Giorgio Falck. L’ingegnere che amava la vela

Ultimamente mi capita spesso di leggere o senti parlare di lui come velista, chiaramente con personaggi del mondo della vela, e tutti lo ricordano con grande stima ed orgoglio per aver navigato con lui.
Ricordo in particolare due libri molto interessanti dove Falck è spesso nominato, L’ESILIO DEI SOGNI di Luciano Làdavas e NAVIGARE IN OCEANO di Paola Pozzolini; non ho avuto modo di conoscere Falck, ma ho la fortuna di conoscere Làdavas, e ricordo l’aneddoto che mi ha raccontato quando l’imprenditore gli ha lasciato il Guia, con l’impegno di riportarglielo dopo 5 anni a mezzogiorno in punto…
Proprio per il profondo rapporto che c’era fra loro due mi fa piacere riportare in calce alcuni brani tratti da L’ESILIO DEI SOGNI, dove è evidente la confidenza che c’era fra questi due personaggi.
Da L’Esilio dei Sogni di Luciano Làdavas (Mursia, 2024 – 2a edizione)
Pag.180
Ricordo il conte Ludovico Fecia di Cossato rivolto a Giorgio Falck, incontrato a Genova: «È un ottimo marinaio, puoi affidargli tranquillo la tua barca che te la porta in capo al mondo. Ha le palle quadre, è quello che fa per te. Però è un rosso… veditela tu!». Il rosso ero io.
Quell’aggettivo colorito mi fece piacere, lo confesso. Ero a sinistra e ho continuato a esserlo. Ma che ciò potesse rappresentare un inconveniente, o che si dovesse addirittura fare attenzione a uno come me, ohibò, la cosa mi fece sorridere e mi fa sorridere ancora oggi… tanto più oggi, che c’è un cavaliere di gran conto in questo paese che non smette di partire lancia in resta contro il pericolo rosso.
Il giro del mondo in regata proprio non mi andava di farlo. E poi quell’idea infausta dell’Ingegnere di mettere a bordo non uno solo (nella prima tappa) ma addirittura tutti e tre i fratelli Trieste (seconda tappa)… Con quell’equipaggio “famigliare”, in quel modo, proprio non volevo farlo il giro del mondo. «No» gli ho detto all’Ingegnere. «Resto a terra.»
«Ti assicuro che sono dei bravi ragazzi… Tu sei uno cattivo, ma intelligente… Vedrai che funzionerà» mi ripeteva. Una formula da ingegnere.
«No Giorgio. Saranno anche brava gente come dici tu, ma non li sopporto… Come il diavolo e l’acqua santa. Non potrà funzionare!» ribattevo con una formula da ex sessantottino. Di fatto non ha funzionato.
«Saremo i primi degli italiani. Ti rendi conto?» cercava di convincermi l’Ingegnere. «Potrai dire di essere un cap-hornier. Ne andrai fiero… Sarai il navigatore per tutto il giro e lo skipper effettivo nelle due tappe in cui non ci sarò io. Ti rendi conto?»
Commedia all’italiana.
Mi rendevo conto soprattutto che mancava l’elemento più importante: il fattore umano, l’equipaggio. Giorgio puntava tutto sul materiale, sui calcoli giusti e su un’efficiente organizzazione. Ingegnere, insomma, e con certi paraocchi grandi così a volte. Dentro di me pensavo “se è pericoloso un ventenne che deve dimostrare qualcosa, un quarantenne lo è dieci, cento volte di più”… Quanto a fregiarmi poi del titolo di cap-hornier, non vi attribuivo particolare importanza. E ancora meno oggi, che posso raccontare di avere doppiato Capo Horn due volte.
Pag.183
Il pomeriggio prima della partenza per la seconda tappa, l’oceano Indiano appunto, la polizia fa evacuare tutte le barche della regata, ormeggiate tranquille nel Cruising Yacht Club di Città del Capo: una bomba si troverebbe a bordo di uno dei quindici velieri affiancati l’uno all’altro.
Gli equipaggi sospendono increduli il carico di scatolame o il controllo degli alberi e d’un tratto passano dall’assurdo di una regata attorno al mondo all’assurdo di una lattina di piselli che, improvvisamente, potrebbe far saltare in aria la loro barca-casa. Eric Tabarly, da circa tre giorni incrodato sull’albero maestro del Pen Duick VI, è pregato di scendere a terra da un agente della Polizia.
Noi italiani siamo relativamente tranquilli, ci chiediamo piuttosto quale delle cinque barche inglesi potrebbe essere stata scelta dagli attentatori. La Polizia non ha tardato a rimorchiare in acque libere il Great Britain II, l’Adventure, il Secon Life, il Burton Cutter e il British Soldier. Considerato il suo nome, era su quest’ultimo che scommettevo.
Dopo quattro ore di ricerche la Polizia riapre i cancelli dello Yacht Club. Niente bomba. L’ora dell’esplosione, annunciata dalla misteriosa telefonata, è abbondantemente trascorsa. Ritorniamo a bordo, ma il sentimento d’inquietudine non è sparito del tutto; anzi, è alimentato dalla discesa della notte con i fantasmi del Grande Sud che si aggirano dietro l’angolo, oltre il capo di Buona Speranza, oltre il capo Agulhas.
Il mattino seguente, tre ore prima della partenza, all’interno del Guia stiamo sistemando le ultime provviste fresche. Giorgio Falk è in coperta e si attarda accanto al boccaporto d’ingresso, come sul predellino di un treno da cui deve scendere, quando un sibilo acuto misto a crepitii di legno interrompe bruscamente le sue raccomandazioni e ci fa zompare fuori: chi esclamando «La bomba, la bomba!…», chi gridando « Il gas! La bombola del gas!…» – tutti ugualmente certi di una esplosione imminente. Giorgio afferra subito la situazione e pure il coltello fissato nel pozzetto. La zattera di salvataggio autogonfiabile, incastrata sotto la panchetta, si è auto-gonfiata lo sa il diavolo perché e ora preme e sibila come una locomotiva e minaccia di sfondare il pozzetto. La panchetta di dritta è sradicata in più punti, ma le coltellate inferte da Giorgio limitano i danni. Non ci resta che comprare al volo una zattera autogonfiabile a una barca locale e largare gli ormeggi a vela. (Il motore e il serbatoio della nafta li abbiamo lasciati in Inghilterra. I volumi così svuotati sono stati riempiti con viveri e taniche piene d’acqua).
Scivoliamo lenti fuori dal porto, in silenzio. Un Atlantico tranquillo ci accoglie. Se la terra non ha parlato di pace, il vento è anche troppo pacifico. A mezzogiorno tagliamo la linea di partenza, pochi secondi dopo il colpo di cannone. Insieme con le ansie e i nervosismi, ci scrolliamo la polvere di dosso. Fino a sera resteremo davanti alla città, ai margini dei suoi rumori e delle ombre dure. Solo Pen Duik VI è riuscito ad agganciare una brezza leggera, è già lontano a sud-ovest… scorgo il suo albero maestro sbandato a dritta a indicare che il vento c’è, che arriveremo pure noi a prenderlo e allora sarà anche troppo.
Pag.231
Mi rendo conto, dopo tanti rinvii, che è venuto il momento di raccontarla quella maledetta storia di Panamá. Ma, davanti alle difficoltà che tuttora incontro a rievocarla, non ho trovato nulla di meglio della seguente scappatoia: lasciare che sia Leò, compagna di una vita, a raccontarlo, così come lei stessa fece in una lunga lettera scritta a Giorgio Falck, tre giorni dopo l’accaduto, quando già cronisti americani e italiani avevano trapunto la vicenda di non poche inesattezze. (Leò ha una memoria decisamente fotografica. Ricorda tutto. Avvenimenti, persone, nomi, situazioni; com’era vestito il tale o la tale un giorno di molti anni addietro e cosa ha detto il tal altro… È una sorta di emeroteca vivente. Leò è il mio archivio). Ho conservato una copia di quella lettera. Tralascerò le formule epistolari e mi limiterò a intervenire, qua e là, sulla punteggiatura e su alcuni vocaboli. E farò qualche breve annotazione, tra parentesi quadre.
Pag.279
A Sydney, durante la regata intorno al mondo, avevo smontato con Giorgio Falck quello stesso timone. Lo trovammo in perfetto stato, aggiungemmo solo un poco di grasso alle bielle di acciaio inossidabile e lo rimontammo. Ammirai la genialità di quell’idea, dello stesso Falck, e l’accurata realizzazione. Possibile che adesso il meccanismo si fosse inceppato, rotto? Senza timone, proprio quaggiù… E provo l’angoscia più grande che mi sia capitato di vivere in mare dopo il fattaccio di Panamá. Leò si mette alla ruota interna, mentre Didier e io ispezioniamo i frenelli e la catena del timone. Tutto in ordine. Siamo ancora carponi con la testa infilata nella timoneria, quando sento la barca riprendere lentamente la rotta. Raccomando a Leò di non strambare e salgo con Didier in coperta per issare il genova e mettere le vele a segno.
Cos’era successo? Forse qualcosa si era impigliato temporaneamente nella pala del timone e l’aveva bloccata. Ma cosa…? La ragazza Leò taglia corto alle nostre elucubrazioni con uno sguardo inequivocabile che significa “bastava timonare con più attenzione!” e dice: «Ora che ho rimesso la barca in carreggiata, datemi il cambio per favore che è il mio turno di riposo».
I tre articoli che seguono, sono stati scritti da personaggi che lo hanno frequentato: tre suoi amici, un ingegnere, un velista e un giornalista, e ve li propongo perchè in modo diverso raccontano la sua storia.

Due espressioni di Giorgio Falck
Ricordi d’infanzia di Max Bianchi, ingegnere, velista proprietario della Max Prop.
Giorgio e io ci siamo conosciuti sul lago di Como quando eravamo poco più che ventenni, dunque… molto tempo fa.
lo, nativo di Gravedona, ero in “ritiro” per preparare degli esami e lui, appena laureato, aveva il suo primo incarico nello stabilimento di Dongo.
Ci univano tre passioni: la vela, l’ingegneria e… le ragazze.
Cominciammo subito a simpatizzare, a uscire insieme in vela e a corteggiare la stessa turista di Francoforte. Non ci interessava poi così tanto chi avesse più successo in amore, quanto chi avesse ragione in certe dispute d’ingegneria.
L’abitudine alle discussioni tecniche non ci avrebbe abbandonato mai e a suo tempo diede buoni frutti. Era l’inizio degli anni Settanta, anni che segnarono una svolta notevole nel campo della vela.
Fino a quel momento non esistevano sponsor miliardari, niente team di sperimentatori, laboratori all’avanguardia. Si sentiva comunque nell’aria che i tempi erano maturi affinché al più presto potessero avvenire cambiamenti tecnologici importanti.
In quei tempi, nello studio e nella realizzazione di una barca c’era molto divertimento e anche molto senso di poesia.
Giorgio, che aveva da poco acquistato la sua prima barca impegnativa, l’Al Na’Ir, decise proprio in quel periodo di costruire il Guia, che fu commissionato al cantiere Craglietto di Trieste.
Ne conseguirono discussioni infinite e innumerevoli viaggi per vedere nascere la barca, per seguirla e attrezzarla al meglio (i nostri sforzi sono stati poi ampiamente premiati dai brillanti successi che la barca continuò a ottenere negli anni a seguire).
Si dovevano cercare, provare e valutare tutte le novità che stavano nascendo sul mercato.
Giorgio era sempre presente impegnandosi in prima persona, Gigi Viacava era sempre pronto a partire per reperire all’estero ogni primizia tecnica.
Tutto quello che non si trovava sul mercato, che a nostro avviso era indispensabile, doveva essere costruito da noi in proprio arrabattandosi al meglio.
Sul Guia furono realizzate le sartie utilizzando (novità assoluta per quel periodo) profilati, reperiti in Francia, in acciaio speciale con un alto limite elastico. Fu montato un albero in alluminio (anche questo importato dalla Francia), che solo allora cominciava a essere utilizzato.
Poiché a quei tempi gli alberi erano rigidi costruimmo, come altra novità assoluta, un boma in lamellare deformabile a sezione piatta orizzontale, in modo da rendere possibile l’utilizzo di una randa più grassa: in caso di necessità la randa veniva tesa curvando il boma.
Realizzammo il primo tendistrallo idraulico comandato con una pompa a mano.
Questo marchingegno costruito da noi, posseduto solo dal Guia, ci rendeva orgogliosi e ci emozionava ogni volta che lo usavamo.
Come pure ci rendeva orgogliosi ed emozionati governare con estrema facilità la barca grazie allo speciale timone snodato.
L’amico Carlo Sciarelli ci veniva spesso a trovare in cantiere con i suoi preziosi consigli; anche in queste occasioni la comune passione ci faceva accalorare in lunghe chiacchierate e discussioni fino a dimenticare il tempo.
Era ed è tuttora molto raro trovare una persona come Giorgio, tanto appassionata di navigazione quanto competente e preparata dal lato tecnico e scientifico.
Giorgio univa al rigore dell’ingegnere la fantasia, l’intraprendenza e la creatività del navigatore.
Sono passati tanti anni (purtroppo), è cambiato il mondo della vela, e non solo quello, ma ci sarà sempre bisogno di persone come Giorgio, che ci lascia in eredità la passione vera e l’entusiasmo.

Il Guia 200, protagonista di indimenticabili regate, tra cui la Portofino-New York.
Caro Giorgio ti scrivo di Pierre Sicouri, velista e navigatore oceanico.
Il nostro primo folgorante incontro è avvenuto a Santa Margherita nel 1974.
Tu tornavi vincitore trionfale del primo giro del mondo in barca vela, io ero solo un puntino nel buio della folla che gremiva la piazza.
Le immagini sfilavano sullo schermo, onde, frangenti, scie senza fine, balene…
Ero rapito, stregato, e capii che non sarei vissuto a lungo senza conoscere quei mari.
Mi hai aperto la porta dell’Oceano.
Mi aggiravo per le banchine allo Yacht Club Italiano, sempre in cerca di imbarco.
Jepson mi mise subito a pulire la carena del tuo Guia 3. Era già un onore.
Dopo alcuni giorni di duro lavoro, mi ero conquistato un imbarco.
Dai tuoi Guia non scenderò più.
Ti incontro per la prima volta a Lisbona dove ci porti uno skipper celebre, Ambrogio Fogar, e questo era un primo esempio della tua capacità di coniugare talenti, di raggruppare persone anche distanti e dalle diverse specialità in un unico progetto.
Stai con noi fino alla partenza lungo il fiume Tage.
Per me, sentina, cucina, prua, poi mi viene concesso anche il timone.
Mi nutro dei racconti di Ambrogio e di Jepson, vivo in un sogno, mentre tu forni in ufficio alla Falck.
A Cowes si imbarca (“ingegné” e il suo equipaggio di fiducia, diventai “Pie” per sempre e sotto la garanzia di Jepson, mi venne concesso di correre l’Admiral’s Cup.
Ricordo la tua audacia, quei bordi incredibili tra le innumerevoli barche ormeggiate davanti al Royal Squadron per giocarsi delle correnti.
Noi eravamo preoccupati e ansiosi di affondarne qualcuna, ma la tua incrollabile fiducia e tenacia ci regala la prima vittoria in un triangolo di livello mondiale.
Avevi portato non solo te, ma tutto il tuo team alla felicità.
Poi il mitico Fastnet, l’onda oceanica che frange sullo scoglio più temuto delle coste europee, la posizione brillante… e lo spi che si attorciglia attorno agli stralli.
Salgo in testa d’albero, resto per ore sballottato lassù e perdiamo un sacco di posizioni.
Dispiacere di tutti, ma mai acrimonia o un rimprovero da parte tua. Hai capito subito questa grande passione che ci accomuna.
Io ho tutto da imparare e tu sembri avere la vocazione dell’insegnare, guidare i giovani, educare la loro passione per il mare, creare delle opportunità.
Si parte per il primo Triangolo Atlantico. Tu a terra e noi in mare.
Allora le tappe duravano molto di più, 44 giorni per la sola prima tappa, Hotel Papa 1 Echo Victor, passavi le tue notti alla radio con noi.
Consigli tattici e tecnici, non mollavi mai e non ci consentivi di farlo.
Ti devo la scoperta di Cape Town, la Table Mountain coperta da una tovaglia di nuvole, e di un pezzo del Sud Africa.
Ci consenti di girare il mondo non solo in barca, ma anche di prenderci ampi spazi per conoscere, imparare in assoluta autonomia.
Ricordo ben pochi armatori che affidavano la propria barca al loro equipaggio, consentendogli di regatare in assoluta autonomia.
Cape to Rio ’76, finalmente assieme, allegri, veloci, pesca, film, planate, alisei.
Qui incomincia la storia infinita delle nostre partite a scacchi, un altro gioco in comune. Serviva a estraniarci e a tenere sveglia la testa. Vincevi quasi sempre, ma ci divertivamo entrambi.
Ti ricordo pensieroso e accovacciato nelle tue strambe posizioni, con le ginocchia sotto il mento come quando timonavi con infinita pazienza e accanimento, molla un dito, cazza un dito, concentrato come in un triangolo olimpico.
Oppure al carteggio a chiacchierare con chi era sottocoperta.
A te piaceva vivere semplicemente, eri felice di un piatto di pasta in bianco e di un caffè bollente al risveglio. Essenziale e dedicato alla regata, ti piaceva vivere il mare ed eri sempre di buon umore.
Ti rannuvolavi solo quando una bonaccia ci sbarrava la strada e la radio ci narrava di vento altrove.
Quella regata, volevi vincerla a tutti costi, e così fu: Arriviamo terzi in reale con i nostri soli 13 metri, un solo giorno dopo i giganti Ondine e Pen Duick di 24 metri.
Quanto abbiamo riso perché non volevano farci attraccare alla banchina degli onori, eravamo troppo piccoli!
Guia 3 affondato da un’orca, e nasce Guia 4, forse la barca alla quale sono stato più legato.
Lamellare di mogano, il fascino del legno che si intreccia con la tecnologia e il design, e mari, oceani, regale, paesi lontani: l’esordio è violento, coricati da un frangente al largo di Capo Corso.
Sopravvissuto per miracolo.
Ma sbagliando s’impara e sotto la tua guida lontana e vicina continuo a imparare tanto.
Il Triangolo Atlantico questa volta non ci sfugge. Lo vinciamo alla grande, superando brillantemente rotture varie.
Quando non sei a bordo, ci segui e ci motivi a qualunque ora del giorno e della notte.
Ma ecco la grande sfida, il giro del Mondo.
RollyGo è la barca che hai concepito per quel giro, robusta e vivibile. Un sogno.
Tantissime miglia, tutti gli oceani, un disalberamento risolto con l’armamento di fortuna a ketch.
L’incidente di Paola sulla Table Mountain che mi trattiene a terra, la tua visita in ospedale, parole non dette, la tua solidarietà.
A bordo i nostri ruoli si sono ben divisi. A te la guida, la tattica. A me la gestione del mezzo e dell’equipaggio. Quando il vento supera un certo limite, ti rintani in cuccetta con le tue maledette sigarette. Ti fidi di me anche se ti so diviso tra fiducia e disapprovazione per le mie “pazzie” col vento forte.
Ma entrambi vogliamo tirare, volare, piazzarci e i rischi sono una porta obbligata. E’ incredibile, quasi sconcertante scoprire che in 20 anni di una convivenza a volte strettissima, a terra nella preparazione della barca, in mare in regata, in condizioni difficili, non riesco a ricordare un solo litigio, una sola parola irata tra noi!
Qui la svolta, le tue barche non sono solo per te, ma anche per chi ti è più vicino.
Avevi prestato Guia 1 al tuo skipper del primo Giro del Mondo, Luciano Ladavas, ora mi presti il Guia 4 per la Ostar.
Ti ricordo alla partenza con Rosanna, emozionati voi, paralizzato io.
La transatlantica in solitario dei miti, un passo non reversibile verso la maturità.
Arrivare da solo a Newport dopo tre violenti depressioni e uno scontro frontale con un peschereccio durante il sonno, è di colpo diventare un uomo e te lo devo tutto.
Inghilterra, Sud Africa, Brasile, Caraibi, Bretagna, Spagna, Portogallo, Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Nord America, Svezia, dove non ci hai trascinati!
Guia 2000, le grandi regate internazionali e la Portofino-New York, la “tua” regata. Concepita, voluta, gestita da te.
Con Paola, arriviamo con una sventolata nella grande baia allo stretto di Gibilterra, ti ricordo sul RollyGo a seguire la regata, passammo così vicino che riuscisti a lanciare a bordo al volo un pacco di cibo fresco!
Ci davano ben poche chance di arrivare interi, ma stravinciamo, grazie a tutta l’esperienza acquisita con te sui mari del mondo, arrivando fin sotto il ponte di Brooklyn.
E che emozioni quando ci consegni il trofeo in oro, nelle sale del ponte!
Gatorade è un ultimo giro del mondo. Un maxi estenuante e una grande tappa.
Mar del Plata, Perth: due oceani in un colpo solo, mezzo Antartico sempre nei Quaranta Ruggenti, uno dei tratti più estetici che si possa tracciare su una carta nautica.
Ancora la tua audacia ti aveva spinto ad acquistare questo maxi ai confini del mondo.
Ma per te non esistevano solo gli oceani: amavi anche giocare con le brezze del Golfo del Tigullio, le Sardinia Cup, Admirals, le regate di Portofino, il dinghy e la ritrovata felicità con Silvia, persino alcuni campionati invernali ti vedevano accoccolato al timone, la sigaretta in bocca, una mano sulla ruota del timone e gli occhi incollati ai filetti del genoa.
I ritorni dalle grandi regate a terra erano difficili.
A te devo anche i primi timidi successi della mia attività di trading, le prime vendite di acciaio russo alla Falck, l’inizio di un’attività mutevole che va avanti da oltre 20 anni.
Giorgio, come ringraziarti per tutta la sicurezza e l’autostima che mi hai dato, che mi ha permesso di affrontare le peripezie della vita e mi ha aiutato a preparare gli strumenti per superarli?
Se mai dovessimo fare i conti quanto ho dato e quanto ho ricevuto, mi sentirei ancora e sempre in debito per quelle incredibili esperienze di vita: mi hai permesso di vivere quasi tutti i miei sogni.

Falck al timone di Gatorade.
Ad accompagnarti per l’ultimo viaggio non c’era solo il mondo del lavoro che rispettava il tuo nome e la tua posizione e fingeva di dimenticare le tue lunghissime assenze, ma anche il mondo della nostra vela, persone che non vedevo da anni, tanti dei ragazzi diventati uomini che hai portato a vivere i loro sogni per i mari del mondo e aiutato a crescere.
Salutandoti, mi sono reso conto che si girava per sempre una pagina della mia vita. Giorgio, è incredibile quanto ci mancherai… Tuo, Pié.
A Giorgio: riservata personale di Mario Oriani, giornalista e fondatore del Giornale della Vela.
lo penso, anzi sono certo, che il Buon Dio, in tutti gli anni che ha avuto a disposizione per occuparsi di noi umani, abbia trovato il tempo di aprire per noi bravi cristiani un paradiso, diciamo pure “su misura”, per ciascuna categoria.
Penso, anzi sono certo, che in quello dei velisti ritroverò Giorgio Falck.
Perché un paradiso per noi velisti c’è sicuramente e Giorgio, ad abundantiam, se lo è guadagnato e San Pietro, pur bugiardo com’è stato con il suo Maestro, questa volta non ha avuto motivo di mentire e anzi sarà stato onorato di presentare al mio amico quelli che lui non conosceva di persona.
Da Ulisse in avanti passando, senza badare alla cronologia, a Cristoforo Colombo, Magellano, Verrazzano, magari il pirata Morgan, o quelli della Tortuga con il Corsaro Nero in testa, e poi Chichester, Drake, l’ammiraglio Nelson, il gruppo dei Caphornier come lui, o i solitari come Colas, Tabarly e l’indimenticabile Luciano Pedulli.
Non avrà mancato di abbracciare anche qualcuno con il quale gli sarà magari capitato di non essere d’accordo come il “gran vecchio” Beppe Croce.
Tra velisti, prima o poi, si torna amici.
E Giorgio era un velista davvero.
Ancora poco tempo fa l’ho visto in dinghy a Portofino sfilare gli scogli di Punta Cajega.
E uno che ha fatto il Giro del Mondo, che ha attraversato l’Atlantico come un gioco, che ha girato il Fastnet in tempesta e lascio nella penna (perché lo spazio è tiranno) il “tutto” per mare che l’ha visto protagonista strappando il timone anche agli amici per godersi il piacere di vincere il vento con le vele delle sue adorate barche, Guia, soprattutto.
Appollaiato, più che seduto, come faceva da me in redazione quando ci veniva, “bigiando” gli uffici austeri di Corso Matteotti, dove era il boss, per raccontarmi i suoi progetti che non erano quasi mai sogni, come si conviene a un bravo ingegnere.
Come il giorno, tanto indietro nel tempo, in cui mi parlò di quello che avevano inventato lui e Max Bianchi, la magica elica Max Prop.
E se non erano barche, l’acciaio.
Il suo secondo amore ereditato dai suoi “vecchi”.
Ma torna conto io dica subito che tra il paradiso dei velisti e quello degli acciaioli l’ingegner Giorgio ha certamente scelto il primo dove, dicono i poeti, si è un po’ meno rigorosi nei confronti di certe debolezze terrene.
E Giorgio in vita non è stato un seppur amatissimo, stinco di santo.
Produceva acciaio, ma non aveva un cuore d’acciaio: da giovane è stato un vero “tombeur des femmes”, e anche da grande non si è fatto mancare, al proposito, niente di niente.
Con l’invidia di tutti noi.
Con altrettanta franchezza bisogna ricordare che non gli sono mancati i dolori e gli affanni.
Uno, primo fra molti, la morte incredibile di Giovanni che il mare, proprio l’amato mare, gli ha rubato e poi, su un altro piano, l’addio all’acciaio a Bolzano e agli alti forni di Sesto San Giovanni cui è stato costretto. Nel paradiso dei velisti ha certamente trovato Giovanni anche se, pure lui era un ingegnere.
Fosse andato con gli acciaioli, che avrebbe mai potuto fare?
Forse giocare a scacchi dove, per la verità, non era un gran campione.
Meglio dove tutti noi ci ritroveremo con un bel mare e una barca.
Timoniere e Skipper ovviamente lui, appollaiato al timone.
