Il marittimo

Sono passati anni 55 da quella sera, e spesso mi ritornano in mente le confidenze fattemi dal primo ufficiale; ero imbarcato da quasi 9 mesi sulla nave da crociera Anna C, ancora un viaggio in Sud America e poi sarei sbarcato per avvicendamento.
Avevo un buon affiatamento con lui, anche perché in navigazione, fra cielo e mare, fra l’oceano e l’infinito, perdendo aderenza con il mondo terreno, hai bisogno di confidare le tue pene, e quale momento migliore delle guardie in coperta, di notte, quando senti il bisogno di raccontare, di sfogarti e magari dare consigli.
Lui era ammalato, aveva la malattia del ferro, ben conosciuta solo da chi naviga, e non si rassegnava ad accettare lo strano equilibrio che si era creato con la moglie.
La vedeva a Genova, quando arrivavamo, e per tutta la permanenza in porto non lo si vedeva quasi mai a bordo. Io lo sostituivo nella sua guardia, e lui ricambiava in Sud America, dove io giovane ufficiale avevo di che svagarmi.
Dopo la partenza, per una settimana non lo si poteva avvicinare, era taciturno e serio, portava dentro un malessere mal celato, finchè dopo l’equatore iniziava la resurrezione, e ci raccontava …ci raccontava……
Una notte l‘ho visto con gli occhi lucidi parlarmi della figlia che quasi non conosceva, della sua impossibilità e incapacità di recuperare in pochi giorni i mesi di assenza da casa, e delle fratture che si creavano con la moglie senza possibilità di chiuderle: rimanevano sempre aperte, solo che non facevano più male, perché ci aveva fatto il callo.
Avrebbe voluto smettere, ma la malattia del ferro aveva preso il sopravvento; avrebbe voluto il sostegno dalla famiglia, ma la figlia non lo conosceva quasi; la moglie lo ricordava per come era da giovane studente, quando si conobbero: lui al nautico lei studentessa, e poi tante settimane di attesa per trascorrerne una con lui.
E poi…tante lettere, lui aspettava con impazienza l’arrivo a Rio o a Buenos Aires per ricevere la corrispondenza (che viaggiava in aereo), e quella sera me ne fece leggere due che ricordo perché mi sono trascritto alcuni passaggi:
Rosanna, ti penso sempre, vorrei dirti che mi manchi ma so che potresti dirmi…e allora perchè non stai a casa?
Antonio, …amore, ti capisco, quando penso a come viviamo e a come siamo, quasi, quasi mi stordisco alla ricerca di un senso.
Ci siamo costruiti, magari senza saperlo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, parola dopo parola, gesto dopo gesto, silenzio dopo silenzio la nostra vita.
Ma che vita? Pensando a me, mi ritorna una vita trascorsa di tue assenze, pensando a te mi ritorna la tua indispensabile necessità di andare, e così alla fine ritrovo, semplicemente, la nostra “pelle”.
Anche tu mi manchi, ma sapendo quanto è difficile stare insieme, sono sempre più confusa.
Un bacio amore mio.
Alla fine, prima di lasciare il ponte per andare a dormire mi disse: Sign. Fabris, se non vuole ritrovarsi a non sapere più quale e dove sia la vera vita, smetta di navigare, ma lo faccia prima che sia troppo tardi…
Ho smesso di navigare a novembre di quell’anno, perché da imbarcato non ero mai Mario ma sempre e solo il Sign. Secondo…e non lo accettavo: avrei voluto essere l’uno e l’altro, e non era possibile.
Mi è rimasto però il profumo di quella vita, l’odore della malattia del ferro, che un po’ mi ha lasciato un segno, tant’è che dopo 30 anni ho ritrovato la via del mare.
