Pescare in barca

Pescare in barca – 1
Mi è sempre piaciuto pescare, e fin da piccolo ricordo che ogni occasione era buona per calare la lenza in acqua. La prima volta? A Iesolo, da bambino, sulle dighe fronte spiaggia, con amo e filo e come esca il frutto delle cozze, pescavo il pesce gatto…. Poi più grandicello agli Alberoni ho pescato il primo branzino con esca viva e le “visigole”( aguglie) che si prendevano con il retino dalla barca, seguendo il sughero con le“anguelle” (esche vive infilzate in un amo lungo con mezzo metro di filo di nailon fissato su un largo sughero) portate dalla corrente in laguna: quando il sughero scompariva sotto il pelo dell’acqua significava che il pesce aveva abboccato, e dalla barca si recuperava sughero e “visigola”.
Ma in laguna c’era anche la pesca dei go e dei “paganei”, che ancora oggi (purtroppo quasi scomparsi) costituiscono una base eccezionale il risotto di pesce.
Ma il sogno era di poter pescare pesce importante, magari in navigazione, e questo è stato possibile solo quando ho comperato la prima barca, e poi la seconda.
Mi ero procurato un’attrezzatura importante: tre canne e relativi mulinelli, slamatore, forbici, guadino, coltello sfilettatore, due portacanne per barca da fissare a poppa, cintura da combattimento e raffio, ami e ricambi. Inoltre rapala ed esche sintetiche di tutti i tipi, per cui non poteva mancare l’appuntamento con la preda…e così è stato.
Durante gli anni che ho navigato in Adriatico ed Egeo ho pescato una dozzina di tonni, fra i nove e tredici chilogrammi, e quando ho dovuto vendere la barca ho sperato di trovare un acquirente appassionato di pesca e sono stato fortunato: il figlio di Giovanni, un giovane ometto, ha aperto gli occhi quando ha visto l’attrezzatura che “ereditava”, e so che la sua passione per la pesca sta procurando interessanti pranzetti ai genitori e ai vicini di barca.
Per questo gli dedico questa news, con suggerimenti di pesca (è un articolo lungo, lo pubblico in più volte) e racconto due belle pescate che ho fatto nel lontano 2012.
Ah: dimenticavo di raccontarvi un aneddoto che mi ha raccontato Angelo Preden, la cui esperienza mi è stata preziosa in barca. La settimana scorsa eravamo assieme ad una celebrazione del ricordo (Angelo è nato a Rovigno ed è dovuto fuggire dall’Istria alla fine della guerra), e l’argomento fra noi è scivolato sulle barche e sulla pesca. Ad un certo momento mi ha chiesto se usavo la grappa a bordo. Gli ho risposto che avevo Bourbon e Rum, ma non grappa perchè con il salso non …va bene… Allora mi dice che la grappa non si beve, ma si usa per uccidere istantaneamente, “stecchire” il pesce quando lo peschi alla traina. Appena issato a bordo (parliamo di pesci di qualche chilo) basta versare qualche goccia di grappa dentro alle branchie e l’effetto della morte è istantaneo. Mi ha detto che in questo modo non soffre e soprattutto rende possibile trattarlo subito “post mortem” senza che lasci tracce di sangue in coperta.
Strofadi – 01 giugno 2012
E così oggi abbiamo pescato il primo tonnetto. La grande disponibilità dell’amico Paolo Brunello per procurarmi tutta l’attrezzatura da pesca, al quale va tutta la mia gratitudine ed augurio di una proficua pesca per quest’estate, ha dato i suoi primi frutti.
Oggi, nel trasferimento alle Strofadi, meta desiderata ma mai certa da poter raggiungere per il punto in cui si trovano (in mezzo all’ionio e distanti 30 miglia dalla costa più vicina oltrechè di difficile ed insicuro ormeggio alla fonda per la pressoché costante presenza di venti da NW o SE), abbiamo pescato il primo tonnetto, un’ala lunga di circa 10 kg, che tranquillo se n’è venuto a bordo senza fare capricci.
Stavamo mangiando quando è partito il cicalino: increduli ma speranzosi abbiamo messo via i piatti ed abbiamo iniziato le grandi manovre: l’amico Franco, lo specialista, al mulinello.
L’ho bardato con la cintura di “castità”, occhiali da stupro per ipnotizzare il pesce, cara (faccia in spagnolo) da immortalare al momento della cattura, cappellino rosso riposante ma eccitante per garantire l’ombra alla parte pensante del cervello, posizione da “punta” concentrata sull’obiettivo: catturare la preda.
Raffio sguainato, guadino a terra, bimini chiuso per assicurare libertà di movimento sulla poppa, in piedi sul giardinetto con la spada sguainata, pardon la canna in mano, fFanco sembrava un guerriero pronto a sostenere l’attacco del nemico.
Sarà un tonno? E se fosse una ricciola?
Ma non fa forza, non sento le strappate, non sarà invece un sacchetto di plastica od un piccolo pesce? Addirittura mi viene incontro…? Attacco il motore per tenere il contatto di poppa, faccio riavvolgere il fiocco, e intanto Franco continua a riavvolgere la lenza sul mulinello.
Del doman non c’è certezza, come di ciò che può essersi attaccato all’esca artificiale, un rapala rosso da far venire l’acquolina in bocca: ma “avremo pescato qualcosa”? e con questa domanda sospesa che ci facciamo aspettiamo che Franco ci fornisca la risposta.
Finalmente compare a dritta di poppa una macchia argentea, un metro sotto acqua, che guizza veloce di qua e di là nell’arco concesso dalla corta lenza.
Sembra una bella preda, subito si pensa ad un tonno, grande, ma come evitare che si stacchi dall’amo e soprattutto come catturarla? La poppa è alta sull’acqua, ed anche se è vero che abbiamo un guadino molto grande e lungo, tirarlo su con la canna non sembra un’impresa facile.
Ad un certo momento, nella concitazione dovuta all’emozione e all’inesperienza (nessuno di noi aveva mai pescato prima una preda così grossa), il pesce comincia a reagire e cerca di inabissarsi, spostandosi sotto la poppa:
“bisogna prenderla con il raffio prima che scappi”, grida Franco, perché se va sotto l’elica lo perdiamo.
Il raffio era lì ad un metro da me, con la cosa dell’occhio vedo che il tonno mi sta venendo incontro, metto il pilota automatico, prendo il raffio lungo due metri con un uncino appuntito da far paura, mi sporgo a poppa per vedere dov’è la preda e con un colpo ben assestato lo infilzo all’altezza delle branche trapassandolo da parte a parte.
È stato un attimo, mi sono sentito come sul Pequod, dove Melville ha proiettato con le sue parole nello schermo del nostro cervello la scena del capitano Hackab che si scagliava contro Moby Dick. Il gesto mi è venuto spontaneo: zac, al primo colpo, come se lo avessi sempre fatto.
L’uncino è entrato nel corpo del nemico come un… raffio nel tonno, e tutto è finito in un attimo. L’acqua si è fatta rossa, il tonno si è immobilizzato con il “ferro” nel corpo, e sotto la mia mano ho sentito la sua vita sfuggire… senza reagire: due colpi di coda a nulla più: avevo vinto io.
A questo punto è entrato in scena Rick con il guadino spalancato, lo ha preso da sotto e tutto è finito.
Renzo alla cinepresa immortalava tutto, noi tre a tenere la preda che non poteva più scappare: Franco il vero artefice della pesca miracolosa con la canna in mano, Rick con il guadino ed io con il raffio.
Per la foto ricordo abbiamo quindi spostato la preda sulla fiancata di dritta, dove è iniziata la fase di recupero.
Con il raffio ho alzato il tonno che è finalmente apparso in tutta la sua grandezza: un’ala lunga, luccicante, che ha subito sporcato coperta e fiancata di sangue.
Ho pensato che era inutile metterlo a bordo in quello stato, e quindi gli abbiamo messo una cima sulla coda per tenerlo sollevato, e tenendolo solo per il raffio lo abbiamo liberato prima dall’esca, e poi dal guadino, ed alzandolo ed abbassandolo sull’acqua l’ho dissanguato.
Quindi, infilandogli la testa in un secchio grande lo abbiamo issato in coperta, ho preso un coltello che avevo comperato a Verona solo e proprio per filettare il pesce, ed ho iniziato a pulirlo per poi tagliarlo a filetti.
Ho una certa esperienza nel curare il pesce, perchè a casa e quando c’è da farlo è sempre una attività che mi piace e compete, e quindi conosco un po’ le nervature del corpo del pesce.
Ho praticato quattro tagli, uno lungo la pancia, due sopra le branchie, ed uno forte in profondità sotto… il collo, per rompere la spina dorsale, e la testa mi è rimasta in mano.
Ho allora immerso la mano dentro la pancia del tonno, nelle viscere ancora calde, per togliere subito le interiora e lasciare la carne più pulita possibile e poterla sfilettare meglio e poi mangiarla cruda.
Mi è subito venuta in mente la scena di un film sui Maya quando il sacerdote, dopo aver mozzato la testa dei nemici sul ceppo dell’altare sacrificale, tagliava il petto per togliere il cuore ancora palpitante e mangiarlo crudo……ho provato una sensazione strana, scivolare con la mano dentro al corpo di una bestia appena uccisa non mi era mai capitato, ma è stato quasi piacevole e soprattutto semplice.
Ho tagliato alcune fettine di polpa chiara, l’ho messa in bocca quasi senza accorgermene, con un gesto meccanico, e me la sono gustata, imitato anche dagli altri: sapori che non provavo dal viaggio in Polinesia, dove questo rito era la norma
Il resto è …noia, come dice Califano.
Sempre tenendo il tronco del tonno per la coda l’ho re-immerso in mare per pulirlo ben bene finchè è rimasto esente da tracce di sangue, ed allora l’ho ripreso a bordo, diviso in 2 metà, quindi in due quarti e dentro al secchio per non sporcare la barca l’ho portato in … cucina. Ne ho ricavato alcuni filetti, togliendo tutta la polpa rossa e mantenendo solo la parte nobile del tonno, che ho poi messo in sacchetti e riposto nel frigo.
La sera lo abbiamo festeggiato, un po’ saltandolo in padella con aglio peperoncino e un po’ di soia, e un bel po’ preparandolo alla polinesiana, “poisson crue”.
Ricetta:
tagliare il tonno a dadi e metterlo a marinare 20 minuti nel limone, meglio nel lime.
Preparare cipolla, peperone, pomodoro (rapporto 2 a 5 rispetto alla quantità di tonno) peperoncino (meglio se fresco e macerato in un vasetto di olio), olio extravergine, latte di cocco, sale…
Togliere i pezzi di tonno dal limone e metterli nel piatto di portata sgocciolati.
Aggiungere la verdura tagliata a fettine sottili, peperoncino e condire con olio e sale.
Aggiungere il latte di cocco in abbondanza e ri-condire il tutto.
Accompagnato da un vino rosso “rotondo” o da un bianco profumato, magari delle 5 terre, che faccia ricordare mari lontani, potreste divertirvi con questo piatto.
L’importante è che il tonno venga tagliato a pezzi non piccoli, da mettere comunque in bocca interi, dove si sciolgono eccitando tutte le papille gustative del palato……
Buon appetito.

Un altro tonno – 10 giugno 2012
Partenza da Geraka con calma, dopo colazione, sotto un sole cocente.
Rotta per …. quasi nord, motore a 2500 giri, vento leggero da prua (forse un assaggio di pre-meltemi), canna da pesca pronta all’uso che Franco prepara con un rapala viola, controllando la calata con occhio vigile e desto.
Ricordo che l’anno scorso a Lavrio uno skipper tedesco mi disse che questa costa è pescosa, e in tono provocatorio incito Franco alla cattura.
Passa il tempo ma nulla succede: prendo una terrina e la riempio di ciliegie per ingannare il tempo, e subito dopo la frizione del mulinello parte. Lasciamo perdere le ciliegie e Franco si getta sulla canna: chiede di essere bardato con la cintura da combattimento, afferra la canna a due mani ed inizia la lotta.
Subito il recupero si dimostra impegnativo, e Franco chiede di ridurre il motore per tenere la lenza di poppa.
Sembra che il pesce sia molto grosso, e dopo alcuni minuti la fatica comincia a farsi sentire:
“…è molto grosso, sicuramente il doppio dell’altro, faccio una fatica tremenda”… dice Franco.
Un po’alla volta recupera la bava, velocità a 2,5 nodi, noi siamo pronti con il raffio ed il guadino, ma improvvisamente……………perso, grida Franco, e con lo scoramento nel volto ci mostra che non c’è più resistenza al recupero dell’esca.
Pazienza, ci eravamo illusi di averlo catturato, ma ha vinto lui, il pesce. Però almeno avremmo voluto vedere quanto grosso era.
Il più dispiaciuto è Franco, ed allora ci spiega la nuova teoria della lotta fra il pesce ed il pescatore, agli strumenti che devono tutelare di più il pesce dell’uomo, e pur se non siamo plagiati da spirito decubertiano (perchè ci piacerebbe vincere sempre nella lotta contro il pesce…e non solo…), accettiamo il nuovo principio di Franco, anche se sembra un po’ la favola di Fedro, della volpe e l’uva.
Rimettiamo a posto ogni cosa, perchè non si dovrebbe mai prendere il guadino se prima il pesce non è sotto bordo, ed io me ne scendo in dinette a scrivere.
Dopo un po’ sento che viene ridotta la velocità del motore, e poco dopo mi chiamano in coperta. C’è silenzio, penso che sia successo qualcosa, ma con piacevole sorpresa mi dicono che un altro pesce ha abboccato. Questa volta stiamo tutti in silenzio, Franco di nuovo in assetto di combattimento, concentrato sul recupero.
“Non è molto grosso”, ci dice, ed in men che non si dica il tonnetto è sotto bordo.
Un’altra ala lunga, di circa 9 Kg: lo arpiono con il raffio al secondo affondo, Rick lo prende con il guadino, ed in un attimo tutto è finito.
Lo issiamo fuori dall’acqua per passargli una cima sulla coda, un po’ di schizzi di sangue in coperta, una foto di circostanza, e poi inizia l’operazione di scuoiamento.
Ormai siamo abituati: lo mettiamo con la testa dentro al secchio, con il coltello da sfiletto gli mozzo la testa, lo sventro, scopro che ha due grosse sacche di uova (bottarga) che mi affretto a recuperare e mettere da parte, stacco due grosse metà dalla spina centrale, buttiamo a mare testa, spina e coda e scendo con il secchio sotto coperta.
Questa volta uso il coltello in ceramica, e scopro che si lavora molto molto meglio: in poco tempo stacco quattro grossi filetti, ed il rimanente lo preparo a parte, spinato e senza presenza di carne rossa, solo polpa rosa. In tutto saranno 6 Kg, da mangiare tre volte, con le bocche che mi ritrovo a bordo.
Franco che non ha mai fame, ma sembra un pescecane, Renzo che senza un bicchier di vino non riesce a mandar giù niente, e Rick che invece mangia come un pulcino, in silenzio ma con appetito.
Io non sono comunque da meno, ma cerco di limitarmi nel pane, nel bere e nei legumi…
Nel frattempo si sono fatte le 13, e la ciurma rumoreggia per la fame: Renzo vuole finire il minestrone, ma avviso che c’è anche la murena della sera prima, che non avevamo mangiato.
Franco, purché ci si muova con il rancio, è disposto a tutto, e quindi preparo…tutto
Non ci crederete: in tre si son prima fatto fuori il minestrone, ma senza pasta (come ha tenuto a precisare Renzo), e poi la murena: ho presentato 13 tranci, e ne sono avanzati ben tre……
Io mi son fatto la bottarga in un pentolino, con il sugo della murena.
Ora siamo in banchina a Porto Khelo, fa molto caldo, un caldo secco, ed abbiamo messo il tendalino per tenere la barca fresca.
Stasera la cucina propone:
antipasto di tonno sfilettato (l’ultimo filetto di quello vecchio) al limone, olio e peperoncino,
trancio di tonno saltato in bianco sul sugo di murena al vino bianco e limone.
buon appetito.
Ed ecco l‘articolo che ho messo da parte per Martino: Traina Veloce e Barca a Vela: Binomio Vincente!
di Capitan Simon
Con il termine “traina veloce” si intende genericamente la traina fatta solitamente oltre i 5 nodi di velocità.
In mediterraneo, trainare a tale velocità sotto costa porterebbe risultati ben scarsi, quindi la traina veloce si identifica automaticamente con la traina d’altura e vede come preda elettiva i tonni di branco, i piccoli esemplari di tonno rosso.
Le prede
In merito x evitare confusioni e magari multe, ci tengo a chiarire che il tonno del mediterraneo è il tonno rosso Thunnus thynnus, dalle tipiche carni rosso vivo, chiamato poi blue fin dagli anglofoni. NULLA a che fare col tonno pinnegialle, che in mediterraneo semplicemente NON esiste!!!
E’ vero che anche il tonno rosso ha la pinna anale e le pinnule giallo-cromo, ma non si tratta del tonno pinna gialla, presente purtroppo solo in oceano.
E’ facile distinguere il tonno rosso dai suoi congeneri: da adulto ha il corpo con colorazione uniforme, solo i giovani esemplari (fino a 20-30 kg) hanno delle ombreggiature sul corpo, che è cilindrico, rigido e robusto, completamente coperto da squame piccole e fitte, molto aderenti all’epidermide.
I tonni di branco che possiamo incontrare trainando con gli artificiali, raggiungono i 50-60 kg, oltre vengono chiamati intermedi. Se passano i 100 kg sono detti giganti. Gli adulti di tonno rosso, in mediterraneo, oggi superano assai raramente i 200 kg. Solo 10 anni fa, taglie oltre i 300 erano abbastanza normali e capitavano anche esemplari oltre i 400 Kg.

Da sinistra: adulto dalla livrea uniforme, a destra: esemplare giovanissimo, con le tipiche ombreggiature
E’ importante riconoscere il tonno rosso, considerando la regolamentazione della sua pesca che sta diventando sempre + stringente.
A questo fine, in Europa sono stati fissati come parametri minimi di cattura il peso di 30 kg o la lunghezza di 1,15 m. È necessario avere una specifica autorizzazione per la pesca del tonno rosso ed ai pescatori sportivi non è consentito catturare più di un esemplare per bordata. Se il pesce non raggiunge questo limite, va liberato! Attenzione che le multe previste in caso di controlli, sono severissime!
Altre prede dell’alto mare, meno frequenti ma non impossibili, sono i tonnetti alletterati, Euthynnus alletteratus che sono identici ai boniti del sottocosta, ma al contrario di questi arrivano a superare i 20 kg. La misura minima di legge è fissata in 30 cm. Come i boniti, hanno decorazioni marmorizzate blu sul dorso e le squame presenti solo su regioni triangolari nella parte anteriore del dorso, dei fianchi e dell’addome, a formare il cosiddetto corsaletto.
Possiamo incontrare anche le alalunghe, Thunnus alalunga, molto simili ai tonni rossi, solo un po’ più slanciate ma con pinne pettorali enormi, molto allungate, simili ad ali di aeroplano. Hanno carni bianche e la taglia massima attualmente supera raramente i 10 kg. Misura minima di legge, 40 cm. In passato era una specie comunissima al largo delle coste della Liguria, con branchi sterminati. Oggi qui è sparita del tutto, rimane comune solo nelle acque del Canale di Otranto. Amici ne hanno pescate alcune in traversata verso le Baleari.

A sinistra il tonnetto alletterato, a destra il tonno alalunga
Oltre questi tonni, specie in tarda estate ed autunno, potranno attaccare le nostre esche, anche le coloratissime lampughe, Coriphaena hippurus, chiamate anche Dorados o Dolphins all’estero, creando non poca confusione coi delfini… Questa fantastica specie ha un marcato dimorfismo sessuale, per cui i maschi man mano che crescono, sviluppano un profilo del capo sempre + marcato, fino ad avere una “fronte” verticale. I colori dell’animale vivo poi sono ciò che di + incredibile il mare possa mostrarci, spaziando dal blu, all’azzurro, al verde e al giallo, tutti con tonalità elettriche assolutamente incredibili! Peso massimo in mediterraneo di 15-18, media in costante aumento, di anno in anno, per ora attorno ai 1-3 kg. E’ una specie che sembra risentire positivamente dell’aumento della temperatura media del mare nostrum essendo in continuo aumento numerico e di taglia.

A sinistra lampuga maschio, col profilo del capo verticale, a destra un esemplare femmina
Un altro pesce con popolazione in crescita è la splendida aguglia imperiale, Tetrapturus belone, detta da alcuni marlin mediterraneo, visto che in effetti la specie è parente strettissima dei marlin bianchi oceanici. La nostra aguglia imperiale raggiunge una taglia massima di 20 kg, ma esemplari di 15-18 kg non sono rari. Si distingue dall’altro rostrato dei nostri mari, il pesce spada, per la pinna dorsale allungata su quasi tutto il corpo e il rostro, corto, tozzo e dalla sezione tonda
In rarissimi casi potrebbe capitare proprio il fantomatico pesce spada, Xiphias gladius, col fondato rischio di vedersi la lenza tagliata in un attimo dal bordo tagliente del suo gladio… Rispetto all’aguglia imperiale, presenta rostro molto allungato e dal profilo appiattito, con le pinne dorsale, anale e pettorali estremamente rigide e falcate. Tipica è anche la carenatura laterale del peduncolo caudale, molto sviluppata. Taglia media sotto i 100 kg, massima che supera assai raramente i 2-3 quintali in mediterraneo, misura minima di legge 140 cm.

A sinistra l’aguglia imperiale, a destra il più conosciuto pesce spada (N.B.: non in scala!)
I luoghi
La traina veloce d’altura è una tecnica che in Italia ha visto come pionieri i pescatori del mar Ligure, in particolare dell’estremo ponente, i quali assimilarono le tecniche già sperimentate dai colleghi della Costa Azzurra. Dal confine italo-francese la traina veloce si è rapidamente diffusa lungo tutte le coste, trovando poi un altro Hot Spot, un luogo elettivo, lungo le coste pugliesi, nel Canale d’Otranto.
Oggi è una tecnica praticabile virtualmente in tutti i nostri mari, con qualche forte difficoltà, solo nell’alto adriatico.
Genericamente, possiamo dire che la traina veloce è la tipica traina d’altura, del gran largo, fatta in tratti di mare indipendenti dalla terraferma e dai fondali.
La situazione ovviamente cambia radicalmente da zone a zone, ad esempio nella Liguria di Ponente i pescatori si spingono regolarmente oltre le 20 miglia, arrivando spesso a pescare in tratti di mare a 50-60 miglia al largo di Diano Marina e Sanremo, dove i fondali superano abbondantemente i 2000 m di profondità.
All’opposto attorno alle coste sarde, in corrispondenza delle bocche o della costa ovest, tale traina può regalare incontri incredibili, con tonni oltre i 50 kg, già a 2-3 miglia dalla costa, a volte anche meno.
In ogni caso, come linea generale di tendenza, è bene partire dalle batimetriche oltre i 200-500 m e da li esplorare ampi tratti di mare.
Questo, ovviamente, se si ha intenzione di trasformare la nostra veletta in una barca specifica da pesca, uscendo in mare proprio con la pura intenzione di trainare. In caso contrario, la meta sarà quella… delle vacanze o dell’uscita giornaliera! Eviteremo lo stress dell’impostazione tattica della pescata…
Da tener presente che a volte, certi salti di fondale, anche se a profondità abissali, fanno da punti di concentrazione del pesce. Tipica la “secca 1800” nel ponente ligure, dove il fondale sale da 2300 a 1800 m, creando un punto spesso proficuo per la traina ai tonni.
Altri fattori che concentrano spesso i predatori dell’alto mare, sono le boe oceanografiche, quali ad esempio la Boa ODAS Italia 1 virtualmente in mezzo al Golfo di Genova, oppure le vicine Boa di Sanremo e di Meteo-France/Nizza, 28 miglia al largo dell’estremo ponente. Quest’ultima boa, detta Stazione 61001, invia in continuo dati meteo ed oceanografici, utilissimi per avere un’idea del meteo in zona, nonché della temperatura dell’acqua. Tali boe si ricoprono infatti di fauna e flora marine, creano un punto di attrazione per i pesci foraggio e quindi per i predatori. In pratica, una replica in piccolo delle F.A.Ds (Fish Aggregating Devices) oceaniche o delle “incannucciate” siciliane, fascine di cannucce e rami di palma, per attirare le lampughe.
Da ciò una nota: se siete in traina in alto mare ed avvistate un relitto galleggiante, vale sempre la pena deviare un poco la rotta e farci passare vicino (ma non troppo!) le esche.
Altro fattore positivo per la traina ai tonni specie in primavera, è la presenza di cetacei, balene e delfini. Spesso infatti i tonni seguono tali animali per opportunismo alimentare, cibandosi sia del krill, i gamberetti pelagici tanto ricercati dalle balene, che i pesci foraggio, cibo dei delfini. Diverse volte infatti mi è capitato di prender bei tonni proprio mentre i delfini saltavano attorno alla barca. Precisazione per tranquillizzarci: nonostante caccino le stesse prede e siano simili per abitudini e dimensioni, MAI un delfino ha abboccato ad un’esca dedicata ad un tonno! Sarà per merito del sensibilissimo sonar, della vista, dell’istinto o… del fatto che forse i delfini siano davvero animali un tantino superiori…
1 – continua
