ANUTA

di Marcello Bergomi

 

Anuta è un’isola nella provincia di Temotu delle Isole Salomone, nel gruppo delle Isole Santa Cruz.

L’amico Marcello Bergomi, medico osteopata, vi è stato  nel settembre 2005….,e anche se sono passati 15 anni  difficilmente l’ambiente è cambiato, e credo vi faccia piacere leggere il suo racconto.

Equipaggio affiatato, navigazione senza problemi, paesaggi mozzafiato, esperienza umana incredibile.

Un paio di giorni di acclimatamento (viaggio aereo di tre giorni, 11 ore di differenza di fuso orario, clima tropicale) in un ancoraggio da favola nella laguna corallina, poi in navigazione verso Anuta, poco meno di 600 miglia, lenta e snervante: venti leggeri da tutti i quadranti, bonacce, acquazzoni tropicali, nonostante le Pilot dessero per il periodo venti stabilizzati e portanti.

In compenso clima di bordo tranquillo e rilassato.

Episodi notevoli: cattura di tonnetti alla traina, bagni in mare in acque profonde qualche migliaio di metri, una nuotata con un branco di delfini.

   

 Isola di Anuta.

Un microcosmo assolutamente autonomo, preservato dalle contaminazioni esterne dal suo isolamento. Non sembra possibile possano esistere ancora posti cosi’: le poche centinaia di abitanti vivono esclusivamente di quello che l’isola e il mare offrono, senza alcun apporto dall’esterno.

Un villaggio, una collina, microzone rispettate di natura selvaggia alternate a coltivazioni di radici commestibili, banane, cocchi, alberi di frutta tropicale.

Appena arrivati vengono messe in mare le canoe a bilancere (bellissime, interamente costruite e lavorate a mano, sofisticate nella loro semplicita’) che ci scortano all’unico precario ancoraggio possibile e ci trasportamo a terra cavalcando frangenti impossibili per il nostro gommone.

A terra gente e soprattutto bambini sorridenti ci scortano al villaggio per il rituale di benvenuto al cospetto del capo, completato da un pranzo di cibo locale apparecchiato su foglie di banano.

L’intera isola ci ha praticamente adottato. Ci traghettano a terra e ci riportano in barca, dividono con noi il loro cibo o nel privato delle capanne o nel pubblico delle feste ufficiali con tanto di danze e canti.

Ci siamo fermati una settimana. Carlo e Lizzi impegnati nelle loro riprese, io e Riccardo (altro medico della spedizione) a cercare di contraccambiare in una qualche maniera tanta ospitalita’ con le nostre conoscenze e col materiale sanitario che ci siamo portati.

L’isola e’ piccolissima, solo mezzo chilometro di diametro, ma percorrendo i sentieri che la attraversano, tra la giungla, la collina, la parte coltivata a piccolissimi appezzamenti nascosti nella vegetazione spontanea, sembra forse piu’ grande. Ci si potrebbe quasi perdere, ma sono sempre accompagnato da ragazzini sorridenti che mi fanno da guida. Se mi viene sete, subito un cocco verde appena colto mi viene offerto.

Ci siamo fermati una settimana. Il giorno della partenza, dopo il pranzo di addio, praticamente tutto il villaggio e’ sulla spiaggia a salutarci.

Mi sembra addirittura che qualcuno si commuova. Io certamente, anche se cerco di non darlo a vedere.

Ci hanno riempito la barca di caschi di banane e grappoli di cocchi da bere, abbiamo rifiutato addirittura una gallina viva, un bene prezioso sull’isola.

A una ottantina di miglia c’e’ Tikopia, altra isola “enclave” di cultura tradizionale polinesiana.

Ci arriviamo dopo una notte di navigazione veloce ad andatura portante.

E’ un po’ piu’ grande di Anuta. E’ formata da un cratere vulcanico scosceso su un lato e aperto sull’altro. Il cratere contiene un grande lago di acqua dolce, separato in alcuni punti da una sottilissima striscia di terra. Un ciclone devastante tre anni fa ha aperto una breccia e ora il lago e’ in comunicazione col mare e contaminato dall’acqua salata. Ci vivevano pesci d’acqua dolce che non so se sopravvivano. Gli abitanti cercano inutilmente di tappare la breccia trasportando sassi in processione. Una scena biblica.

Anche qui ospitalita’ e gentilezza. Gli abitanti sono un paio di migliaia, qualche apporto in piu’ dall’esterno quasi certamente arrivato con gli aiuti umanitari del dopo-ciclone.

Fosse stato questo il nostro primo atterraggio, l’avrei definito un posto “da urlo”. Ma dopo l’autenticita’ di Anuta niente sembra poter reggere il confronto. Ci fermiamo tre o quattro giorni, poi si riparte.

 

Ci dovrebbe aspettare una navigazione impegnativa verso l’arcipelago delle Vanuatu, ma ancora una volta le Pilot vengono smentite. Un po’ a motore senza vento, un po’ con improbabili brezze favorevoli arriviamo a Luganville, isola di Espiritu Santo, Tuvalu. Siamo tornati nella civilta’, si fa per dire. Telefono, macchine, mercato dove riprendiamo ad usare i soldi, che finora avevamo dimenticato.

Abbiamo qualche giorno da spendere. Ci stanchiamo subito della civilta’ e ce ne andiamo a passare un paio di giorni su ancoraggi da cartolina all’isola di Epi.

Un altro piccolo salto e arriviamo a Port Vila, capitale delle Vanuatu, isola di Efate. Un paio di giorni di riposo davanti alla citta’, cucina di bordo con succulenti piatti di carne, una esperienza con la kawa, la bevanda locale che ci taglia le gambe.

Mestamente il viaggio di ritorno. Da Port Vila ad Aukland, poi Seul, poi Parigi, poi Milano.

Ho gia’ ripreso il lavoro.  Sigh.

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