martedì, Giugno 30, 2026

Astronomia

C’è un indizio sull’esistenza di un’atmosfera simile alla Terra su un pianeta distante
Un pianeta delle dimensioni della Terra, situato nella cosiddetta zona abitabile e a soli 40 anni luce di distanza, potrebbe aver conservato un’atmosfera significativamente simile alla nostra: lo rivelano due studi frutto di un ampio progetto internazionale, sottoposti a revisione paritaria e pubblicati su The Astrophysical Journal Letters.
Utilizzando lo spettrometro del James Webb Telescope (JWST), gli autori hanno osservato che su TRAPPIST-1e, uno dei sette pianeti che orbitano attorno a una nana rossa nella costellazione dell’Acquario, potrebbe persino esserci acqua liquida. In particolare, spiegano gli autori, sono stati esclusi diversi scenari fondamentali come quelli riguardanti atmosfere simili a quelle di Marte e Venere, il che rende l’ipotesi coerente e tutt’altro che impensabile: «TRAPPIST-1e rimane uno dei pianeti abitabili più interessanti per noi, e questi nuovi risultati ci avvicinano di un passo alla comprensione di che tipo di mondo si tratti», commenta Sara Seager del Massachussets Institute of Technology (MIT).


Rappresentazione artistica di TRAPPIST 1e mentre passa davanti alla sua stella ospite.

Gli astronomi sono interessati a TRAPPIST-1e perché rappresenta uno dei migliori candidati per lo studio dell’abitabilità al di fuori del sistema solare. In particolare, per “zona abitabile” si intende la regione attorno a una stella in cui un pianeta potrebbe mantenere acqua liquida sulla superficie, condizione ritenuta essenziale per la vita come la conosciamo.
Per capire però se un esopianeta in questa posizione sia effettivamente abitabile occorre verificare se abbia un’atmosfera e di che tipo, e per questo si usa la spettroscopia di trasmissione, ovvero una tecnica che analizza la luce della stella mentre filtra attraverso l’eventuale atmosfera del pianeta durante il transito: ogni molecola lascia una “firma” inconfondibile nello spettro luminoso.
Il JWST, spiegano gli autori, è risultato quindi fondamentale e ha portato un salto di qualità rispetto al telescopio Hubble, grazie a una copertura più ampia delle lunghezze d’onda e a una risoluzione superiore che consente di cercare tracce di molecole come l’anidride carbonica o il metano. Tuttavia, la vicinanza del pianeta a una nana rossa molto attiva complica le analisi, in quanto eventuali macchie stellari e brillamenti alterano la luce e rischiano di mascherare o imitare i segnali atmosferici.
Per questo i ricercatori hanno dovuto sviluppare nuovi metodi avanzati – come la spettroscopia di trasmissione, confronto tra transiti diversi e correzione della contaminazione stellare – per distinguere la parte di segnale che proviene dalla stella da quella attribuibile al pianeta.


Un confronto tra i mondi di TRAPPIST-1 e il Sistema Solare, incluse dimensioni, densità e radiazioni. Credit: NASA/JPL Caltech

In particolare, dopo aver confrontato i risultati con diversi scenari atmosferici, i dati hanno permesso di escludere sia atmosfere dominate dall’idrogeno sia quelle ricche di anidride carbonica come su Marte o Venere. Rimane invece possibile un involucro più denso, composto in gran parte da azoto e arricchito da tracce di altri gas, uno scenario che consentirebbe la presenza di acqua liquida.
«Se ipotizziamo che il pianeta non sia privo di aria, possiamo limitare diversi scenari atmosferici», spiega la prima autrice Ana Glidden del MIT, aggiungendo che «questi scenari consentono comunque la possibilità di un oceano superficiale». «Stiamo osservando due possibili spiegazioni», aggiunge Ryan MacDonald dell’Università di St Andrews: «la più interessante è che TRAPPIST-1e possa avere un’atmosfera secondaria contenente gas pesanti come l’azoto, ma non possiamo ancora escludere totalmente un pianeta roccioso privo di atmosfera».
Per arrivare a una risposta definitiva, quindi, serviranno altre osservazioni. I team internazionali coinvolti hanno già in programma di portare il numero di transiti osservati da quattro a quasi venti nei prossimi anni, così da affinare i dati e ridurre l’effetto della contaminazione stellare. Con ogni transito aggiuntivo, spiegano, la chiarezza dei segnali atmosferici migliorerà: «Abbiamo finalmente il telescopio e gli strumenti per cercare condizioni abitabili in altri sistemi stellari, e questo rende il nostro tempo uno dei più entusiasmanti per l’astronomia», conclude MacDonald.

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Nascita planetaria (Depositphotos foto) – www.aerospacecue.it

E’ stato inquadrato proprio mentre stava nascendo. Mai nessun corpo era stato riguardato da simili catture nel corso dell’intera storia cosmica
La teoria dell’accrezione planetaria è la base inevitabile sulla quale si fonda l’intero processo di formazione del Sistema Solare, avvenuta 4,6 miliardi di anni fa, nonché di tutti i Pianeti che ne fanno parte. Si articola in fasi distinte.
Inizialmente una nube di gas e polveri è soggetta al collasso per effetto della gravità, portando alla formazione del disco proto-planetario, il cui materiale circostante, che compie una rotazione, si appiattisce e al suo interno una serie di minuscole particelle cominciano l’aggregazione.
Successivamente le polveri, scontrandosi e unendosi, danno origine ai planetesimi, che crescendo diventano veri e propri proto-planeti. I più estesi si riscaldano, portando alla separazione dei propri materiali, con i metalli pesanti che si aggregano nel nucleo e i silicati verso mantello e crosta.
Infine, arriva il momento della effettiva costituzione dei pianeti: quelli interni, ravvicinati alla stella madre, ossia il Sole, saranno costituiti da materiali rocciosi, mentre quelli esterni, così detti giganti, catturando quantità di gas incredibili si tramutano in corpi ghiacciati, o in altri casi gassosi.

L’evento di svolta nella contemporaneità astronomica
Uno studio guidato dall’astronomo Laird Close dell’Università dell’Arizona e da Richelle van Capelleveen dell’Osservatorio di Leida, pubblicato su The Astrophysical Journal Letters, ha permesso di svelare l’esistenza di un pianeta nel corso della sua formazione, risultato essere il primo nella storia ad essere immortalato proprio nel corso del suo percorso di origine. Si tratta di WISPIT 2b, che ha preso forma ad una distanza pari a circa 56 volte quella che intercorre tra Sole e Terra, il tutto all’interno di un disco di polvere e gas.


Wispit 2b (INAF foto) – www.aerospacecue.it

Per comprenderlo più approfonditamente si è rivelato fondamentale combinare i dati ottenuti da telescopi e tecnologie fortemente all’avanguardia, quali il sistema di ottica adattiva estrema MagAO-X, presso il Telescopio Magellano, sito in territorio cileno. L’esperto Close ha affermato che, nonostante ci fossero dubbi circa la capacità da parte dei protopianeti di creare simili lacune, lo studio ha testimoniato come ciò sia totalmente possibile, a dispetto dell’assenza, almeno sino ad oggi, di protopianeti contenuti nelle lacune presenti tra gli anelli, esistente soltanto a livello teorico.

Un elemento cruciale per verificare le teorie
Ma quando parliamo di dischi proto-planetari, a quali strutture facciamo riferimento? Si tratta di enormi agglomerati costituiti da polveri e gas, siti in posizione circostante rispetto alle stelle appena nate, indispensabili per la successiva formazione dei pianeti. Possiedono un aspetto analogo a quello di più anelli ravvicinati, separati da lacune scure, precedentemente inquadrati dagli esperti come semplici zone vuote, che a detta degli stessi risultavano capaci di agire come “spazzaneve cosmici”, ripulendo così la propria orbita.
In precedenza, però, erano stati soltanto 3 i pianeti in fase di accrescimento ad essere soggetti a fotografie e nessuno di questi si presentava all’interno di varchi contenuti tra gli anelli. L’utilizzo dell’idrogeno alfa, altresì noto come H-alfa, si è rivelato fondamentale per gli esperimenti condotti dal team di ricerca, perché ha permesso allo stesso di ricercare la propria firma luminosa, riuscendo a distinguere il segnale debole emesso dal Pianeta rispetto alla ben più nitida luce proveniente dalla propria stella madre. A riportarlo è un articolo comparso su L’Indipendente.