Stretto di Messina
di Fiandri Pederzoli
Correnti fino a 5 nodi, traghetti, venti catabatici e millenni di storia: navigare nel tratto di mare tra Sicilia e Calabria è sempre un’esperienza ricca di fascino. Alcuni consigli pratici.

Ciao Amici, questa volta vi racconteremo dell’esperienza che ogni marinaio dovrebbe affrontare almeno una volta nella vita: l’attraversamento dello Stretto di Messina.
Affrontare questo tratto di mare non significa soltanto fare i conti con correnti e maree tra le più complesse del Mediterraneo, ma entrare in contatto con un luogo da millenni carico di fascino, mistero e leggende. Ogni vortice, ogni cambio improvviso di corrente, ogni foschia all’orizzonte ha alimentato racconti tramandati da pescatori, marinai e popoli. Per chi naviga con una barca da diporto come noi, conoscere queste storie aggiunge profondità e suggestione a un passaggio già unico dal punto di vista nautico.
Il più celebre racconto legato allo Stretto è senza dubbio quello di Scilla e Cariddi, narrato già nell’Odissea di Omero. Secondo il mito, Scilla era un mostro marino appostato sulla costa calabrese, mentre Cariddi viveva sul lato siciliano e inghiottiva enormi masse d’acqua tre volte al giorno, generando vortici distruttivi. Per i marinai greci quei fenomeni, uniti alle accelerazioni della corrente, rappresentavano una reale minaccia alla navigazione e vennero interpretati come manifestazioni soprannaturali. Ancora oggi alcuni pescatori chiamano “Cariddi” le zone dove si formano mulinelli particolarmente evidenti vicino a Capo Peloro: le storie tramandate hanno sempre un fondo di verità.
Le colonie della Magna Grecia conoscevano molto bene le difficoltà del passaggio, dove le antiche imbarcazioni, prive di motori e quindi dipendenti da vento e remi, potevano facilmente perdere il controllo in presenza di correnti contrarie. Per questo motivo molte navi attendevano ore favorevoli per attraversare; i comandanti più esperti studiavano attentamente i cicli delle correnti o si affidavano a piloti locali specializzati nel condurre le navi attraverso lo Stretto. All’epoca la conoscenza delle correnti veniva tramandata oralmente, spesso mescolandosi a superstizioni e credenze religiose.
Allora come oggi, i pescatori di Messina e Reggio Calabria descrivono lo Stretto come “un mare vivo”: durante alcune fasi di corrente intensa, la superficie appare agitata anche in assenza di vento, creando linee d’acqua contrastanti; il mare cambia colore, compaiono gorghi e piccoli salti d’acqua, si avvertono improvvisi colpi al timone. Questi fenomeni hanno alimentato racconti popolari che, come ci ha raccontato un anziano pescatore messinese, il carissimo Vittorio, parlano di spiriti marini, città sommerse e addirittura, nelle giornate di calma assoluta, di campane udibili sott’acqua.
Un altro dei fenomeni più celebri è quello della Fata Morgana, un particolare miraggio ottico visibile soprattutto nelle giornate estive con forte escursione termica. Dalle coste calabresi può accadere di vedere immagini deformate della Sicilia, profili sospesi nel vuoto, case e torri apparentemente galleggianti sul mare. A meno che non abbiate alzato un po’ il gomito, non preoccupatevi: rientra tutto nella magia di questo imbuto di acqua e terra.

L’effetto Fata Morgana è un miraggio dovuto a un’inversione termica in cui strati d’aria a temperature diverse deviano la luce fino a proiettare palazzi e torri come sospesi nel vuoto, staccati dall’acqua. I Normanni lo descrissero per primi proprio qui, e il nome è rimasto italiano in tutto il mondo.
Nel passato questo fenomeno veniva interpretato come magia o inganno soprannaturale. Il nome richiama la figura della fata Morgana delle leggende arturiane, ritenuta capace di creare illusioni per confondere i naviganti, facendo loro credere che le coste della Sicilia fossero così vicine da essere raggiunte a nuoto, così che finivano per annegare.
Nel corso dei secoli lo Stretto ha avuto anche un’enorme importanza strategica: Greci e Cartaginesi lo contesero durante le guerre, i Romani lo consideravano un punto chiave per il controllo commerciale e durante la Seconda guerra mondiale fu area di intenso traffico navale e militare. Non a caso il fondale dello Stretto custodisce ancora numerosi relitti storici.
Questa porzione di Mediterraneo è anche la patria della storica pesca del pesce spada, praticata ancora oggi con tecniche antiche. Le tradizionali feluche, lunghe imbarcazioni con alte antenne di avvistamento, rappresentano uno dei simboli culturali dell’area. Da queste strutture sopraelevate gli avvistatori individuavano il pesce spada nelle acque trasparenti dello Stretto, guidando il fiocinatore. Per i naviganti incontrare una feluca in attività è ancora oggi uno dei momenti più iconici del passaggio; purtroppo noi non siamo state così fortunate.
Ma veniamo a noi, cari Amici. Dopo il “momento storia”, passiamo alla pratica.
Stretto di Messina
Lat 38°14′.45″N – Long 015°37’57″E
Largo nel punto minimo poco più di tre chilometri, lo Stretto di Messina collega il Mar Tirreno al Mar Ionio separando la Sicilia dalla Calabria. Attraversarlo richiede preparazione, attenzione alle correnti e conoscenza delle dinamiche meteo-marine. È una cultura marinara fatta di esperienza diretta, osservazione e prudenza: dunque occhi aperti sul mare e sul plotter, che come sempre ci guida in ogni situazione.
Le moderne imbarcazioni da diporto dispongono di GPS, AIS, motori affidabili e previsioni meteo avanzate. Il riferimento più importante in Italia per quest’area è il sito Correnti dello Stretto. Eppure si percepisce ancora il fascino ancestrale di questo luogo, uno dei più evocativi della tradizione marinara mediterranea. Nel nostro piccolo vorremmo aiutare i più inesperti, come hanno fatto con noi i veri lupi di mare. Ecco cosa possiamo suggerire: pianificate in funzione delle correnti ancora prima che del meteo. Cambiano circa ogni sei ore, possono superare i 4–5 nodi, creano gorghi («garofali») e onde corte molto fastidiose.
La particolarità dello Stretto deriva dalla diversa altezza e densità delle acque tra Tirreno e Ionio. Questo genera un continuo movimento alternato: la corrente montante, con flusso diretto verso Nord, e la corrente scendente, diretta verso Sud. Per una barca a vela come Manawa (un cabinato di 10 metri), affrontare la corrente contraria può significare consumi maggiori e difficoltà di governo per la perdita di velocità; è bene in ogni caso partire con il serbatoio pieno.
Le maree nello Stretto non presentano escursioni verticali particolarmente elevate, ma influenzano fortemente il regime delle correnti.
I momenti di “stanca”, quando la corrente rallenta temporaneamente, rappresentano la finestra ideale per il passaggio: se arrivate da Sud è meglio aspettare una corrente montante, se invece arrivate da Nord è preferibile sfruttare la corrente discendente. Molti navigatori esperti attendono volutamente il momento di inversione con corrente quasi nulla.

Un errore tipico nell’attraversamento dello Stretto è puntare al centro del canale che risulta più turbolento e interessato da intenso traffico commerciale.
Un errore tipico è puntare al centro del canale «perché c’è più spazio»: in realtà conviene spesso sfruttare le controcorrenti vicino alla costa, zone meno turbolente con percorsi laterali rispetto ai flussi principali. Non fissatevi solo sul plotter o sul GPS, perché le correnti non vi faranno seguire la rotta programmata: dovrete anticiparle.
Attenzione: il vero pericolo nello Stretto è rappresentato dal traffico di traghetti e aliscafi, che sfrecciano a velocità elevata, hanno scarsa manovrabilità e di fatto hanno sempre la precedenza, d’altronde sono più grandi di noi.
Per saperne di più: nello Stretto esiste un sistema VTS (controllo traffico marittimo) con rotte organizzate e separazione dei flussi.
Vi consigliamo di tenere sempre acceso l’AIS, il VHF in ascolto sul canale 16 e di attraversare le rotte dei traghetti il più perpendicolarmente possibile.
Non date mai per scontato che vi abbiano visto ed evitate bordeggi lenti e imprevedibili nelle zone di traffico.
Con le montagne vicine su entrambe le sponde, preparatevi a probabili venti catabatici, con raffiche improvvise, cambi di direzione o buchi di vento seguiti da 25–30 nodi.
Vi consigliamo di partire con una mano di terzaroli, di alzare vele facili da ridurre e con un equipaggio pronto a manovrare rapidamente: meglio perdere mezzo nodo che trovarsi sovrainvelati in mezzo ai traghetti.

Schema VTS di separazione del traffico – Nello Stretto vige uno schema rotatorio IMO (SN.1/Circ.279 del 2009) articolato in tre settori. A Nord, due corsie separate da una fascia di 300 metri convogliano il traffico verso Nord (lato calabrese) e verso Sud (lato siculo). Al centro, una rotatoria di 500 metri di diametro gestisce l’incrocio dei flussi, affiancata da due zone di precauzione Est e Ovest. A Sud le corsie riprendono con rotte indicative 005° verso Nord e 190° verso Sud. Per il diportista la regola è semplice: attraversare le corsie il più perpendicolarmente possibile, AIS acceso e VHF sul 16.
Riguardo agli orari, sono preferibili l’alba o la prima mattina, quando il traffico è leggermente più gestibile e il vento spesso più regolare.
I venti più critici sono lo scirocco contro corrente scendente e il maestrale contro corrente montante: in queste situazioni si possono formare onde ripide e disordinate.
Noi abbiamo aspettato la nostra finestra meteo-corrente in porto.
I marina migliori dove attendere sono Milazzo e Messina (Marina di Nettuno) per la Sicilia, e Reggio Calabria per il versante calabrese.
Con la giusta preparazione, il rispetto delle correnti e una buona pianificazione meteo, il transito diventa non solo sicuro ma anche estremamente suggestivo.
Per noi è stato un vero rito di passaggio: poche miglia dove natura, storia e tecnica nautica si incontrano in uno scenario unico al mondo.
Ci becchiamo in giro, Amici nostri. Buon vento!
