Le emozioni e lo sforzo lungo prolungato

Mi capita spesso di parlare con amici, navigatori e velisti di quale sia la risorsa critica a bordo, sia per tratte relativamente brevi (in navigazione per qualche giorno), in una traversata Oceanica, o in un giro del mondo con equipaggio ma  soprattutto in solitario.

Non ho dubbi che la risorsa critica sia l’uomo, la conoscenza di sè stessi, l’esperienza, l’educazione alla navigazione, il carattere. Ho attraversato i tre oceani, mai in solitario (purtroppo mi manca questa esperienza), e le situazioni in cui ho toccato con mano il limite delle persone non sono mancate.

Ho avuto la fortuna di iniziare a navigare prima sulle navi militari, poi sulle navi passeggeri e da carico, contratti di 11 mesi con traversata atlantica di 14/18 giorni, e ho capito fin da subito che, al di là delle regole stabilite a bordo, per “sopravvivere” avrei dovuto essere in grado di gestire me stesso, nelle relazioni con me stesso (caratteriali) e con gli altri, poi gestire le responsabilità ed il comando.

Posso dirvi che gli amici che vengono a bordo con me ritornano sempre perché quando parto per l’Egeo si naviga giorno e notte, un dritto da Monfalcone a Corfù, e si crea un’atmosfera di “cameratismo” che spesso ci fa dire…ma perché non continuiamo e andiamo a vedere l’oceano??

E così quando ho letto l’articolo di Edoardo Rosa pubblicato sul sito della GSC ho pensato che poteva essere interessante soprattutto per chi ama navigare, e vedrete che alla fine si riconduce a concetti di educazione, di rispetto per le regole, per se stessi e per gli altri, non ultimo per la barca… e per chi è abituato all’introspezione si troverà a proprio agio.

Quale ruolo giocano le emozioni e lo sforzo cognitivo prolungato in una navigazione d’altura in solitaria?


È finita. È finita. È LA MISERICORDIA”.

Queste sono le ultime parole scritte da Donald Crowhurst nel suo diario dopo aver combattuto una lunga battaglia solitaria nella sua testa durante la prima regata in solitaria intorno al mondo – la Golden Globe – nel 1969. Prima della partenza Crowhurst era stato messo sotto pressione da molti problemi di vario tipo, che gli avevano fatto dubitare delle proprie capacità e di quelle della barca nel portare a termine il viaggio.

Durante la corsa non riusciva a sopportare l’idea di fallire, e in modo ingegnoso inserì dati falsi nel logbook che tracciava la sua rotta, imbrogliando tutto il mondo circa i suoi progressi. Non si fermò qui: incapace di far fronte alla tensione di ingannare se stesso, e di giustificare il proprio fallimento, Crowhurst si elevò al livello di Dio.

In una delle ultime pagine del secondo diario – segreto – scrisse, in notazione matematica, che l’integrale (la somma) di un uomo da zero a infinito è uguale a Dio. Nella sua mente, diventando Dio egli stesso, poteva togliersi la vita senza fallire. Il suo trimarano, il Teignmouth Electron, fu ritrovato alla deriva, abbandonato, con i numerosi quaderni con le annotazioni che descrivevano le innumerevoli battaglie con se stesso durante quella fatidica traversata.

Quella di Crowhurst è la storia estrema di psicosi in mare.

Altre storie, come quella di Joshua Slocum, il primo uomo a navigare in solitaria intorno al mondo dal 1895 al 1898, parlano di allucinazioni dovute allo stress dell’eccessiva quantità di tempo trascorso da solo in mare (vedi “Solo, intorno al mondo”, scritto nel 1900, che descrive il suo viaggio, se non lo hai ancora letto). Slocum descrive l’esperienza di quando cercava di dormire durante una tempesta nei mari del sud. Indisposto ed esausto, andò in cabina per riposare.

Quando tornò in pozzetto, vide al timone il pilota di una delle caravelle di Colombo. Il pilota disse a Slocum che andava tutto bene e che poteva tornare in cabina per riposare un altro po’, sarebbe rimasto lui a condurre la barca, lo Spray, fino al suo ritorno.

Slocum scrisse sul suo diario: “Colombo in persona non avrebbe tenuto la rotta con tanta precisione. Sono grato al vecchio timoniere. Sono stato in compagnia di un amico e di marinaio di grande esperienza”.

Come sappiamo, questi sono esempi estremi, ma è fuori discussione che chi si trova da solo in mare a un certo punto sia soggetto a squilibri emozionali.

È comune tra i navigatori solitari provare un mix di emozioni e di sbalzi d’umore durante le loro traversate (qui parleremo di emozioni e di stati d’animo come sinonimi, sebbene alcuni studiosi preferiscano distinguerli).

In genere, le emozioni fluttuano tra entusiasmo, allegria, calma, noia, tristezza e ansia. Negli studi scientifici che si occupano di emozioni, queste sono caratterizzate come valenze emotive. Le fluttuazioni sono comuni nella vita sulla terraferma e possono variare nel corso della giornata o delle settimane. Possono variare in base all’esperienza del presente o essere più durature. Questo è ‘normale’, a condizione che non interferisca con la nostra quotidianità fino a distruggerla o a ‘disturbarla troppo’. Come è inevitabile, ognuno di noi vive questi sbalzi in modo diverso.

Nelle condizioni estreme delle regate offshore in solitaria queste emozioni possono oscillare di più e raggiungere il limite di rottura della vita del velista in modo molto più frequente e intenso si prese alla leggera.

Due tipi di esperienze emozionali sembrano permeare la vita a bordo nelle navigazioni solitarie, e sono l’ansia e la noia.

  • Il navigatore può sentirsi in ansia per un aspetto specifico del viaggio in quel momento, come il malfunzionamento in qualche parte della barca che non può essere riparato completamente, un sistema di bassa pressione che si muove nella sua direzione, o ancora qualcosa legato alla vita a terra che non può essere raggiunto. Può nascere la sensazione di essere preoccupato per i molti fattori che regolano la vita a bordo, e questo può portare a uno stato di ansia perenne. L’ansia a sua volta può essere suddivisa in due componenti, una relativa alla cognizione, ovvero le preoccupazioni legate alla prestazione, e l’altra chiamata ansia somatica, ovvero la percezione individuale del proprio livello di eccitazione – sentirsi nervosi, tesi, o notare un’accelerazione nel battito cardiaco riguardo qualcosa. Tali pensieri e sensazioni mescolati possono limitare la performance e far calare il piacere anche nelle giornate serene, con una brezza fresca e il mare calmo.
  • La noia, d’altro canto, ha a che fare con il disimpegno o con la mancanza di interesse verso la situazione o l’evento attuale. Se tutto sembra funzionare a meraviglia e non c’è letteralmente niente più da fare a quel punto, ci si può sentire in uno stato quasi letargico, situazione che non probabilmente non viene vissuta in modo molto piacevole.

In termini psicologici, ansia e noia non sono sentimenti opposti.

L’opposto dell’ansia è la calma o la serenità (vedi figura in basso). Ansia e noia sono “collocate a 90° l’una rispetto all’altra”, che significa che sono entrambe sensazioni spiacevoli, ma l’ansia è uno stato attivato mentre la noia è uno stato “non-attivato”.

Il circonflesso influenza lo spazio con otto stati emotivi, ognuno con due caratteristiche, che rappresentano la struttura bidimensionale del piacere – dispiacere e dei livelli alto – basso dell’attività percepita. I segni ‘più’ e ‘meno’ indicano rispettivamente effetti positivi o negativi. Da Knez (2014).

L’interazione disordinata tra fatica, emozioni e processo cognitivo

L’aspetto importante di questi e di altri sentimenti nelle regate in solitaria, sia in relazione a uno specifico evento, come durante una tempesta, sia che diventino prevalenti senza cause scatenanti, è la capacità di gestirle in modo che non diventino qualcosa che possa inficiare la qualità della vita di bordo, le prestazioni e, soprattutto, la sicurezza.

Gestire la regolazione delle emozioni in queste condizioni è pesante, perché il continuo impegno cognitivo – di solito accompagnato dalla mancanza di sonno – porta a un certo punto alla fatica mentale, che compromette la stessa regolazione delle emozioni.

E per complicare le cose, le emozioni possono, in senso contrario, pregiudicare il funzionamento dei processi cognitivi. Per esempio, la gente è più propensa a richiamare informazioni da ricordi che sono congruenti con lo stato d’animo attuale, rispetto ai ricordi non congruenti. Inoltre, si è più propensi a valutare qualcosa in modo positivo quando si è felici o sereni rispetto a quando si è tristi.

Mettendo insieme tutto, questo significa che gli stati affettivi (le emozioni) influenzano l’elaborazione delle informazioni che le persone sono solite utilizzare nel giudicare qualcosa e prendere una decisione di conseguenza.

Le persone in uno stato mentale di felicità e relax tendono ad adottare ciò che è chiamata la “strategia di processing euristico”, caratterizzata da giudizi basati su conoscenze pregresse, con poco peso ai dettagli delle condizioni presenti. D’altra parte, gente di cattivo umore, o intrappolati in troppi pensieri e preoccupazioni, tende a usare una “strategia di processing sistematico”, che significa che giudicheranno le cose dando poca importanza alle conoscenze precedenti e dando invece gran peso e attenzione agli aspetti specifici della situazione attuale. Immaginiamo che spesso sia problematico fondare il proprio giudizio sulle condizioni presenti in un ambiente che è già una sfida di per sé.

Regolare queste emozioni è un processo complesso, visto che questa regolazione richiede uno sforzo che consuma le risorse cognitive. E se questo bisogno di regolazione diventa costante, l’effetto a lungo termine sarà di esaurire del tutto le energie del marinaio, provocando un crollo, proprio come accaduto a Crowhurst.

Equilibrare le emozioni

Come si fa quindi a contrastare emotivamente una tale pressione? Come evitare di restare intrappolati nel ciclo “Più cerco di controllare le mie emozioni più energia uso, il che rende più difficile gestirle e pensare in modo lucido”?

Questo richiede una buona consapevolezza di quanto si sia in grado di affrontare emotivamente una situazione critica, e di quanto si sia adattabili alle circostanze avverse. In primo luogo, ci sono grandi differenze tra la risposta emotiva primaria e quella secondaria con cui le persone affrontano una situazione.

  • La risposta emotiva primaria riguarda la reazione spontanea a un evento.
  • La risposta secondaria è la capacità di fronteggiare la risposta primaria. Questa risposta secondaria è la capacità di autoregolare le emozioni.

La transizione dalla risposta primaria alla secondaria può avvenire così velocemente che potresti non rendertene conto, ma richiede sforzi e risorse mentali in ogni circostanza. La figura sotto mostra come avviene questa interazione tra la regolazione delle emozioni e la generazione delle stesse.

Sensibilità emotiva contro regolazione emotiva. Da Koole (2011).

  • La reazione primaria è legata alla tua sensibilità emotiva, e questa è legata alla situazione specifica in cui ti trovi, o alla qualità degli stimoli (una vela strappata in una tempesta, ad esempio), alle tue caratteristiche personali (se sei una persona tendente all’ansia puoi raggiungere stati emotivi negativi più velocemente rispetto a persone meno ansiose), e al contesto in cui ti trovi (se il vento continua a rinforzare mentre cerchi di sistemare le cose a bordo, come reagisci?).
  • La reazione secondaria è la capacità di autoregolare la risposta emotiva primaria, la “uscita” dalla reazione istintiva iniziale. L’andamento della curva per limitare la tua risposta emotiva iniziale determina quanto sei in grado di sopportare le tensioni della situazione. Se si verifica senza troppo sforzo, o se falliscono strategie di autoregolazione più complesse, significa che ti sei abituato alla situazione. L’abitudine è una delle forme di adattamento più rudimentali.

D’altra parte, abbiamo imparato a usare strategie più sofisticate per la regolazione delle emozioni, e queste sono praticabili nelle condizioni di stress a bordo.

  • Una di queste strategie è chiamata modifica della situazione, e si ha quando si intraprendono determinate azioni che riducono la probabilità di trovarsi in circostanze spiacevoli (prepararsi per una tempesta, con interventi per evitare guasti, per esempio, può dare fiducia e tenere i “nervi” a posto, impedendo loro di interferire nelle condizioni difficili). In questo caso, le tue azioni precedono l’inizio emozionali.
  • Invece, se non si riescono a evitare certe situazioni, una possibile strategia da seguire è quella detta distribuzione attentiva. Si verifica quando si distoglie l’attenzione dal problema che innesca la risposta emotiva (per esempio, si evita di risolvere un problema a bordo che si ritiene sarebbe troppo difficile col mare in tempesta). Anche se in seguito si ritorna al problema, si evita l’impatto emotivo primario del problema sui sentimenti che lo riguardano, il che apre alla possibilità di affrontare il problema in un secondo momento, in uno stato più calmo.
  • Infine, se le strategie precedenti non sono attuabili, si può tentare con una chiamata modulazione della risposta. Questa strategia implica la manipolazione intenzionale delle manifestazioni esperienziali o fisiologiche delle emozioni (per esempio, quando si urla durante una situazione molto dura per “scaricare una certa tensione”, o al contrario, quando si reprimono le espressioni spontanee dei propri sentimenti). Ottime pratiche per la modulazione della risposta sono le tecniche di respirazione, durante la situazione, o pratiche meditative regolari.

È certo che navigare intorno al mondo in solitaria richiede notevoli capacità emotive e un grande sforzo di autoregolazione.

La cosa importante qui è essere consapevoli dell’interazione tra risorse cognitive, emozioni e regolazione delle emozioni.

Con questo ben presente, puoi capire meglio come molto probabilmente reagirai considerando le innumerevoli situazioni, previste o inaspettate, nel corso di un viaggio simile.

Domandati quale sia di solito la tua reazione emotiva primaria.

  • Come affronti i sentimenti di ansia per qualcosa quando sei a terra, e come pensi sarebbe a bordo?
  • Quali strategie applichi di più per controllare le tue emozioni?
  • Quanta fatica ti costa?
  • Quando sei annoiato, su cosa ti concentri?
  • Cos’è che ti può aiutare a minimizzare l’impatto dell’isolamento, dell’incertezza, delle difficoltà?
  • Cosa ti spinge a proseguire, nonostante gli ostacoli e le difficoltà?

Valutando con costanza il modo in cui gestisci le emozioni sulla terraferma, comprenderai meglio come dovrai affrontare te stesso quando sarai in mare aperto.

 

 

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