ARTURO: delitto e castigo

Racconti dal pozzetto di Tony Coppi.
APRILE 2022

Siamo sull’ancora nella bella baia di Bozukkale, dominata dalle mura del forte bizantino. Montato il tendalino – che in navigazione tengo smontato e assicurato in coperta – Mario e Giovanni si fanno una lunga nuotata. Tappini nelle orecchie, la bracciata potente e tranquilla di Mario lo porta presto sulla spiaggia est della baia, mentre Giovanni, armato di fucile sub, va dalla parte opposta per cercare qualche buona preda.

Quando risalgono a bordo li aspetta un aperitivo rinforzato, che qualche volta sul Fabinou prende il posto della cena.

Il sole tramonta e davanti a noi le rovine della antica Lorima si tingono di rosa e di ombre. Dall’altra parte, oltre l’imbocco della baia, si accendono in lontananza le luci di Rodi, che da questo ancoraggio sembrano così vicine da poterle raggiungere a remi.

Giovanni mi dice: “Ora puoi finire la storia dell’Arturo?”

“Ancora non vi siete annoiati?” dico io, e Mario: “Zio bric, anche se fosse, che altri progetti abbiamo per stasera?!!!?”

  

D’accordo. Dopo più di un anno di tira e molla e di “erba del vicino”  con uno strattagemma riesco a liberarmi del socio sommergibilista. Lo informo che ho trovato ad Anzio una vera occasione, uno sloop in lamellare e compensato marino, di proprietà di un francese che ha iniziato una attività di coltivazione di funghi a Nettuno e che la vende perché gli serve liquidità per la sua impresa.  Gli dico che ritorno a vederla e lui subito mi conferma – come sempre – che non intende acquistare la mia metà dell’Arturo, né vendermi la sua. Io gli dico che potremmo venderlo e comprare questa barca in società. Lui abbocca e decide di accompagnarmi ad Anzio.

In effetti questo sloop di undici metri è in ottime condizioni e vale più del prezzo richiesto. Antonio quando lo vede rimane colpito e mi dice che potremmo provare a vendere l’Arturo. Conosco il mio pollo: qualche giorno dopo mi fa sapere tramite Vittorio – il marinaio di banchina – che incomincia a sentirsi vecchio e che la moglie si è stufata della barca e che, se ancora volessi comprare la sua metà, di malincuore ma ci si potrebbe accordare. Gli telefono: “Ma non volevamo provare a comprare insieme lo sloop di Anzio?” “”Si è una bella barca, ma ho deciso di lasciare”

Io intanto ho chiamato il francese ad Anzio, che mi ha confermato che Antonio gli ha già dato la caparra.

Così faccio un po’ di ”ammuina” e tiro sul prezzo. In pochi giorni riesco a liberarmi del sommergibilista delle sue sei figlie femmine, del suo maschietto, della moglie “pied noir” e del bastardino abbaiante.

Festeggio a champagne con l’amico Gianni e sua moglie, che sono subentrati nella quota di Antonio, con la speranza che con quella bicchierata avrei finalmente chiuso il capitolo dei dispiaceri e dei costi causatomi da due anni di quel condomino imposto, totalmente inopportuno e assolutamente scorretto.

Non avevo capito cosa mi stava aspettando e questa volta non per colpa del nuovo socio…

Intanto l’anno precedente mi ero sposato e dopo il viaggio di nozze in Messico (viaggio interline – cioè organizzato per i soli dipendenti delle compagnie aeree)  avevo ripreso a navigare, ma con minore frequenza, per dedicarmi alla nuova famiglia, che era in procinto  di crescere.  Gianni invece usciva regolarmente.

Devo fare una premessa: tutti gli interni dell’Arturo, dal  cielo della tuga al fasciame, al sotto della  coperta, compreso il fondo dei mobili, erano foderati con dei pannelli di masonite forellata  e dipinta di bianco. Fino dai primi tempi avevo notato che ne fuoriusciva una polverina gialla, che si depositava sulle cuccette laterali, ma ero completamente digiuno dei rudimenti minimi della carpenteria in legno, per cui non davo alcun peso alla cosa.

Una domenica eravamo in mare con un tempo splendido davanti a Fiumicino per fare un bagno. Io ho fatto un salto dalla tuga al pozzetto e…..sono precipitato sottocoperta! Il baglio massimo, quercia stagionata 30 x 30 aveva ceduto, perché completamente marcio, portandosi dietro una parte della resinatura della coperta.

Da quel momento prima di rivedere il mare l’Arturo avrebbe dovuto aspettare quasi quattro anni, durante i quali avrei fatto a mie spese molte interessanti e…dolorose…scoperte!

Lasciata a riposare la barca all’ormeggio, nelle settimane successive ho cominciato a fare il giro dei cantieri tra Fiumicino e Fiumara, per provare a rendermi conto del problema e delle sue conseguenze.  Capicantiere e proprietari hanno via via visitato la barca, della quale avevo lasciato le chiavi a Vittorio e il sabato facevo il giro per sentirmi parlare di cifre spaventose. Basti pensare che per il matrimonio mio padre mi aveva regalato un appartamentino di un centinaio di metri quadri ad Ostia, nella centralissima via Duca di Genova. Il suo valore sul mercato era di circa cinque milioni nel 1970. Per riparare l’Arturo la valutazione media dei cantieri interpellati si aggirava intorno ai sei milioni di lire!

Avrei dovuto cederlo per pochi soldi al primo carpentiere interessato a restaurarselo per poi rivenderlo, ma praticamente equivaleva a buttare via il mio investimento e più di tutto anche quello del mio socio appena subentrato, verso il quale mi sentivo in debito.

Dopo lunghe discussioni, dalle quali non usciva alcuna soluzione accettabile per entrambi, successe un fatto destinato a cambiare il corso degli eventi e ad influenzare molte scelte della mia vita.

L’ultimo cantiere lungo la riva destra di Fiumara era la “Stella Polare” di proprietà di un certo Di Veroli, che aveva anche un negozio di abbigliamento a Roma in viale Libia. Quando gli parlai e vide la barca mi disse:

“Portala qua, poi fai tu i lavori che ti va di fare e dove non riesci li farà il mio falegname. Non mi pagherai niente per il cantieraggio all’aperto, mi pagherai solo il lavoro che  farai fare al cantiere. Stai tranquillo che ti tratterò bene.” (da allora ogni volta che qualcuno mi dice “stai tranquillo” so già come andrà a finire!)

La proposta mi sembrò allettante: pensavo che fosse in fondo abbastanza semplice smontare la parte marcia e far sostituire dal cantiere il baglio massimo, e poi  riresinare il tutto! Gianni e io pensammo che in fondo dedicandoci qualche giorno con gli amici avremmo potuto risolvere rapidamente il problema. Il cantieraggio gratuito ci avrebbe consentito di risolvere la cosa nei tempi compatibili con i nostri impegni di lavoro e familiari, senza un canone mensile che ci avrebbe imposto tempi rapidi.

Così accettammo.

L’Arturo portato a Fiumara, superando all’imbocco la barra  a sud del faro di Ostia, fu alato in secca con una gru e relativo bilancino. Fu sistemato sotto un bigo, per ogni futura evenienza (io non capivo quale…ma fu poi provvidenziale)

La settimana successiva radunai un gruppo di amici e cominciammo quella che tutti speravamo fosse una piccola demolizione. Iniziammo con scalpelli e mazzette a eliminare parte della copertura in vetroresina del ponte. Man mano che  si proseguiva scoprendo la coperta in iroko, listelli marci e comenti inesistenti mi facevano chiaramente capire da cosa era causata la polverina gialla…

Il colpo di grazia ce la diede scoprire la impagliatura della coperta in corrispondenza della tuga. Tutto marcio.

Dopo due fine-settimana dovetti prendere il toro per le corna. Chiesi  prima al  capocantiere e poi a Di Veroli. “Se vuoi fare un buon lavoro ti conviene togliere tutta la coperta e rifarla”

“Ma poi bisogna ricostruirla. Sarà un lavoro costoso?”

“Stai tranquillo, ti tratto bene e mi pagherai solo l’indispensabile”

Chiesi al capocantiere che mi indicò come fare. Passammo due catene dagli oblò, le collegammo al bigo e con pochissimo sforzo  sollevammo tuga e coperta insieme, liberando lo scafo anche di parte dei bagli che erano rimasti scollegati dal dormiente.

Tolti i mobili e la masonite fino ai piani delle cuccette mettemmo a nudo il fasciame, che invece era in buono stato. Ordinate e flessibili, alternati a circa 60 centimetri una dall’altro, erano in ottime condizioni fino al torello e contro torello.

Fu quello il momento di ricorrere al cantiere, perché fino a rifare qualche mobile potevamo arrangiarci, ma bagli e coperta era un lavoro fuori dalle nostre possibilità.

Dopo un attento esame, e aver constatato che un corso di fasciame era da cambiare, lo scafo doveva essere ricalafatato, imbagliatura, tuga e coperta erano da ricostruire integralmente, il Di Veroli mi fece un preventivo di dodici milioni!  Mi incoraggiò dicendomi che potevo pagare poco per volta a stadi di avanzamento!

Io all’epoca, laureato e impiegato di concetto alle P.R. Alitalia, dopo una promozione, guadagnavo 130.000 lire al mese….

Decisi di sentire anche altri, ma tutti mi dissero che lo scafo senza imbagliatura non poteva essere sollevato dalla gru, che lo avrebbe fatto richiudere su se stesso come un guscio dentro lo schiaccianoci. “Ti sei fatto mettere in mezzo”

Ero disperato….e avevo anche capito perché quell’amichevole proprietario di cantiere mi aveva tanto facilitato,  ospitando gratuitamente la barca.

Dopo una settimana di riflessione andai a Fiumicino a parlare con Vittorio, che mi indirizzò da Dino Reggiani, proprietario del cantiere “La Bussola” sulla riva sinistra del Tevere, poche decine di metri a monte del ponte apribile.

Da quel momento nacque una vera amicizia, che doveva durare molti anni.

Quasi ogni sabato la “Stella Polare” era chiusa.  Di Veroli non veniva al cantiere per tutto il fine settimana e mi aveva dato le chiavi del cancello perché potessi lavorare nei week-end. Le rare volte che il capocantiere si faceva vedere di sabato  per lavori urgenti da sbrigare se ne andava presto.

Un sabato Dino Reggiani venne a vedere la barca insieme ad Armando Soro, il suo bravissimo capocantiere, Dopo averla esaminata attentamente mi disse che, se mi accontentavo di fargli fare il lavoro “a scappa tempo” cioè quando il cantiere non era  pressato da altri lavori, avrebbe potuto rifare tutto l’Arturo con  quattro milioni., ma il problema era comunque il trasporto.

Dino convocò un camionista, un certo Beppe Manzi. Il sabato successivo ritornammo alla barca.. Beppe  ci disse che avremmo potuto caricarla sul suo carrello, facendola  scorrere sui parati a mezzo dell’argano che aveva sul camion. Erano però necessarie pulegge fissate su alcuni maniglioni affogati nel cemento. e una serie di parati ingrassati.  Lo scafo doveva essere tenuto fermo con qualche asse di legno inchiodata  trasversalmente, mantenendolo dritto sulla chiglia a mezzo del bigo e di pali da spostare ad ogni metro percorso….. Un lavoro non da ridere!

Per questo impegno, se Dino avesse fornito pulegge e parati, si sarebbe accontentato di centocinquantamila lire….

Consultai il mio socio. Gianni aveva meno problemi finanziari di me e non aveva figli. Dopo aver esaminato tutti gli aspetti della situazione decidemmo di procedere.

Un sabato di luglio del 1972  alle sei di sera partì l’operazione. Andammo in cantiere con cinque uomini, e cominciammo il lavoro.

Quattro lunghe assi trasversali, precedentemente tagliate a misura e inchiodate sullo scafo lo misero in sicurezza. Il  lungo carrello del Manzi fu posto a prua dell’Arturo. La barca, attraverso un complicato gioco di paranchi, fu trascinata dai cavi di acciaio dell’’argano del camion mentre un uomo lavorava al bigo che con due fasce la manteneva in posizione e altri due spostavano i puntelli laterali.

Risparmio di raccontare le centinaia di sacramenti che accompagnarono tutte le operazioni. Sta di fatto che alle undici di sera l’Arturo era finalmente sul carrello e poco prima di mezzanotte, lasciata la “Stella Polare” e percorso a passo d’uomo tutto il lungo Fiumara, sterrato e pieno di buche, entrava al cantiere “La Bussola”, sotto uno dei capannoni, che sarebbe stato la sua casa per i successivi quattro anni.

Il lunedì sera, appena rientro in casa dal lavoro mia moglie mi dice:

“Ha telefonato Di Veroli tutto agitato. Vuole essere richiamato”

Lo richiamo al negozio di viale Libia:

“Hai portato via la barca senza dirmi niente….”

“Tu mi hai detto che ero libero di fare quel che volevo; non ti devo niente per il rimessaggio; lavori non ne abbiamo fatti. Ho trovato un cantiere che mi ha fatto un preventivo molto migliore del tuo. Che dovevo fare?”

“Se me lo dicevi avremmo trovato un accordo”

“Peccato, mi avevi detto che era il meglio che potevi fare, e poi le cifre erano troppo diverse”

Volevo dirgli che aveva cercato di approfittarsi della mia incompetenza, ma ho preferito chiuderla così.

Un vecchio proverbio cinese recita: Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Vedrai passare il cadavere del tuo nemico

Molti anni dopo – per lo meno una decina – ero a Bonifacio in Corsica con il mio  Impala 36 e vedo un gommone passare:

“Toh, chi si vede! Sei Di Veroli?” “SI, sei Antonio?” “Si, sei in Vacanza?” “Ero in vacanza, ma sono passato su un bassofondo con il mio cabinato a motore e ho perso le eliche e storto gli assi. Non me ne posso andare e qui i cantieri sono dei ladri! Mi hanno chiesto una cifra che me lo compro nuovo. Se ne approfittano in modo vergognoso. Non so proprio come fare…..”

“Mi dispiace, se hai bisogno cercami. Auguri!!!”

 

 

 

1 Response

  1. Antonio Coppi ha detto:

    La parola era imbagliatura, non “impagliatura”!!!! Deve essere intervenuta qualche correzione automatica dei computer. Se è dipeso da me me ne scuso! Ma i lettori sono tutti appassionati e avranno capito senza bisogno di questa precisazione. Tony

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