URAGANO

In questi giorni si stanno ripetendo situazioni meteo impegnative causate dagli sbalzi di temperatura e pressione che mi hanno riportato all’anno scorso, quando è arrivato il ciclone in  Grecia.  Vi riporto di seguito l’avventura del mio amico Paolo

uragano 

Vi ricordate questa foto? E’ la situazione meteo che  stava esplodendo nel basso Ionio, fra le isole di Zante e Cefalonia, e potete vedere quanti nodi di vento c’erano nell’occhio del ciclone…..53…..ma sono stati molto di più….   Io ero da poco rientrato in Italia  dalla Grecia con il mio Soundofsilence, reduce da una stagione dove forti depressioni avevano caratterizzato la zone del basso Ionio ( io ne ho prese tre) e per fortuna non mi è successo niente.

Sapevo che l’amico Paolo    era in quella zona, precisamente sotto Lefkada, a poche miglia da Cefalonia, ed ero in contatto con lui per condividere non tanto l’evolversi del meteo, bensì per accertarmi che andasse a rifugiarsi in un porto sicuro. Ho molta confidenza con lui, e gli ho detto che non approvavo la sua decisione di andare a ancorarsi  nella baia di Vlicho, perchè ritenevo che in un porto sarebbe stato più sicuro. Poteva scegliere fra Lefka (  a poche miglia, ma non il massimo), Preveza a una ventina di miglia, e più a nord in mezza giornata  sarebbe arrivato a  Corfu…. e c’era tutto il tempo per mettersi in sicurezza…..

Ha deciso di fare di testa sua, è un testone  e quando si mette i  testa una cosa non ascolta nessuno, e ci siamo sentiti ripetutamente al cellulare fino a poche ore prima del dday ….. poi più niente….. però ascoltavo l’evoluzione del ciclone, sentivo dei disastri che aveva causato, delle alluvioni e distruzioni, e mi arrivavano i video delle barche affondate a Cefalonia.

Per due giorni ho cercato di mettermi in contatto con lui, ho telefonato a Giorgio , il suo amico del cuore, ma nono aveva notizie, sua moglie nemmeno, nessuno degli amici velisti che lo conoscono aveva sue notizie……ed ero preoccupato…… dopo tre giorni ricevo una telefonata da un numero che non conosco…..era lui che mi avvisava che era salvo, attraccato ad un peschereccio in disarmo, senza ancore ma salvo….. e il messaggio che mi ha dato è stato: <“basta , non navigo più, vendo anzi regalo la barca, non ho più l’età per rischiare la vita”>.

E’ rientrato a casa pochi giorni fa ma non sono ancora riuscito a vederlo, però ieri sera ho ricevuto un suo messaggio con allegata la storia di quell’uragano, e mi ha detto che potevo pubblicarla. 

uragano

E’ passato un mese da quel venerdì 18 settembre. In queste settimane ho tentato di ripensare a quanto accaduto, ma sono ricordi che fanno ancora troppo male e non riesco per ora ad avere una visione chiara di questa esperienza, è ancora presto per trarne delle conclusioni. Ho tentato in ogni modo di rimuovere dalla mente quelle ore, ma purtroppo sono stampate troppo profondamente per poterci riuscire. Per uno che va per mare da cinquanta anni, trovarsi a riflettere su una esperienza del genere è come sfogliare un diario di bordo in cui ha scritto tutta la sua vita e trovare tutte le pagine bianche, tutte le certezze azzerate, tutta l’esperienza acquisita resa inutile e con la paura di girare pagina. Spero che il mettere per iscritto questa avventura mi aiuti a farmene una ragione e mi consenta di girare pagina.

Tutti sapevano dell’arrivo dell’uragano e ognuno ha fatto le proprie scelte su come affrontarlo. Io e l’amico Peppone, considerato che eravamo ciascuno da solo sulla propria barca, abbiamo deciso di rifugiarci a Vlicho, una baia molto chiusa a sud di Nidri, mettendoci sul lato Est, ben ricordando che il lato Ovest (e solo quello) è stato teatro di un evento catastrofico qualche anno fa. La decisione di stare in baia e non in porto è stata presa dopo la brutta esperienza di due giorni prima: una notte di vento forte passata nel porto di Paleros, notte in cui le barche vicine ci hanno procurato non pochi problemi.

Tutta la baia di Vlicho ha un fondale di fango buon tenitore con profondità variabile tra 5 a 6 metri. Abbiamo dato perciò ancora a circa 300 metri da terra e filato una quarantina di metri di catena. Ho tirato in retromarcia a tutta forza come sempre faccio per verificare la tenuta. La mia ancora è autocostruita, molto simile ad una rocna. Ne ho prodotte 12 di vari pesi, distribuendole agli amici, tutti ne sono più che soddisfatti. La mia pesa 30kg. Quando sono in Grecia consulto quotidianamente quattro siti meteo: per la nostra zona Meteo gr. sailing dava un forza 7, Lamma praticamente uguale, Windy scommetteva su venti non superiori a 25 nodi, soltanto Passage diceva che l’uragano avrebbe interessato anche la nostra zona. Arriviamo in baia mercoledì e la troviamo stranamente semivuota; giovedì il vento rinforza da sud sud-est e la baia si riempie di barche. Per tutto il pomeriggio le raffiche non superano i 25 nodi; verso mezzanotte il vento gira a est e rinforza fino a oltre 60 nodi. Dalla collina di fronte scendono raffiche che sull’acqua fanno l’effetto di sventagliate di mitragliatrice, l’urlo del vento misto a una pioggia torrenziale è impressionante. Colonne d’acqua si sollevano e sferzano la barca che quando si traversa si piega oltre 45 gradi, sembra di stare dentro alla centrifuga di una lavatrice. Comunque l’ancora tiene.

Il vento continua fino all’alba, poi, dopo un attimo di stanca, gira a Nord e riprende con forza. A questo punto mi accorgo che la mia ancora comincia ad arare. Accendo il motore e verifico tirando in retromarcia: sto arretrando. Non resta che salpare e andare a dar fondo da un’altra parte. Tutto facile, operazione fatta mille volte, ma qui la sfiga ha voluto fare la sua parte: quando manca da recuperare una decina di metri di catena il verricello smette di funzionare. Provo tirare a mano: tentativo inutile. Non resta che trascinare l’ancora a motore e andare a riposizionarla. Do tutti i 50 metri di catena, ma non prende. Ad ogni raffica la barca arretra e si avvicina alle altre sottovento. Tento di contrastare col motore, ma niente da fare. Prendo la difficile decisione di abbandonare l’ancora e confidare in quella di rispetto. Filo tutti i 50 metri di tessile che ho messo al termine della catena, ci lego un parabordo e lascio andare. La pioggia non dà tregua, anche se il vento si stabilizza con raffiche che non superano i 40 nodi. Armo l’ancora di rispetto, una ammiragliato da 25kg con una ventina di metri di catena del 10. Avrò impiegato una ventina di minuti tra mettere il ceppo, la chiave più la copiglia perché nel frattempo dovevo manovrare col motore per stare lontano dalle altre barche. Aggiungo una cima da 60 metri e dò fondo. Non agguanta, incredibile, l’ammiragliato non ha mai deluso, ma purtroppo sto scadendo velocemente verso le altre barche sottovento. Non resta che abbandonare anche l’ancora di rispetto dopo aver assicurato un parabordo sul terminale. Comincio a girare a motore per la baia facendo lo slalom tra le altre barche, sperando che il vento prima o dopo finisca.  Per tenere gli occhi aperti mi tocca usare la maschera da sub, le gocce di pioggia sembrano sassi che levano la pelle. Rimpiango la cerata pesante che quest’anno per la prima volta ho lasciato a casa dopo che per molti anni l’ho portata avanti e indietro dalla Grecia senza mai averla utilizzata. Ho addosso un giubbotto impermeabile leggero, non ho avuto nemmeno il tempo di indossare i pantaloni. Ogni volta che percorro la baia e vado col vento in poppa metto la retromarcia per rallentare, quando vado controvento devo mettere il motore a più di 2000 giri per contrastare le raffiche. Nel frattempo il genoa, nonostante avessi tirato al massimo l’avvolgifiocco prima della buriana, si srotola nella parte centrale per circa un paio di metri e comincia a sbattere. Non posso farci niente, posso solo sperare che non si apra più di così.

Continuo a girare per ore, ad un certo punto passando vicino alla barca di Peppone vedo che mi fa cenno di avvicinarmi: ha preparato la sua ancora di rispetto, una delta da 15kg con 20 m di catena dell’8, la butta sotto la sua barca e mi passa la cima. Lego Il tessile a prua, ma nel frattempo la barca ha già scarrocciato di una trentina di metri e si è girata. Mi rendo conto che il tessile mi è passato sotto la barca, se mi finisce sull’elica sono spacciato. In qualche modo riesco a rimettere la prua al vento, la cima va in tensione, ma l’ancora non prende. Di nuovo sto scadendo verso le barche sottovento, devo salpare a mano. Gli ultimi metri dove comincia la catena richiedono uno sforzo che solo la disperazione mi ha dato e intanto la barca si avvicina pericolosamente verso un’altra sottovento. Le sono ormai addosso ma all’ultimo momento riesco a trascinare via l’ancora col motore. Una volta allontanatomi in una posizione abbastanza libera, tiro su la delta per controllare che sia pulita e la ributto. Niente da fare nemmeno stavolta, l’ancora non prende, la mia schiena protesta per i maltrattamenti subiti, ma non c’è tempo per pensare che ha 71 anni. Finalmente riesco a tirare su la delta, adesso penso di telefonare a Peppone perché vedo che si sbraccia e mi vuole dire qualcosa. Altra brutta sorpresa: il telefono che stava nella tasca della cerata non dà segni di vita perché la tasca si è riempita d’acqua. Gridando per quanto possibile, riesco a capire che devo andare dall’altra parte della baia perché c’è Francesco e Gianfranco che mi stanno aspettando. Così faccio, ormai si fa buio, e io sono sfinito. Non mi è facile trovarli con la maschera da sub sugli occhi al posto degli occhiali, ma finalmente riesco a vederli. Mi fanno cenno di accostare a un peschereccio in disarmo in una zona ben ridossata della baia. Ributto l’ancora per tenermi distanziato, qualcuno mi prende le cime di poppa. Finalmente un po’ di pace.

Entro in barca che fino a questo momento è rimasta chiusa e indosso qualcosa di asciutto. Richiudo tutto perché è già buio e sento che sopra la barca le pantegane stanno facendo una grande festa. Mi preparo qualcosa di caldo e solo allora mi accorgo di quanto le mie gambe sono andate in ipotermia. Tento di rianimare il telefono mettendolo ad asciugare nel forno, ma non riparte. Non c’è stato nemmeno il tempo di pensare al vhf, sono completamente isolato senza poter comunicare con nessuno, a casa mia staranno in pensiero.  La notte trascorre tranquilla, non smette di piovere, sono troppo scosso e pieno di pensieri per riuscire a dormire. Al mattino il vento è ancora sostenuto, si comincia a vedere qualche sprazzo di sereno. Riavvolgo il genoa, ha una scucitura di un metro lungo la fascia uv, il danno non sembra grave. Svuoto il gommoncino che è pieno d’acqua fino all’orlo. Sul grosso peschereccio, che sembrava in disarmo, arrivano i marinai che si mettono a lavorare per togliere la ruggine. Purtroppo accendono il motore e io sono sottovento: si soffoca. Inutile fare cenno che sto per crepare, loro hanno altro da pensare. Non resta che cambiare posizione. Di nuovo salpo l’ancora a mano e torno dall’altra parte della baia vicino a Peppone. Il vento è sceso sotto i 25 nodi, ributto l’ancora in un posto ben lontano da tutti, stavolta l’ancora prende.  Il resto della giornata trascorre tranquillo. Il vento si placa del tutto durante la notte e il mattino seguente il tempo è splendido. Metto in acqua il gommoncino e monto il motore. Vado da Peppone e finalmente posso usare il suo telefono per comunicare con casa e dire che sono vivo.

Arriva Gianfranco e ci mettiamo alla ricerca delle mie ancore. Il parabordo che avevo legato all’ancora di posta non c’è più, quello dell’ammiragliato sì. Trasciniamo col gommone un grappino per tentare di agganciare il tessile o la catena. Ho dei buoni riferimenti per ricordare dove ho posizionato la rocna e proviamo a fare vari passaggi. Ogni tanto sembra che l’ancorotto faccia presa su qualcosa, ma poi niente. Verso mezzogiorno facciamo pausa. Riprendo a trascinare da solo l’ancorotto per tutto il pomeriggio, ma senza risultato. Sono sconsolato, non riesco a rassegnarmi di aver perso la mia ancora con tutta la catena, mi sembra impossibile non riuscire a intercettare con l’ancorotto qualcosa lungo 100 metri. Il giorno successivo al mattino presto arrivano due barche di amici, Nello e Umberto. Mi si riaccendono le speranze. Umberto ha un ancorotto molto migliore del mio. Ci rimettiamo a trascinarlo dove secondo me dovrebbe trovarsi la rocna. Prova e riprova ma niente. Verso mezzogiorno mi rassegno all’idea di aver perso l’ancora e decido con gli altri di andare a recuperare l’ammiragliato. Proviamo a tirare: non si muove. Allora torno sulla mia barca, salpo la delta di Peppone e mi porto sopra all’ammiragliato. Mettiamo la catena sul verricello, che nel frattempo ha ripreso a funzionare senza che gli avessi fatto nulla, e ci troviamo un incredibile groviglio. Che sarà mai, ho forse preso la catena di Peppone che è lì vicino? Macchè, il verricello un poco alla volta riesce a tirare su il  malloppo e si scopre cosa è successo: l’ammiragliato ha preso in pieno l’arco della mia rocna, per questo non ha fatto presa. I 50 metri di catena della rocna più i 20 dell’ammiragliato formano un’ unica palla metallica, chissà come è successo. Servono quattro ore di lavoro per disincastrare le ancore e rimettere in chiaro la catena. Tutta la mia riconoscenza a Nello e Umberto che stando sul gommoncino hanno compiuto questa grande impresa. Alla fine del lavoro uomini mezzi hanno un unico colore: il fango di Vlicho. 

Sono ben consapevole di aver messo a disagio molti amici, li ringrazio tutti, senza di loro le cose potevano andare in maniera ben diversa. Come normale, ho dovuto sorbirmi le varie ramanzine e rispondere alle domande di perché non ho fatto così e perché non ho fatto cosà. Ma un conto è parlarne stando seduti sulla sedia di un ristorante, un altro è essere i protagonisti in certe situazioni. Soltanto Umberto ha avuto per me una parola di conforto dicendomi: “non dar retta a quelli che ti criticano, non è da tutti uscire tutto intero da una situazione simile, non so come sarebbe andata agli altri al posto tuo .

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