La noce di mare invade il Mediterraneo: è peggio del granchio blu
Un’altra specie aliena è approdata sul nostro mare e minaccia tutta la pesca

Non bastava il Granchio Blu. Un’altra specie alloctona è arrivata nel mar Mediterraneo e sta cambiando velocemente l’habitat marino, riscrivendo gli equilibri biologici ai quali ci eravamo abituati negli ultimi secoli. Si tratta della “Mnemiopsis leidyi”, meglio nota come Noce di Mare.
A vederla galleggiare sulla superficie, mentre si lascia cullare dalle onde, col suo corpo trasparente e composto per lo più da acqua, la Noce di Mare somiglia ad una piccola medusa. Si tratta invece di una specie completamente diversa che con il Phylum dei Cnidari non ha nulla a che spartire. La Mnemiopsis infatti appartiene al Phylum Ctenophora: si tratta di un animale carnivoro che si nutre non solo di zooplancton ma anche larve di pesce, di crostacei ed altri ctenofori.
Al contrario delle meduse, la Noce di Mare non è rivestita di cellule urticanti (cnidociti) e di conseguenza non è pericolosa per i bagnanti. Ma questa è l’unica buona notizia.
Un divoratore di plancton
Questo animale è dotato di una voracità impressionante: riesce a mangiare quotidianamente sino a dieci volte il suo peso facendo letteralmente piazza pulita di quel plancton marino che sta alla base del nutrimento delle altre specie. Cibandosi anche di larve di pesce azzurro e di molluschi, la Noce di Mare mette in pericolo la sopravvivenza di queste specie che sono, tra l’altro, alla base della piramide alimentare di tanti altri pesci come, ad esempio, i tonni e gli sgombri.
Non solo. La Mnemiopsis è un animale ermafrodita e, in quanto tale, si riproduce in autonomia e molto velocemente, non appena trova un habitat con le adatte condizioni. Michele Doz, presidente dell’.associazione delle cooperative italiane pesca (Agci) del Friuli Venezia Giulia ha dichiarato in un’intervista al Sole 24 Ore
“Riproducendosi in centinaia di migliaia le Noci di Mare finiscono per produrre una distesa gelatinosa che resta impigliata nelle reti e le rende inutilizzabili. Le reti si appesantiscono per effetto di questo materiale gelatinoso, si adagiano sul fondo del mare senza riuscire più a svolgere il proprio lavoro. Insomma pescare diventa impossibile”.
Il prestigioso quotidiano economico sottolinea come l’arrivo della Noce contribuisca al pesante calo di affari registrato in questi ultimi mesi nel settore della pesca ai molluschi, precipitato nel solo Alto Adriatico da 120 a 13 milioni di fatturato. Un “buco” che ha causato la cessazione di ben 700 partite Iva.
Dall’Atlantico al Mediterraneo
La Mnemiopsis è una specie originaria dell’Atlantico. Sul finire degli anni ’80 è stata introdotta nel mar Nero grazie agli sversamenti delle navi cisterna, dove ha causato pesanti perdite nella pesca e nel commercio delle acciughe. Successivamente, la Noce di Mare ha colonizzato il Mar Caspio e l’Egeo, complice il cambiamento climatico con relativo aumento delle temperature e della stratificazione delle acque. Sui mari italiani è stata osservata da una decina di anni nel Tirreno, principalmente nelle lagune costiere della Sardegna. I biologi marini l’hanno inserita tra le 100 specie invasive più dannose al mondo.
Difficile stabilire quale sarà l’impatto sulla pesca e sull’ecosistema marino causato dall’approdo di questa specie aliena nel bacino Adriatico. Una ricerca pubblicata sulla rivista internazionale Hydrobiologia, condotta dall’università di Padova e dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste, ha rilevato una preoccupate colonizzazione di questo animale anche nella laguna di Venezia e tutto sta a suggerire che la Noce di Mare causerà più danni al mare ed ai pescatori del “famigerato” Granchio Blu.
Una specie antagonista come possibile soluzione
Che fare? L’unica nota positiva, rileva Doz, è che con la Mnemiopsis, è stata rilevata nell’Adriatico, sia pure in quantità minime, anche la presenza della Beroe Ovata, uno Ctenoforo che si nutre per l’appunto di Noci di Mare. Questa specie antagonista potrebbe essere la soluzione del problema ed aiutare i pescatori a contenere l’invasione. Il presidente Agci, invitando le autorità a non sottovalutare la questione e ad avviare i necessari monitoraggi sottolinea:
“Ovviamente il ricorso ad una specie antagonista non è certo cosa che possono fare i pescatori autonomamente! Occorre essere guidati dalla ricerca scientifica che deve anche chiarire se un’operazione del genere possa avere o meno controindicazioni“.
Non sarebbe la prima volta che una frettolosa “soluzione” si rivela peggiore del male!
