lunedì, Gennaio 19, 2026

Fari

Fari: storie, leggende e misteri delle sentinelle del mare

Non ho mai navigato in Atlantico sopra le Azzorre, per cui non ho visto gli ultimi due fari dell’articolo, mentre ho avuto la fortuna di vedere Il Faro del Fin del Mundo che la parola stessa indica dove si trova.

Anni fa sono stati messi in vendita molti fari dismessi, ed il fascino di andare a vivere in faro è stato forte: ricordo che in particolare quello di San Giovanni in Pelago davanti a Rovigno, e quanti velisti come me avranno fatto lo stesso pensiero: oggi è una residenza estiva gestita da Tripadvisor.

Le foto, gli articoli, le storie ed i libri sui fari del mondo sono molti, e l’articolo che segue è una sollecitazione agli amici che mi leggono ad approfondire l’argomento.

Una sentinella solitaria nella notte: i fari continuano a guidare i naviganti con la loro voce di luce, tra storia, leggende e rotte che attraversano i mari del mondo
Occhi dei marinai nel buio, illuminano la rotta e segnalano i pericoli. Custodi delle coste, i fari raccontano storie drammatiche e meravigliose
Anche nell’epoca della navigazione elettronica, i fari hanno forse perso parte del ruolo essenziale che rivestivano fino a qualche anno fa. Eppure la loro sciabolata nel buio continua a illuminare il cuore del marinaio che naviga nell’inchiostro della notte.
Il guardiano del faro è ormai una figura d’altri tempi, quasi proverbiale. Ma queste torri, a guardia di promontori audaci o di isole deserte, restano immagini da cartolina sparse nel Mediterraneo e nell’Oceano, spesso legate a storie affascinanti o a vicende drammatiche e straordinarie.

Tra le molte sentinelle che punteggiano le nostre rotte, alcune custodiscono storie talmente radicate nella memoria dei naviganti da essere diventate parte del mito.
Una di queste si trova all’estremo nord dell’Adriatico, dove una torre solitaria veglia da più di due secoli sul confine tra Italia, Slovenia e Croazia. È il faro di Capo Salvore.

 

Il faro di Capo Salvore e la sua storia d’amore perduta

Il faro di Savudrija, a Punta Salvore: il più antico e il più settentrionale dell’Adriatico, in funzione dal 1818

I 36 metri del faro Savudrija, come lo chiamano i croati, fanno di Punta Salvore il faro attivo più antico e il più settentrionale dell’Adriatico.
Posto all’estremità dell’Istria, sul confine tra Slovenia e Croazia, è il faro più settentrionale dell’Adriatico visibile anche dalla costa italiana. La costruzione fu completata in un solo anno, nel 1818, e in seguito la struttura venne ulteriormente innalzata.

I velisti dell’alto Adriatico sono particolarmente affezionati alla torre che segnala l’estremità dell’Istria anche per la storia d’amore legata alla sua realizzazione.
Quello di Salvore avrebbe dovuto essere il primo faro di una lunga strada di luce che, secondo i progetti degli Asburgo, dominanti sulle coste dalmate fino al primo ’900, avrebbe illuminato la rotta da Trieste fino a Dubrovnik.

Il principe Metternich, innamoratosi di una nobildonna istriana conosciuta durante un ballo a Vienna, volle costruire una torre tanto alta da poter essere ammirata dalla donna anche dalla sua dimora di Pirano, dove viveva con il marito.
La storia purtroppo ebbe un tragico epilogo: la nobildonna morì proprio il giorno dell’inaugurazione del faro e il principe Metternich, deluso e addolorato, non visitò mai la struttura completata.


Il Colosso di Rodi, il faro perduto dell’antichità


Il Colosso di Rodi: fu considerato il più imponente dell’antichità. Un terremoto lo distrusse nel 226 a.C.

L’isola di Rodi subì uno degli assedi più famosi della storia antica, ma riuscì a resistere. Nel 304 a.C., per celebrare quella vittoria, la città utilizzò il metallo delle macchine d’assedio per costruire un’enorme statua dedicata a Helios, il dio del sole.
Il monumento è conosciuto con il nome di Colosso di Rodi, “il più ammirato di tutti i colossi” scrive Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia.

Opera di Carete di Lindo, discepolo di Lisippo, la statua era alta 32 metri. Secondo le ricostruzioni sarebbe stata collocata sull’imboccatura del porto o, più probabilmente, su una collina che dominava Mandraki. Reggeva una fiaccola e divenne il faro più maestoso dell’antichità, almeno fino a quando un terremoto nel 226 a.C. non lo fece cadere al suolo.
La sua costruzione richiese dodici anni e un investimento di 300 talenti, ricavati dalla vendita del materiale abbandonato dagli assedianti. Nel 654 a.C., quando Rodi cadde in mano agli arabi, i resti del Colosso furono venduti a un mercante siriano.
Si racconta che fossero necessari novecento cammelli per trasportare le macerie di quella che fu una delle sette meraviglie del mondo antico.

Il faro di Tourlitis, la torre sospesa sul mare di Andros


Il faro di Tourlitis, simbolo di Andros: una torre sospesa sul mare, ricostruita identica all’originale dopo la Seconda guerra mondiale

Il faro di Tourlitis non è legato a leggende o episodi misteriosi, ma è semplicemente uno dei fari più suggestivi al mondo. Sorge su uno scoglio modellato dal vento e dal mare come una colonna tortile: con la sua lunga scalinata a spirale che si arrampica sulla roccia, sembra uscito da un romanzo fantasy, incorniciato da uno dei mari più trasparenti dell’Egeo.
Il faro è la sentinella del porto di Chora, sull’isola di Andros, la più settentrionale delle Cicladi. Fu eretto nel 1897, ma venne distrutto durante la Seconda guerra mondiale.

Più di trent’anni fa è stato ricostruito, identico nelle forme originali, grazie alla donazione di un facoltoso abitante dell’isola, che volle restituire ad Andros uno dei suoi simboli più amati.
Oggi Tourlitis è considerato l’unico faro della Grecia completamente automatizzato fin dalla sua ricostruzione, dato che la sua posizione isolata e l’accesso difficilissimo non permettono la presenza di un guardiano.
L’ultima ristrutturazione risale al 2010, quando la torre è stata restaurata e illuminata artisticamente, diventando un vero emblema dell’isola. Al tramonto, il faro di Tourlitis è uno dei luoghi più fotografati dell’Egeo, tanto da comparire anche sulla moneta greca da 200 dracme emessa nel 1994.

 

Il Faro del Fin del Mundo, la luce ai confini della Terra


Il  Faro del Fin del Mundo: una piccola sentinella di legno sull’Isla de los Estados, uno dei luoghi più remoti del pianeta

Costruito su uno sperone a picco sul mare nell’Isla de los Estados, un’isola disabitata poco lontano da Capo Horn, il Faro del Fin del Mundo sorge su uno dei lembi di terra più remoti e battuti dai venti del pianeta.

La struttura reale non assomiglia al faro immaginato da Jules Verne nel romanzo “Il faro in capo al mondo”: non una torre monumentale, ma una capanna di legno, costruita per offrire rifugio ai numerosi naufraghi che per secoli hanno affrontato il più temuto dei grandi capi.
A fine Novecento un navigatore francese, affascinato dal romanzo di Verne, organizzò una spedizione per restaurare il vecchio faro in disuso. Installò pannelli solari che ancora oggi alimentano un fascio di luce della portata di 14 miglia, restituendo alla struttura la funzione originaria.
Ancora oggi il faro è in funzione ed è ritornato alla sua originaria funzione di rifugio per chi si avventura a quelle latitudini. Chi vi passa lascia spesso un biglietto, una provvista o compie piccoli lavori di manutenzione, in un gesto di rispetto verso chi verrà dopo.

La costruzione, alta circa 7 metri e posta su uno sperone a 60 metri dal mare, non somiglia ai tradizionali fari in muratura: la luce è proiettata attraverso una semplice finestra, ma la sua posizione estrema la rende una delle sentinelle marine più iconiche del mondo.
Chi sogna di visitarlo non deve spingersi fino alla Patagonia: una copia fedele del faro, costruita su palafitte, si trova nella città francese di La Rochelle, dove è diventata un simbolo per i navigatori che salpano verso l’Atlantico.

 

Il faro di Fastnet, la Lacrima d’Irlanda e la tragedia della Fastnet Race


Il faro di Fastnet, la Lacrima d’Irlanda: simbolo di partenze, leggende e della drammatica Fastnet del ’79

C’è uno scoglio che emerge dall’Atlantico, nel punto più meridionale dell’Irlanda.
Su quello scoglio sorge il faro di Fastnet, chiamato anche Rock of Solitude o Lacrima d’Irlanda, perché rappresentava l’ultimo lembo di patria che gli emigranti diretti negli Stati Uniti potevano salutare con lo sguardo.
Il suo faro gode di fama funesta perché dalla sua sommità venne scattata l’ultima foto del Titanic.
Ma tra i velisti il nome Fastnet evoca soprattutto la tragedia avvenuta durante la XXVII edizione della Fastnet Race, una classica e temuta regata d’altura che da quasi un secolo si svolge con cadenza biennale in quelle acque.
La partenza è al largo dell’isola di Wight e, dopo oltre 600 miglia — di cui la metà in pieno oceano — i partecipanti raggiungono oggi Cherbourg, doppiando il faro di Fastnet che dà il nome alla regata.

Nonostante record e imprese, anche di molti italiani — tra cui Prysmian Group di Pedote, ottava all’edizione 2021 della classe IMOCA — per qualunque velista il nome Fastnet richiama alla mente la drammatica edizione del 1979.
Fu un evento eccezionale, premonitore di quei disastri meteorologici che sempre più spesso si abbattono sui nostri mari anche in piena estate.
Il 13 agosto di quell’anno una profonda depressione investì la flotta salpata due giorni prima, con venti di intensità pari a un uragano e onde che, in prossimità del faro, raggiungevano i 20 metri.

Le previsioni meteo britanniche sottovalutarono la situazione e la regata non venne annullata.
Quando due vortici depressionari si unirono, si scatenò un fortunale di proporzioni catastrofiche.
Su 303 equipaggi alla partenza, 20 barche furono disperse, 5 affondarono e 194 abbandonarono la regata. Quindici furono i morti, i corpi dei quali non furono mai più ritrovati.
I vincitori della XXVII edizione della Fastnet Race furono tutti gli equipaggi che riuscirono a ritornare in porto.

Il faro delle isole Flannan e il mistero dei tre guardiani scomparsi


Il faro delle isole Flannan, conosciuto per la scomparsa dei tre guardiani nel 1900

Sulle remote isole Flannan, un piccolo arcipelago spazzato dal vento nelle Ebridi Esterne, sorge il faro delle Flannan, costruito nel 1895 per segnalare quel tratto di mare difficile e già teatro di molti incidenti. Le isole, note anche come “Sette Cacciatori”, devono il loro nome a un eremita che vi trovò dimora secoli fa, ma sono tristemente ricordate per un evento avvenuto nel 1900: la scomparsa inspiegabile dei tre guardiani del faro.

Ogni due settimane una nave portava rifornimenti e dava il cambio a uno dei tre uomini, che si alternavano in turni di sei settimane e due di riposo.
Il 26 dicembre del 1900 la nave dei rifornimenti Hesperos arrivò all’isola, ma il capitano si accorse subito che qualcosa non andava ancora prima di attraccare: la bandiera scozzese, che avrebbe dovuto sventolare sul faro, non era issata e nessuno dei tre guardiani attendeva sul molo.
Il capitano fece suonare la sirena e sparò dei razzi di segnalazione, ma dall’isola non giunse alcuna risposta.
Tutti capirono a questo punto che qualcosa di grave era accaduto.

Quando l’equipaggio sbarcò, il faro era deserto. Cominciò così la ricerca dei tre uomini. Sulla piattaforma occidentale dell’isola fu trovata una cassa di rifornimenti sfondata e il suo contenuto sparso al suolo. Le ringhiere di ferro lungo il sentiero erano piegate o rotte, alcune cime erano sparpagliate sulle rocce e mancava uno dei salvagente normalmente fissato alle ringhiere. Poi, più nulla: del trio, nessun segno.
Su quel silenzio si sono fatte, negli anni, molte ipotesi, dalla follia dovuta alla solitudine, a un litigio degenerato in un omicidio-suicidio, anche se la spiegazione più probabile è molto più semplice.
All’epoca, trascurare strumenti o attrezzature poteva costare una multa o addirittura il licenziamento. È quindi verosimile che, durante una tempesta, due dei guardiani siano usciti per mettere in sicurezza qualcosa sulla piattaforma, mentre il terzo è rimasto a presidiare il faro.
A quel punto un’onda anomala avrebbe travolto i due uomini e il terzo, rimasto a guardia del faro, non vedendo rientrare i colleghi sarebbe uscito a controllare, subendo probabilmente lo stesso destino.
I loro corpi non furono mai più trovati. Oggetti mancanti, sedie rovesciate o deliranti annotazioni sul registro del faro sono invenzioni successive, alimentate dal fascino del mistero e dai racconti sul Piccolo Popolo che la tradizione scozzese lega a queste isole.
Di reale, c’è purtroppo solo la storia di tre uomini travolti da un mare furioso mentre custodivano il loro faro su un lembo di terra sperduto.

 

L’origine della parola faro e la voce di luce che distingue ogni torre
La lunga storia dei fari attraversa continenti, epoche e leggende, ma tutto sembra ricondurre a un’unica luce antica. Il termine “faro” deriva dall’isola egiziana di Pharos, dove nel III secolo a.C. sorse l’immenso faro di Alessandria: una torre alta oltre cento metri, visibile fino a 25 miglia, che per secoli guidò mercanti e navigatori nel Mediterraneo.
Da allora, in tutte le lingue romanze “faro”, “phare”, “farol”, quel nome evoca la stessa immagine: una luce che salva, che orienta, che veglia. Una presenza silenziosa che accompagna chi va per mare e che, ancora oggi, nonostante satelliti e GPS, continua a parlare al navigatore con una voce antica.
Ogni faro ha una storia diversa: amori non compiuti, naufragi, imprese straordinarie, misteri mai del tutto chiariti. Tutti condividono un tratto comune, invisibile da terra e vitale per chi naviga: la loro voce di luce.
Ogni faro possiede un proprio ritmo di lampi, una sequenza di intermittenze che lo distingue da tutti gli altri e che permette ai naviganti di riconoscerlo anche da grandi distanze. È il suo codice: una firma luminosa con cui si presenta nelle notti senza luna, quando la costa scompare, il mare si fa uniforme e tutto ciò che rimane è quella pulsazione regolare che rassicura e dice: “Sono io. Sei sulla rotta giusta.”
Forse è qui che si nasconde il segreto del loro fascino. Sono torri, strumenti tecnici, macchine costruite per un compito preciso, eppure ognuna possiede una luce che parla con un ritmo diverso, come se ogni faro conservasse una propria identità. E in quella identità continua a raccontare qualcosa: un frammento di storia, un ricordo, un silenzio, un tratto di costa.
Una luce che, notte dopo notte, non smette mai di dire al navigante dove si trova, e soprattutto dove sta andando.