A bordo di Joshua, la mitica barca di Moitessier
Cari amici, il nome Joshua richiama sempre l’attenzione, e quando mi sono “imbattuto” su questo articolo di Leonardo Zuccaro non ho resistito all’idea di farmi un giro a bordo di questa barca mitica. Ho dovuto lavorare un po’ per rendere agibili le fotografie, indispensabili per sentirsi a bordo, e questo è il risultato.
Parlando di Moitessier, vi anticipo che prima di agosto uscirà una nuova versione italiana di Tamata e l’Alleanza, curata da Luciano Làdavas per l’editore Mursia.
Un giorno con Joshua
Abbiamo navigato su Joshua, la mitica barca con cui Bernard Moitessier nel 1968 abbandona la prima regata intorno al mondo in solitario per raggiungere Tahiti e diventare il più grande poeta della vela. Joshua è una delle barche più assurde e sorprendenti della storia.
Saliamo insieme a bordo.

Per ricordarlo siamo andati a veleggiare sul suo mitico ketch rosso, ora di proprietà del Musée Maritime di La Rochelle. Un’esperienza davvero emozionante…
La giornata non è delle migliori per veleggiare.
A dispetto della sua fama di mare ventoso, il Nord Atlantico questa mattina sembra proprio addormentato.
Poco importa, l’emozione di salire a bordo del Joshua di Bernard Moitessier, la curiosità di scoprire dal vivo i suoi segreti, fanno passare in secondo piano la prevedibile carenza di vento.
Avvicinandomi al Musée Maritime di La Rochelle scorgo il suo scafo rosso ormeggiato in mezzo a una folta schiera di yacht classici, anch’essi ospiti del Museo.
Joshua riposa in buona compagnia, a poppa c’è una delle prime barche di Chichester, a fianco un paio di splendide golette dei primi del ‘900 e tutt’intorno una moltitudine di scafi bellissimi, rigorosamente in legno, tra cui alcuni vecchi Dundée francesi e Gaff Cutter inglesi, che potrebbero raccontare un secolo di storia della marineria.
Sarà perché ho letto ciò che questo ketch è riuscito a fare di straordinario nella sua vita precedente, quella passata con Bernard.
Ma pur con le vistose ammaccature causate dal naufragio in Messico, mi appare come un albatros tra un branco di cigni.
Ha quella fiera dignità delle barche fatte per navigare, dove le linee sembrano disegnate dal mare e ogni dettaglio ha una sua logica precisa.
Joshua fu progettata a quattro mani nel 1960 e ci vollero 14 mesi prima che Bernard desse l’ok al cantiere Meta di Jean Fricaud per iniziare la costruzione, a cui lui partecipò personalmente.




Un’operazione economicamente vantaggiosa
Fu una grande dimostrazione di solidarietà e di amore per il mare: lo fu quella di Jean Knocker, il progettista, che gratuitamente si offerse di riportare le idee di Bernard e i suoi schizzi in forma architettonicamente corretta.
E lo fu quella di Fricaud, che al solo costo vivo delle lamiere di ferro e delle barre per saldare realizzò in appena tre mesi il Joshua.
Entrambi, leggendo il libro Capo Horn alla vela di Moitessier, erano rimasti affascinati dal personaggio e dalle sue avventure.
L’operazione, di fatto, si rivelò economicamente vantaggiosa: di esemplari del Joshua ne vennero realizzati ben 70, alcuni dei quali di costruzione recente.
Guardando questo ketch a poppa norvegese, l’unica secondo Bernard in grado di “dividere, dirigere e ammortizzare in larga misura la violenta spinta provocata da una cresta frangente in andatura di fuga”, resto colpito dall’altezza dei bordi liberi, bassissimi, appena 75 cm a centro barca.
Al pari di un rimorchiatore, lo scafo si sviluppa tutto sott’acqua con una carena stellata a chiglia lunga che termina con la pala esterna del timone.
La prua possente alloggia un bompresso in tubolare lungo un paio di metri, sostenuto da due stralli e da venti e briglie realizzati con catene del 12.
Nell’appoggiare il piede sulla falchetta, la barca neppure sente il mio peso. Una roccia. Scavalco le draglie, anch’esse fatte con catene e dipinte di nero perché, come sosteneva Moitessier, di notte sono più visibili.
E salgo finalmente a bordo.
Ad accogliermi c’è l’attuale skipper del Joshua, Jean Ives Gallet, mentre i due co-skipper Laurent Cochelin e Iohannes Raymond sono già al lavoro per armare le vele.
“Dobbiamo partire subito” mi dice Jean Ives “il ponte apre tra poco e la marea ora è buona”.
Per inciso, la marea oggi ha un’escursione di 5 metri, pertanto l’uscita e il rientro sono subordinati alla sua tempistica.




Libera sul mare
Nel frattempo arriva Patrick Schnepp, direttore del Museo e amico di vecchia data di Moitessier. È a lui che si deve l’iniziativa di riportare in Francia Joshua. Nel 1990 riuscì a farselo rivendere da una signora americana che a sua volta lo aveva acquistato da Joe e Neto, i due giovani a cui Bernard, rimasto senza un soldo, l’aveva regalato dopo il naufragio sulle coste del Messico. Moitessier aveva appoggiato l’idea, collaborando al ripristino di Joshua così come era ai suoi tempi, inclusi i due alberi fatti con dei pali telegrafici.
Aveva però imposto:
“di non sistemarla come un trofeo in una bottiglia, ma libera sul mare con delle vele nuove”.
Schnepp ha mantenuto la promessa. Joshua già da anni è a disposizione del pubblico (per contatti www.museemaritimelarochelle.fr), quando non è impegnato nel circuito di regate di barche storiche tra cui quella famosissima che si tiene a Brest. Stiamo per mollare gli ormeggi ma dalla banchina una donna urla a squarciagola di fermarci.
È Isabelle Autissier che deve fare alcune riprese con gli operatori di una Tv francese agli interni di Joshua.
Naturalmente, marcia indietro e cime di nuovo serrate.
Isabelle è di casa su Joshua, di tanto in tanto viene a rimirarselo, a veleggiarci e vorrebbe farlo anche oggi.
Ma il dovere di giornalista la chiama altrove.
Dopo un buon quarto d’ora riusciamo a mollare di nuovo gli ormeggi e dirigiamo a motore verso l’uscita della darsena.
Primo ponte, poi il secondo, passiamo tra le due antiche torri del porto di La Rochelle e arriviamo in mare aperto.
Vento al momento zero, comunque issiamo le vele: maestra, mezzana, entrambe con tre mani di terzaroli, yankee e trinchetta, anch’essa terzarolabile.
Tutte nuove ma come all’epoca pesantissime, la più leggera è di tessuto da 10 once.
E pensare che nei suoi primi anni di vita, inclusi quelli che lo portarono dal Mediterraneo fino a Tahiti e poi il terribile ritorno via Capo Horn, Joshua ha navigato senza winch delle drizze né delle scotte.
Bernard cazzava le vele con dei paranchi volanti e solo in occasione del Globe Challenge, la prima edizione del ’68 della regata intorno al mondo senza scalo (l’attuale Vendée Globe), la barca fu dotata di quattro winch donati dalla Goiot, due dei quali ancora a bordo.
I paranchi sono invece rimasti per le scotte della maestra e della mezzana, due per ogni vela così da poter regolare meglio la balumina in bolina.
Il motore, che non è quello originale da 7 cv ma un più moderno 40 cv, smette di borbottare e restiamo immobili nel silenzio di un’atmosfera un po’ brumosa.
Abbiamo tutta la mattinata a disposizione, prima o poi un po’ d’aria si alzerà! Intanto salgono da sotto i bicchieri, alle 10 del mattino si brinda a Moitessier con del Pastis, tutti e quattro raccolti in questo pozzetto minuscolo dagli schienali alti e per la verità scomodi.

Progettato da Jean Knocker e dallo stesso Moitessier, il nome Joshua fu scelto in onore di Joshua Slocum, il primo navigatore solitario.
Un sistema semplicissimo quanto efficace
Comincio a guardarmi intorno, a osservare la barca nei particolari.
Il primo che mi balza agli occhi è il circuito della timoneria a ruota, con i frenelli che corrono liberi in coperta.
Un sistema semplicissimo quanto efficace.
“Bernard lo aveva inizialmente pensato così per la ruota interna” racconta Johannes, che ha avuto modo di conoscere Moitessier e navigarci assieme “poi ha aggiunto questa seconda ruota in pozzetto“.
Intanto si è levata un po’ di brezza. 5/6 nodi da Sud-Ovest. Johannes mi lascia la ruota.
A dispetto delle 13,5 tonnellate di dislocamento e della sua superficie bagnata, nonché di un’elica a tre pale fisse che è un aratro, la barca inizia a muoversi con un’agilità sorprendente.
D’altronde di tela ce n’è in abbondanza, l’albero di maestra è alto 16 metri dal pelo dell’acqua e a questo va aggiunto quello di mezzana, per un totale di quasi 110 mq di superficie velica in bolina.
Tanta, al punto che lo stesso progettista aveva manifestato qualche perplessità sulla sua manovrabilità in solitario.
Ma Bernard su questo aspetto era stato risoluto: “massimo di tela e velatura frazionata”.
Col risultato che Joshua è una barca molto fisica.
“Mi chiedo come facesse a gestirla da solo” mi dice Jean Ives “quando c’è vento noi facciamo fatica a portarla in tre”.
E in effetti manovrare quattro vele senza alcun ausilio (vedi avvolgifiocchi) e con un’attrezzatura minimalista: non deve essere uno scherzo.
Sulla scelta dell’armo a ketch, Bernard col tempo si ricrederà: “Se io dovessi armare ancora Joshua… sarebbe un cutter” scrive su Tamata e l’Alleanza “meno fardelli e pesi in alto, una coperta più libera, migliori prestazioni di bolina…”
Già, la bolina. La sensazione che ho al timone non è di una barca molto boliniera.
D’altronde, oltre all’armo a ketch, c’è un piano di deriva relativamente basso, voluto per poter entrare nelle “passe” delle isole polinesiane.
La barca pesca metri 1,60 e si sa che una chiglia poco profonda non è il massimo per risalire il vento.
Però, quanto a stabilità di rotta, difficile ottenere di meglio.
Se lascio la ruota Joshua va dritto come un fuso e questo, specie per una barca concepita per navigare con il timone a vento, è una peculiarità essenziale.
Quello di Joshua era un piccolo flettner, una sorta di flap degli aerei, montato sulla stessa pala del timone. Ci sono ancora gli agugliotti.
Di bolina larga verso l’Ile de Re, Joshua fila a 4 nodi e mezzo con 7/8 nodi di vento. Si affianca un Dufour 38, ci saluta e tenta il sorpasso. Gli servirà una buona mezz’ora per prenderci la prua.
Lui accelera e rallenta su ogni minima variazione di vento, mentre noi andiamo sempre con lo stesso passo.
Nel tornare verso La Rochelle, Jean Ives mi racconta che la settimana prima c’è stata una regata con un improvviso colpo di vento a 50 nodi.
Alcune barche hanno disalberato, altre hanno rotto vele e attrezzature.
Joshua è arrivato al traguardo integro. E primo di classe.

La scheda tecnica del Joshua.
Una barca incredibilmente affidabile
L’affidabilità di questa barca è d’altronde proverbiale, ha subito stress di tutti i tipi navigando lungo le rotte più impegnative del mondo.
E se l’è sempre cavata.
Come quella volta nel Pacifico del Sud, quando affrontò la burrasca più violenta della sua vita. Moitessier nel suo Capo Horn alla vela la descrive così:
“E Joshua correva sempre con sicurezza, sotto i 15-20 gradi della sua regola aurea, sotto le ondate che passavano qualche volta sopra la cupola della timoneria, in un mare enorme, divenuto soprannaturale”.
Lo spirito di Bernard aleggia ancora su questo ketch, a bordo sembra di percepire la sua presenza.
Saluto Joshua, immobile all’ormeggio, come al termine della Lunga Rotta, lui intanto “ascolta il mare”.

Sopra, due immagini del Joshua. Sotto, Bernard Moitessier.
Chi era Bernard Moitessier

Navigatore, scrittore, filosofo.
E anche mozzo, agricoltore, mastro d’ascia.
Ma soprattutto sognatore e idealista.
Bernard Moitessier ci ha lasciato in eredità le sue conoscenze di navigazione, così come la sua utopia e la saggezza di uomo libero.
Un uomo che pur nelle avversità che il destino gli ha riservato, è sempre riuscito a risollevarsi. Bisogna leggere uno dei suoi libri, da un Vagabondo dei Mari del Sud a Capo Horn alla vela, da La Lunga Rotta a Tamata e l’Alleanza, per scoprire la complessità e la spiritualità del suo essere.
Ma per molti Moitessier ha rappresentato anche un esempio di come si possa praticare la vela senza essere ricchi, girare il mondo con una barca “minimalista” e vivere sul mare arrangiandosi.
Nato nel 1925 in Indocina, Bernard apprende la vela dai pescatori.
Nel ’51 acquista una vecchia barca da pesca, lo Snark, con cui naviga nel golfo del Siam.
L’anno seguente è la volta di Marie-Therese, una giunca che restaura e con cui parte per la sua prima avventura in solitario.
Naufraga alle isole Chagos, raggiunge Mauritius e nei tre anni successivi costruisce con attrezzi primitivi la sua terza barca, Marie-Therese II.
Nel ’55 lascia gli ormeggi e fa vela fino ai Caraibi, dove gli tocca subire il secondo naufragio.
Nel frattempo pubblica il suo primo libro e con i proventi realizza la terza barca, il Joshua.
Nel ’63, con la moglie naviga fino a Tahiti e dopo tre anni torna in Europa passando per Capo Horn.
Sempre con Joshua nel ’68 partecipa alla prima regata intorno al globo senza scalo in solitario: è primo all’ultimo “giro di boa” ma decide di abbandonare.
Lancia con la sua fionda un messaggio a una nave che incrocia:
“proseguo senza scalo verso le isole del Pacifico perché sono felice in mare, e forse anche per salvare la mia anima”.
Arriva a Papeete dopo un giro e mezzo del mondo senza toccare terra.
Dopo il naufragio di Joshua, costruisce l’ultima barca, Tamata.
Nel frattempo si ritira a vivere nell’atollo di Ahè.
Muore in Francia nel ’94.
