martedì, Luglio 16, 2024

Polinesia 2019 – 3

Mercoledi mattina

Alle 9 siamo arrivati a Makatea, dopo una navigazione notturna tranquilla. Mi sono fatto il solito turno da mezzanotte alle tre, rotta 200°, velocità sei nodi con solo fiocco, una scodella di minestra di lenticchie calda (ero andato a letto senza cenare appena partiti da Rangiroa), e buona musica da ascoltare….con un solo orecchio. La luna era alta verso l’ultimo quarto, zero traffico in queste zone, insomma una belle nottata.

Ieri sera prima di ripartire da Rangiroa eravamo stati a visitare una wine farm, una novità specie per noi veneti, e tale è rimasta: iniziati nel 1996 i lavori di preparazione del terreno sul motu di Rangiroa, oggi producono circa 25.000 bottiglie di vino, in quattro qualità,  ma quel che è più stupefacente è il fatto che fanno mediamente tre vendemmie all’anno, ed il vino che ottengono per l’andata è il mix dei raccolti……..

A Taha e Rangiroa hanno iniziato anche la produzione di rhum , destinato come il vino ad un consumo locale, e credo che per un po’ rimarrà tale. Abbiamo fatto la degustazione di 4 tipi di vino e  2 del superalcolico rhum (48 e 50 gradi) , ma non siamo rimasti particolarmente impressionati, per cui l’unico effetto provocato è stata una sonnolenza acuta che ha facilitato il ricovero in branda.

Più sopra avevo iniziato con Makatea…..stasera posso dire che è stata una scoperta  molto piacevole e ricca di sorprese.

Arrivando il benvenuto è dato da un’alta scogliera ( Ricordate Denver?ma quella era bianca, mentre qui sono scure) che fa da barriera ad un basso altopiano, da un molo non molo, in quanto ricorda i fasti di tempi migliori, e da una barriera corallina a ridosso della costa, senza alcuna laguna…

Non vi nascondo che il buongiorno era piuttosto inquietante, disarmante, un paesaggio post bellico.

Prendiamo una boa, ( ce ne sono solo tre)  il mare è molto profondo ma per fortuna è calmo, e dopo la solita abbondante colazione alle 10 siamo a terra, con difficoltà perché l’onda oceanica non perdona…..Il programma prevede una escursione dell’isola e un pranzo preparato dalla guida a casa sua….

Solito tram tram, pensiamo fra noi, ma Camilla lo aveva proposto come alternativa alla nuotata sulla barriera e così abbiamo accettato.

A terra ci aspettano tre ragazzi a bordo di un pick up che si presentano come nostri accompagnatori, e prima di partire ci introducono la storia dell’isola, che poi caratterizzerà tutta la giornata, anche emozionalmente.

Ai primi del novecento l’isola era “controllata” da una società francese che estraeva fosfati , occupava 4000 persone che a mano, con badili e piccozze, estraevano il minerale dal terreno. Piccolo particolare: il fosfato si presentava friabile in mezzo al terreno corallino e vulcanico, per cui l’estrazione avveniva negli anfratti fra queste formazioni , lasciando alla fine solo un terreno impraticabile.

Il minerale veniva trasportato con una ferrovia a scartamento ridotto, e l’isola era attraversata da binari che collegavano il paese con i campi di estrazione ed il porto.

Il porto a sua volta aveva una struttura in grado di caricare navi di grande tonnellaggio, con banchine gigantesche. Infine la società era autonoma nella produzione di energia elettrica, acqua e vapore per fa muovere le 8 locomotive e trasportare i carrelli dal mare alle varie sedi di lavoro. In pratica…..un ‘isola integrata nella filiera produttiva e con la vita delle persone che erano arrivare con le famiglie da……ovunque: Cina,America, Sud America, Giappone, oltreché naturalmente dalla Polinesia.

Bene…..nel 1966, giusto nel momento degli esperimenti nucleari francesi, la società decide di chiudere la fabbrica, il terreno dell’isola è completamente disastrato ed impraticabile, con la dinamite viene distrutta ognicosa, fabbrica, impianti, porto, banchine , ed in breve l’isola rimane praticamente deserta.

Oggi nell’isola, dove non esiste collegamento con Papete, dove non si può sbarcare se c’è mare mosso, dove in caso di necessità l’unico aiuto può arrivare dal cielo con un elicottero, vivono un centinaio di persone, e qui…..comincia la nostra giornata assieme a Maii….il figlio del sindaco…

Con il pick-up iniziamo il giro, in tre seduti in macchina, gli altri dietro sul…cassone, e la prima sosta è dopo la salita che da sul porto, dove in mezzo alla boscaglia, fra alberi e liane, sono imprigionati i resti arrugginiti della funicolare che trasportava i vagoni sul molo. Si distinguono ancora matasse di cavi, l’argano che muoveva i carrelli, le macchine che producevano vapore, depositi di attrezzi…. il tutto in un’atmosfera quasi spettrale perché denuncia una sconfitta dell’uomo.

Ho  usato termine perché la prima impressione non è solo di stupore, perché è incomprensibile capire perché si lascia morire un’isola, ma di tristezza perché un governo (quello francese) non può consentire la distruzione di un ambiente dopo aver sfruttato tutto il suo terreno, abbandonando l’isola al suo destino; le persone oggi rimaste , poche decine, sono sole…..e solo alla fine Maii ci dirà che lui è tornato nell’isola per farla rivivere….

Continuando la visita ci fermiamo davanti ad una locomotiva, poi davanti ad alcuni vagoni e ai binari di scambio ancora visibili sulla strada, poi in paese dov’è poche strutture pubbliche/amministrative fanno da supporto alla popolazione, dove c’è l’ufficio di Maii, e dove vediamo qualche persona, qualche bambino, l’ufficio postale e la scuola elementare,e la immancabile cabina telefonica.

Attorno, in mezzo alla boscaglia ( non dimentichiamo che non essendoci abitanti perchè  l’isola era stata abbandonata) che  ha ghermito e soffocato ogni passata presenza umana, si intravedono resti di macchinari, vagoni sul ciglio dei sentieri ( non si possono chiamare strade), e stranamente tubi arrugginiti sospesi che una volta portavano o vapore o acqua o corrente….mah….

Arriviamo ad uno slargo che si affaccia su un foro del terreno vulcanico di oltre 50 metri (avete presente le foibe????) , ai cui bordo c’è un argano arrugginito che serviva ad estrarre il minerale scavato dagli uomini che lavoravano in profondità …. e poi alla fine del sentiero si apre uno scenario desolante e devastante: i resti di un mulino a vento, i resti di una rotaia che attraversava il piano, anzi quello che prima delle estrazioni era un terreno piano, ed ora appare come un campo  sterminato  dove sono esplose migliaia di mine….impraticabile…..inguardabile…..devastante.

MAii ci racconta che una società australiana vorrebbe far rinascere l’isola, e la prima fase, il primo intervento dovrebbe essere proprio sul terreno, oggi per l’appunto impraticabile, agendo con una macchina simil talpa gigante che dovrebbe macinare tutta la parte superiore del piano dell’isola, uno strato di almeno 20 metri, oggi frastagliato con minerale lavico e corallino, creando i presupposti per renderlo agibile e magari coltivabile, come ho visto a Isabela, isola delle Galapagos, con 5 vulcani attivi, dove gli abitanti arrivati a fine 800 hanno macinato la lava ricavandone terreno coltivabile, tant’è che nell’isola ci sono le mucche e fanno il formaggio….

La seconda fase dovrebbe essere la costruzione di un ambiente turistico, con strutture ambientali che consentano un più agile “atterraggio” sull”isola, sia dal cielo che dal mare.

Poi Maii ci accompagna attraverso il bosco ad una terrazza che si affaccia su un lato Nord dell’isola lungo una decina di chilometri, dove l’oceano frange sulla barriera, che difende una lunga  spiaggia,  che confina con un appezzamento coltivato a palme, che confina con pareti di ardesia che si alzano per qualche centinaio di metri, e………..capisco anche il disegno degli australiani…

Prima del 2000 una comunità di polinesiani in quegli spazi da paradiso terrestre aveva costruito un villaggio, ma un tifone ha distrutto tutto, e da allora quasi nessuno ci ha più messo piede…..ci vive solo qualche famiglia…. E sperando di far conoscere l’isola quest’anno  MAii ha organizzato un primo meeting con professionisti di tutto il mondo in varie discipline: climbing , diving, jumping, invitando giornalisti con l’obiettivo di riportare turisti a Makatea….vedremo se arriveranno i frutti….

Ma le sorprese dell’isola non sono finite…..perché lo step seguente ci porta all’esplorazione di alcune grotte nel sottosuolo che sfociano dopo una ventina di metri di discesa in due laghetti sotterranei, dove non resistiamo alla proposta di Maii di fare il bagno: con religiosa prudenza e rispetto ci immergiamo tutti in un’acqua fresca, cristallina, fra stalattiti e stalagmiti, e nuotando con la maschera ( che avevamo con noi) ci siamo avventurati in questo ambiente naturale, dal quale riemergiamo freschi e ritemprati, pronti per il lunch che avrebbe chiuso l’escursione. Prima però facciamo un salto al reef che si vedeva dalla terrazza, e tocchiamo con mano la vita in “barriera”… incontriamo un paio di famiglie che vivono in capanne, fra coltivazioni di cocco e papaia ( che ci fanno assaggiare), giochiamo un po’ con i bimbi sulla barriera, che poi ci aiutano a  raccogliere conchiglie, mentre gli uomini pescano direttamente sull’oceano….

Sono quasi le 14 quando Maii ci porta a casa sua, una bella villetta con un portico sopraelevato, dove era preparata una tavola per noi, imbandita, dove spiccavano il riso, una pentola di spezzatino con pollo e verdure, il granchio del cocco, una vera prelibatezza, acqua, vino e birra, e dulcis in fondo gelato al cioccolato e caffè…..

Prima di sederci assistiamo alla proiezione di un film che racconta la storia dell’isola prima e dopo l’avvento della società francese, il cambiamento di vita , lo sferragliamento delle locomotive a vapore lungo la strada ferrata, con le stazioni di rifornimento dell’acqua, ma quel che faceva specie era da un lato l’enorme struttura sul molo per il trasporto del minerale, dall’altro il campo di lavoro dove gli operai lavoravano con pala e piccone, scavando buchi profondi fino ad incontrare la resistenza della roccia, lasciando pinnacoli fra i quali venivano stese tavole di legno che costituivano l’unico passaggio per uomini e carriole……una miniera a cielo aperto…. incredibile, impensabile oggigiorno, una realtà operativa fino agli anni ‘60, poi distrutta con la dinamite…..e ingoiata dalla natura per nascondere le vergogne dell’uomo.

A questo punto l’isola non ha proprio più segreti, ne sulle offerte della natura ne sulla ospitalità delle persone, tantomeno sui prodotti che abbiamo assaggiato, degni di plauso…

Non ci rimane che rientrare a bordo, sono ormai passate le 16, e siamo pronti per un’altra sorpresa che ci riserva il mare: un branco di balene staziona nel profondo dell’oceano nelle vicinanze dell’isola, e facendo snorkeling , appena sotto il livello dell’acqua, si sente il loro richiamo, in varie tonalità: feeeeee……fiuuuuuuuu.

Ed infine al tramonto, all’orizzonte, con il sole che sprofonda verso l’altra metà della terra, quando l’ultimo guizzo ci dice addio, quando non ci speravo più, quando da anni lo inseguo, quando lo raccontano i naviganti che passano per le zone equatoriali, quando non credi che la natura te lo conceda più, ecco…….il raggio verde…..un’esplosione  di  colore verde lucente,  fulminante, quasi accecante, che dura un attimo, neppure il tempo di rendermene conto….ma sono felice………è una rarità, e posso dire di averlo visto….

Grazie Makatea

Buonanotte