lunedì, Ottobre 5, 2026

La vera storia del Bucintoro

Il veliero da sogno di 60 metri di Raul Gardini

Qualche anno fa sono salito sulla coperta di quello che avrebbe dovuto essere il Bucintoro: mi ci ha portato l’amico Ivan, proponendomi di andare a vedere una reliquia che mi avrebbe fatto impressione.
Ed infatti così è stato, uno scafo di 60 metri, (era) bianco, sul quale è rischioso salire perché abbandonato da anni ed anni, forse pieno di topi sotto coperta, presumibilmente corroso dell’osmosi, insomma, uno scafo che fa tristezza, e così quando ho letto l’articolo di Fabbroni ho pensato di fare una piccola ricerca e proporvela.

Il Bucintoro era la galea di Stato dei dogi della Repubblica di Venezia, sulla quale si imbarcavano ogni anno nel giorno dell’Ascensione per celebrare il rito dello sposalizio del Mare.


Primissimi anni Novanta: la Milano di allora era ancora “da bere” ma si poteva percepire un che di amaro, come se si stesse raschiando il fondo del barile, la feccia.

La storia del megayacht “fantasma” di Raul Gardini
Mi trovavo in Inghilterra, alla Mecca dello Yachting facendo il giro delle sette chiese, Hamble, Cowes, Lymington anche Plymouth per saggiare che albero scegliere per un refitting di un 42’ che stavamo “amministrando” io e Vittorio Vongher.
Sapevo che non ci stavamo col portafoglio ma nondimeno andai a salutare il mio vecchio amico John Green, direttore per lunghi anni alla Sparcraft, ditta di alberi quando la Sparcraft, come dire? era la SPARCRAFT!
Il suo ufficio era il solito, modesto, senza fronzoli ma “pane al pane vino al vino”: mi affascinava con tutte quelle tavole A0 disegnate impeccabilmente, molte delle quali fatte ancora col tecnigrafo e colla china!

Il Bucintoro, sogno mai finito di Gardini
Per un semplice attacco di una sartia c’era caso di discuterne mezza giornata! Una tavola mi colpì: era la rappresentazione 1:1, quindi in scala reale, di una sezione di un albero … gigantesco! Chiesi a John se avessero sbagliato la scala per caso: non esisteva nessun albero del genere in giro o forse in Amazzonia se ne poteva veder uno ma certo non era un albero da yachting!
Una sequoia del Nord America? John col suo sorrisetto dalle labbra strette mi rispose che era per un mio compatriota: ero certo d’esser preso in giro.
Mi rigirai allora verso di lui, lasciando malvolentieri lo sguardo da quel disegno impeccabile e scorsi che mi stava scarabocchiando a penna qualcosa su un foglietto di un bloc-notes: me lo porse.
Lessi il nome storpiato di Raul in Raoul (mai e poi mai che un inglese riesca a scrivere il tuo nome correttamente!) e non fu difficile immaginare il cognome: Gardini!

Raul Gardini (1933-1993) è stato il più grande armatore italiano di barche a vela da regata della sua epoca.
Ha posseduto a partire dagli anni ‘60 in ordine cronologico le seguenti barche:
• ANNI ‘60: Naso Blu (One tonner IOR, progetto Dick Carter);
• ANNI ‘70: Orca 43 (seconda classe IOR, Carter); Naif (prima classe IOR, Carter); Moro di Venezia I (maxi, IOR Frers); Moretto (half tonner IOR, Frers); Rumegal (17 metri maxi IOR, Frers);
• ANNI ‘80: Moro Blu (13 metri IOR, Peterson); Svuzzlebubble (Half Tonner IOR, Farr); Moro di Venezia II (maxi IOR, Frers); Moro di Venezia III (Maxi IOR, Frers).

A partire da inizio anni 90 i Moro di Venezia per la Coppa America, prima barca italiana ad andare in finale. Il suo sogno incompiuto, il Bucintoro.

Gli chiesi allora rassicurazione sulla scala visto che ad occhio non poteva essere l’albero di un Moro di Coppa e lui facendo no colla testa mi riscrisse un altro foglietto ove scorsi quella che mi pareva una bufala: c’era scritto “sixty meters”! Sessanta metri! Mentre lo guardavo ancor più incredulo me ne porse un altro: “sloop”, il sessanta metri era per soprammercato pure uno sloop, manco un ketch!
Gli chiesi allora, convinto, come stesse andando la costruzione e lui mi disse che ci sarebbero voluti mesi solo per avere la dima con cui estrudere il profilo d’alluminio che sarebbe servito a costruire l’albero!
La cosa come sanno tutti finì nella bolla di sapone del ciclone giudiziario e della sua triste epifania: Gardini, Cagliari e Castellari e scese il velo del silenzio su quella era.

Lo scheletro del Bucintoro
Decenni dopo sono dalle parti di Venezia, a Marghera ed un rigger locale con cui condivido più di un progetto e più di un caffè mi carica in macchina e mi porta lungo un canalone inframmezzato, infestato da architetture che sono vere e proprie vestigia di un’archeologia industriale defunta e decotta: sembra di essere nella Ruhr germanica, tira un’aria brutta, di morte, di abbandono.
Lungo la riva vedo un silurone lungo una cifra, scafo e coperta assicurati, la parola ormeggiati non fa al caso, alla pseudo-banchina e ne riconosco le vestigia: il Bucintoro! Il sessanta metri che Re Raul aveva fatto disegnare da Frers (che dovette poi aspettare tantissimi anni per cimentarsi con megayacht di tali dimensioni. È stato appena varato il suo 59 metri Maximus), realizzato da Tencara, il cantiere che fece i Moro di Coppa a Marghera e di cui avevo scorto il disegno della dima in terra d’Albione… simbolo mesto della fine di un sogno, della fine di un’era.

Danilo Fabbroni

Il veliero dei sogni di Gardini. Doveva costare 50 milioni di dollari, ma morì col suo ideatore
Il Bucintoro non era solo una barca da record, ma anche un’opera di design con interni firmati da Gae Aulenti. Con il decesso dell’imprenditore l’opera fu lasciata a metà e da 34 anni giace in un canale di Porto Marghera.
Oltre trent’anni dalla sua nascita, il Bucintoro continua a raccontare una delle pagine meno conosciute della storia di Raul Gardini.
Oggi è poco più di un enorme scafo fermo in un canale di Porto Marghera, ma all’inizio degli anni Novanta sarebbe dovuto diventare il veliero più grande, innovativo e prestigioso del mondo, l’ultima sfida dell’imprenditore ravennate dopo l’impresa del Moro di Venezia.
Gardini non era soltanto uno sportivo, ma un uomo che vedeva nelle regate e nella tecnologia nautica un terreno sul quale dimostrare che era possibile spingersi sempre oltre.
Dopo aver portato il Moro di Venezia alla finale della Coppa America del 1992, immaginò un progetto ancora più ambizioso.


Il veliero dei sogni di Gardini. Doveva costare 50 milioni di dollari

Bucintoro, lo yacht da circa 50 milioni di dollari
Il nuovo yacht, battezzato Bucintoro in omaggio alla storica imbarcazione dei Dogi veneziani, sarebbe stato lungo quasi sessanta metri, costruito con materiali innovativi e progettato da Germán Frers, uno dei più celebri progettisti navali al mondo.
Per gli interni era stato scelto l’architetto Gae Aulenti, a conferma dell’intenzione di realizzare non solo una barca da record, ma anche un’opera di design.
Il progetto prese forma nel cantiere Tencara di Porto Marghera, lo stesso dal quale era uscito il Moro di Venezia.
L’investimento previsto era enorme, circa cinquanta milioni di dollari, ma Gardini era convinto che quella fosse la strada da seguire.
Il destino del Bucintoro cambiò insieme a quello del suo ideatore. Nel 1991 Gardini uscì dalla guida del gruppo Ferruzzi-Montedison dopo la rottura con la famiglia Ferruzzi.
Il Bucintoro, rimasto senza il suo principale sostenitore, non venne completato.
Nel luglio 1993, il suicidio dell’imprenditore chiuse definitivamente anche il destino dello yacht.


Raul Gardini al timone

Dopo la morte di Gardini: i cambi di proprietà e la fine del sogno
Negli anni successivi il cantiere Tencara fu venduto all’imprenditore Stefano Gavioli e poi chiuso.
Non sono mancati i tentativi di riportare in vita il progetto. Lo scafo cambiò proprietario con il padovano Sergio Zancanella, e vennero avviati lavori per completarlo e trasferirlo all’estero, dove doveva essere ultimato e immesso sul mercato della nautica di lusso.
Le vicende amministrative, economiche e giudiziarie hanno impedito però che il piano si concretizzasse. Oggi il Bucintoro è ancora a Porto Marghera.
Il tempo e l’abbandono hanno trasformato quello che doveva essere un simbolo dell’eccellenza italiana in una grande incompiuta.
Recuperarlo richiederebbe investimenti enormi, demolirlo costerebbe altrettanto e il suo futuro resta incerto.
Per Ravenna, però, il Bucintoro rappresenta molto più di uno scafo dimenticato. È il ricordo dell’ultimo grande progetto di Raul Gardini, dell’imprenditore che ha cambiato il modo di concepire la vela italiana e che, fino all’ultimo, continuò a immaginare sfide capaci di anticipare il proprio tempo.
A distanza di 25 anni un sondaggio rivela che il Moro è la barca che suscita ancora le emozioni più grandi.
Il Bucintoro è il simbolo di quello che avrebbe potuto essere e non è mai diventato.