Iceberg A23
Sorvegliato speciale: sull’iceberg A23a si è formata una “piscina” grande quasi quanto Roma
L’acqua prodotta dalla fusione del ghiaccio dell’iceberg A23a non sta defluendo in mare: questo potrebbe decretare la fine del “mostro antartico”.

Vista satellitare dell’iceberg A23a nell’Oceano Antartico, che mostra l’acqua di fusione sulla sua superficie.
Vi abbiamo già parlato di A23a, ma ora sull’iceberg più osservato al mondo sta accadendo un fenomeno ancora più strano: l’acqua prodotta dalla fusione del ghiaccio non sta defluendo in mare, ma si sta accumulando per formare una specie di enorme piscina.
Un segnale che potrebbe anticipare la fine dell’iceberg.
Sorvegliato speciale.
Il gigante in questione è uno dei più grandi iceberg tabulari mai osservati.
Le immagini satellitari mostrano una caratteristica sorprendente: lungo tutto il perimetro dell’iceberg corre una sorta di bordo rialzato di ghiaccio, come una barriera continua.
Il risultato è una gigantesca “vasca” naturale che intrappola l’acqua di fusione.
Le dimensioni sono impressionanti: la superficie occupata dalla pozza raggiunge circa 800 chilometri quadrati, circa due terzi della superficie di Roma.
La storia dell’iceberg.
In alcuni settori l’acqua appare di un blu intenso, indice di profondità che potrebbero arrivare a diversi metri.
Nel complesso, il volume di acqua accumulata è probabilmente dell’ordine dei miliardi di litri: abbastanza da riempire migliaia di piscine olimpioniche.
Un carico enorme, che grava su una struttura già indebolita.
A23a non è un iceberg giovane. Si è separato dalla piattaforma di ghiaccio Filchner-Ronne nel 1986 e allora era oltre cinque volte più grande di oggi.
Per anni ha detenuto il primato di iceberg più esteso del pianeta. Ma il suo lento viaggio verso nord, in acque e atmosfere progressivamente più calde, ne ha accelerato il deterioramento.
La frammentazione appare ormai inevitabile, e l’acqua di disgelo che ristagna sulla sua superficie potrebbe rappresentare il colpo di grazia.
Potrebbe “esplodere”?
L’accumulo di acqua di fusione sulla superficie degli iceberg è uno dei meccanismi chiave di instabilità del ghiaccio galleggiante.
L’acqua liquida è più densa del ghiaccio e tende a infiltrarsi in ogni frattura.
Quando penetra nelle crepe, esercita una forte pressione verso il basso, allargandole.
Se poi le temperature scendono e l’acqua ricongela, il volume aumenta e agisce come un vero e proprio cuneo esplosivo.
«Se quest’acqua penetra nelle fratture e successivamente ricongela, può agire come un cuneo e far esplodere l’iceberg dall’interno», spiega Mike Meredith, oceanografo del British Antartic Survey.
Si scioglie per i venti del nord (non dell’ovest): ecco a cosa ci serve saperlo
Pensavamo che la calotta glaciale dell’Antartide occidentale si sciogliesse a causa dei venti dell’ovest: abbiamo scoperto che la colpa è di quelli del nord.

Un gruppo di pinguini cammina sul ghiacciaio Thwaites, in Antartide occidentale
Sotto la calotta glaciale antartica, la spessa piattaforma di ghiaccio che ricopre il 98% dell’Antartide, si trova la maggior parte delle riserve di acqua dolce del Pianeta.
L’aumento della temperatura globale sta provocando lo scioglimento in particolare della parte occidentale, la cui massa è in costante diminuzione dagli anni Quaranta del secolo scorso.
Per anni gli studiosi hanno dato la colpa di questo “scioglimento accelerato” ai caldi venti che soffiano da ovest: uno studio pubblicato su Nature Geoscience mette in discussione questa convinzione, sostenendo che i responsabili della riduzione della calotta glaciale dell’Antartide occidentale siano invece i venti settentrionali.
La conseguenza è che la più importante corrente oceanica accelera con il caldo (ed è un problema per i ghiacci antartici).
«Pensavamo di raccogliere dati a supporto dei modelli climatici finora utilizzati, che sostenevano che i venti occidentali si rafforzassero vicino alla costa antartica», spiega Gemma O’Connor, coordinatrice della ricerca: «Al contrario, non abbiamo trovato alcuna prova a sostegno di questa tesi».

Modelli climatici.
Gli studiosi hanno utilizzato dei modelli climatici per simulare lo scioglimento della parte occidentale della calotta antartica e identificare quali fattori lo influenzassero.
I dati raccolti da trenta diverse simulazioni hanno evidenziato che i venti del nord esacerbavano notevolmente la perdita di ghiaccio, mentre quelli occidentali non avevano lo stesso effetto.
Il ruolo delle polinie.
A giocare un ruolo cruciale sarebbero le polinie, piccoli buchi nel ghiaccio che fungono da “pori” facendo fuoriuscire il caldo in eccesso.
I venti del nord, che in Antartide soffiano con forza, farebbero muovere il ghiaccio marino chiudendo questi buchi e riducendo la perdita di calore: in questo modo l’acqua oceanica sarebbe più calda, e il ghiaccio sotto la superficie della calotta si scioglierebbe più in fretta.
Ancora una volta colpa nostra.
I ricercatori credono che la colpa dei forti venti del nord che soffiano in Antartide sia delle emissioni di gas serra.
I cambiamenti climatici causati dall’uomo abbassano la pressione atmosferica sul mare di Amundsen, nella zona occidentale dell’oceano antartico, e questo fa aumentare la velocità dei venti settentrionali.
Se è vero dunque che le emissioni favoriscono lo scioglimento, ridurle potrebbe rallentarle.

