lunedì, Ottobre 12, 2026

C’è la vita nell’Universo?

2) C’è la vita nell’Universo?
IX) L’olismo.
Il termine olismo deriva dal greco “holon”, che significa “tutto”. Per spiegare l’uso di questo termine nel mondo scientifico è opportuno ricorrere ad alcuni esempi.
Ogni computer ha due componenti fondamentali: l’hardware ed il software. Il primo contiene la complessa rete di circuiti, microchips e interruttori attraverso i quali passano impulsi elettrici secondo una ordinata sequenza, mentre il secondo contiene il programma ed il linguaggio che consentono di svolgere le previste elaborazioni del sistema elettronico. Entrambi i componenti del computer agiscono in modo coerente con i presupposti per i quali sono stati costruiti, entrambi sono indispensabili per il funzionamento del computer, ma il software si colloca ad un livello più alto: il software ha caratteristiche di tipo olistico.
Allo stesso modo l’insegna pubblicitaria formata da centinaia di lampadine che si accendono e si spengono per lasciare scorrere il messaggio sulla facciata di un palazzo è formata da un intricato sistema di circuiti elettrici che fa accendere e spegnere le lampadine secondo una sequenza prevista, in ossequio alle leggi della Fisica: ma il messaggio trasmesso si colloca ad un livello più elevato, ha una caratteristica di tipo olistico.
Studi sulle formiche hanno evidenziato che ciascuna di esse opera per seguire alcune semplici operazioni, ma esse non conoscono individualmente l’obiettivo collettivo della costruzione del formicaio. Il formicaio, proprio come il software ed il messaggio pubblicitario, è un’entità di tipo olistico.
Nessuno può negare che ogni organismo vivente è un insieme di atomi, ma non per questo lo si può considerare “niente più” che un insieme di atomi. Una sinfonia di Beethoven è qualcosa di più che la casuale disposizione di sole sette note, così come la Divina Commedia è qualcosa di più della combinazione casuale delle sole ventuno lettere dell’alfabeto. Si può proseguire all’infinito con esempi di questo tipo. Il carattere olistico della vita, che è anche il regno dell’ordine, consente di operare la sintesi, abbandonando l’antico e fideistico concetto della “forza vitale” e contenendo nello stesso tempo la concezione puramente materialista del “riduzionismo”.
La fisica olistica non squarcia ancora il velo della nostra ignoranza sulle origini della vita, ma ci permette di inquadrare questo mistero ultimo sul binario della conoscenza, senza pericolose scorciatoie ed evitando così le clamorose smentite alle quali possono condurre queste scorciatoie. Ciò è già accaduto con Galileo, e più recentemente con Darwin, e troppi “eretici” sono già stati arsi nelle pubbliche piazze. Per fortuna Darwin e i suoi seguaci si sono salvati da persecuzioni, trovandosi a vivere in tempi più favorevoli ai ricercatori.
La vita è dunque un fenomeno olistico. La materia inanimata imbocca nella sua evoluzione due strade diametralmente opposte, e da una parte evolve verso stadi sempre più elevati ed ordinati (Darwin), mentre dall’altra degenera verso un crescente disordine: le pietre che rotolano giù dalle montagne non risalgono più. Superata invece una certa “magica” soglia, dall’ordine nasce la vita.
Vi sono anche esempi di incremento dell’ordine in sistemi organizzati senza vita, ma anch’essi producono un aumento di entropia ed il quadro generale non cambia. Un cristallo si forma dalla massa informe in presenza delle condizioni favorevoli e questo è un segno di organizzazione, ma il bel cristallo non riesce a raggiungere la soglia “magica” sufficiente alla nascita della vita, e resta appunto “cristallizzato” nel suo stato di solido inanimato, con la consolazione però di durare molto più a lungo, non essendo soggetto al ciclo nascita-vita-morte.
Abbiamo già visto che ciò non contrasta la seconda legge della termodinamica, perché anche la vita produce rifiuti che aumentano l’entropia generale. La nascita di un bambino è una vittoria della vita e irradia gioia intorno a sé, ma avvicina la morte termica dell’Universo. Non c’è alcuna speranza che l’aumento dell’ordine che genera la vita possa trionfare. L’aumento complessivo dell’entropia guida impietosamente l’Universo verso il disordine e la sua fine. Questo argomento potrebbe confortare l’uomo che teme la sua fine, nel rendersi conto che il suo destino coincide in ultima analisi con quello dell’Universo nel quale vive.
X) La vita nell’Universo.
Se esaminiamo la superficie della nostra Terra, disponiamo di reperti fossili di vita relativamente evoluta vecchi di 3,5 miliardi di anni, ed è presumibile che organismi viventi più primitivi esistessero già in precedenza. Poiché la Terra ha circa 4.5 miliardi di anni di età, bisogna ammettere che la vita ha fatto in fretta a prendere possesso del nostro pianeta, dopo che era stato “sfornato” dai cataclismi che hanno dato origine al sistema solare.
I meccanismi “responsabili” della nascita della vita sono quindi molto efficienti. Date le appropriate condizioni fisiche e chimiche, la nascita della vita sembra pressoché inevitabile. Con queste premesse e con l’aiuto determinante di calcoli matematico-probabilistici, risulta evidente che la probabilità che la vita sia presente “soltanto” sulla Terra, in un Universo dotato di miliardi di miliardi di corpi celesti, risulta molto vicina allo zero. E la Matematica appartiene alla scienza, non alla fantascienza. Il mistero della vita appare parte integrante del cosmo. Il cosmo è dunque un fenomeno olistico.
La limitatezza della pur per noi grandissima velocità della luce (299.792,458 Km/sec.) pone purtroppo ostacoli pressoché insormontabili alla verifica sperimentale dell’esistenza della vita nell’Universo. La NASA (National Agency for Space Administration) ha lanciato sul finire del secolo XX un programma denominato SETI (Search for Extra Terrestrial Intelligence), che consiste nell’inviare nello spazio, su apposite frequenze molto comuni in natura, alcuni semplici messaggi elettromagnetici che rivelino ad un ipotetico osservatore esterno la presenza di forme di vita intelligente sulla Terra. Nel contempo, potenti stazioni di ascolto poste in vari punti della Terra intercettano i “rumori” provenienti dal cosmo nella speranza di individuare messaggi analoghi provenienti dall’esterno del sistema solare.
Il limite del programma sta proprio nella inadeguata velocità con la quale questi messaggi stanno viaggiando nello spazio, che pure è la massima velocità concepibile in natura, quella della luce. La stella più vicina al nostro sistema solare è Proxima Centauri, che dista solo 4 anni luce da noi. Dunque se in qualche corpo celeste nei paraggi di Proxima Centauri esistessero forme di vita paragonabili alla nostra, e considerando che il messaggio di ritorno impiegherebbe lo stesso tempo di 4 anni dell’andata, avremmo già ricevuto una risposta, che invece non è arrivata.
E poi? Una delle galassie più lontane dalla Terra è la ZW96 (quella della foto di copertina), fotografata nel 2008 dai telescopi spaziali Hubble e Spitzer della NASA. Secondo calcoli fatti da altri telescopi, posti a 4200 m. sulla vetta del monte Mauna Kea – Big Island – Hawaii – Usa, questa galassia dista da noi 12,3 miliardi di anni luce. Occorre considerare che, come già detto, la ZW96 è oggi profondamente diversa da come la vediamo nella foto, che è vecchia di miliardi di anni, tanto che potrebbe anche non esistere più, ed al suo posto ci potrebbero essere altre nuove galassie, oppure il nulla.
Comunque, una risposta da quella parte dell’Universo potrebbe arrivare tra 24,6 miliardi di anni, e cioè troppo tardi, perché non troverebbe nessuno a riceverla, in quanto la Terra sarà già scomparsa da miliardi di anni. Il programma Seti ha possibilità di successo minime, per noi dotati di una vita di tempo relativamente infinitesimo. Questo non significa che non si debba tentare, almeno all’interno della nostra galassia.
Sapendo che la vita è comparsa sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa, l’uomo del XXI secolo è dunque il risultato di 4 miliardi di anni di evoluzione (Darwin). Poiché la galassia ZW96 ha non meno di 16.8 miliardi di anni (12.3 età della galassia + 4.5 età della Terra), è ragionevole ritenere che, qualora la vita vi avesse attecchito in qualche angolo remoto per noi inconoscibile, gli esseri colà viventi avrebbero avuto un tempo di evoluzione enormemente superiore al nostro, e che sarebbero quindi oltre 12 miliardi di anni avanti a noi. Riusciamo ad immaginare dove la ricerca scientifica potrebbe portare i nostri discendenti tra 12 miliardi di anni, ammesso che ciò fosse ipotizzabile, e non lo è perché sia gli uomini che la vita sulla Terra finiranno molto prima, a meno di nostre fantasiose “emigrazioni” su altri pianeti?
Esistono in natura forme di vita che hanno una durata di piccolissime frazioni di secondo, rispetto alle quali la durata della nostra vita appare enorme. Ma la durata della nostra vita è a sua volta piccolissima rispetto ai tempi dell’Universo. L’ “homo sapiens” vive dunque da un tempo relativamente infinitesimo rispetto a queste dimensioni del tempo e dello spazio, e se è pur vero che ha compiuto passi da gigante rispetto al suo antenato delle caverne, e nonostante la crescita esponenziale della conoscenza scientifica in questi ultimi secoli della storia dell’uomo, questi passi restano infinitesimi rispetto alla grandezza dell’Universo.
Queste riflessioni dovrebbero insegnare agli uomini infinita prudenza, e convincerli della loro immensa ignoranza rispetto ai livelli di conoscenza che la vita può avere raggiunto altrove, nell’Universo. E dar loro la modestia di rinunciare alla superbia di ritenere di essere fatti a somiglianza di un Dio. Forse è preferibile accontentarsi della vittoria morale della nostra intelligenza umana che, pur non rinunziando a indagare per conoscere, riconosca con coraggio la propria enorme ignoranza (Socrate: “unum scio quod nihil scio”). Senza però arrendersi mai, e senza cadere nella rassegnazione o, peggio, nel dogma, soprattutto se di origine religiosa.
Occorre quindi riflettere in profondità sull’essenza del binomio vita-intelligenza perché, fermo restando che l’intelligenza è legata indissolubilmente alla vita, noi attualmente non sappiamo quali possano essere le diverse forme superiori di vita in grado di “ospitare” l’intelligenza nell’Universo. Gli uomini “verdi” di un film di fantascienza ci piacciono perché ci assomigliano, ma potrebbero esistere forme di vita assolutamente diverse da quelle da noi conosciute, capaci di esistere in condizioni ambientali per noi inimmaginabili, e contenenti facoltà intellettuali in grado di raggiungere avanzatissime forme di conoscenza.
Sarebbe in questo caso piuttosto difficile per l’uomo rapportarsi a tali forme superiori di intelligenza e, nell’impossibilità di un contatto, potremmo trovarci noi stessi nella situazione vagamente imbarazzante ed un po’ buffa nella quale, ad esempio, si sono dovute trovare le oche selvatiche, nel cercare di spiegare al grande etologo Konrad Lorenz la ricchezza e la complessità delle loro relazioni sociali! Scherzi a parte, dobbiamo assumerci la responsabilità del dubbio, in quanto la nostra ignoranza non ci consente di collocarci arbitrariamente ai vertici delle facoltà intellettive nell’Universo, che esisteva già almeno 13 miliardi di anni prima della nascita della Terra. Il principio naturale dell’evoluzione della vita ci dovrebbe fare riflettere sulla fondata possibilità dell’esistenza nell’Universo di intelligenze di gran lunga superiori alla nostra.
XI) La relatività ristretta e quella generale.
Quando l’Apollo 11 rientrò dal suo viaggetto sulla Luna, l’orologio atomico di bordo andava qualche secondo indietro rispetto al suo gemello conservato nei laboratori del NIST (National Institute for Space and Time), organo della NASA. L’orologio atomico è estremamente preciso e si basa sulle vibrazioni dell’atomo di Cesio 133 (1 secondo equivale a 9.192.631.770 vibrazioni). Einstein aveva ancora una volta ragione, e la sua teoria della relatività veniva ancora una volta suggellata dall’esperienza. Lo scorrere del tempo è relativo alla posizione dell’osservatore ed è quello che noi conosciamo solo se lo rapportiamo ad eventi che i nostri occhi vedono fermi rispetto a noi.
Naturalmente le piccole velocità con cui ci spostiamo sulla Terra a piedi o in automobile non comportano variazioni apprezzabili nemmeno con l’orologio atomico, ma se già il pilota di un aereo supersonico avesse al polso un orologio atomico ed un altro orologio gemello sul comodino della sua camera da letto, noterebbe un leggerissimo “ringiovanimento” al suo rientro a casa, perché un orologio atomico può rilevare scostamenti di tempo (picosecondo), che equivale a 1/10 di miliardesimo di secondo, (Capitolo IV, pag.14). Ma per la vita di tutti i giorni il tempo scorre uniformemente.
Le cose cambiano se alziamo gli occhi al cielo. Già sull’Apollo 11, che navigava a 40.000 Km/h verso la Luna, il rallentamento lo avrebbe rilevato anche un buon orologio al quarzo. Proviamo ad aumentare la velocità, nello spazio non c’è resistenza aerodinamica e basta accendere il motore a razzo per qualche secondo e la velocità schizza via, poi si può spegnere il motore e la velocità mantiene l’ultimo valore raggiunto, si viaggia “gratis”. La velocità raggiunge 100.000, oppure 200.000 Km/h, il ritardo dell’orologio in viaggio aumenta sempre di più, ed al ritorno sulla Terra può essere di ore, di giorni, di anni, dipende solo dalla velocità e dalla durata del viaggio.
Ma la cosa più stupefacente è che questo ritardo riguarda non solo l’orologio atomico, ma anche l’orologio biologico del pilota dell’astronave, cioè il suo naturale processo di invecchiamento, e del resto anche il Cesio 133 dell’orologio atomico rileva un numero di vibrazioni al secondo minore a mano a mano che la velocità aumenta. Se fosse possibile aumentare la velocità fino a quella della luce, l’orologio atomico e quello biologico del pilota si fermerebbero, e quindi l’invecchiamento del pilota si arresterebbe. Se fosse possibile superare la velocità della luce, e ciò è impossibile, il tempo inizierebbe a scorrere all’indietro. E tutto questo è verità, non è fantascienza.
Ma Einstein non si è fermato qui, ed ha inserito nelle sue equazioni un altro parametro, la gravità. Torniamo sull’astronave e ripetiamo le stesse sequenze: noteremo che in effetti l’orologio rallenta, ma non in modo lineare, come dovrebbe se fosse influenzato solo dalla velocità, che manteniamo rigorosamente costante. Il rallentamento dell’orologio è in effetti aumentato dalla gravità, ma sempre di meno a mano a mano che l’astronave si allontana dalla Terra. L’orologio ed il pilota subiscono quindi anche l’effetto della gravità terrestre che, come sappiamo, diminuisce con l’aumentare del quadrato della distanza dalla Terra (Newton). Dunque non solo il tempo, ma anche la distanza (e cioè lo spazio Terra-astronave) influiscono sull’orologio e sul pilota.
Nasce la relatività generale, forse il prodotto più alto della mente umana. Il movimento a grande velocità dell’astronave influenza sia la percezione dello spazio che quella del tempo da parte del pilota, ed al tempo che si dilata corrisponde una contrazione dello spazio. Ed un secondo equivale ad un mucchio di spazio, circa 300.000 Km, per la precisione. Il tempo e lo spazio sono variabili, il tempo è elastico, e lo spazio non è piano ma curvo. Alle grandissime velocità nasce una nuova unità di sintesi, lo spazio-tempo, nasce cioè la quarta dimensione, che si aggiunge alle tre dimensioni finora conosciute dello spazio.
Le relatività ristretta e quella generale hanno prodotto la possibilità di trasformare la massa in energia per il tramite di una reazione nucleare, dove la velocità della luce entra in gioco con l’enorme valore del suo quadrato: E=MC².
Questa è l’unica formula che ho voluto proporvi perché è, nella sua immensa semplicità, l’espressione più alta del genio di Einstein. Tutto ciò vuole dirci che l’Energia (E) prodotta in una esplosione nucleare equivale al prodotto della Massa (M) per il “quadrato” della velocità della Luce (C). Una minima quantità di materia può, in determinate condizioni, sprigionare una enorme quantità di energia. Lo hanno purtroppo sperimentato i poveri giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.
Una portaerei nucleare può oggi navigare per anni a grande velocità a spese di pochi grammi di materia, compresa la fornitura di energia per la tecnologia di bordo e per il fabbisogno dei 5000 uomini che vivono a bordo. Anche una centrale nucleare può produrre enormi quantità di energia per anni ed anni, con gli stessi pochi grammi di materia. Sta agli uomini indirizzare verso il bene questi risultati tenendo comunque in conto che, proprio come la vita, anche la scienza non può retrocedere.
Facciamo un esempio: il problema di oggi per l’uso civile dell’energia nucleare, oltre a quello della sicurezza degli impianti, peraltro in rapida soluzione, è soprattutto quello della gestione delle scorie. La “fissione nucleare”, quella realizzata dai fisici del XX secolo, produce la scissione di un atomo pesante (uranio, plutonio) mediante un bombardamento di neutroni che libera una enorme quantità di energia, ma produce residui con “astronomici” tempi di azzeramento della dannosa radioattività in essi contenuta.
Domani la scienza fornirà, è solo questione di tempo, una disponibilità pressoché illimitata di energia “pulita”, senza cioè la produzione di residui radioattivi, con la “fissione nucleare”, mediante cioè l’unione di due nuclei leggeri, ad esempio idrogeno ed elio, così come già avviene nel Sole. L’idrogeno, cioè il mare, è alla portata di ricchi e poveri come l’elio, ed il programma sperimentale è già partito, con dovizia di mezzi. La scienza non solo non retrocede, ma avanza sempre, ferma restando agli uomini la suprema responsabilità di farne un saggio uso.
XII) Il microcosmo e la teoria dei quanti.
La teoria dei quanti descrive il micro-mondo, e nasce dallo studio del comportamento degli atomi e delle particelle che li costituiscono. Anch’essa, come la teoria della relatività ristretta e quella generale, stravolge ed integra le fondamenta della Fisica “tradizionale”, anch’essa riceve continue conferme sperimentali, anch’essa produce applicazioni eminentemente pratiche. Il laser, il microscopio elettronico, i transistors delle nostre radioline, il tubo catodico degli ormai vecchi televisori e gli schermi ultrapiatti di quelli moderni, sono tutti prodotti del fattore quantico.
Il cuore rivoluzionario di questa teoria nata negli anni venti del XX secolo è l’imprevedibilità: l’atomo non è, come si pensava prima, un perfetto sistema planetario su scala infinitesimale che obbedisce rigorosamente alle leggi della meccanica, bensì un micro-mondo caratterizzato dalla confusione e dal caos. Gli elettroni e tutte le particelle subatomiche, e quindi l’atomo stesso, si muovono senza regole in modo indeterminabile. Lo stesso principio universale di causa ed effetto viene scosso dalle fondamenta, poiché nel microcosmo si verificano effetti privi di causa. Questo elemento nuovo di conoscenza potrebbe avere sviluppi inimmaginabili nello sviluppo della teoria del big-bang, per spiegare i primi miliardesimi di miliardesimi di secondo dall’evento.
Si è notato sperimentalmente che, per esempio, è impossibile conoscere la posizione di un elettrone e contemporaneamente il suo movimento all’interno dell’atomo: si può conoscere l’una o l’altro, ma mai entrambi contemporaneamente. L’osservatore ricerca la posizione di un atomo e la trova, poi ne ricerca il movimento e lo trova. Ma non potrà mai trovare contemporaneamente le due cose. La realtà del microcosmo si manifesta in funzione di quello che cerca l’osservatore, ma non si manifesterà mai contemporaneamente nel suo complesso. C’è una sorta di relativismo nella teoria dei quanti, ed anche una evidenza di disordine che ricorda piuttosto da vicino l’entropia generale del macro-cosmo.
L’imprevedibilità governa dunque il mondo dell’infinitamente piccolo, del micro-cosmo. L’unica arma che può essere impugnata per governare quel mondo è la statistica. Il cannone del tubo catodico del televisore scaglia contro lo schermo un numero enorme di elettroni, dei quali “statisticamente” la maggiore parte colpisce il punto previsto dello schermo, e ciò rende possibile punto dopo punto la formazione dell’immagine. Ma la “minore” parte colpisce lo schermo a casaccio, e questo riduce la qualità della risoluzione dell’immagine, che non arriverà mai al 100%. Che cosa determini l’assoluta imprecisione della minore parte di quegli elettroni resta per ora un mistero.
Nel mondo dell’elettronica si parla a volte dei danni causati dallo “elettrone impazzito”, che esiste e fa parte delle regole del gioco. Nei sistemi più delicati si ricorre alla “ridondanza”, che consiste nel disporre almeno di tre apparati identici che operano, controllandosi contemporaneamente tra di loro, e se uno qualunque dei tre apparati si discosta dal funzionamento univoco dei rimanenti due, viene automaticamente escluso dal gioco. Ma, più in generale, solo la statistica dei grandi numeri può avere ragione dell’imprevedibilità del micro-cosmo, ed imbrigliarlo nella realtà.
Niels Bohr, il grande fisico danese, riassunse la nascente teoria dei quanti e dell’imprevedibilità atomica alla fine degli anni venti del XX secolo, asserendo che nella fattispecie le leggi sono quelle della roulette. Albert Einstein, il grande fisico tedesco, ribatté prontamente con la famosa frase: “Dio non gioca a dadi con l’Universo”. La sperimentazione dei decenni successivi dette ragione a Niels Bohr, e la grandezza quasi soprannaturale di Einstein venne ricondotta così nell’alveo della umana fallibilità, e forse quella sua sconfitta lo ha reso ancora più vicino al cuore degli uomini. Resta di questo grande uomo l’enorme impulso trasmesso alla “nuova” Fisica, ed anche il suo testamento-invito alle nuove generazioni rivolto, oltre che alla necessità di una sintesi quantistico-relativistica, anche e soprattutto al grande suo sogno irrealizzato di riuscire ad unificare sotto una unica legge le forze fondamentali della natura, magari di una semplicità paragonabile a quella già citata della trasformazione della Massa in Energia. “Vorrei scommettere che chi ci succederà troverà la risposta”.
XIII) I buchi neri ed il big-crunch.
Esaminiamo ora cosa accade ai rifiuti dell’Universo. Le stelle bruciano, il Sole brucia ed anche il pianeta Terra brucia al suo interno. Il sistema solare si è formato 5 miliardi di anni fa, poi la Terra ha cominciato a raffreddarsi, la crosta si è formata, e noi ci viviamo sopra. L’equilibrio che ci impedisce di precipitare verso il centro della Terra è dovuto alla rigidità ed allo spessore della crosta terrestre, ma soprattutto alla enorme pressione verso l’esterno causata dalla fornace nucleare presente nel nucleo della Terra. I vulcani agiscono come valvole di sicurezza, per raggiungere appunto l’equilibrio, mentre i terremoti sono l’evidenza dello sforzo immane per mantenerlo.
Quando però la fornace, agonizzante per l’esaurimento della massa da bruciare, si esaurirà, la forza di gravità prevarrà sulla rigidità della crosta e la Terra imploderà, con velocità accelerata verso il suo centro. L’aumento vertiginoso della velocità di implosione provocherà una riduzione dello spazio-tempo (Einstein), che tenderà a zero, e la gravità aumenterà a valori immensi assorbendo anche la luce. Visto dall’esterno, il tempo resterà immobile e nessun cambiamento sarà più possibile.
Ma per la formazione di un buco nero è necessario il collasso di una stella dotata di una massa di almeno 1,4 volte quella del Sole, e quindi la Terra precipiterà in un buco nero solo se e quando sarà coinvolta in un evento di annichilimento di quel tipo prodotto, ad esempio, da un “terremoto” di origine cosmica.
Un buco nero costituisce lo stato terminale d’equilibrio di un sistema sottoposto a gravità e corrisponde allo stato di massima entropia, con temperatura costante di -273.15°C. Ci sono miliardi di stelle che hanno già fatto questa fine. Il destino della Terra e quello della vita sulla Terra non sono però affatto legati, ed è estremamente probabile che la vita sparisca dalla Terra molto prima della Terra stessa. Infatti la vita sulla Terra dipende dal Sole, in base ad equilibri termici molto dedicati, e qualunque variazione significativa di questa energia porterebbe al disastro. Anche il Sole è una gigantesca fornace nucleare, ed in confronto le nostre bombette termonucleari producono molto meno energia di un fiammifero.
Per fortuna tutto ciò non è per domani, ed anzi i calcoli matematici collocano le possibilità di collasso del sistema solare a distanze di tempo di 5 miliardi di anni, e la nostra civiltà avrà quindi molto tempo avanti a sé, per una speriamo splendida evoluzione. Certo, un incidente può sempre capitare per via del Sole, oppure l’esplosione di una stella vicina potrebbe immergerci in un flusso di radiazioni letali. Un buco nero che attraversasse il sistema solare provocherebbe l’uscita dei pianeti dalle loro orbite, con tutte le immaginabili conseguenze.
Ma sulla fine dell’Universo pochi sono i dubbi, è destinato a finire. Non ci possono ovviamente essere conferme sperimentali per eventi che riguardano il futuro, ma il destino sembra segnato. Si consideri anche che l’Universo non è un unicum statico, bensì continua a nascere, crescere e morire. Dal big-bang in poi miliardi di stelle sono diventate buchi neri, e nel contempo miliardi di nuove stelle sono nate. Gli astrofisici delle Hawaii riportano che la sola galassia ZW96, sempre quella della copertina, fabbrica (o… fabbricava) 4000 nuove stelle all’anno, più di 10 al giorno, mentre la nostra Via Lattea produce solo qualche nuova stella ogni anno. Ma l’aumento inesorabile dell’entropia non lascia scampo.
La teoria del “big-bang” porta inevitabilmente a quello che i cosmologi chiamano il “big-crunch”: terminata la fase di espansione ed esaurite le riserve di energia, la seconda legge della termodinamica porterà fatalmente l’Universo a contrarsi progressivamente su sé stesso con velocità uniformemente accelerata, con crescente forza di gravità e con diminuzione esponenziale degli spazi intergalattici. Ogni galassia sarà inghiottita dall’immane forza gravitazionale dell’enorme buco nero cresciuto al suo centro, e convergerà negli ultimi minuti, secondi e microsecondi in una nuova e definitiva singolarità. Si chiuderà così il percorso iniziato con l’altra singolarità, quella della nascita dell’Universo. In assenza di materia, di spazio e di tempo, ce lo dice la Fisica, non resterà che il Nulla.
La contrazione della materia in un buco nero è un tema affascinante. Mancano del tutto i dati sperimentali, perché è impossibile osservare un buco nero dall’esterno in quanto esso assorbe tutto, anche la luce, e nessuna informazione potrà quindi mai uscire dal suo interno. Eppure i soliti calcoli matematici rilevano che in un buco nero la forza di gravità è talmente forte, che al suo interno una montagna come l’Everest si ridurrebbe a dimensioni infinitesime.
Ciò appare possibile in quanto la materia, sia quella vivente che quella non vivente, è in effetti costituita da cariche elettriche e dal vuoto. All’interno di un atomo non c’è che il vuoto che separa gli elettroni dal nucleo composto da protoni e neutroni, altro vuoto c’è tra gli atomi che costituiscono le molecole dei vari elementi, ed altro vuoto c’è tra le molecole stesse, e così via.
L’immane forza gravitazionale all’interno di un buco nero annulla tutto il vuoto esistente, ed è quindi la struttura stessa della materia che collassa, venendo così annientata per sempre. Ciò spiega (vedi paragrafo VII) l’ipotesi della “singolarità”, questa discontinuità che consente la formulazione delle teorie del “big-bang” e del “big-crunch”, la prima delle quali gode già di molte verifiche sperimentali.
Conclusioni
Cari figli, Cari nipoti e Cari interessati al Grande Mistero che ci circonda, nonostante la scienza non possieda verità consolatorie sulla fine nostra e dell’Universo che ci ospita, pure vi invito ad alzare con fiducia ogni tanto lo sguardo verso una stella, oppure ad abbassarlo verso un filo d’erba, tra un impegno quotidiano ed un altro della vostra vita, per riflettere sulla storia conosciuta e su quella ancora sconosciuta dell’Universo, alla ricerca del significato e del valore della vostra vita. Non è necessario per questo diventare tutti ricercatori, anche se costoro sono la pattuglia di punta nell’inseguimento della verità.
E non pensate che questo interrogarsi sia “contro” o “in concorrenza” con una qualunque religione, che siete ovviamente liberi di seguire secondo le vostre intuizioni. Desidero solo che non siano da voi dimenticati gli uomini che cercano le risposte alle domande che vengono dall’Universo restando “con i piedi per terra”. Per una filosofia della scienza che si accosti alla più generale filosofia del pensiero umano, e che si misuri in ultima istanza anche con l’eterno dualismo tra il bene ed il male. Abbiamo un grande bisogno di verità, che non desideriamo delegare ad esemplificazioni di varia natura, perché non vogliamo delusioni.
La libertà non si concilia con i dogmi. Essere attenti all’infinitamente grande come all’infinitamente piccolo che ci circonda renderà più leggere e semplici le piccole e grandi decisioni che prenderete nella vostra vita. Lasciate che la gioia della contemplazione della Natura che ci circonda entri dentro di voi, che questo “Inno alla Gioia” di beethoveniana potenza si manifesti nel vostro animo, pur sapendo che la Natura, che ci salverà (ce lo dice Baruch Spinoza) è anche una dura, crudele e spietata lotta per la sopravvivenza.
Volate alto quindi, e sognate, per combattere le lusinghe e le trappole che certamente incontrerete sulla vostra strada. Più facile a dirsi che a farsi, direte. Ma se la stella polare della vostra condotta è lo stupore kantiano del “cielo stellato sopra di noi e della coscienza morale dentro di noi”, allora la sintesi e l’armonia tra l’Universo che ci circonda ed il nostro piccolo “noi” è cosa fatta.
Resta certamente l’incognita del destino, ma questo ci accompagna comunque, per cielo, per mare come per terra, e siccome non possiamo liberarci dal destino, tanto vale farci amicizia e portarcelo in viaggio con noi, come facevano gli Dei dell’Olimpo, che erano anch’essi soggetti al destino. Mi direte che per viaggiare occorrono tempo e mezzi, ma se qualcosa ci interessa veramente si trova il tempo, e non occorrono poi tanti mezzi per tradurre i sogni in realtà, si può viaggiare anche a piedi come gli antichi pellegrini. Quello del viaggio resta secondo me la prima metafora della vita.
“Tutto l’Universo è in viaggio”.
Quando si è giovani, e tutti lo siamo stati, il futuro appare come un’affascinante nebulosa indistinta. Ascoltate allora con attenzione i richiami che vengono dal vostro intimo, e non innamoratevi di miti che non sono i vostri. E non rinunciate alla curiosità ed a studiare, poiché se porterete sempre con voi la stella polare della conoscenza, non perderete mai la strada.
“Virtute Siderum Tenus (Con Valore verso le Stelle)”.
Bibliografia essenziale.
Elenco qui alcuni tra i molti libri che ho letto prima di scrivere questo opuscolo. Chi fosse interessato ad approfondire il loro contenuto potrà trovarli, generalmente usati, su Internet.
1) Paul C.W. Davies – Siamo soli? – Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre. Ed. Laterza – ISBN 88-420-5569-7. (Prima Ed. 1994).
È il libro fondamentale al quale mi sono riferito. Si tratta di un lavoro condotto con grande rigore scientifico dall’Autore, visiting Professor dell’Imperial College di Londra e che ha insegnato nelle Università di Cambridge, Newcastle upon Tine e Adelaide (Australia)
Scritto con molta semplicità, descrittivo e senza formule, (tranne una, semplice e meravigliosa), scandaglia attentamente il mistero che ci circonda. E in alcune chiare considerazioni, ci prospetta un futuro non lontano e ricco di novità stupefacenti per noi abitanti del pianeta Terra. Il futuro non retrocede, ma anzi avanza sempre. Esattamente come la Vita.
2) Jamal N. Islam – Il destino ultimo dell’Universo – Ed. Zanichelli – ISBN 928-0-521-11312. (Prima Ed. 1988).
Si tratta di un omaggio personale alla creatività dell’Autore, perché Jamal. N. Islam, Reader di Matematica alla City University di Londra, nato in Bangladesh (ex-Pakistan orientale) e illustre Fisico, Matematico e Cosmologo, ci ha offerto una brillante e gioiosa interpretazione delle rigorose Leggi che governano l’Universo.
3) René Dubos – Il Dio Interno – Ed. Mondadori – ISBN 10-06 8413506X (Prima Ed. 1972).
Microbiologo, patologo e credente, rappresenta nel suo libro una visione spiritualistica della vita, che non può mancare nelle informazioni che un laico come me deve conoscere per affrontare seriamente la possibilità che esista la Vita nell’Universo.
4) Piero e Alberto Angela – Viaggio nel Cosmo – Ed. Mondadori – ISBN 88-04-40178-8 (Prima Ed. 1997).
Libro di divulgazione scientifica che gli Autori propongono al proprio vasto pubblico di lettori, con un originale espediente narrativo che consente un’esplorazione dell’Universo alla fantasiosa “velocità del pensiero”, ma posto su basi rigorosamente scientifiche e aggiornate alla fine del secondo millennio.
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Per eventuali contatti:
Massimo Cerracchio
Via Benozzo Gozzoli 72 – 00142 Roma