Perché la pressione degli abissi distrugge il nostro corpo ma non i pesci?
Perché la pressione degli abissi distrugge il nostro corpo ma non i pesci?
di Giuseppe Occhiuto
di Giuseppe Occhiuto

A partire da circa 6.000 metri (20.000 piedi) di profondità, troviamo un ambiente marino che diviene uno degli habitat più letali della Terra, con livelli di pressione che distruggerebbero un corpo umano in un istante. Eppure, un’abbondanza di animali sembra vivere piuttosto felicemente laggiù. Andiamo alla scoperta dei segreti della zona adale.
Queste aree marine estremamente profonde, prendono il nome (neanche a dirlo) da Ade, il dio greco degli inferi. Cerchiamo però di capire come fanno alcuni pesci a sopravvivere senza alcun problema.
Un concreto esempio, ci viene fornito da alcuni pesci lumaca che nella Fossa delle Marianne vivono tranquillamente a 1.100 atmosfere, mentre gli esseri umani sono progettati per esistere a una sola atmosfera di pressione. Ma come mai una differenza così marcata?
Una delle principali differenze tra noi e i pesci lumaca, è la presenza di aria nel nostro corpo. Sotto l’estrema pressione delle profondità marine, le riserve d’aria nei nostri polmoni, nei seni paranasali e nelle orecchie, vengono immediatamente schiacciate. Al contrario, le creature che abitano la zona adale, sono composte principalmente da acqua e materiale gelatinoso. In tal modo, sono in grado di mantenere un gradiente di pressione equilibrato con l’ambiente circostante.
Inoltre, per sopravvivere al meglio, la maggior parte dei pesci si affida a una molecola chiamata trimetilammina N-ossido (TMAO), che impedisce all’acqua all’interno dei loro corpi di distorcersi. Contemporaneamente, il TMAO contribuisce anche a proteggere proteine ed enzimi, aiutandoli a resistere alle pressioni delle profondità oceaniche.
Non sorprende dunque che i livelli di TMAO sono strettamente correlati alla profondità a cui vivono le varie creature, con quelle che risiedono nella zona adale che possiedono le più alte concentrazioni di questa molecola. A queste, si affiancano anche altri composti che rafforzano le membrane cellulari.
Secondo un recente studio, la maggior parte dei pesci che vivono al di sotto dei 3.000 metri (10.000 piedi) possiede anche una mutazione genetica a carico di un gene chiamato rft1, anche se ad oggi non è ancora chiaro il suo ruolo nel miglior adattamento.
In conclusione, in questi splendidi e affascinanti animali, i problemi sopraggiungono nel momento in cui passano da aree a maggior pressione, ad aree con una minor pressione atmosferica. Esattamente l’opposto di ciò che accade al nostro corpo.
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FONTE: iflscience
