Il mio pacifico (1)

mercoledì 20 febbraio

Il percorso de “il mio pacifico” a bordo di Refola è iniziato a Cartagena il 20 febbraio 2013, e dopo aver toccato l’arcipelago Rosario, le San Blass, Colon, Panama, l’arcipelago Las Perlas, tutta la costa dello strato di Panama fino al confine con il Costarica, le isole Cocos, Le Galapagos, Le Marchesi, le Tuamotu, è terminato a Papete il 22 luglio 2013: oltre 5000 miglia, di cui circa 3000  di traversata dalle Galapagos alle Marchesi.


Cartagena

…..e così inizia l ‘avventura: dopo 10 anni, con l’obiettivo di completare la traversata dell’Oceano Pacifico, mi sono imbarcato a Cartagena su Refola, superbo Supermaramu2000, partito dall’Europa a settembre 2012 comandato da Alessandro Nodari, con l’obiettivo di effettuare il giro del mondo.

Mi ero reso disponibile circa un anno fa per questa tratta, e per questo mi ero “prenotato” da un anno sperando di poter effettivamente partecipare alla traversata del Pacifico da Panama alla Polinesia; dalla partenza dall’Europa già altri equipaggi si sono succeduti a bordo, ma finchè non si mettono i piedi a bordo non si è mai sicuri di essere della partita. Quando finalmente il 16 febbraio ho lasciato Verona,  ho tirato un sospiro di sollievo: con scalo Parigi, Bogotà, Cartagena,  sono stato alla fine accolto fra le braccia dell’estate tropicale lasciandomi alle spalle l’inverno italiano….ma non solo: ho lasciato anche tutta la  bagarre mediatica creata attorno alle elezioni, alla politica, alle false promesse dei pretendenti governanti, a tutte le brutte notizie che ogni giorno ci vengono propinate, senza contare lo stress creato dalla consapevolezza che è impossibile  cambiare questo stato di cose.

Almeno qui, lontano dal mondo, dai condizionamenti di ogni giorno, dai media e conscio che, tanto, nulla riusciresti a fare, puoi dedicarti al piacere di vivere una vita un po’ fuori dagli schemi.

In mare comandano il tempo e la barca, il “capo” unico e indiscusso è lo skipper, pertanto tutta la giornata è retta da questi elementi.

A chi non ha mai navigato, può sembrare impossibile che la vita di bordo sia molto diversa da quella trascorsa a terra, ma se ci si pensa un po’, si capisce facilmente che in barca siamo regolati e influenzati solo da tutto ciò che ci circonda, elementi tangibili e intangibili, che, di fatto, assumono il ruolo di regole di vita, scritte e non scritte.

……e, se non si è capito, a me piace molto la vita in barca, specie se in compagnia di amici velisti, che quindi conoscono la “sinfonia “ del mare e ne apprezzano la sua melodia.

 

Dicevo che sono arrivato a Cartagena sabato 16 febbraio, alle 19.30 locali (con sei ore di fuso orario), accompagnato da Wilma che rimarrà fino a Panama, e ci siamo recati subito al circolo nautico dov’era ormeggiata la barca.

Refola era sul molo esterno, con la prua al mare, con le orecchie tese ad ascoltare il vento, in attesa di salpare. A bordo ci aspettavano per la cena il comandante Alessandro con Lilli, oltre ad una loro coppia amici, Giancarlo ed Erna.

Sistemate le nostre cose entriamo subito  in contatto con l’ambiente, e ci troviamo subito assorbiti dalla nuova realtà: le cose prioritarie da fare, i documenti per la partenza, la cambusa da rifornire, e non ultimo la voglia di conoscere questa cittadina.

Come poi abbiamo visto, Cartagena è una realtà che ricorda molto l’ambiente spagnolo, la cui presenza incombe sulla parte vecchia–storica, tutta circondata da mura e bastioni, con le piazze piuttosto piccole su cui si affacciano importanti edifici, viuzze strette di cui molte pedonali, e tanta gente in giro per strada. Sono tutti vestiti con abiti colorati, e con la luce del sole che fa risaltare le tonalità forti (il rosso, l’azzurro, il nero, il bianco) sembra di essere in un ambiente in festa.

 

martedì 26 febbraio

Due giorni fanno presto a passare, tutti presi dalla preparazione per il tragitto fino a Panama, e anche se il circolo nautico non offre direttamente molti servizi, i moli sono pieni di artigiani che passano di barca in barca: chi pulisce la chiglia lavorando in apnea con spugna e raschietto, chi ripara le vele, chi costruisce le cappottine, chi va a fare le pratiche doganali e portuali, e il comandante è sempre preso da tutte le manutenzioni e acquisti.

Per ultimo teniamo la cambusa: il supermarket è due passi, e nel primo pomeriggio di lunedì pensiamo che in due ore dovremmo fare tutti gli acquisti; la lista in mano, preparata per il fabbisogno di un mese, una precedente visita per capire se il discount sarebbe stato affidabile, e ci andiamo. Due, tre, quattro carrelli sono appena sufficienti per le provviste, e altrettanto una due tre ore non bastano per esaurire tutta la lista. In testa il rifornimento dei vini, una settantina di bottiglie a prezzi abbordabili, poi la frutta e verdura, carne, e via via quanto serve. Il conto si fa presto a sei, sette cifre, un €uro vale circa 2400 pesos colombiani, e alla fine spendiamo quasi tre milioni; la sorpresa spiacevole è che al momento di pagare ci aspettiamo di poter ottenere uno sconto significativo, ma non riusciamo a spuntare un centesimo pur scomodando il gestore e neppure minacciando di rinunciare a tutta la spesa lasciandola alle casse. E pensare che avendolo saputo in anticipo, avremmo potuto approfittare  del fatto che il venerdì applicano lo sconto del 15% sui vini, ed il martedì altrettanto su frutta e verdura: pazienza.

Martedì quindi partenza per l’arcipelago di Rosario, dove arriviamo con una navigazione di poche decine di miglia. Lasciamo alle spalle la bella Cartagena, con i suoi forti che l’hanno difesa durante le invasioni…barbariche…, incrociamo alcuni gigantesche navi  porta-container sullo stretto canale che immette nell’oceano, e con un bel vento al traverso arriviamo a destinazione. Il comandante aveva studiato l’entrata dalla passe, la baia, dove atterrare, e con il sole alle spalle passiamo attraverso la barriera corallina e diamo fondo dentro la laguna. Siamo in acque fortunatamente pulite, si vedono bene i fondali, anche se non sono ancora degni di essere ricordati e riportati. Riceviamo subito la visita degli indigeni locali, che si avvicinano a bordo di canoe scavate in un unico tronco, e ci “offrono” prima il cocco, poi le aragoste ed infine le mola, tele ricamate utilizzando stoffe colorate a più strati che ripropongono i loro elementi di vita locale: frutta e pesci. Solo alle San Blass, dove farò acquisti di mole, ben più preziose come lavorazione, troverò anche motivi storici e disegni geometrici.

Ci facciamo convincere dal facile acquisto delle aragoste, anche perché si sono offerti di cucinarle i pescatori stessi, e così inauguriamo degnamente l’arcipelago Rosario.

Il giorno seguente le condizioni meteo sono contrarie al trasferimento verso le San Blass, e rimaniamo quindi alla fonda: mettiamo in acqua il dinghi (nuovo e apprezzatissimo con il fondo rigido, marca AB inflates), e tutti assieme (in sei) andiamo i gita verso l’isola principale, dove c’è un acquario pubblicizzato dagli operatori turistici. Passando da un atollo all’altro, in mezzo alle mangrovie, su bassi fondali trasparenti o su fondi sabbiosi bianchissimi, arriviamo un po’ bagnati a un molo affollato di canoe, barchini e barconi, e appena sbarcati siamo subito assaliti da chi vuole venderci magliette, pizzette e aragoste e il ticket per lo spettacolo dei delfini volanti.

Scopriamo subito che il delfinario non è altro che una piscina con quattro poveri delfini, e nell’acquario (altra vasca coperta dentro ad una capanna), nuotano quattro pesci in croce e una coppia di squaletti lunghi mezzo metro…. Per fortuna nessuno aveva fatto….acquisti, e ce ne torniamo lentamente a bordo per un altro percorso. Passando dietro ad un atollo scopriamo inorriditi lo scheletro biancheggiante di un caseggiato a due piani, che in tempi migliori doveva essere un albergo, pezzo unico costruito su un lembo di terra sul mare, che sembra sospeso in attesa di crollare da un momento all’altro: vera schifezza, residuo di un consumismo che mai avrei pensato di trovare qui ai tropici, in un paesaggio incontaminato…..sì, ma una volta…

E così, con l’amaro in bocca, ci prepariamo alla traversata del giorno dopo.


San Blass

Dopo il solito e immancabile rito del risveglio mattutino (appena svegliati, ci si cala in acqua, doccia, e poi una ricca colazione a base di frutta, marmellata, miele, burro, caffè e latte), si salpa per macinare 180 miglia che ci separano dalla nuova meta.-

Sarà una tappa con navigazione notturna, e il comandante ci prepara psicologicamente a fare i turni: due ore a testa con l’assistenza di un secondo membro dell’equipaggio che monta sfalsato di un’ora. Ben presto perdiamo un “turnista” che soffre il mare, e quindi rifacciamo i turni in cinque, con quattro ore di riposo a testa prima del turno seguente. Siamo vicini alla luna piena, per cui la notte sarà meno solitaria e buia, almeno per buona parte.

Ben presto l’arcipelago delle Rosario si perde in lontananza, e con rotta verso Ovest apriamo fiocco e randa, vento al traverso da dritta, e procediamo a oltre sei nodi. Siamo in pieno golfo del Messico, e l’onda oceanica ben presto impone il suo ritmo, ci scavalca senza frangere, più veloce di noi, facendoci scivolare da un’altezza di oltre due metri.

Non fa freddo, e il rollio per quanto leggero non favorisce l’appetito, per cui a tavola non ci sono molti commensali: nonostante tutto la cucina funziona regolarmente, verdura fresca con formaggio a pranzo e a cena una zuppa di legumi programmata già dalla mattina.

Il buio giunge quasi all’improvviso qui ai tropici, soprattutto presto, me l’ero quasi dimenticato, e se non fosse stato per la luce bianca della luna, non mi sarei accorto del sopraggiungere della notte: così con una musica di sottofondo che si diffonde in plancia (sì, perchè nel Supermaramu2000 sembra di essere su una piccola nave), inizia l’assaggio di questa prima notturna, in attesa di quelle che caratterizzeranno la traversata del Pacifico.

In plancia, chiusa per la notte e riparata dal vento e dall’umidità, si sta bene, la barca rimane ben orizzontale, corre veloce sull’onda, il vento è regolare, e i turni si susseguono senza incidenti. Con l’AIS, che funziona regolarmente, seguiamo le navi che si muovono attorno a noi meglio che al radar, e comunque ben al largo: raggiungiamo e superiamo  anche una barca a vela che era all’ancora assieme a noi  il giorno precedente, e ben presto  la notte lascia il posto alle luci dell’alba. Io ho fatto un turno dalle 20  alle 22 ed uno dalle 2 alle 4, per cui mi sveglio verso le 8 del mattino con il profumo del caffè che il comandante aveva preparato per i …duri di stomaco.

Durante la notte comunque il mare si è calmato, e un po’ anche il vento, per cui l’onda si è appiattita e la navigazione è più confortevole del giorno prima.


Cayo Holandes

Verso mezzogiorno si avvistano le prime isole di San Blass, e così ci mettiamo in agitazione per l’atterraggio: queste isole erano state da molti anni un obiettivo da me desiderato, anche se purtroppo molti amici mi hanno detto che non sono più come una volta, e quindi la curiosità di visitarle è forte. Mi aspetto di vedere spiagge bianche, verdi palmeti e acqua cristallina, e, infatti, arrivando a Cayo Holandes rimango confortato dallo spettacolo che si presenta ai miei occhi: arriviamo da est, con il sole alto, e vediamo subito il gruppo di atolli dietro al frangere delle onde sulla barriera corallina. Non è facile capire dove si trova la passe, anche perché le carte di queste coste non sono così disponibili come ci si potrebbe aspettare, ma s’intravede chiaramente l’azzurro della laguna, delimitata fra la barriera e le mangrovie che ricoprono la riva.  Ci sono alcune barche a vela alla fonda, dietro ad un atollo, ma esposte al vento, altre dietro alla barriera corallina senza alcuna protezione dal vento, e in prossimità della laguna chiamata “le piscine” ve ne sono altre, ben ridossate, che si cullano nell’acqua blu e azzurra. Scegliamo quest’ultimo ancoraggio per la nostra sosta, e con molta cautela ci avviciniamo alla barriera, dove poco dopo si scorge il passaggio, angusto e profondo solo 3 metri, perpendicolare alla secca, che continua poi con una curva quasi a gomito che s’immette nella laguna. Siamo tutti in silenzio, procediamo piano, gustandoci l’avvicinamento al punto di ancoraggio come l’inizio di un film, seduti in prima fila. Purtroppo non rimane molto spazio dentro la laguna, e siamo costretti a dare fondo proprio sul canale vicino alla passe, su 6 metri d’acqua, sul filo della corrente che entra ed esce. In queste condizioni Refola non riesce, però, a mettersi al vento e mentre tutte le altre barche appaiono allineate fra loro, noi  rimaniamo nella bisettrice fra la provenienza di questo e il filo della corrente.

L’ambiente è molto suggestivo, selvaggio, coloratissimo specie con il sole che ne risalta le sfumature, senza la presenza d’insediamenti umani sull’atollo, e le barche alla fonda quasi si confondono nel paesaggio, come una pennellata di bianco sull’azzurro del mare.

Rimaniamo a Cayos Olandes due giorni, prima di dirigerci verso Cayo Lemons, e riusciamo a fare due escursioni in gommone all’interno della laguna, gustandoci i fondali trasparenti e le spiagge deserte, dove l’unica presenza umana è data purtroppo dalle immondizie portate e depositate dalla corrente all’interno dell’arcipelago.

Sbarchiamo anche in una spiaggetta bianca, le palme sono alte, nel terreno ci sono i grossi buchi con le “tane” dei granchi del cocco, e di questi frutti ce ne sono  a terra in abbondanza: ne prendiamo due di maturi, mentre Giancarlo riesce a salire su una palma staccandone due di freschi (scorticandosi una coscia), e con il grosso bottino ce ne torniamo a bordo.

Il comandante ogni giorno si collega via radio con gli skipper italiani che navigano in questa zona, e così riusciamo a mappare la loro presenza nei vari Cayos dell’arcipelago.

Sappiamo che c’è Bobo con Mary, Paolo, Marzia, Andrea, Enzo e molti altri, una comunità che si tiene in contatto costantemente, alcuni dei quali conosco o attraverso i racconti di Bolina o quelli di banchina.

 

Cayo Lemons

Salpiamo dopo due notti per una nuova baia: la navigazione è breve, meno di due ore verso ovest, fra secche e atolli, sui quali, a differenza  di Cayo Holandes, si nota la presenza di capanne abitate dalla popolazione locale “cuna”. Sono abitazioni di solito con un unico vano, ognuna adibita a uno scopo diverso, per dormire o per mangiare e cucinare. In qualche atollo c’è anche un pseudo ristorante dove, come ci racconterà Mary, si può mangiare pesce o pollo fritto, con patate e riso. I cuna vivono prevalentemente di turismo, o meglio dalla vendita di aragoste e mola ai naviganti in transito, sono piccolini e scuri di pelle, abilissimi nuotatori e comunque sempre gentili.

L’atterraggio a Cayo Lemons è sempre attraverso una pass, questa volta molto larga e visibile, e diamo fondo a fianco di Eccola, la barca con Bobo e Mary <marybobo@tin.it>, che ci raggiungono subito. Loro sono ormai di casa, fanno parte della comunità italiana (Bobo addirittura pensa di prendere la residenza panamense), e ci fanno da cicerone con una panoramica virtuale delle San Blass: come ricevere dai cuna rifornimenti con una barca che settimanalmente porta frutta verdura e carne, dove scendere sul continente sempre con una barca cuna che fa la spola in 45 minuti prelevando passeggeri sulle barche o negli atolli, e poi consente di prendere la coincidenza con un mezzo per Panama, dove fare documenti di entrata e dove prendere  la scheda telefonica locale.

Fra una birra e altre due chiacchiere di aggiornamento il tempo passa veloce, e l’appuntamento è spostato dal comandante per cena su Refola: far da mangiare per 6 o 8 persone non cambia di molto, e do volentieri una mano a Sandro ai fornelli. La serata così si prolungherà più del solito, con una bottiglia di vino in più, ma soprattutto con tante chiacchiere di pozzetto, specie fra Sandro e Bobo che hanno molte conoscenze in comune, viste le ripetute esperienze nei Carabi.  Io approfitto di Bobo per chiedergli un aggiornamento sulle carte locali, e il giorno dopo mi fornice una copia delle CMAP di tutto il mondo del 2002, che mi sarà utile per Max Sea, delle coste di  Panama, e di tutti gli  wait point del Mar Rosso che lui stesso ha tracciato, dove è di casa avendovi fatto l’istruttore sub per molti anni.  Così passando a parole da un oceano all’altro passiamo anche noi la mattina seguente in un altro atollo.

 

Cayo Porvenir

In questo atollo si fanno i documenti di entrata, ci sono l’autorità militare e civile, un piccolo aeroporto, un alberghetto ed un ristorante raccomandato da Mary. Diamo fondo davanti alla caserma, vicino a vecchio bastimento e a una barca che ha disalberato, e riceviamo subito la visita di una canoa cuna con tre pescatori che ci propongono quattro grosse aragoste per 25$, offerta che accettiamo subito; il comandante, dopo averle messe in congelatore, scende a terra per prendere informazioni anche per Marzia, skipper Romana che dovremmo incontrare nel viaggio verso Raiatea e che conosceremo lo stesso pomeriggio.  Purtroppo il consiglio cuna, che si riunisce in quel giorno a Porvenir, ha monopolizzato l’atollo, quindi niente ristorante (occupato per la riunione cuna) e neppure uffici aperti, almeno per la mattina.  Decidiamo di fare due passi e visitare l’albergo, chissà che non ci serbi sorprese: e, infatti, ce le riserva.

L’albergo è una specie di resort, sotto il profilo logistico, costituito da una capanna con alcuni vani, da un’altra capanna dove c’è una cucina, uno shopping (si fa per dire) e un banco per la vendita di bevande. Attorno ad alcuni tavoli sono seduti alcuni ragazzi che aspettano di essere serviti, ma nulla di riconducibile a un servizio ristorante. Chiedo in cucina alla cuoca se è possibile mangiare qualcosa e che cosa, ma la risposta è negativa: troppa gente, non c’è pesce, solo pollo e patate, e comunque bisogna aspettare due ore. Capiamo che la cucina di bordo è insostituibile, e dopo aver incontrato l’autorità dell’isola che ci fornisce le informazioni che cercavamo, rientriamo in barca.

Piccolo lunch e poi ci rimettiamo in navigazione verso un’altro atollo, dove incontreremo Marzia. La navigazione è semplice e breve, e in un’oretta arriviamo a Cayo Chichime

 

Il Natale Kuna

Nella comarca di Kuna, Yala, sul versante caraibico di Panama, sopravvive una comunità autoctona composta da circa ventimila persone che vivono per la maggior parte nelle isole dell’arcipelago di San Blass, vero e proprio paradiso terrestre.

I Kuna sono un popolo di pescatori diviso in cinquanta tribù, guidate dai sahila, sciamani leader che detengono il potere amministrativo e spirituale e mantengono i rapporti con le istituzioni panamensi.

L’economia dei Kuna è quasi totalmente basata sul commercio di aragoste, noci di cocco e molas, tipici prodotti di artigianato locale. I prezzi sono imposti dai capi delle tribù, così come le tasse. Nessuno è ricco, nessuno è povero, nessuno può permettersi privilegi.

Ma si dice che ci sia un giorno di festa, il Natale dei Kuna, che cade solo una volta ogni tanto, senza avvento, senza preavviso, senza cenone ne regali.

La posizione di San Blass, a cavallo tra Panama e la Colombia, è al centro delle rotte dei narcotrafficanti colombiani che portano la cocaina fino in Messico alla volta poi degli Stati Uniti.

Si tratta di droga purissima in quantitativi enormi trasportata in casse di legno cui sono legati sacchi di sale: in caso d’intercettazione da parte delle autorità i trafficanti gettano le casse in mare, per poi attendere, grazie allo scioglimento del sale, che queste tornino a galla.

È in quel frangente che i Kuna, a bordo delle loro barchette ricavate dai tronchi degli alberi della foresta pluviale, remano a più non posso per aggiudicarsi il bottino prima del ritorno dei trafficanti.

I Kuna non hanno mezzi per portare la droga fino alle città allo scopo di rivenderla, quindi la tengono per sé.  A San Blass non nevica mai, ma in quel giorno tutto si riempie di neve bianca, come a Natale.

E i Kuna fanno festa per tutta la notte.

 

Cayo Chichime

E’ questo uno degli atolli più belli che abbiamo toccato alle San Blass e sarà anche l’ultimo da scoprire e che visiteremo. L’atterraggio con la luce della sera alle spalle, l’insieme di tre isolette con le palme che scendono fino al mare, il fondale profondo di sabbia chiara fin sotto riva, il passaggio di due delfini sotto bordo conferiscono un’atmosfera da cartolina, e dopo aver zigzagato fra le barche per cercare il giusto posto ove fermarci abbiamo dato fondo all’ancora e ci siamo calati tutti in acqua a godere il momento magico. Pensate che nuotando mi è sfilato vicino un delfino per due volte, e l‘emozione è stata forte. Prima di sera siamo scesi a terra, perché Bobo ci aveva detto che in quest’atollo c’era un cuna, Miguel, che avrebbe potuto pulire la chiglia della barca, e poiché questa era un’opportunità che il comandante voleva percorrere, siamo scesi per cercarlo: non lo abbiamo trovato, ma in compenso abbiamo incontrato chi ci avrebbe fatto il lavoro.

La mattina seguente si è presentata sotto bordo una canoa con 5 “operai”: due ragazzini che non superavano i dieci anni, due più grandi e il loro mentore, tutti armati di maschera e pinne, con il raschietto e tanta voglia di fare il lavoro.  Ci hanno chiesto 25$, e per quella cifra si sono tuffati e rituffati per oltre un’ora sotto la chiglia, con gli strumenti  di lavoro in mano e tanta voglia di giocare a fare i grandi.

Alla fine sentivano freddo e quando poi il comandante è sceso a controllare l’esecuzione della pulizia, ed era stata fatta bene, oltre al compenso pattuito si sono meritati anche una birra e un dolcetto testa. Dovevate vedere com’erano contenti, ed anche il nostro comandante……Ho pensato sorridendo fra me e me che questo era stato sfruttamento del lavoro giovanile, ma per fortuna non era passata la Camusso…

La sera precedente il comandante aveva invitato a cena Marzia e suo marito, una coppia romana che a bordo del Parmelia sta facendo il giro del mondo. Pasta con le aragoste, quelle comperate la mattina stessa a Cayo Porvenir, che abbiamo spolpato una ad una ricavandone un’abbondante polpa che assieme al sugo di pomodoro ci ha consentito di condire un Kg di fusilli…..Mancavate solo voi, …..perchè ne abbiamo avanzato una pirofila che il giorno dopo  abbiamo passato al forno.   Anche con Marzia (bella moretta, giovanile e simpatica, oltre che intraprendente skipper) non sono mancate le chiacchiere in pozzetto fino a tardi, e ci siamo dati appuntamento  al marina  di Colon, prima del canale.

 

mercoledì 27 febbraio

E così anche le San Blass sono ormai un ricordo.

Che cosa dire? Sono praticamente tutte uguali, anche se tutte diverse: chi preferisce quella con i fondali pescosi, chi quella con le spiagge bianche o la laguna per fare una nuotata, ma tutte hanno le palme, la spiaggia, la laguna, la pass per entrare, e i cuna che offrono le aragoste e i mole. Sicuramente sono isole rimaste incontaminate, se con tale termine intendiamo l’assenza di costruzioni e la presenza di una popolazione, i cuna, che ancora vivono del prodotto del loro lavoro: la pesca delle aragoste e la tessitura dei mole. Certo è che senza il sole il paesaggio perde ogni fascino, vengono a mancare i colori, e alzandosi la mattina sembra di essere sulla laguna di Venezia in autunno. Inoltre senza lo stimolo e l’emozione dei colori (il verde, l’azzurro ed il bianco della spiaggia, tutti  con mille sfumature) si perde la voglia di fare il bagno, anche perché è rischioso avventurarsi in acqua per la possibile presenza di pescecani, che per quanto piccoli e a detta dei cuna, non pericolosi, non costituirebbero un incontro piacevole.

Non so quindi come facciano certi navigatori, dopo dodici anni (vedi un certo Spartaco, italiano), ad essere ancora  qui fermi alle San Blass, evidentemente ci sono per alcuni altre motivazioni. Ne ho accennato a Bobo, un altro che rimarrà anche l’anno prossimo a fare la stagione qui, e mi ha detto che l’ambiente fuori dagli schemi costituisce di per se stesso motivo di scelta rispetto ad altri contesti, per esempio i Carabi.

Va anche detto che alcuni skipper sono qui per lavorare, e rispetto ad altre mete questa rimane appetibile anche in momenti di crisi, oltre a consentire un costo della vita estremamente basso.

Ho contato oltre una decina di barche di italiani, anche se battenti bandiere  diverse, fra qualche centinaio di imbarcazioni incontrate in tutto l’arcipelago, il che significa che queste isole esercitano un’attrattiva forte, perchè effettivamente ci si sente un po’ fuori dal mondo quando si arriva.

Credo però che nei prossimi anni anche questo lembo del nostro pianeta potrebbe subire purtroppo nuovi mutamenti: già ora si arriva da Panama alla costa con la nuova strada in un paio d’ore, e in 45 minuti poi si raggiunge Cayo Lemons, nel mezzo dell’arcipelago, lontano dal mondo che corre.

Ho visto bellissime barche, molte di passaggio per il giro del mondo, altre che rientrano in Italia e parecchie che sostano in qualche marina nei carabi o a Colon, a costi relativamente bassi. Una cosa bella che vale la pena di ricordare è il cameratismo fra tutti gli skipper, e quando la sera tutti si chiamano alla radio o al VHF, si preoccupano se qualcuno non risponde all’appello, proprio come una famiglia. Come non ricordare Paolo, del Felicitè, che con la sua voce profonda e rotonda (tutte le donne a bordo ne erano incantate) la sera teneva banco alla radio sulla frequenza a onde corte.

Ora siamo in trasferimento verso Colon, ci troviamo a 25 miglia dalla meta,  alla fonda in una baia piena di barche lungo la costa. Il paesaggio attorno è quello classico tropicale: foresta densa, alberi altissimi e palme che spuntano dappertutto, qualche casa sulla costa e un paesino in lontananza. Peccato che non ci sia il sole, perchè anche la luna ha iniziato la sua fase calante e per un po’ non ci farà compagnia di notte, almeno fino a dopo Panama..

 

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