Il mio pacifico (12) – Fine

Papete
17-20 luglio 2013

Mercoledì –  Ieri sera siamo arrivati a Papete, verso mezzanotte, e l’atterraggio con il chiaro di luna è stato facile. La cartografia è buona, la pass larga e  ben segnalata con boe,  l’allineamento prima per la pass e poi per il marina è  ben visibile con 2 + 2  fanali verdi,  e senza fatica siamo andati direttamente allo Yacht master marina, in centro alla città, dove rimarremo qualche giorno, ormeggiati ad un molo galleggiante e confortati da corrente elettrica, acqua e facile connessione ad internet (a pagamento).

La traversata di due giorni  da Apataki è stata funestata da continui piovaschi e mare mosso al traverso, che solo sotto costa a Papete si è calmato, consentendoci anche la pesca di un tonnetto (l’ultimo della serie pacifica) ed  un arrivo in tutta tranquillità. La navigazione in tre persone è stata organizzata con turni di due ore a testa, e la routine con questi ritmi è stata facile da gestire.

Ora, contrariamente a ciò che pensavo, fino a domenica c’è tutto il tempo per conoscere anche quest’atollo e la città di Tahiti, aspetto che inizialmente non pensavo di poter cogliere, ma che invece è stato reso possibile con l’arrivo anticipato. Qui ci sono già altre barche “amiche”, Kenta con Massimo, l’Amel Belisima con i francesi e Sikkim con Pol e gli amici spagnoli di Barcellona, e domani arriverà anche Leopoldo con Yaya,  il suo gran soleil 46, e così saremo in tre barche italiane ormeggiate allo stesso molo a Papete.

Ormai avrò poche opportunità di raccontarvi effettive “news”, ma alcuni aspetti di questo viaggio meritano di essere riportati, cosa che farò  prima di concludere quanto ho raccolto nelle “newspa” e ne “la vera vita di bordo”, e che rivedrò definitivamente in Italia entro settembre.

Standing waves nelle pass. Quando la corrente uscente dalla laguna di un atollo o entrante si scontra con l’oceano,  specie nei momenti centrali del flusso, crea una turbolenza a volte impressionane. In alcuni atolli con il vento che aumenta  la velocità della corrente, questa nella pass supera anche abbondantemente  i 5 nodi, e l’emozione del percorso  è forte: si sente la barca vibrare, si vedono i gorghi girare vorticosamente ed un fiume d’acqua sembra precipitare nell’oceano, alzando nell’impatto  onde stazionarie, spumeggianti, permanenti, alte anche qualche metro, mentre tutto attorno il mare ribolle. La prima volta che si affronta lo spettacolo è impressionante, e solo un motore affidabile e potente consente di affrontare queste situazioni.

Per questo è preferibile attraversare una pass nei momenti di stanca, quando questo fenomeno è minimo e non crea problemi alla navigazione. La cartografia elettronica oggi disponibile fornisce anche le tavole di marea di tutto il mondo, quindi  è facile conoscere gli orari in cui è meglio affrontare la pass di un atollo, avendo l’accortezza di calcolare che il momento di stanca avviene dopo il momento di massima o minima, anche se questo distacco non è uguale in tutti gli atolli.   Al limite è preferibile aspettare fuori dalla pass ed osservare il movimento della corrente e delle standing waves, per scegliere di effettuare il passaggio al diminuire del fenomeno e prima che  inverta il senso.

La navigazione alle Tuamotu: scuola di vela per imparare navigare.  Credo che  in questo arcipelago ci siano tutte le componenti per fare pratica di navigazione, con la N maiuscola. Tutti gli elementi della natura (per ciò che riguarda il mare) sono presenti, e la composizione degli atolli, con la presenza del corallo nelle lagune sotto varie forme ( isolotti, pinnacoli, teste, reef, banchi di corallo, bassifondi, etc) rende particolarmente impegnativa la navigazione nel loro interno. Lo studio dell’entrata nella pass, l’orientamento della stessa, il calcolo delle maree, l’osservazione delle condizioni meteo,  dove dar fondo, sono elementi obbligatori da analizzare per entrare in ogni atollo, dopodiché la navigazione interna richiede possibilmente una giornata limpida, con il sole alle spalle, e la presenza costante di qualcuno a prua o sulla prima crocetta  per segnalare eventuali ostacoli sul percorso visibili solo con queste premesse.

Noi non siamo normalmente abituati a prendere in considerazione tutti questi elementi, anzi con l’aiuto del GPS e della cartografia elettronica nei nostri mari spesso puntiamo direttamente sulla meta prefissata e non ci curiamo dei “collaterali”, favoriti spesso da un Dio che perdona tanti errori di “metodo” ed ignoranza del “mestiere”.

La meteorologia è in sintesi l’elemento che influenza tutte le altre valutazioni, perché dalle condizioni esistenti e prossime dipende anche la scelta della rotta o della destinazione, e di conseguenza il peso da dare alle altre variabili che intervengono durante la navigazione.

Alle Tuamotu una stagione intera.   Mi sono già espresso sulla bellezza di questo arcipelago, sicuramente forse il più interessante del mondo per tutte le componenti che un navigatore cerca e spera di trovare,  ed auspico che mai arrivi una compagnia di charter a rovinare l’equilibrio che la natura qui ha creato.

Ogni atollo è diverso dall’altro, al loro interno i motu sono sparsi in posizione “geografico/polare” differente rispetto al reef, tale da offrire sempre un’alternativa per un ridosso sicuro, e tutti presentano caratteristiche che lo distinguono da un altro. C’è quello dove si può pescare perché non c’è la cicutera, quello che ha la spiaggia bianca che si spinge fino al reef, uno ha la pass con il giardino di corallo e l’altro abbondanza di pesci tropicali, uno ha il villaggio con l’aeroporto  e l’altro è un parco protetto, in uno vale la pena di dimenticare ogni contatto con l’umanità e nell’altro invece trovi l’umanità (comunità) dei navigatori che ogni sera fa il falò sulla spiaggia.

Sarebbe pertanto difficile dare una scala di preferenza, oltretutto perché le condizioni meteo condizionano sia la destinazione sia la sosta e quindi il piacere, e in tutti comunque l’acqua è trasparente, limpida e invitante per un tuffo in  profondità, per nuotare, vedere pesci e coralli.

Noi abbiamo dovuto rinunciare a due appuntamenti causa il maltempo, uno a Fakarava, dove non siamo andati alla pass Sud perché ha piovuto per tre giorni, e l’altro a Rangiroa perché il maramu ci ha costretto a rimanere al carenaje di Apataki, ambedue obiettivi che ci hanno poi detto essere molto interessanti. Mi piace la scelta di Rosario, che ha come programma un…non programma, e pertanto si ferma in un posto finché esaurisce il suo piacere di rimanerci, o perché il mal tempo lo costringe a fermarsi, ma non per questo la sosta diventa  una destinazione sostitutiva di un’altra,  oppure sceglie un atollo raggiungibile solo con condizioni meteo favorevoli, dove poi si ferma al sicuro. Così senza appuntamenti fissi può effettivamente godersi questo arcipelago senza subire interferenze dall’esterno, e conoscere ogni angolo delle Tuamotu senza la fretta di dover raggiungere un’altra destinazione. Oltretutto in caso di necessità un aeroporto è disponibile quasi in tutti gli atolli, ne ho visti con la pista praticamente sul reef, e si può raggiungere Papete in un’oretta di volo.

Altra considerazione: come fare la spesa; ogni atollo viene rifornito periodicamente da una nave, che entra in porto e si affianca al molo per scaricare oppure si ferma fuori dalla pass e mette in acqua  una piattaforma mobile che funge da “caronte” fra la nave stessa ed il villaggio. Così avviene il rifornimento delle derrate alimentari fresche e non, e la consegna di eventuali merci, e tutti gli abitanti sono coinvolti nel trasporto al punto che il villaggio rimane deserto durante queste operazioni.

Quando dalle Marchesi siamo arrivati al primo atollo delle Tuamotu siamo  scesi a terra per fare la spesa, ed abbiamo trovato i negozi deserti e senza alcunché. Frutta verdura ed uova una volta sbarcati dalla nave sono stati poi venduti nei negozi il giorno stesso, e per fortuna noi c’eravamo, e di conseguenza l’appuntamento con la nave diventa fondamentale ai fini degli approvvigionamenti alimentari, anche se costa tutto carissimo, e del mantenimento di un programma di viaggio. Addirittura il pane  viene cucinato ogni giorno sulla base dei consumo degli abitanti, e per assicurarselo bisogna prenotarlo un giorno prima.

Un ulteriore elemento che il …non programma consente di attuare è il viaggiare in conserva, perché l‘incontro con imbarcazioni italiane (e non)  dove l’equipaggio abbia in comune gli obiettivi dell’andare, gusti ed hobby,  permette di condividere soste e percorsi, e quindi godere della compagnia di nuovi amici, o diminuire i rischi nell’affrontare percorsi impegnativi.

Ultima valutazione: poiché le Tuamotu, magari allargando lo spettro sulla mappa fino alle Gambier, occupano uno spazio di 8° di latitudine e 15° di longitudine, un rettangolo circa 500 x 900 miglia, la scelta di un percorso rispetto ad un altro può essere fatta anche sulla base dell’andamento del tempo, e le pilot chart  possono essere d’aiuto per farsene un’idea.

Normalmente chi arriva dalle Marchesi atterra  a Sud, e poi risale verso Nord, ma il fronte delle perturbazioni è abbastanza variabile, al punto che mentre noi eravamo sotto il “malo tempo” in un atollo, a poche decine di miglia c’era il sole, e attraverso il collegamento radio potevamo anticipare l’evoluzione delle condizioni future avendo come canovaccio i grib inviati da winlink.

Ergo la possibilità di ricevere costantemente le previsioni meteorologiche costituisce la prima condizione indispensabile per assicurarsi una permanenza il più possibile esente da rischi, nella scelta degli atolli, degli ancoraggi, del momento di attraversare una pass,  e navigare poi nella laguna in condizioni favorevoli, sempre con il bel tempo

Il caro vita alle Tuamotu. Riporto a puro titolo informativo l’ultimo approvvigionamento che ho fatto ad Apataki, ed il costo che ho sostenuto, così potrete farvi un’opinione sul valore del…paniere della spesa. Mais in scatola(1), carne in scatola (1), patatine fritte salate e piccanti  (1+1),mele (1,5 kg), fagiolini verdi (0,735kg), pomodori (1,5 Kg), peperoni verdi (0,680Kg), cetriolo (0,400kg), carote (1,9 kg), cipolle (3,3kg), patate (4kg), cavolo cappuccio (3,2kg), limoni (0,80kg), per un valore di 11.178 xpf, circa 100€uro. Credo che in Italia la stessa spesa sarebbe costata metà della metà……


Papete

Ci è mancato il vento nell’ultima parte della navigazione verso Tahiti, e così l’atterraggio nel marina in centro alla città  è avvenuto in piena notte, sotto lo sguardo di una luna quasi piena,  in un silenzio quasi tombale. Inizialmente c’era un po’ di preoccupazione per un arrivo in piena  notte, sapendo che le  boe di segnalazione si possono facilmente confondere con  le luci a terra, però avvicinandoci al porto la pista di atterraggio si è delineata con chiarezza. Inoltre  la pass è molto semplice, e l’attraversamento, “assistito” da due  coppie di fanali verdi sovrapposti, già da lontano consentono prima di entrare rimanendo al centro del canale, evitando i pericoli del reef esterno e di una secca interna, e poi di accostare per dirigersi verso alcuni pontoni attrezzati per un ormeggio sicuro con corpo morto, acqua ed energia elettrica. E così verso le una di notte abbiamo terminato la manovra, sistemata la coperta, individuata la presenza di reti senza fili per il collegamento  ad internet, e ci siamo seduti un po’  in pozzetto, a goderci il saluto notturno di Papete, festeggiando la buona manovra con una birra.

Tahiti è molto discussa fra i naviganti, quasi tutti ne parlano male, ed ero quindi un po’ prevenuto, tant’è che l’indomani sono sceso a terra con circospezione, e mentre il comandante si recava a sbrigare le pratiche d’arrivo con le autorità portuali, io mi sono inoltrato in mezzo alle vie interne dietro al porto che di fatto costituiscono il vecchio centro della città. Con sorpresa  sono ritrovato…a casa mia…., perché l’accostamento fra il passato ( la chiesa, il mercato, alcuni negozi, i colori delle abitazioni), ed il presente ( un centro turistico, uno commerciale a tre piani, un cinematografo, un supermercato, la bulangerie <il panificio>, alcuni bar, tavola  calda) erano talmente integrati da non dare alcun fastidio, anzi mi hanno consentito dopo tanti mesi ( da Panama) di risentire la presenza occidentale.

D’altronde a Tahiti  risiedono oltre 120.000 persone di cui molti francesi, siamo nella capitale della Polinesia, territorio d’oltremare della Francia, la presenza turistica è molto forte, ed il traffico di giorno (fuori dal centro storico) non è molto dissimile da quello delle nostre città.

Ho ritrovato il piacere di perdermi dentro al mercato comunale, fra le bancarelle di  pesce (quanto tonno da mangiare crudo…), frutta e  verdura, che finalmente abbondavano a prezzi abbordabili, e quelle che esponevano  prodotti artigianali, conchiglie, perle, braccialetti, collane, e statuette di palissandro lavorate a mano. In un moderno panificio ho preso le baguettes fresche (ne sfornavano fino a sera, altro che il contingentamento degli atolli), e mi son deliziato a guardare l’abbondante pasticceria, con  torte dolci, alla  frutta, salate, al cocco e ai molti aromi: siamo nella capitale della vaniglia, non dimentichiamolo!

C’è indubbiamente anche l’anima turistica che si affaccia sulla baia, con l’atmosfera gioiosa ed invitante, con alberghi, le molte gioiellerie che vendono perle chiare, nere e anche colorate, non per niente  avevamo visto le farm negli atolli delle Tuamotu, banche e negozi di bigiotteria, bar e ristoranti, una pizzeria ed una sala da te; una lunga  passeggiata fa da contorno, toccando il porto commerciale, quello turistico, il marina con i suoi moli galleggianti, per finire nel grande parco, vera oasi di verde e di pace di Papete, dove la sera fanno gli spettacoli di musica e  ballo.

Alla fine sono rientrato a bordo, piacevolmente sorpreso da ciò che avevo visto, rincuorato rispetto alle perplessità iniziali, quasi ansioso di visitare tutta l’isola.

Mercoledì e giovedì scorrono così a spasso per la città, prenoto una vettura all’Avis per due giorni (voglio fare un giro da solo per l’isola,  ed uno lo terrò a disposizione di…chi ci sarà..), preparo i bagagli, prenoto il taxi per domenica mattina alle 4, aiutiamo all’ormeggio Leopoldo su Yaya  che nel frattempo è arrivato con suo figlio direttamente da Makemo senza ancore e catena, e ritroviamo molti equipaggi incontrati durante la traversata, Massimo e Sandra sul Xenta, Silvy ed il marito (reduce dal denghe) su Belisima, Pol su Sikkim, l’altro equipaggio spagnolo che sta facendo un giro del mondo….speciale, un 8 fra due oceani;  tutti giovanissimi, intorno ai 25 anni, sono  partiti da Barcellona, come Sikkim,  ma senza alcun premeditato accordo, passando per Panama, ed ora scenderanno in Nuova Zelanda ed Australia, per poi risalire a Tonga, Samoa, Haway, costa west degli Usa, California, Messico,  Panama, New York, Azzorre, Gibilterra  e rientro Barcellona fra due anni: bell’avventura, niente da dire.

C’è anche da verificare la possibilità di fare le manutenzioni di bordo su Refola: il motorino del dissalatore, l’inverter, le batterie, ed il comandante ha il suo da fare per trovare le soluzioni, purtroppo con scarso risultato perché a Papete…..non si trova praticamente niente. Tutto deve essere fatto arrivare dall’estero, via nave o aereo, con aggravio di costi per l’entrata in Polinesia, ma soprattutto con un’attesa che può essere anche di alcuni mesi, per cui la sostituzione in garanzia  di alcuni pezzi risulta praticamente impossibile. Unica consolazione è l’eventuale risparmio delle tasse ed Iva   sui pezzi in importazione per chi è in grado di dimostrare di essere in transito dalla  Polinesia ed usarli sulla propria barca….

Due inviti a cena, una pizza con Leopoldo ed una spaghettata con Massimo,  scambio di opinioni sulla recente esperienza alle  Tuamotu, e venerdì mattina  parto per il tour di Tahiti.


Tahiti
Venerdì

Prima di intraprendere il viaggio mi sono recato al Belvedere, un ristorante sopra Papete, attraverso  un percorso in mezzo ai boschi e meta di molti turisti che vi si recano a piedi, dal quale si gode di una vista stupenda sopra la città ed il porto, fino alla vicina Moorea che si staglia sull’orizzonte. Da li parte anche un sentiero che porta in 8 ore di salita fino a 1500metri, da dove lo sguardo può spingersi per 360° attorno all’isola. A Mahina poi, forse la più bella spiaggia di Papete, chiusa da un piccolo promontorio che si estende sull’oceano, sono atterrati i primi missionari del vecchio mondo, ricordati da un monumento, ma ben più interessante è Pointe Venus (punto Venere) l’osservatorio voluto da Cook nel 1769 per osservare il passaggio di Venere davanti al sole per determinare la distanza della terra dal sole stesso. Per noi “navigatori” un appuntamento da non perdere, e non me lo sono fatto certo scappare..

L’isola ha tre anime, ben diverse fra loro, decisamente collegate alla posizione “polare” dell’isola e alla morfologia del terreno

La costa ad est di Tahiti Nui è la più naturale, per me la più vera, la meno frequentata, con le valli che scendono rapide e ripide dalle alte montagne (anche 2000m) fino all’oceano, offrendo squarci suggestivi, con i torrenti che si aprono in piccole lagune, nelle quali fioriscono fiori di loto,  qualche spiaggia direttamente sull’oceano  dove i serfisti trovano pane per i loro denti, chiese protestanti a testimonianza della “cannibalizzazione missionaria”, molte seconde abitazioni con il fronte sulla strade ed il retro sul mare….una figata……

Mi sono fermato  parecchie volte a fare fotografie, la vegetazione è lussureggiante, i colori forti e decisi, le forme delle piante particolari; dove il vento da NE soffia forte le fronde degli alberi sono tutte piegate le une sulle altre, una pianta sull’altra, a formare un’unica ampia superficie  che da lontano può essere scambiata per una unica grande pianta: bello, non c’è che dire, e così piano piano, fermandomi a bere una spremuta di mango lungo la strada, mi sono spinto fino Tahiti Iti (piccola), un altopiano che si spinge nell’oceano quasi a volersi distinguere dalla Tahiti Nuoi (grande). In fondo alla strada, che termina a Tautira, un centro sportivo nautico, tipo Caprera, che una volta deve aver vissuto momenti molti felici, per quanto è dato da vedere, con la presenza di strutture orientate esclusivamente allo sporto del canottaggio e della vela; ora purtroppo è tutto in abbandono, evidentemente mancano fondi, ma con poca manutenzione potrebbero offrire ospitalità e risorse agli appassionati di queste discipline.

La seconda anima è nel Plateau da Taravao, un altopiano in Tahiti Iti, a circa 500 metri di altezza, dove crescono eucalipti e molte altre piante tropicali, un piccolo giardino botanico naturale, e dove il governo ha stanziato fondi per incentivare lo sviluppo dell’attività agricola; ci sono quindi ampi pascoli con bovini  e serre destinate all’ortocultura, che favoriscono  una nuova alternativa di lavoro e prodotti che altrimenti sarebbero di importazione.

Ci si arriva percorrendo una strada dritta di oltre un chilometro, in salita, che diventa spesso una pista di pattinaggio dalla quale si lanciano i ragazzini con un monopattino, raggiungendo forti velocità che spesso causano cadute non indolori, ed ho assistito ad una caduta con rottura di un polso ed intervento di polizia, autoambulanze, famiglie che protestavano contro la mancanza di controllo da parte dell’autorità . Dall’alto si gode un panorama profondo sulle due  “isole”, e sull’istmo che le tiene unite, suggestivo, anche perché si vedono le pass fra i reef , ad est e ad ovest, che consentono di entrare in due baie protette.

Ed è proprio la costa ovest a rappresentare  la terza anima: si snoda da Tahiti Iti a Thaiti Nuoi fino al centro di Papete, da Teahupo’o da una parte, dove una pass monopolizza ogni attività balneare e sportiva, con un ristorantino senza pretese che prepara manicaretti che potrebbero avere invece grandi pretese, fino all’aeroporto dall’altra, che delimita la zona industriale e poi residenziale della città.

L’atmosfera è sempre spensierata, e  la strada si snoda con l’oceano da una parte con alcune baie che offrono un ancoraggio sicuro,  e la collina dall’altra, passando attraverso villaggi colorati e punti di attrazione per i turisti: prima il ristorante di Gauguin, poi il museo a lui intitolato, purtroppo in restauro,  due giardini botanici, quello più famoso di Smith ed un altro pubblico,  le grotte di Mara’a, il  centro nautico di Thaiti ed il marina Taina, dove si ferma la maggior parte delle barche in transito.

Viaggiando da solo ho potuto gestire il mio tempo e le soste senza alcuna preoccupazione, ed ho potuto assaporare ed ascoltare quanto vedevo potendomi soffermare sui particolari, sulle espressioni della natura che andando di fretta non avrei potuto cogliere. Un esempio su tutti:  dopo un breve acquazzone è uscito un arcobaleno,  poi un altro, poi due sovrapposti,  e  mi divertivo, fermando l’automobile, a  fermare quelle immagini pensando a quelle favole  che raccontavano come…..alla base dell’arcobaleno è nascosto un tesoro…peccato che fosse sull’oceano mare.

Forse il tesoro per i polinesiani è proprio il mare, ricco di risorse naturali, che da secoli fa dell’isola una meta agognata da tutti.


CONSIDERAZIONI  FINALI
21 luglio

E così dopo cinque mesi di vita a bordo, l’imbarco è terminato, l’esperienza della traversata è stata  “consumata”, ho visto  quanto c’è da vedere fra Panama a Papete, conoscere abbastanza in profondità realtà difficilmente  visitabili in un unico tour, vivere esperienze di vita anche forti per le implicazioni di vita in comune che una barca richiede, capire cosa vuol dire navigare, NAVIGARE,  in contesti che mai avremo possibilità di sperimentare in Mediterraneo, in situazioni che richiedono sicurezza e una consolidata capacità di andare per mare.

I sogni esistono per essere realizzati, quanti amici mi hanno scritto che attraverso questa esperienza hanno vissuto con me un sogno che forse loro non potranno mai concretizzare, ed ho cercato di vivere ogni giorno al massimo, consumando ogni ora fino all’ultimo minuto, impressionando nel cervello e nello spirito ogni immagine che mi dava emozioni, sapendo che così potrò riviverla e raccontarla.

Mi piacerà condividere con gli amici e con chi vorrà ciò che ho scritto, materiale compreso (foto), che potrà essere fonte di discussione e confronto.

Rimangono comunque alcune situazioni, episodi  e riflessioni che meriterebbero di essere  riportate, che prima di chiudere le newspa vorrei raccontarvi, e magari prima o poi scriverò direttamente in lista.


Leopoldo e Giovanni

Che bello vedere padre e figlio assieme: lui  navigatore solitario, per forza o per passione….non l’ho capito, ma sicuramente per scelta; il figlio di dodici anni, un ometto che ha già visto due oceani e a tavola tiene banco fra i grandi….. Partito da Monfalcone con il suo Yaya, Gran soleil 46, si era fermato alle S.Blass due anni, per riprendere quest’anno il suo giro del mondo. In traversata lo sentivamo alla radio  ogni giorno, ci rincorreva 500 miglia più indietro, ed è arrivato percorrendo le  3000 miglia in solitario nello stesso nostro tempo….L’ultimo giorno si è rotto le mani, una scotta gli è scappata fra le mani, lasciandolo in carne viva, e tutti lo hanno aiutato nelle manovre di ancoraggio, anche noi mettendogli e salpandogli l’ancora di poppa a Nuku Hiva. Aspettava con ansia il figlio, che è arrivato alle Marchesi con una settimana di ritardo  perché si erano dimenticati di registrare sul passaporto  il consenso di ambo i genitori all’espatrio, e subito lo ha messo alla prova con la traversata verso le Tuamotu; qui ha vissuto l’esperienza di cosa significa perdere due ancore, di rompere una catena d’acciaio, di dover saltare tutti gli altri atolli perché non si può rimanere senza possibilità  di ormeggio,  di  cosa significa “rischiare” di essere soli in certi frangenti, forse anche di misurare la preoccupazione, la responsabilità e la propria propensione al rischio.

Gli avevo chiesto se la sua decisione di navigare in solitario fosse supportata da una esperienza di “skipper” a tutto tondo, dalla parte meccanica a quella elettronica a quella marinara, ma mi ha detto di no, che di motori non ne capisce più di tanto, e nemmeno di elettronica. Però sentiva l’esigenza di andare, se avesse pensato ai problemi non sarebbe mai partito, e così ha lasciato l’Italia anche in seguito  ad una sua esigenza di cambiamento. A Papete per fortuna ha trovato 100 metri di catena zincata da 10’, un’ancora nuova,  l’ho aiutato a rattoppare un pezzo di camicia sulla drizza della randa, gli ho cercato in internet i brokers Australiani….perchè una volta laggiù pensa di vendere la sua barca, e sicuramente rimarrò in contatto con lui.

Belisima e le ancore

Certo che ostinarsi a voler salpare un’ancora che non si stacca dal fondo, o la cui catena è incastrata sui coralli, è pericoloso a dir poco, e così Remi ha perso l’ancora e si è “fumato” un winch elettrico.

Alle Tuamotu la catena della sua barca si era attorcigliata attorno ad una testa di corallo, e normalmente bisogna con pazienza manovrare per disincagliarla, magari andando in acqua per capire esattamente la portata del problema e la via da fare per uscire dall’impasse. Invece Remi ha voluto forzare, pensava di riuscire a strapparsi dal corallo, ha portato una cima su un winch per avere maggior forza, e così ha perso l’uno e anche l’altra. Forse era debilitato dal denghe che lo aveva colpito a Fakarava, e quindi non era completamente a suo agio, forse sperava effettivamente di spaccare il corallo, che è risaputo avere una consistenza cristallina, sta di fatto che il mare si è preso un ricordo e gli ha lasciato un ricordo.


Alessio e la baderna

Quante volte Mauro mi ha raccomandato di spurgare la baderna, e controllare la guarnizione nera che sta attorno all’asse dell’elica. Sta di fatto che a volte ce se ne dimentica, e può capitare che questa si secchi e si sfili dall’asse, ed…entra acqua di mare.

Con il suo Baltic Alessio se ne stava tranquillo alla fonda, quando improvvisamente vede l’acqua salire dal pagliolo in dinette. Controllo alle pompe, al motore, ai circuiti di raffreddamenti: niente. Chiede subito aiuto via radio, lo sente Massimo su Kenta da Papete e mette in allerta le autorità marittime per prestargli soccorso, e per qualche momento la….. temperatura sale.

Vedere e sapere cosa significa imbarcare acqua è una sensazione non invidiabile, l’ho provato anch’io quando, in navigazione davanti a Capo Sunion diretto a Lavrio, la pompa di sentina continuava a scaricare acqua, e non capivo da dove venisse. Poi assaggiandola ho capito che era acqua dolce e non poteva che venire dal circuito interno, ho sentito la pompa che continuava ad andare senza avere rubinetti aperti, ed ho capito che il pressostato si era rotto. Spenta e chiusa la pompa, scaricata la sentina, ho rimandato la soluzione a quando sarei giunto in porto.

Così Alessio  per esclusione ha aperto il pagliolo dietro al motore, ha visto sull’asse la guarnizione di gomma nera staccata ( non rotta),  ed in breve tempo ha sistemato l’inconveniente e salvato la barca.

Per fortuna non ha perso la calma, aveva a bordo moglie e figlie…..


Le Marchesi e le Tuamotu

Siamo in Polinesia, ambedue territori d’oltre mare francesi, due arcipelaghi collocati molto lontani dalla terraferma e dai continenti, e che quindi beneficiano di una integrità che il tempo ha mantenuto quasi selvagge e primordiali le isole che li compongono.

Verdi e quasi selvagge le prime, vere isole con tutti gli “attributi”, indimenticabile l’arrivo nella baia delle vergini, con le montagne vulcaniche che si tuffano sull’oceano, una vegetazione lussureggiante, frutta che nasce spontanea e che si può raccogliere gratuitamente come non ne ho vista in nessun’altra parte, animali che vivono allo stato libero e che basta….cacciare…..e poi pesce in abbondanza.

Atolli selvaggi sparsi in mezzo all’oceano le seconde, lagune con l’acqua azzurra-blu-indaco-violetto….dove il cielo si specchia e se ne compiace, motu (piccolissime isolette) dove cresce imperitura solo la palma da cocco e sulle cui rive frange l’onda cristallina  lasciandosi morire  sulla sabbia bianca e di corallo, e poi il corallo, che con rami di mille colori si ripopola in continuazione, perché fortunatamente nessuno ci si può avvicinare.

Su tutto la natura, l’oceano mare, il sole che condiziona ogni cosa, come fanno altrettanto la pioggia ed il vento, e la consapevolezza che la vita in questi posti non ha nulla a che vedere con il nostro modello occidentale, spremuto dal consumismo.

La globalizzazione non vi è ancora arrivata, i collegamenti in internet sono difficili, come pure con i telefoni satellitari, e quindi ogni programma di “stazionamento o sosta” deve tener conto della realtà, per non correre rischi inutili.  Il di più costa una cifra (avrete letto il conto della spesa), l’essenziale poco niente, ed anche queste sono lezioni di vita subliminali, che però non sempre capiamo  o non siamo maturi per capire ( e ne so qualcosa…)

E poi navigare in questa parte del mondo, che è una delle più belle,  non è facile, o meglio non bisogna essere qualunquisti, e solo la prudenza e l’esperienza (che si fa comunque presto ad acquisire, se si è marinai “dentro”), consentono di uscire illesi da questi arcipelaghi.

Infine sono posti dove è molto difficile arrivare direttamente da casa, navi ed aerei non sono così frequenti, e anche se c’è una pista d’atterraggio quando si sbarca si è immediatamente immersi in un’altra dimensione, con il caldo e i  noni (le pulci della sabbia) ed il denghe pronti a lasciare il segno.

Arrivare in barca invece è diverso, l’immersione negli arcipelaghi è  graduale, ci si arriva solo dopo una lunga traversata dalle Galapagos (vera delusione) che ci ha già addomesticato nel corpo e nello spirito e ci ha  abituato a ritmi condizionati del tempi e dal mare, e quindi ci ha reso più  disponibili a capire e sentire un’altra musica, ad apprezzare ciò che la Polinesia offre, capendo però che non è oro tutto ciò che luccica.


Verona

Sono a casa, il viaggio è veramente finito, e 12 ore di fuso orario, ed una ventina di volo aereo effettivo, da Papete a Verona, via  Los Angeles e Parigi, con vento favorevole sopra l’Atlantico (abbiamo messo lo spi…ah ah ah), mi hanno riportato presto alla realtà della vita…terrena..

Ho terminato di scrivere le ultime news, questo è l’ultima, breve:  mi riprometto di correggere, rivedere e mettere a disposizione di tutti il materiale che ho scritto e scegliere fra le  foto che ho scattato quelle da mettere in linea. Ne ho migliaia, potete immaginare, ma non so se riuscirò a trovarne di così belle come  le immagini e sensazioni che ho impressionato dentro di me.

Ho già risentito gli amici, alcuni in skipe ed altri sono già venuti a trovarmi, e dopo tanti mesi in barca è bello tornare a casa.

Per fortuna sto bene, sono stato bene, a parte l’episodio dell’infezione da noni, ed anche gli esami che ho prontamente rifatto appena a casa lo hanno confermato: posso guardare avanti, e tanto per cominciare andrò  a  riposarmi (ah ah ah) in due isolette della Grecia, Anafi e Chalkis, e ritrovare  dopo il Mio Pacifico il Mio Mediterraneo, anche se non sarò a bordo del mio soundofsilence.

Altro giro, altra corsa…….buon vento a tutti

Note sul percorso:

Sono partito da Cartagena, quindi S.Blass, Panama, Las Perlas, la costa nord di Panama fino al confine con il Costarica, le isole Cocos, le Galapagos, le Marchesi, le Tuamotu e Thaiti, nelle isole della società.

Dieci anni fa ero partito da Papete toccando in cinque mesi tutte le isole della società, le Tonga e le Fiji, quindi ho praticamente chiuso il capitolo Pacifico, considerato che ho visitato via terra anche la costa west dell’Australia, dallo stretto di Torres a Brisbane, e le due isole della Nuova Zelanda.

Stati toccati

Colombia, Panama, Equador, Polinesia

Miglia percorse

Credo ben oltre 5000

Aumento di peso

Almeno 4 Kg (ai ai ai )

Lascia un commento