martedì, Febbraio 24, 2026

Ora riabilitate l’Andrea

di Stefano Nazzi

Nel 1056 ero ancora un ragazzino, non abitavo in un paese di mare, e non sapevo che avrei intrapreso la scuola nautica a Venezia, pe cui la notizia dell’affondamento dell’Andrea Doria passò quasi inosservata…non così quando all’istituto Nautico Sebastiano Vener a Venezia iniziarono le lezioni di Arte Navale e Navigazione, ed affrontammo il caso di questo transatlantico.

Rimasi colpito, come d’altronde tutti i compagni di classe, e quando recentemente ho pubblicato un articolo sulle linee dei grandi transatlantici italiani di cui non si parla più, ho pensato subito anche all’Andrea Doria, al suo comandante Calamai, al comportamento degli  ufficiali, e all’oblio in cui è stata abbandonato il caso: per questo ho fatto alcune ricerche, e per non dimenticare  (come nel caso della giornata del ricordo…le foibe…) ho preparato tre diversi articoli scritti da angolazioni diverse che raccontano la storia dell’accaduto, e pubblicherò in tre puntate.

Quando poi vedo le linee delle grandi navi da crociera che oggi entrano a Venezia…. soffro!!!


Costruita nei cantieri Ansaldo, costò 9 milioni di ore di lavoro e più di 29 milioni di dollari

Dodici secondi, bastavano solo 12 secondi. 1 2 3 4 5 6 7…, il comandante Piero Calamai li ha contati in silenzio, nella sua testa, un’infinità di volte.
Dodici secondi in più e l’Andrea Doria sarebbe ancora per mare, bella come quando uscì per la prima volta dai cantieri Ansaldo di Genova.
E invece è finita là, 75 metri sotto, al largo di Nantucket, isola del Massachusetts.
Ci è morto di crepacuore il comandante Calamai contando e ricontando quei secondi infami.
La storia dell’Andrea Doria, affondata il 26 luglio 1956 nell’oceano Atlantico, è una storia di sfortune infinite e di piccoli errori.
Era il gioiello della Marina italiana, andò a sbattere contro la Stockholm, la nave italiana affondò, quella svedese si salvò.
Naviga ancora, ha cambiato nome, si chiama Athena, promette crociere di lusso.
Le navi non hanno colpe, le colpe le hanno gli uomini.
 Morirono 52 persone, quella notte qualcuno sbagliò. Chi?
Per decenni si è data la colpa agli italiani: una colpa solo “morale” visto che le assicurazioni delle Compagnie di navigazione avevano deciso di pagare ognuna i rispettivi danni. Ma pur sempre una colpa: inefficienza, un po’ di codardia, leggerezza.
Come andò davvero? Sta per arrivare il 50° anniversario di quella notte. Un libro di Fabio Pozzo, Assolvete l’Andrea Doria, di Longanesi, già nel titolo spiega da che parte sta. Un altro libro, scritto dal giornalista americano Alvin Moscow, viene pubblicato per la prima volta in Italia, da Mondadori. Si intitola Andrea Doria, un naufragio pieno di misteri.
Ecco che cosa successe quella notte. L’Andrea Doria è il fiore all’occhiello dell’Italia di Navigazione, società con sede a Genova che gestisce le linee per le Americhe. È lunga 213 metri, larga 27, le tonnellate di stazza lorda sono 29 mila.
L’hanno costruita gli operai dell’Ansaldo di Genova sullo scalo numero 1 dello stabilimento, lo stesso del Rex, dell’Augustus, dell’Impero. È stata battezzata il 16 giugno 1950: ci sono volute 9 milioni di ore di lavoro e 29 milioni di dollari di spesa.
A bordo per quella sua 101° traversata ci sono 1.134 passeggeri e 571 membri dell’equipaggio. Il comandante è un marinaio genovese robusto, un cinquantanovenne dal volto abbronzato: Piero Calamai si è imbarcato a 18 anni, ha fatto la Grande Guerra e poi la Seconda guerra mondiale. Conduce l’Andrea Doria con fiuto e sicurezza. È stata una giornata tranquilla, mare calmo e sole. Ma poi…
Poi si entra in quella che i marinai chiamano “la fabbrica della nebbia”, la zona di mare davanti a Nantucket. Calamai la fiuta, la intuisce, la prevede.

Quando ci si trova in mezzo non è una sorpresa: viene ordinato alla sala macchine di rallentare la velocità da 23 nodi a 21.8. È una riduzione quasi formale, che non scontenta né l’armatore né i passeggeri che vogliono arrivare a New York in orario. D’altra parte l’Andrea Doria è dotata di due radar, apparecchi all’avanguardia, c’è da stare tranquilli. Alle 22.45 la nebbia è un muro bianco, sul radar appare l’eco di una nave sconosciuta che procede in direzione levante, con una rotta parallela a quella della nave italiana. Calamai calcola che le due navi passeranno a meno di un miglio l’una dall’altra: tutto assolutamente tranquillo. Ma è a questo punto che inizia la danza della sfortuna. Calamai prende il binocolo, vede le luci della Stockholm, sono le luci verdi, quelle della dritta, il lato destro; tutto a posto, lato destro contro lato destro. Dalla nave svedese non si vede nulla, la Doria è ancora coperta dalla nebbia. Ma qualcosa succede: le luci della Stockholm cambiano, non sono più quelle verdi, diventano rosse, quelle del lato sinistro. Così le navi non si passeranno più vicine, cozzeranno in pieno. Calamai tenta una manovra disperata, viene ordinato il «Tutto a sinistra», la nave vira ma è troppo tardi, ci vorrebbe più tempo, ci vorrebbero quei 12 secondi in più. La Stockholm si materializza dalla nebbia all’improvviso, l’impatto è violentissimo.
Nel salone di prima classe l’orchestra sta suonando il refrain di Arrivederci Roma, la prora della nave svedese colpisce l’Andrea Doria sul fianco destro, poco sotto la plancia, all’altezza del ponte superiore.
È come se sulla nave italiana si fosse scatenata una forza distruttiva pari all’energia di 200 proiettili calibro 381, quelli che sparavano gli otto cannoni della Bismark, la corazzata tedesca.
E’ a questo punto che la storia di due navi diventa la storia di uomini e donne. La Stockholm entra nell’Andrea Doria per 12 metri, taglia lamiere e strazia tutto ciò che trova, in molti passano dal sonno alla morte. Qualcuno non si accorge di nulla: Robert Hudson sarà l’ultimo passeggero a essere salvato, ha continuato a dormire per tutte le operazioni di salvataggio. Linda Morgan, che per i giornali diventerà “la ragazza del miracolo”, viene data per scomparsa: verrà trovata il giorno dopo sulla Stockholm, la nave svedese ritirandosi se l’è portata via, sulla sua prua, malconcia ma viva. Sull’Andrea Doria muoiono 46 passeggeri, la Stockholm perde sei membri dell’equipaggio. Dodici minuti dopo l’impatto viene lanciato l’Sos, inizia il più grande salvataggio della storia del mare. La sola Ile de France salva 753 persone. Alle 10.09 del 26 luglio l’Andrea Doria sparisce nel mare: a forza gli ufficiali hanno fatto salire su una scialuppa il comandante Calamai che voleva inabissarsi con la sua nave. Il colosso del mare si posa a 75 metri di profondità.
Tutti i 1.091 passeggeri sopravvissuti sono stati tratti in salvo.
La Stockholm arriva nel porto di New York con danni per un milione di dollari.
A Genova una grande folla si raduna al porto: qualcuno piange, molti pregano.
Iniziano le polemiche, dureranno anni. Gli svedesi promuovono il loro comandante, gli italiani mettono Calamai da parte, lo mandano in pensione anticipata, morirà di crepacuore.
Strisciante, passa la convinzione che la colpa sia degli italiani. Qualcuno arriva ad accusare l’equipaggio di essersi salvato prima dei passeggeri.
Non è vero. Anzi, l’equipaggio dell’Andrea Doria si comportò in maniera eroica.
Ora piano piano la verità si sta facendo strada. La colpa non fu italiana.
Anzi, sostiene il libro di Fabio Pozzo, fu la nave svedese a commettere errori: la Stockholm viaggiava con un solo ufficiale in plancia mentre sulla Doria c’erano il comandante e due ufficiali.
Inoltre l’ufficiale svedese sbagliò i calcoli del radar, un apparecchio antiquato, e nel timore di finire sulle secche modificò più volte la rotta dando infine un’accostata fatale a dritta di 22 gradi.
Ma forse l’affondamento dell’Andrea Doria fu come una tragedia greca, l’opera del destino. Ci furono forse errori e sicuramente imprecisioni, ma probabilmente da entrambe le parti. Il resto lo fecero la nebbia e la sfortuna.
Le navi non hanno colpe. A volte non ne hanno neanche gli uomini.


Continua-1