martedì, Aprile 21, 2026

Quando i marinai perdevano i denti: storia dello scorbuto

di Riccardo Bottazzo

Da Magellano a James Cook, la lotta a questa malattia costrinse capitani e medici di bordo a cambiare diete, rotte e abitudini marinare.

Ai tempi dei grandi velieri, tra il XV e il XVIII secolo, il terrore più grande di chi si avventurava per mare non erano gli abbordaggi dei corsari, e nemmeno le tempeste o i naufragi. La loro paura più grande era solo una, lo scorbuto, malattia che in quegli anni causò più vittime di tutte le battaglie navali e gli uragani messi assieme. Intere spedizioni furono massacrate da questa patologia che oggi sappiamo curabile con del semplice succo di limone. Durante la circumnavigazione di Ferdinando Magellano (1519-1522), invece, su circa 270 uomini partiti ne tornarono solo 18. Gli altri furono tutti uccisi dallo scorbuto mentre attraversavano il Pacifico.

Non andò meglio a Vasco da Gama che nel 1497 viaggiò per primo verso l’India doppiando il capo di Buona Speranza. Mentre navigava nell’Oceano Indiano, lo scorbuto attaccò l’equipaggio. I cronisti di bordo descrissero scene da incubo: la pelle dei marinai si copriva di macchie scure e nessuno riusciva più a governare le vele o a salire sugli alberi. Le gengive si gonfiavano e sanguinavano mentre i denti cadevano a gruppi. L’esploratore fu costretto ad abbandonare una nave della sua flotta perché non disponeva di marinai sani sufficienti a governarla.

Anche pirati come il celebre Morgan, temevano lo scorbuto più della forca. “La malattia che trasforma i lupi di mare agnelli”, la definiva, lamentando che i marinai colpiti non riuscivano più a combattere.

Cosa è lo scorbuto?
Oggi sappiamo che lo scorbuto è una malattia causata dalla carenza di vitamina C, quella che si trova principalmente nella frutta e nella verdura a foglie verdi. Una vitamina indispensabile per la sintesi del collagene, sostanza che tiene assieme il nostro corpo. Chi ne è colpito accusa una rapida degenerazione dei tessuti connettivi. I sintomi sono quelli descritti dai cronisti di Vasco de Gama: gengive sanguinanti, perdita dei denti, emorragie, riapertura di vecchie piaghe, estrema debolezza e forti dolori articolari. Tutto ciò causava anche un mutamento dell’umore del marinaio colpito, che diventava ingestibile e parecchio scontroso. Non a caso, ancora oggi utilizziamo il termine “scorbutico” per indicare persone scostanti e bizzose.

In altre parole, lo scorbuto era un passeggero sgradito ma inevitabile per le navi che affrontavano le lunghe traversate oceaniche, a causa dell’assenza di cibi freschi. La dieta di bordo infatti, si limitava a carne salata, pesce secco, legumi e biscotti. Tutti prodotti che potevano essere imbarcati senza timore che andassero a male durante la navigazione.

Salvati dagli aghi di “annedda”
Secondo alcune stime, almeno la metà dei marinai diretti verso le Indie nel XVII secolo veniva colpita da questa malattia che causava loro la morte o comunque li debilitava ad un punto tale da renderli incapaci di alzarsi dalla branda. Particolarmente rischiose erano le spedizioni polari. Nell’inverno del 1535, l’esploratore francese Jacques Cartier rimase bloccato con la sua nave nei ghiacci del fiume San Lorenzo, nell’attuale Canada. Metà dei suoi 110 uomini di equipaggio era stata assalita dallo scorbuto. Sarebbe stata morte certa per tutti se non fossero intervenuti alcuni nativi irochesi che insegnarono ai marinai a prepararsi una tisana a base di corteccia e aghi di una pianta che loro chiamavano “annedda”, meglio conosciuta da noi come cedro bianco. Una conifera i cui aghi sono ricchi di vitamina C. La ciurma si riprese nel giro di pochi giorni e riuscì a riportare la nave in Francia. Per gratitudine, il re Francesco I fece piantare i semi nel giardino di Fontainebleau e il cedro bianco fu così introdotto in Europa.

Basta un limone!
Nel 1747 il medico scozzese James Lind viaggiava a bordo della HMS Salisbury, quando lo scorbuto cominciò a manifestarsi sulla nave. Il dottore ne approfitto per verificare una sua teoria. Aveva imbarcato casse di arance e limoni e somministrò il loro succo a metà dell’equipaggio che guarì prontamente. Purtroppo la Royal Navy non dette peso a quella scoperta fino a 50 anni dopo. Per un altro mezzo secolo, così, i marinai continuarono a morire per mancanza di un po’ di agrumi!  Quando finalmente la Marina inglese adottò il succo di lime come razione obbligatoria, i marinai europei non persero occasione di prendere in giro i colleghi inglesi, soprannominandoli “limeys”: quelli che si bevono i lime!

Il capitano che sconfisse lo scorbuto
Ci volle un lupo di mare come James Cook (1728 – 1779) per risolvere definitivamente la questione dello scorbuto. Riprendendo la teoria del medico James Lind, il grande navigatore impose alla ciurma una ferrea dieta a base di crauti fermentati e, quando possibile, si fermava nelle isole, deviando appositamente dalle rotte prestabilite ed allungando il viaggio, per raccogliere agrumi e verdura fresca. Non fu facile però far mangiare i crauti ai marinai che li detestavano e preferivano di gran lunga il pesce secco o la carne essiccata.

Cook allora usò il seguente stratagemma. Nelle prime settimane del viaggio servì i crauti solo nelle tavole degli ufficiali, ordinando loro di assaporarli come la più pregiata delle leccornie. Quando la ciurma cominciò a protestare perché si sentiva esclusa da quella delizia del palato, come se fosse spinto da un impeto di generosità, il capitano servì i crauti anche nei loro piatti. L’astuzia funzionò, i crauti divennero una pietanza fissa nei menù dei suoi marinai e le navi di James Cook diventarono famose perché nessuno vi moriva più di scorbuto.