatto tu, no?
Con la testa che ho, poi mi metterò in qualche casino, sicuramente.
Quando ho smesso di lavorare avrei potuto fare molte cose ancora, ma volevo capire cosa significa vivere un’altra vita, in un altro modo, senza il condizionamento del lavoro.
Capire: ci ho messo tre anni, perché succede come quando lasci una donna, e ci vogliono tre anni prima che ti si liberi la testa da lei.
È proprio lo stesso discorso: se decidi di farlo per cambiare vita e se poi lo fai è veramente un’altra vita. E al riguardo tu credi nel fato?
Beh, credo che ognuno di noi abbia, in parte, un destino. Non so se credo nel fato, credo che comunque la vita non sia tanto quello che ti succede, ma come lo affronti, perché indipendentemente da quello che ti accade, alla fine puoi essere felice, triste, incazzato, arrabbiato.
Credo che comunque, se ti succedono delle cose, forse c’è un senso.
Sì, questo lo capisci dopo, però quello che è successo a te, è successo perché doveva succedere, o pensi che sia stato casuale? In questo senso io credo nel fato, proprio nel senso di destino. “in quanto necessità suprema e ineluttabile o potere misterioso e incontrastato”.
Ma, allora, se vuoi, penso che forse ognuno di noi abbia un destino, e quello che mi è successo ha un senso, visto soprattutto a posteriori.
Ovviamente, per il mio successo, oggi te lo dico col sorriso sulle labbra, perché quella volta volevo ammazzarmi, perché allora mi ero detto: “…e se me ne fossi andato in vacanza…?”
Sai come succede: avevo 24 anni, non avevo mai fatto nulla di male, amavo, come amo, viaggiare, ed il mio premio di laurea sarebbe stato un viaggio, un giro in Florida, anzi, non volevo neanche in realtà andare in Florida, perché volevo andare in Sud America o a Kathmandu.
Così mi laureo velocemente, senza però aver mai studiato tanto, faccio una festa e poi dico: però! prima di andare in azienda magari mi piacerebbe fare un po’ di pratica legale.
E vado in tre studi di diritto legale, il più grosso a Padova si chiamava Pavia e Ansaldo.
Pavia e Ansaldo lo conosco bene, è in centro a Milano… C’erano più di 120 avvocati, e l’ho conosciuto quando avevo la società di consulenza a Milano…
Ecco, io vado da Pavia e Ansaldo, a Padova, e ricordo che stavano lavorando al caso Senna.
Era l’8 agosto, e il mio referente con cui faccio il colloquio mi chiede: “…quando cominci…? “
“…Guardi, io comincio a metà settembre, perché adesso ho il mio premio, il viaggio di laurea.”
e lui mi fa:”…dove vuoi andare…?”
Io voglio andare a Kathmandu, però se glielo dico questo pensa che io vada a farmi i cannoni, e gli faccio: “…non lo so…”
Allora lui mi fa: “…perchè non vai a Miami? Così ripassi l’inglese e lo spagnolo… “Mi ricordo che esco da questo colloquio molto contento, perché sono convinto di aver trovato chissà che posizione, quando in realtà, ero più interessante io per loro che loro per me, perchè io a casa avevo un’azienda importante per loro.
Mi sono sentito condizionato nella scelta che poi ho fatto, perché per me Miami non era una meta di svago, era troppo commerciale, e così mi ritrovo con questo doppio sentimento: se non lo faccio, e poi la vita va in un altro modo?
Quindi decido di andare a Miami, città che oggi, tra l’altro, amo; per me è una città super friendly, e con la carrozzina mi trovo benissimo, quindi ormai è quasi casa mia.
Ed esco con questo sentimento ambivalente, ed oggi mi dico che se fossi andato a Kathmandu magari mi tiravano una granata e morivo.
Parlami del tuo rapporto con il mare: quando nasce?
Nasce con una crociera, prima sul Garda, poi per una decina d’anni in Croazia con la famiglia.
Io e mio cugino avevamo preso un Grand Soleil con cui dovevamo fare delle regate, e prima di andare negli Stati Uniti avevo deciso di farmi una vacanza in Croazia con lui e tre amici, per poi partire.
Ero convinto che, entrando poi nel mondo del lavoro, non avrei avuto tempo, quindi sì, un interesse per le regate, però immaginavo che poi la mia vita sarebbe cambiata radicalmente.
Non ultimo avevo voglia di lavorare, non tanto per un fattore economico, ma quanto per dimostrare a me stesso di essere capace di fare quella cosa lì.
Quindi prima dell’incidente, la vela che cos’era per te?
Per me la barca è stata ed è tuttora una vacanza, soprattutto è un modo per spostarmi da una parte all’altra.
E dopo l’incidente, nel 2000, è stato il mare a chiamarti?
È stato… è stato che mi succede questo incidente: una pallottola mi ha colpito il fegato e il polmone, la seconda la colonna vertebrale, ma la colonna era l’ultimo dei problemi perchè il fegato era messo malissimo, ero gravissima e stavo morendo…e
mi risveglio dopo 35 giorni da un coma indotto…
L’incidente è avvenuto in una strada che è lunga 480 metri, si chiama Isola di Venezia, a Fort Lauderdale, dove sulla strada principale ci sono tutti i bar e i ristoranti: è la zona più bella.
Io avevo la macchina, una Mustang Cabrio da 60 dollari al giorno, lo stesso modello che avevamo affittato tutte le volte che ero stato negli Stati Uniti con i miei genitori.
Dentro questa strada privata ci sono barchette, casette, ed io parcheggio in fondo dove c’è la casa di un ragazzo con cui frequentavo la stessa scuola d’inglese e che dovevo passare a prendere
Vado a suonare, io avevo un’ora di ritardo, e questo ragazzo si era già spostato in un’altra casa, e in quel mentre cercano di rubarmi la macchina: e succede…

Stiamo parlando del mare, che cosa ti ha provocato la reazione per riemergere e arrivare a Spirito di Stella?
Dopo l’incidente mi dicono:
“devi fare 5 ore di palestra al giorno per imparare a spingere la carrozzina, anche magari con degli stimoli, puoi giocare a basket in carrozzina, piuttosto che…”, Scusate, non ho rotto le scatole a nessuno, non ho fatto nulla di male, mi hanno sparato, e la polizia poi mi ha detto…
“…tu sei stato sfigato, noi non li abbiamo mai presi ma la possibilità di fare un furto, di scappare da lì, è 1 su 10 mila, perché è una strada circondata dal mare, è completamente chiusa, con un ingresso che dà su un corso principale con una guardia privata che dovrebbe anche vigilare, che quel giorno si vede non era in auto, e l’identikit che facciamo noi è che sono stati dei pazzi, perché un professionista va dove ha tante possibilità di fuga…”
La mia prima reazione è stata “…io mi ammazzo! Perché devo fare una vita in carrozzina…?”
Dopo, il “mi ammazzo”, che mi veniva in mente da quando mi alzavo a quando andavo a letto, è diventato un po’ meno drastico: mio padre in quella situazione reagiva, nel senso di convincermi “… ma allora potresti fare questo, quello, quell’altro…” ma ancora io sistematicamente rifiutavo tutto.Mio papà è un imprenditore, un designer, viene dal mondo del mobile, e quindi lui mi ha stimolato, ed invece di pensare di fare una sedia, ha pensato di aiutarmi a ridisegnare la mia vita.
Mi diceva: ”…ma perché non torni in barca…” al che io ho detto: “…guarda, se devo tornare in barca, però devo muovermi sulle ruote, come prima mi muovevo sulle mie gambe…”
Da lì ho cominciato a cercare: volevo noleggiare una barca, e mio padre prima mi ha portato a vedere un monoscafo “intelligente”, perché sbandava poco, ed infatti l’associazione Archè, che si occupa di vela e disabilità, l’ha comprato e sta facendo ancora attività.Poi in Inghilterra c’era un Moody 34 che avevano reso accessibile con la carrozzina, con un taglio laterale, addirittura avevano messo un elevatore per andare sotto coperta; i soffitti erano 1,40m, ma avevano alzato i paglioli, quindi si era creato più spazio, per esempio potevi andare in bagno! Tanto vale provare!
Il 29 agosto 2000 mi hanno sparato, mi hanno portato in Italia 50 giorni dopo, esco dall’ospedale di Vicenza ai primi di febbraio 2001, e a giugno 2001… anzi a luglio, sono andato in Inghilterra a vedere questa barca.
Sono in Inghilterra e dico: “… bello tutto, però la barca comunque sbanda, quindi se sei seduto in carrozzina dentro…”
Ed è lì che mi dicono: “…dovresti farti un catamarano…”
Torno in Italia dove c’è il cantiere Mattia e Cecco, dell’Ing. Contreas, che da 50 anni fa catamarani, praticamente da sempre, e dico: “… vabbè andiamo a vedere questo catamarano…”Andiamo da lui, il progetto piace, al tempo lui costruiva un 56 piedi, quindi lungo 17 metri e 20, e largo 7 metri e 40, quindi più stretto di un catamarano francese, e lui dice: “… bene, teniamo gli scafi e rivediamo la coperta e gli interni…”
Rivedendo coperta e interni, la barca che faceva prima aveva 4 cabine doppie e 4 bagni, la nostra barca aveva 4 cabine doppie e 4 bagni, anzi avevamo messo un quinto bagno di servizio per chi veniva di giorno; la barca standard aveva una passerella larga così, la nostra era di 80 centimetri, lunga 3 metri e mezzo.18 mesi di costruzione: ne avrò passati 4 o 5 in cantiere andando e venendo, tornando, perché è una progettazione che fai di massima che però devi continuare a verificare… è come una maglietta, se tu la tiri nel senso longitudinale si accorcia, cioè si stringe, se vuoi allargarla si accorcia.
È nata così l’idea di concentrarti partendo dalla barca come strumento di riabilitazione?
È stato allora che mi sono chiesto: “…perché io non riesco a muovermi in una città? perché ho così difficoltà…?”
E mi sono detto: ”… io voglio raccontare quello che ho incontrato partendo proprio da un mondo di progettazione…”
Mio zio Franco è architetto, insegnava architettura, ha fatto l’Humboldt Forum a Berlino, che è l’opera più importante dal punto di vista culturale dal dopoguerra a oggi, insomma vengo da quel mondo e gli dico: ”… ma cos’è che è cambiato nel nostro modo di progettare…?”Ci siamo posti all’inizio delle domande su quali sono le esigenze in questo caso mie, di Francesco che aveva una distrofia muscolare, di Antonio che aveva una tetraplegia, e abbiamo scoperto che si possono fare delle cose anche molto belle ma anche molto accessibili a tutti.
Questa è una filosofia progettuale che si chiama Design for All o Universal Design: le invenzioni non nascono mai in una situazione di stasi, nascono sempre quando c’è una problematica; ad esempio il telecomando della televisione è nato per una persona disabile perché l’inventore si era stufato di vedere il suo amico che dal divano si spostava in carrozzina e dalla carrozzina andava a premere il pulsante; gli SMS sono nati per le persone, per i militari prima e poi per le persone sorde: oggi noi mandiamo più Whatsapp che SMS, più messaggi di testo che telefonate.
Il Bancomat, me l’ha raccontato Juan Carlos quando è venuto a bordo dell’imbarcazione nel 2005, è nato da un concorso di idee per il pagamento elettronico dei non vedenti perché sua sorella era cieca dalla nascita.
Ma se tu chiedi a un cieco se sa di questa cosa, non la sa.
Se tu guardi un Bancomat per pagare ha dei tasti tattili, ha un cavetto lungo oggi sostituito dal Bluetooth e nasce in modo che si scrive il prezzo, si mette il codice criptografico bancario e si fa la transazione.
Il cambio in telematico nasce per persone con disabilità, quindi le invenzioni nascono da dei bisogni ed è allora che ho detto: “… io voglio raccontare questa cosa …”
E la tua invenzione del KLICK, come è nata?
È nata insieme ad Enrico Boaretto, un amico che ho conosciuto cammin facendo. Anche lui ha una disabilità fin dalla nascita e una grande passione per la vela. Insieme abbiamo fondato “Sailing in campus”, dei corsi di vela di quattro giorni, teorici e pratici, con delle barche di piccole dimensioni, lunghe circa tre metri che si chiamano Hansa. Da questa esperienza ci siamo poi detti: perchè non creare qualcosa che ci dia la stessa indipendenza che abbiamo in mare anche sulla terraferma? E da li è nato il Klick ed il marchio KLAXON: una ruota elettrica che trasforma la sedia a rotelle manuale in una sorta di scooter.
La paura l’hai provata? Allora e oggi?
Quando mi hanno sparato, poi mi hanno portato in ospedale: ero vigile, però mi ricordo e vedo la situazione… a un metro qualcuno mi urla qualcosa e mi spara. Poi sono arrivati i soccorsi, mi hanno chiesto chi è stato, chi è stato.
Io dicevo… “quattro con la maschera, quattro con la maschera”.
Finché mi hanno portato anche il chirurgo, e anche lui mi chiedeva chi è stato, chi è stato.
E io dicevo “…quattro con la maschera, quattro con la maschera…” Poi mi hanno sedato e mi sono dimenticato.
Però io mi ricordavo che ad un certo punto gli ho detto qualcosa, e lui ha detto a mia madre: “… ah è simpatico suo figlio, perché a un certo punto gli ho chiesto chi è stato, e lui mi ha detto John Wayne…”.
Comunque nella sfiga chi mi ha operato era un professionista bravissimo, aveva 42 anni, sette figli, tre ex mogli, e adesso ha nove figli: era speciale, con una vita privata complessa, ma specializzato nei traumi, ed oggi è uno dei massimi capi al mondo per i traumi.
Quali credi siano le prerogative del mare?
Eh, le prerogative del mare sono quelle di riportarti a contatto con la natura, ma soprattutto di riportarti un po’ alle origini.
L’essere in barca ha la prerogativa che tu puoi vedere delle cose bellissime tutti i giorni, come l’alba e il tramonto, ma nella vita di tutti i giorni ti dimentichi di guardare un’alba o un tramonto.
Invece se sei in barca generalmente sei molto più focalizzato su quello che ti succede, quindi se sai apprezzare questo aspetto il mare ti dà tantissimo contatto con le piccole cose che diventano importanti ogni giorno, e dopo una traversata atlantica hai solo voglia di mangiare un gelato.
Da quello che ho letto di te la tua caratteristica è il dinamismo, non solo fisico ma anche mentale, eppure con la laurea della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Trento credo che la prospettiva fosse più sedentaria, uno studio o un tribunale.
Intanto non è risaputo che ci sia un prima o un dopo, ma semplicemente che nella mia vita c’è stato un episodio molto caratterizzante, e quindi ho fatto delle cose molto più aderenti alla mia più vera natura.
Quando mi chiedono”…. lo sai che in carrozzina potresti fare l’avvocato…?” io dico”… sì grazie lo so…”, ma faccio una battuta e dico “…beh mi sono fatto sparare apposta per non fare l’avvocato…!”,
Quindi la mia vita oggi è molto piena, sarebbe così piena se non avessi avuto l’incidente? Può darsi di sì, può darsi di no, non lo so.
Come ricordi la tua giovinezza? Eri spericolato, un bravo ragazzo, il primo della classe?
Ho avuto una buona infanzia, a scuola ero abbastanza bravetto, non facevo un grosso sforzo, non ero quello che passava i pomeriggi sui libri, cioè ero un ragazzo che apparentemente stava bene, sentivo che quella vita sembrava funzionare bene, amavo lo sport.
E il ruolo della famiglia prima e dopo l’incidente?
Il ruolo della famiglia è ovviamente molto importante e soprattutto il mio cambiamento ha portato dei cambiamenti: mio padre forse prima lo vedevo distante, dopo l’ho visto troppo presente, quindi cambiano i rapporti.
Prima se gli facevo delle richieste, mi sembrava lontano, dopo l’incidente magari è diventato troppo invadente, ma poi si ricrea un equilibrio.
L’incidente ti aiuta, perché se implica delle evidenti cose negative ha anche molte cose positive, tra cui riequilibrare o rafforzare certi legami.
Parlando dei rapporti fra padre e figlio, hai scritto:”…Quante cose non gli ho mai detto, quante volte avrei voluto parlargli ma lui sembrava sempre preso da altre cose…”. Cosa diresti ad un figlio che prova queste tue stesse sensazioni per superare l’impasse?
Il mestiere di un genitore è molto difficile, e a volte noi stessi, figli, abbiamo difficoltà nel condividere i sentimenti. I genitori sono le persone più importanti della nostra vita, però un” … ti voglio bene, grazie di quello che hai fatto…” forse non glielo abbiamo mai detto.
Ho visto il catamarano Spirito di Stella a San Giorgio di Nogaro vicino a Penelope, la barca di Eugenio Favero, oggi la rifaresti uguale? È perfettibile?
Oggi la rifarei uguale, perché credo che abbiamo introdotto delle soluzioni, forse anche qualcosa in eccesso che poi abbiamo magari tolto, quindi sì, la rifarei uguale.
Perché hai voluto tornare a Miami? Mi racconti l’emozione di passare prima davanti a Gibilterra, poi entrare in Atlantico e alla fine arrivare a Miami?
Sono motivi diversi: sono voluto tornare a Miami nel 2004 perché sentivo il bisogno di chiudere un cerchio con il mio destino, quindi tornare dove la mia vita era cambiata, invece volevo fare una traversata atlantica, perché è il sogno di tanti velisti, e anche per dire che oggi, purtroppo, con una sedia a rotelle è più facile attraversare l’oceano in barca che una città italiana.
Qualcuno potrebbe dirmi che sono rimbecillito perchè mi hanno sparato senza una colpa, ma il senso di libertà che provo nello scegliere un ristorante dove mangio bene e pago giusto, e sapere di poter andare dove mi pare perché so che non troverò delle barriere architettoniche supera il fatto che mi abbiano sparato.
L’emozione di entrare in Atlantico è forte anche perché a Gibilterra ci sono tante navi, e quando esci dalle mitiche colonne d’Ercole ti trovi direttamente immerso in oceano.
Invece mi ricordo l’emozione che ho provato quando stavo arrivando a Miami: era l’alba e ho detto grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato, ma un pochino grazie anche a me stesso.
Nel 2004 compi la prima traversata oceanica, nel 2010 la seconda e la terza nel 2017, ormai in Atlantico sei di casa. Poi sei stato anche negli altri tre oceani, come li hai percepiti? Dove sta la loro diversità?
Nel giro del mondo sono stato in Pacifico, abbiamo fatto la traversata del canale di Panama e poi dalle Fiji alle Vanuatu, e in questo grande viaggio nelle varie tappe si alternavano tanti altri ragazzi.
Io non mi sento un fenomeno per andare in barca, assolutamente. Io uso la barca per dare l’opportunità ad altre persone di fare delle esperienze.
Per esempio, l’Italia ha un gruppo sportivo paralimpico della Difesa: sono militari che sono diventati disabili in servizio, ed otto di questi ragazzi hanno fatto parte del viaggio del giro del mondo, e stanno continuando a fare vela con le barche paraolimpiche della classe Hansa 303.
L’emozione invece del Ponte di Verrazzano è stata anni dopo, era l’anno sabbatico, ero con Maria, eravamo con una ragazza francese, una skipper che avevamo conosciuto in Martinica e siamo entrati a vela, anzi poco prima eravamo a motore ma poi avevamo tirato su le vele per un arrivo memorabile: era il tramonto, sembrava di essere emigranti italiani.
Devo dirti che l’arrivo a Miami è ovviamente stato fortissima per me, però passare sotto Verrazzano, con Maria… È stato il momento più bello in assoluto, uno dei tre più belli della vita.
La convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, come hai avuto l’idea per questo progetto? Chi ti ha aiutato? Anche perché non deve essere facile arrivare all’ONU.

No, è molto difficile.
L’idea nasce dal fatto che un amico, che purtroppo non c’è più, nel 2012 ha avuto un tumore e rimane su una sedia a rotelle. Lui aveva una casa a Madonna di Campiglio e non poteva più tornarci perché gli ultimi 200 metri non erano asfaltati.Ha chiesto al comune di asfaltare questa strada a spese sue e il comune gli ha detto di no. È andato in causa e il giudice gli ha detto: «guarda, non solo tu puoi ma è il comune che deve e questo in virtù della convenzione ONU».
Quindi mi sono detto che se i primi che non la conoscono sono le persone con disabilità, e in quel caso c’era una persona colta e con disponibilità economica, è importante che questa convenzione sia conosciuta.Allora mi sono detto che sarebbe stato bello ritirare La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità dal segretario generale dell’ONU e portarla al Papa Francesco, affinché intervenisse presso la CEI per dare il suo parere favorevole alla ratifica da parte della chiesa. Poi comunque anche l’Italia l’ha ratificata con altri 190 paesi nel 2009.
Ho avuto l’idea tornando dalla Spezia, trasportando la mia barchetta, uno Scud, che fa parte sempre di queste Hansa da 5,80 metri, ed ho chiamato Corrado Sulsente per condividere con lui il pensiero di portare questa convenzione in Italia.
È un amico, è una persona che da tanti anni mi aiuta con lo Spirito di Stella; è un formatore aziendale.
Io amo sciare, anzi, mentre nella vela mi piace la lunga distanza, nello sci mi piace anche fare sempre la stessa pista, mi piace proprio il gesto di sciare.Abbiamo creato assieme una scuola di sci in Folgaria che si chiama Scie di Passione, che ha attrezzature e maestri specializzati per assistere le persone con disabilità, e ci sono 12 baite che hanno un rifugio accessibile: noi non abbiamo fatto altro che donare una carrozzina con la quale poter entrare in una baita.
Adesso per la Fondazione Milano Cortina per le Paralimpiadi, abbiamo fatto un’analisi di 140 siti e abbiamo donato 140 carrozzine grazie a uno sponsor.

Ma chi si è preso poi il testimone per portare avanti il tuo progetto della testimonianza nelle varie scuole? Ha un seguito?
Io adesso ho poco tempo, faccio pochi interventi, però quando posso vado in qualche scuola, dove ritengo che la cultura si formi.
Ma devo dire che oggi molte scuole fanno percorsi sulla disabilità. Quindi io se vado in una scuola, vado solo se stanno facendo un percorso che fra l’altro è previsto in alcune parti della convenzione
Inoltre ci sono dei libri che ne parlano raccontando delle storie, come il mio, fra i quali quello scritto da Candido Cannavò “E li chiamano Disabili”.
Ti piace ascoltare musica? È stata una medicina per te?
Beh sicuramente qualche canzone mi ha aiutato, mi piace ascoltare anche musica italiana.
Parlami dell’esperienza con il simulatore con l’ospedale di Motta di Livenza nel 2022.
Come ti dicevo ci sono queste piccole barche che si chiamano Hansa. Io ho portato la terza nel 2011 in Italia, poi ho creato la classe Hansa e avevamo organizzato dei corsi di quattro giorni in un campus, dove facevamo fare teoria e pratica: ci chiamavano dalla Lega navale di Trieste oppure di Desenzano.
Oggi ci sono 150 barche, e si può fare vela adattata in tutta Italia: io non me ne occupo più, ma faccio comunque parte del movimento.
Queste barche permettono anche a una persona con una tetraplegia alta, che non muove le mani, addirittura di comandare le barche con un sistema a soffio; se ha un respiratore tracheale, può alloggiarlo dietro.
Quindi vedi una persona che non riesce a fare un gesto con la mano, ma riesce a guidare una barca da solo.
La FIV ha i simulatori vela degli Optimist, ventilatori di due metri, e d’inverno quando fuori è troppo brutto li mettono in un capannone in modo che i ragazzini possano allenarsi.
Io ne ho parlato con tanti primari di ospedale e sono riuscito nel 2022 a portare il progetto a Motta di Livenza, grazie all’amministratore delegato Orianna Romanello.
Abbiamo messo questo simulatore dentro una chiesetta sconsacrata dell’ospedale, che aveva un’altezza sufficiente, di sei metri, e quattro ragazzi con una tetraplegia grave sono stati ricoverati due mesi e prima col fisioterapista trovavano il loro settaggio giusto, poi tre volte a settimana veniva un’istruttrice velica della Lega Navale di Trieste, e dopo due mesi sono andati in mare.
Mi ha colpito questa iniziativa. La scuola e l’invenzione, ne abbiamo parlato prima: in Italia abbondano gli inventori, il POS, il telecomando, l’SMS, ma è ancora vero? Hai risconti dall’università?
Io penso di sì, nel senso che comunque io giro il mondo per passione e per lavoro, e francamente da soli siamo forti. Ho fatto tanti seminari, ho fatto anche quattro concorsi di idee, prima con Gae Aulenti, poi con Autogrill. Per esempio ho collaborato alla fruibilità del grill a Villoresi d’Este, il grill più grande d’Italia, perché io sono convinto che quando il business recepisce e veicola un messaggio positivo, è generatore di cambiamento.
Chi si interessava di ambiente trent’anni fa? Poche persone, vero? Oggi un’azienda non può non interessarsi di sostenibilità: è fuori dal mercato, ma lo fa perché ci crede veramente?
Non lo so, non mi interessa saperlo, però lo fa, e lo fa molto di più di una volta.
Questo è cominciato con la cogenza, perché io ricordo che agli albori l’elemento che ha cominciato a far parlare di qualità è stata proprio la cogenza che ha obbligato le aziende a mettere in regola gli impianti elettrici: e quando diventa obbligatorio, sei costretto a prenderne atto.
Vero, ma è molto difficile farlo entrare nella cultura della gente. Però oggi se tu vai a chiedere nel mercato immobiliare la gente vuole la casa in classe A, e magari la normativa dice che basta in classe B.
Siamo arrivati a capire che una casa viene pensata senza scalini: perché mettere uno scalino tra la cucina e il salotto come negli anni ‘70?
Sai qual è la casa dove mi muovo meglio? una barca… ma perché le barche hanno ancora le passerelle che sono larghe 40 cm?Quando io ho pensato di raccontare questo particolare, non ho pensato tanto al mondo della disabilità, ho pensato al mondo che compra per esempio un catamarano di 56’ o ai grossi motoscafi, dovei trovi tanti ingombri all’interno, e mi sono chiesto:
“Ma chi compra quel tipo di imbarcazione?” Spesso sono persone che hanno una certa età, quindi in una barca che ha quattro piani, ci starebbe benissimo un ascensore dentro.
Invece il mio catamarano ha un taglio laterale che puoi aprire e chiudere, perché quando siamo ormeggiati all’inglese mettiamo una pedana per le carrozzine, il che significa che tu fai uno scalino di 35-40 cm invece che di un metro e venti.
È solo un esempio di quanto sia possibile e importante portare la comodità nella barca e nel vivere di tutti i giorni.
Per te qual è il più grosso ostacolo oggi?
Sicuramente la barriera culturale: fa più fatica a cadere di quella fisica. Diciamo che io sono strutturato, vivo bene, ho tante possibilità, ma a me disturba la barriera fisica.
Mi disturba ancora di più la mancanza di informazione, per cui alle Olimpiadi a Cortina era tutto strutturato, c’era tutto, ma dove recepire l’informazione non era così scontato.
Se vado in un ristorante non so mai se c’è un bagno accessibile o no: io lo chiedo sempre, perché mi disturba sempre la barriera fisica. Poi io la supero, vado in tanti posti che non sono accessibili, però lo faccio presente, sarebbe tutto molto più semplice se…
Qual è l’atteggiamento sul quale lavorare per aiutare i meno abili?
Rimuovere gli ostacoli, se tu permetti alle persone di muoversi non credo che ci sia differenza fra aiutare i meno abili o i più abili o tutti quanti.
Mi ricordo in Inghilterra 9 mesi dopo l’incidente: ero andato a vedere una barca, ero al supermercato e ho visto 4 ragazze giovani con la carrozzina e 12 signore anziane con lo scooter a 4 ruote che si muovevano.
Nessuno faceva caso a queste persone, perché loro sono abituate ad essere visibili, e le altre persone sono abituate a vederle.
Il poter rendersi visibile diventa normalità: se domani un uomo è in giro con i capelli rosa è ovvio che lo guardi strano, ma se tutti hanno i capelli rosa è strano quello che li ha neri.
Secondo me è un problema di educazione, non c’è più osservanza dei principi, delle regole, e quindi è necessario sensibilizzare il mondo attorno a noi alla presenza di chi ha bisogno e far sì che sia naturale aiutarli.
Assolutamente, ma questo vale sia per aiutare i meno abili, sia per vivere in un mondo un po’ più logico, nel senso che oggi i ragazzini che apparentemente non hanno nessun tipo di problematica invece sono iperfragili, perché comunque sono bombardati di “cose”, perché hanno dei modelli di riferimento che sono folli.
È un problema di educazione, quindi se noi eleviamo l’educazione, torniamo a un sistema valoriale dove ad esempio la fatica è un valore, perché oggi mi dicono che nessuno vuole più lavorare al sabato o alla domenica, nessuno vuole più fare fatica.
Guarda che esempi abbiamo: c’è quel ragazzino, il più grande tiktoker al mondo, è un italiano di colore che nel 2021 era disoccupato, si è messo su TikTok a fare dei video muti, ed è diventato il più grande tiktoker al mondo, fantastico!
Ha venduto la sua azienda, che è basata su sé stesso, per 920 milioni di euro, : un’azienda che non ha un’immobile, non ha niente, ha la sua persona dentro, e non so neanche cosa possa produrre. Allora se tu sei un giovane perché devi fare come tuo padre che magari ha fatto l’operaio in fabbrica per 30 anni, quando magari potresti fare come quel ragazzino.Quindi oggi noi abbiamo dei modelli pazzeschi, abbiamo un mondo molto competitivo, abbiamo un mondo del lavoro che non ti permette più una pausa però abbiamo il telefonino sempre acceso.
Che cosa ti guida nel non fermarti mai?
Alla fine sono una persona comunque curiosa, che ama stare insieme alle altre persone e soprattutto che si fa affascinare da tanti progetti, che poi alla fine decide di portarli avanti, tutti.
Domanda difficile, che forse ti hanno già fatto, come hai fatto a raggiungere la Marina Militare? Attraverso i prodotti che hai inventato?
No! nel 2008 abbiamo avuto a bordo il Ministro della Difesa con il suo allora aiutante di bandiera, che è oggi l’ammiraglio Carmelo Bonfiglio, che è un mio grande amico, che ci scrisse di non aver mai visto una cosa così bella e ci ha chiesto come poteva aiutarci, e cosa potevamo fare insieme,
Quindi abbiamo cominciato a portare fuori i figli disabili di tutti i dipendenti delle forze armate, che fanno parte di un’associazione che si chiama ANAFIM, poi nel 2011 è nato il gruppo sportivo paralimpico della Difesa, che mi affascina molto, perché le storie di questi ragazzi sono molto avvincenti.
Poi con il ministro Crosetto è nata l’idea di fare il giro del mondo, partendo assieme al Vespucci ed arrivando con il Vespucci, facendo rotte diverse ma incontrandoci: loro hanno fatto Capo Horn, noi abbiamo fatto Panama, per poi incontrarci a Darwin in Australia.
Poi abbiamo navigato insieme, dall’Oman a Jeddah, abbiamo avuto una scorta di una nave militare, e a bordo quindi avevamo militari, civili, disabili, abili.
In fondo la barca per me cos’è? La barca è una metafora, sempre: puoi fare una barca, puoi fare una città, la barca è la nostra società; se tu metti 8 persone molto differenti insieme, mosse però da un obiettivo comune, rispettose delle stesse regole, la cosa funziona, e puoi fare 10 giorni, 20 giorni in un oceano, in una dinette, in uno spazio di 12-15 metri quadri, lavorando, sotto un cielo sereno che può diventare tempestoso, con le tue paure che possono emergere.
Io ho visto a terra persone normali, persone apparentemente super stabili, non disabili, andare in mare e poi andare fuori di testa, irriconoscibili ed ingestibili.
Se questo è vero allora la nostra società, la nostra barca, non funziona perché siamo tutti uguali, la nostra società funziona perché rispettiamo le regole ed abbiamo gli stessi obiettivi.
Il viaggio che abbiamo fatto nel 2017 è stato un po’ anticipatore di questo, testimoniare che possiamo vivere un giro del mondo assieme pur se siamo persone con disabilità, e lo abbiamo fatto con le nostre forze, gratuitamente.
E possiamo farlo perché il mio lavoro principale è, poi, andare a trovare sponsor e risorse.
A questo riguardo hai parlato di armonia: “…userei questa parola per descrivere il mio stato d’animo e quello di un gruppo che sta attraversando l’oceano, conosci delle cose, ma nello tempo stesso rilassati e capaci di vivere il momento.”
Perché l’armonia che nasce in barca non è la stessa che nasce a terra?
Mi riferisco all’armonia con la natura, perché in barca, in una traversata atlantica, riesci ad essere più focalizzato su tutto quello che ti sta intorno: sul mare, sugli “abitanti” che abitano il mare, ed il piacere di viverlo e condividerlo con il gruppo, in un contesto completamente diverso da terra, esalta questo piacere.
E la tua filosofia di vita?
La ricerca della felicità, fare delle cose belle: per esempio una cosa che ho imparato molto con l’incidente è il senso del volontariato.
Per me volontariato era una parola che stava su un vocabolario, ed ho scoperto che invece è qualcosa che ti dà gioia, quindi il senso della vita è fare dei progetti che abbiano un valore.
Generalmente succede quando fai una cosa che non vale solo per te ma vale anche per altri, e questo di solito genera felicità: quindi ricercare persone che hanno un animo positivo e stare un po’ lontano sia da chi genera negatività sia dal generarla.
5 luglio 2017, Wedding of Wales, Maria Foscarini, se non sono indiscreto come l’hai conosciuta?
L’ho conosciuta perché abitava davanti a casa mia, in quella casa con la terrazza.
Lei è di Thiene, però non ci eravamo mai conosciuti, un po’ perché ha vissuto anche fuori dall’Italia; ci siamo conosciuti una sera nel 2006 e ci siamo messi insieme un mese dopo la Barcolana di Trieste, e siamo ancora insieme.
Poi nel 2017 proprio durante questo viaggio bellissimo che abbiamo fatto da New York alle Azzorre, è diventato WOW, Wedding of Wales, e quindi ci siamo sposati.

Condivide la passione per il mare e la barca?
La condivide, e soprattutto condivide la passione per la barca, perché se ne è sempre presa gran cura.
Io ho intervistato già anche Andrea Pendibene, che tra l’altro hai avuto a bordo anche tu: pensavi che queste persone fossero così interessate e interessanti da condividere questi progetti?
Sono molto amico di Pelaschier, conosco Giovanni Soldini, ma Andrea no; comunque pensavo che fossero persone un po’ lontane da questo mondo, invece in realtà il mare li unisce molto.
Chi ama il mare generalmente lo ama in tutte le sue forme, e Giovanni Soldini mi raccontava come aveva fatto l’esperienza con l’associazione “matti per la vela”, persone che hanno non soltanto handicap psichici, ma anche fisici, che magari nella nostra società sono messe un po’ ai margini, ma se invece dai loro un ruolo, una responsabilità, questi vengono recuperati ed integrati.
Hai un mito fra i navigatori?
Ho tanti miti, ho avuto la fortuna di conoscere anche tante persone con Luna Rossa, ma senza togliere nulla a nessuno per me Mauro (Pelaschier) è un grandissimo amico, una persona estremamente semplice, che ha tanti valori, che mi ha insegnato a essere marinaio.
La prima volta che ho fatto con lui la traversata dell’Atlantico me lo immaginavo un po’ come il professore, invece è uno che per 15 ore si prepara la barca, cuce la vela se si rompe, e mi ha insegnato cosa vuol dire essere marinaio… e poi abbiamo in comune la passione del gin tonic.
È una persona straordinaria che mi ha insegnato molto, con cui condividiamo molte cose soprattutto è una persona di grandi valori.
Parlando di Mauro hai scritto: “Caro Mauro, devo essere sincero con te: durante la nostra traversata verso l’America io (Omar) e Andrea ti abbiamo odiato, ci hai fatto lavorare come matti…” veramente? A volte l’amicizia nasce proprio dal vivere esperienze formative che nel caso del mare sono scuola di vita …per diventare marinai
Mauro ha preso questo viaggio he volevamo fare con molta serietà, per lui ogni regata è importante, ed il fatto che ci fossimo io ed Omar era, se vogliamo, ancor più importante per il messaggio che volevamo lasciare, ma per lui era fondamentale che noi avessimo gli stessi ruoli delle altre persone.
Non ci sono stati sconti, tutto funziona quando ci sono valori condivisi, e lui non è venuto tanto per fare una traversata ma ha dato il massimo perchè anche io ed Omar potessimo esprimerci al il massimo per dare il nostro contributo per vincere la regata.
Invece parlando di te Mauro ha scritto: «…per me navigare voleva dire competere, per Andrea navigare voleva dire prendersi la vita…». È proprio così?
Sicuramente sì: Spirito di Stella è stato l’oggetto che mi ha permesso di tornare in mare, ma poi da semplice oggetto è divetto qualcosa di vivo, perchè è l’esempio che progettando con attenzione e ascoltando i bisogni delle varie persone si possono creare ambienti migliori, e questi ambienti ti permettono di fare delle cose straordinarie. Tutto quello che oggi è Spirito di Stella parte da una barca ma diventa un’associazione, e credo che il senso del mio incidente sia lo Spirito di Stella. Certamente la vela mi ha permesso di esprimermi in un modo diverso da quello che può essere per un velista olimpico, ma mi ha permesso invece di abbracciare questa dimensione sociale e di poterla esprimere attraverso l’amore dell’andar per mare e dell’andare a vela.
La scrittura dei due libri: passione o piacere?
Allora entrambi i libri hanno una storia strana ma soprattutto il primo dovevo scriverlo con un ghost writer o a quattro mani: avevo conosciuto questo scrittore, poi era passato un anno ma non avevo fatto niente, ed ero in osteria con Giovanni Soldini a Sarzana, dove viveva lui e gli dico che dovrei fare questo libro ma devo trovarmi con questo scrittore …
«…Ma scusami, ti fai scrivere un libro della tua storia da uno…?»
“…Giovanni, mica so scrivere io… e pensare che mia nonna insegnava lettere…!”
Lui dice «… anche io non so, non sono scrittore però “Nel blu” me lo son scritto io, è la cosa che mi dà più soddisfazione. Vedrai che ti darà molta soddisfazione, magari ti mandano una mail persone che hanno letto il tuo libro…»Oggi scrivere un libro è una cosa che consiglio a tutti, perché secondo me è un momento molto importante: intanto ti vengono in mente tante cose che non ti ricordavi e ti rendi conto che ne hai fatte molte di più di quello che pensavi.
Puoi fare anche un bilancio, quindi ti permette anche a un certo punto di correggere la tua vita e indirizzarla in un’altra direzione.
Quindi scrivere è una operazione autobiografica, è qualcosa che fai per te stesso, non tanto per vendere i libri, anche perché poi venderli è difficile, ma secondo me è importante l’atto dello scrivere.
Un navigatore che racconta in un libro la propria storia può diventare uno stimolo per chi ha paura di fare qualcosa o non ha coraggio di partire. Per questo Penati vuole che rimanga traccia di quei navigatori, magari poco conosciuti, ma che hanno contribuito a fare la storia della navigazione negli ultimi 50 anni.
Quando mi dicono: ma… il coraggio… io dico che prima dell’incidente non mi ero mai spaccato neanche una unghia; vedevo uno in carrozzina e dicevo… poverino!
Ho scoperto poi che tutti noi abbiamo una dose di coraggio dentro, chi più chi meno, però io credo che scrivere un libro autobiografico sia importante non solo per chi rimarrà ma innanzitutto per te che l’hai scritto, perché ti rendi conto di quello che hai fatto nella tua vita che è di solito migliore di quello che pensi di aver fatto.
Sei la terza persona recentemente che me lo dice… ma tornando a te: qual è il ricordo più bello che hai?
Eh, ne ho tanti belli… il matrimonio a bordo con Maria nell’oceano, le sensazioni che ho provato dopo la messa gospel ad Halem: WOW mi ha dato momenti di grande bellezza ma anche di grande paura e smarrimento, un viaggio tra gli elementi, ma anche un viaggio dell’anima, dove è facile smarrire la propria direzione…
Nella vita come in un film sono i dettagli e la determinazione a fare la differenza nel perseguire l’obiettivo: nel tuo caso la determinazione sta bei fatti, ma i dettagli?
I dettagli sono nella costruzione del catamarano, nel cercare di dare una risposta alle esigenze della maggior parte delle persone.
Il dettaglio è quello che fai quando sei spinto dal dover ricercare l’eccellenza, significa il massimo della cura e dell’attenzione rispetto a qualcosa che stai costruendo, o rispetto alle persone con cui lavori.
I dettagli sono quelli che oggi fanno la differenza.
Vorrei chiudere il nostro incontro collegandomi alla prima domanda, quando mi hai detto: “… sono in quella fase della vita in cui, da una parte mi dico: …va bene… dall’altra …ho voglia di smettere di lavorare…” un po’ come hai fatto tu, no…?” A me piace dire che l’ho fatto per andare a vedere cosa c’è dietro l’angolo, ma tu di angoli ne hai girati già tanti, e allora ti chiedo: c’è un sogno?
Il sogno c’è sempre, quest’anno mi piacerebbe molto riuscire a realizzare un film documentario che racconti il mio giro del mondo.
In generale credo che, però, senza aspirazioni non si vada da nessuna parte, quindi è sempre importante, a qualsiasi età e in qualsiasi condizione, lasciarsi affascinare dal sogno, perché se non sei in grado di fantasticare su una “cosa” sicuramente non la realizzerai mai, anche se non basta desiderarla per realizzarla.
Quando ti capita un incidente come quello che ho avuto io, all’inizio perdi la capacità di sognare: quando sei su una sedia a rotelle perdi la dimensione del sogno.
Ritornare a sognare quindi è fondamentale, farlo in qualsiasi dimensione e a qualsiasi età della vita, perché ogni impresa nasce da un sogno.


