mercoledì, Luglio 24, 2024

Parsifal

Ho appena terminato di preparare l’intervista allo skipper Mario Rossetti, e poichè nel suo racconto mi ha parlato del Parsifal, la barca di Sciarelli affondata nel Golfo del Leone il  2 novembre 1995, ho fatto una ricerca al riguardo e  mi sono  collegato con la mia memoria: ero a Milano, avevo appena creato la società Qualità e Sinergie, e poichè navigavo già con il mio Krianni, un’Alpa 34  di Olin Stephens, mi sono tornati in mente tutti i discorsi nati attorno a quel funesto incidente, ai pareri contrastanti fra  velisti e non, soprattutto alla tragica fine di quella barca e di gran parte dell’equipaggio. Avrete letto che è appena affondata nel Sud Atlantico Puffin, la barca di Ian Herbert Jones che stava partecipando alla regata GSC,  e per fortuna è stato tratto in salvo da un peschereccio di Taiwan: per questo, collegando i due episodi alla necessità di  adottare tutte le misure di sicurezza comprese le segnalazioni che arrivano dalle previsioni meteo,  ho voluto rileggere gli articoli che raccontano dell’incidente, e di  come sia potuto avvenire il naufragio. Un particolare ricordo con precisione, perchè ne avevo parlato con altri velisti, e cioè che l’avviso di burrasca che era stato diramato e il comitato di regata sconsigliava la partenza nelle seguenti 48 ore…e di fatto il meteo diceva la verità…

LE Pilot Chart

Di seguito alcuni spezzoni della ricerca che ho fatto, e l’invito a tutti i velisti a dare la giusta importanza alle previsioni meteo, soprattutto da quando l’innalzamento delle temperature del pianeta e dell’acqua del mare ed oceani ha scombussolato la validità della storia. Ricordate le Pilot Chart?   Una volta erano affidabili, ci si basava sulla rilevazione storica degli elementi atmosferici, ma oggi, e posso assicurarvi da almeno 5 anni, perchè sono molto interessato alla materia, tutto è cambiato: unica considerazione positiva è la maggior affidabilità delle previsioni, dei modelli, della divulgazione delle proiezioni e quindi la possibilità di evitare di trovarsi in situazioni spiacevoli e difficili da affrontare.

Una raccomandazione ed un invito agli amici che leggeranno l’articolo: leggete i brani delle tre fonti che ho riportato, fatene tesoro, e se avete occasione parlatene con gli amici per evitare che succedano ancora certe disgrazie…


Da Il giornale della vela

Sono passati oltre 27 anni  da quella sera del 2 novembre 1995, quando il Parsifal, un cutter di sedici metri, affonda nel Golfo del Leone mentre infuria una tempesta con raffiche intorno ai settanta nodi. Dei nove membri dell’equipaggio solo tre sopravvivono alle lunghe ore in acqua in attesa dei soccorsi. è la peggiore tragedia della vela italiana.

ROTTA VERSO IL MAROCCO

Mercoledì 1 novembre 1995 viene dato il via al “Trofeo Millemiglia”, regata/trasferimento della Transat des Alizés. La flotta che si trova in Mediterraneo deve raggiungere Casablanca, in Marocco, per riunirsi a quella partita da Brest e fare rotta verso Point-a-Pitre in Guadalupa. Da Sanremo partono ventinove barche in condizioni di poco vento e mare calmo. Ma già è stato annunciato un peggioramento delle condizioni per le ore seguenti, che puntualmente si verifica già verso sera. Sono sedici i concorrenti che decidono di ritirarsi puntando verso i porti della Costa Azzurra. Tredici equipaggi scelgono invece di proseguire: tra questi il Parsifal. Si tratta di un cutter progettato da Carlo Sciarrelli e costruito dal Cantiere Navale Carlini. Lungo sedici metri e largo 3,60, è costruito in mogano, sipo e teak con una lavorazione lamellare formata a freddo e struttura in madieri e correnti. Disloca 12600 kg e ha una superficie velica di 152 metri quadri.

L’ONDA MALEDETTA
Per tutto giovedì 2 novembre il vento aumenta d’intensità. Alle 21, mentre naviga nelle prime posizioni solo con genoa 4 e con 40 nodi di vento, il Parsifal viene travolto da un’onda anomala di quasi dieci metri. L’onda incrociata si abbatte sulla coperta, portandosi via la zattera di salvataggio, spezzando l’albero in tre parti, scardinando la colonnina del timone e scaraventando fuori bordo Carlo Lazzari che in quel momento si trova proprio al timone. Incredibilmente, Lazzari viene recuperato, ma l’onda ha creato una falla tale che il Parsifal affonda in circa quattro minuti. I nove membri dell’equipaggio (Giordano Rao Torres, Daniele Tosato, Luciano Pedulli, Mattia De Carolis, Carlo Lazzari, Francesco Zanaboni, Ezio Belotti, Andrea Dal Piaz e Giorgio Luzzi), hanno solamente il tempo di recuperare un parabordo e alcune taniche per realizzare una zattera di fortuna. Entra allo stesso tempo in funzione l’Epirb, che lancia l’SOS e le coordinate dell’incidente (40°39’.8N – 005°20’E).

UN’ATTESA  INFINITA
I nove membri dell’equipaggio si stringono intorno alla zattera improvvisata, ma il freddo e le molte ore in acqua iniziano ad avere la meglio. Scivolano così in mare, uno dopo l’altro, Luciano Pedulli, storico collaboratore del Giornale della Vela, Daniele Tosato, che del Parsifal è lo skipper, Mattia De Carolis, Giorgio Luzzi, Francesco Zanaboni ed Ezio Belotti. Le ricerche del Parsifal partono nella tarda mattinata di Venerdì 3 novembre, essenzialmente per l’insistenza della Marina italiana. Solo alle 13, un aereo della Guardia Costiera francese localizza i naufraghi a 40°30’N – 005°18’E, a circa dieci miglia dal punto dell’affondamento del Parsifal. Nonostante due tentativi, non riescono a raggiungerli lanciando loro una zattera. Viene allora chiesto l’intervento degli spagnoli, che fanno decollare un elicottero da Minorca. Alle 15, diciotto ore dopo l’affondamento, vengono issati a bordo gli unici tre superstiti dell’equipaggio, Dal Piaz, Lazzari e Rao Torres, che riesce ad agganciare anche il corpo esanime di Daniele Tosato, morto alle cinque del mattino, l’ultimo ad avere smesso di lottare. Le ore successive sono concitate: i superstiti sono al limite della sopravvivenza, con valori fortemente alterati. In Italia si susseguono le voci più diverse, come la possibilità che gli altri membri dell’equipaggio possano trovarsi a bordo di una zattera. Vane speranze

LE POLEMICHE E I PROCESSI: LA LUNGA STORIA FINALMENTE TERMINATA
Negli anni successivi si susseguono le polemiche: la zattera era al posto giusto? Dovevano prendere davvero il largo con quelle previsioni? La barca era solida? Perché i soccorsi sono partiti così in ritardo? Tutte domande che sorgono spontanee di fronte a una tragedia di queste dimensioni. Giordano Rao Torres affronta negli anni successivi un lungo iter processuale, dal quale esce completamente scagionato, grazie anche a pareri come quelli del progettista Giovanni Ceccarelli o del navigatore Matteo Plazzi; il tribunale ritiene infondate tutte le accuse: dall’“inadeguatezza delle strutture” alla “mancanza di ulteriori dotazioni di sicurezza” fino alla “scelta azzardata ed errata della rotta”. Quello che rimane, è il ricordo del Parsifal e del suo equipaggio.

LA PAROLA ALL’ARMATORE GIORDANO RAO TORRES
Come è nata l’idea del Parsifal?
“Sin da piccolo avevo potuto veleggiare sul Lago Maggiore, finendo per amare sempre più questo sport. A ciò contribuì successivamente, e non poco, il mio legame al Centro Velico di Caprera. Dopo avere assistito al varo a Trieste del Valentina, dei miei allora cari amici notai Enrico e Pinetti Masini (un eccellente progetto di Carlo Sciarelli), e dopo vari anni di enormi e stressanti impegni professionali ed universitari che mi avevano gravemente piegato, mi aiutò nella convalescenza l’idea di farmi costruire la barca in legno che da sempre inseguivo nei miei sogni e con la quale intendevo navigare sino al Pacifico. Mia moglie Silvana suggerì di chiamarla Parsifal. E tale nome piacque molto a Sciarelli.

Che tipo di barca era?
Era una copia in mogano e teak di un progetto di Sciarelli già realizzato come imbarcazione da crociera dal Cantiere di Stefano Carlini in Rimini. Posto che fra i programmi iniziali vi erano anche quelli di regatare nel Mediterraneo e poi di solcare gli Oceani sino a giungere alle Figi, dallo stesso Cantiere fu costruita in quasi due anni ed ovviamente migliorata, irrobustita ed attrezzata per tali possibili futuri impegni. Sciarelli la descrisse alla pagina 439 del suo libro Lo Yacht come “ ..un’idea di barca che è venuta fuori da me (Sciarelli) ed Eduardo Austoni dopo aver navigato con i due Chica Boba (nei vari oceani)… dall’idea cioè del cutter slanciato tradizionale, galleggiamento corto e profondo al centro, … a quella della carena tirata tutta in lunghezza, radente all’acqua con galleggiamento lungo e senza slanci … Siccome sono state tutte e due molto buone e belle, la barca che è la media delle due (il Parsifal appunto) forse sarà perfetta … Ridotti (perciò) i due disegni a 16 metri e fattane la media … il risultato non è ancora sperimentato ma ci giuro già. Asterisco.” (sinonimo appunto per Sciarelli di qualità ed eleganza). E come tale Sciarelli e Stefano Carlini nel 1992 presentarono il Parsifal al Salone di Genova.

E l’equipaggio, in che modo si è formato? A rileggere e rivedere le foto dell’epoca sembra un gruppo di veri amici.
Lo eravamo. Si era composto nel corso degli anni con una serie di bravissimi anche giovani navigatori che di volta in volta accettavano o si offrivano per partecipare alle varie regate in Adriatico e nel Mediterraneo (diverse Rimini /Corfù /Rimini, Corsica per due, Roma per due, La Giraglia, Settimane di Saint Tropez, ecc.). Fra gli ultimi che si proposero vi furono Daniele Tosato, l’unico vero skipper professionista, ed Andrea Dal Piaz. Con il mio caro amico e solito skipper scomparso Mattia De Carolis li avevamo affrontati come avversari in varie regate, e sempre eravamo stati complimentati per come il Parsifal riusciva con il vento in poppa a non essere superato dalle loro barche esclusivamente da regata.

Partecipare alla Transat des Alizés era per voi, più che una regata, un modo per realizzare il sogno di navigare ai Caraibi?
Così fu sentito ed appariva anche per i miei cari amici scomparsi Ezio Belotti, Luciano Pedulli, Francesco Zanaboni e Giorgio Luzzi, il quale chiese ed ottenne che gli fosse affidata l’imbarcazione per l’intero inverno, facendola ormeggiare a Miami sino alla successiva primavera quando ancora tutti uniti avremmo affrontato il Canale di Panama per presentarci una sera od un mattino all’alba dinanzi al Pacifico. L’idea di far partecipare il Parsifal a tale lunga ed impegnativa regata oceanica era venuta proprio a Daniele Tosato, fresco vincitore del Giro del mondo per barche da crociera, nel corso della premiazione della Rimini/Corfù/ Rimini. La mia vela era sì elegante, ma gli risultava anche molto veloce con le andature portanti, e riteneva pertanto che nell’Atlantico con vento costante anche di poppa il Parsifal poteva compiere un’ottima traversata, per lui anche vincente. La Bayer, con il suo a.d. Francesco Bergomi (che dopo il naufragio divenne un amico carissimo), sposò e finanziò l’intero programma della nostra imbarcazione, che con la scritta Aspirina sulla randa ne divenne un’ambasciatrice nel mondo.

Com’era attrezzata la barca?
Fu curata in ogni minimo dettaglio dai due skipper ufficiali Mattia De Carolis e Daniele Tosato, che possedeva la più grande esperienza. E furono esaudite tutte le loro utili richieste. Nel Porto di Sanremo riuscimmo addirittura il giorno prima della partenza a far installare una nuova elica, ritenuta più adatta alle varie incombenze. Ed in questo devo ancora una volta ringraziare profondamente Francesco Bergomi che fu sensibile e si rese disponibile ad ogni nostra esigenza. Del resto io ero un armatore sui generis, perché ero semplicemente un avvocato professionista e docente universitario, e non disponevo certo dei capitali necessari per tale lunga e costosa regata. Ma nulla fu negato a Daniele e Mattia e da loro nulla fu lasciato al caso.

Poi arrivò quell’onda maledetta. Che cosa le è rimasto impresso nella memoria di quelle 18 ore trascorse in balia delle onde con la temperatura dell’acqua a 17 gradi?
La consapevolezza di Carlo Lazzari e mia di una morte imminente. Carlo, strappato dalla life line quando era al timone e scaraventato in mare, pensò addirittura che era ormai meglio che non risalisse in superficie e tentò di lasciarsi andare pur di non soffrire una lunga agonia. A mia volta, svenuto al momento dell’impatto con l’onda che distrusse l’imbarcazione, con uno zigomo fratturato e scosso dal caro Ezio Belotti che mi precedette fuori dalla mia cabina, pensai come Carlo che non avrei avuto alcuno scampo quando a piedi nudi, senza cerata e salvagente, e tremante per il freddo che pativo, mi gettavo dalla coperta completamente spazzata dall’onda per raggiungere nell’acqua gli altri otto compagni. Ci tenemmo aggrappati ad una cima di pochi metri sorretta da un parabordo e da due piccole taniche vuote, tutto quello che era rimasto del Parsifal affondato dinanzi a noi in cinque minuti, utilizzati come galleggiante per sostituire alla meno peggio la zattera strappata dalla forza del mare al momento dell’impatto dell’onda. A quel punto non ci rimase che sostenere ed incoraggiare gli altri a resistere. Un moto di comune solidarietà che indusse chiunque a dedicare ogni successivo istante a tentare di aiutare il più vicino. E così fu fatto sino all’ultimo anche da Andrea Dal Piaz. Penso spesso a Giorgio Luzzi che assistette Francesco Zanaboni in ogni sofferto momento prima di lasciarsi andare a sua volta, ed a Carlo che non lesinò mai sostegno e parole di incoraggiamento. Lo scoramento che colpì quando scambiarono per due volte la luce di una stella molto bassa con il faro di un elicottero che non giungeva nonostante che ciascuno fosse sicuro che presto sarebbero dovuti arrivare i mezzi di soccorso. E l’immenso dolore quando ci si accorse che ad uno ad uno si veniva trascinati via dalle onde, ormai privi di vita. La lunga e sofferta attesa di ormai solo Andrea, Carlo e mia, gli unici sopravvissuti in quel mare in tempesta con un vento misurato sino a 77 nodi, del tutto imprevisti e non indicatici al briefing, senza sapere se mai sarebbero giunti in tempo a trovarci. La profonda gratitudine per il Comandante Antonio Pagliettini e l’Ammiraglio Lolli che furono determinanti nell’indurre le autorità marittime francesi ad iniziare le ricerche della nostra imbarcazione, che al momento dell’improvviso naufragio era solo riuscita a trasmettere il segnale internazionale di soccorso tramite l’Epirb di cui era dotata, ed ai piloti anche dell’elicottero spagnolo che riuscirono ad individuarci ed a salvarci. La trepidazione che provammo noi tre nel vedere finalmente nel cielo l’aereo di ricognizione che giunto improvvisamente nel mare sopra di noi tentò di lanciarci due zattere di salvataggio. La prima neppure si aprì, e la seconda si presentò rovesciata ed inservibile. L’ultima disperazione di Carlo Lazzari, che non riusciva più a nuotare, e la mia che a fatica lo sorreggevo, nel vedere Andrea allontanarsi attaccato ad un anello della zattera rovesciata che veniva trasportata via inesorabilmente dal vento senza alcuna nostra possibilità di riuscire a frenarla. La grande mestizia che provammo infine durante il volo di trasporto in elicottero direttamente all’ospedale di Mahon pensando a quello che avremmo dovuto riferire ai parenti dei nostri cari amici che avevamo dovuto abbandonare in quelle acque. Al momento del ricovero mi furono misurati 34° di temperatura corporea e 7,14 di PH (ai confini con la morte), mentre Andrea e Carlo dovettero rimanere alcune settimane ricoverati all’Ospedale di Rimini anche per l’acqua ritrovata nei loro polmoni e per sintomi di polmonite. Fu una prova che il Signore ci ha concesso di superare, ed il dono di una seconda esistenza che abbiamo cercato di non sprecare.

Pangea
Rivista avventuriera di cultura & idee

Mettetevi davanti a un palazzo di tre piani e guardate verso il tetto. Tra poco vi cadrà addosso. Il tetto. E tutto il palazzo. Con la rincorsa. Come se avesse le gambe. Come se l’intero edificio, di slancio, vi saltasse sopra a piedi pari. È successo davvero, venticinque anni fa. Non era cemento, ma acqua. A fermare quel crollo, ineluttabile per la natura e fatale per gli uomini, non c’era asfalto ma quasi tre chilometri di abisso, nel Golfo del Leone.

Dopo quel condominio di mare sulla testa, immaginatevi di sballottare su e giù per ore, dalla cantina al sesto piano. Non a piedi, attraverso le scale, ma nuotando nella burrasca, con il vento che tocca punte di 77 nodi, ossia 142 chilometri all’ora. Tutto ciò è successo a nove velisti, in quella che la marineria di tutto il mondo ricorda come la Tragedia del Parsifal, meraviglioso cutter di sedici metri in mogano e teak disegnato da Carlo Sciarrelli e costruito nel cantiere navale Carlini di Rimini.

È passato un quarto di secolo dal due novembre del 1995, quando il Parsifal partecipa alla tappa di trasferimento verso Casablanca della regata transatlantica “Transat des Alizès”, partita da Sanremo e con destinazione finale a Guadalupa, nelle Antille. Il vento – il Mistral, che per noi italiani diventa Maestrale – si incanala nella valle del Rodano e sferza il famigerato Golfo, che i marinai chiamano semplicemente “Il Leone”. Un vento che in quel preciso punto d’Europa, 65 miglia a nord-est di Minorca, di fronte alle coste spagnole, francesi e italiane, che sembrano un anfiteatro, soffia in media a oltre trenta nodi e spesso supera i cinquanta nodi, con l’ulteriore effetto prodotto da quella fetta imbizzarrita di Mediterraneo, che ribolle e crea un’onda corta che cresce e arriva con facilità a sei o sette metri di altezza.

Le condizioni, intorno alle ventuno e trenta, sono di forte burrasca e il Parsifal, a trenta miglia da Minorca, naviga a una velocità di dieci nodi con il mare quasi in poppa, con vento intorno a quaranta nodi e in una situazione di apparente tranquillità, tanto che si decide di far riposare tutto l’equipaggio e in coperta rimangono soltanto lo skipper Mattia De Carolis, in pozzetto, e Carlo Lazzari, al timone. D’un tratto, però, compare a prua un’onda anomala gigantesca, e lo straordinario diventa eccezione e dramma.

Carlo Lazzari è il primo a vederla. Urla a Mattia De Carolis: “Guarda davanti”.

E lui sussurra: “Siamo morti”.

Il palazzo di tre piani si abbatte sulla coperta, sfonda un osteriggio centrale e il gavone di poppa; spazza via il pozzetto dei vari strumenti e strappa la zattera di salvataggio fissata alla coperta con tiranti d’acciaio ai piedi dell’albero, spezzato anch’esso e finito in acqua in tre tronconi, portandosi appresso ogni tipo di ricezione e invio di segnali: dai radar al Gps, dai sistemi elettronici fino alle antenne paraboliche per la telefonia. Compreso l’Epirb – il localizzatore d’emergenza che una volta attivato (in modo manuale o automaticamente per immersione o a seguito di urti) segnala in qualsiasi parte del pianeta la sua posizione – che si allontana velocemente dalla barca. L’onda ha anche divelto l’asse e la ruota del timone, strappando Carlo Lazzari dalla “life-line” e scaraventandolo in mare.

Dice oggi Carlo Lazzari: “Per la seconda volta pensai di essere morto e dopo istanti che durarono un’eternità, riaffiorai in superficie, vidi la barca a qualche metro di distanza e non so come riuscii a risalire a bordo con l’aiuto di Mattia”.

Purtroppo non per molto, giusto cinque minuti. Difatti l’equipaggio ha appena il tempo di radunarsi per racimolare due taniche vuote e un parabordo, metterli insieme con una scotta e farne una zattera di fortuna. Accorgersi che manca un uomo, Giordano Rao-Torres, l’armatore, che nell’impatto con l’onda sbatte la testa contro un’ordinata e si frattura uno zigomo. Lo trovano svenuto nella cuccetta di prora. Si riprende appena in tempo per tuffarsi per ultimo, pochi istanti prima che il Parsifal si inabissi.

L’acqua misura diciassette gradi. Le tabelle di sopravvivenza, con questa temperatura, dicono che si resiste al massimo quattordici ore.

Il picco massimo delle onde, nelle ore successive, resta quello di un palazzo di tre piani ma il dislivello fra la cresta e il fondo dell’onda arriva a cinque o sei piani, in altre parole quindici metri di scarto, e il vento nebulizza l’acqua e anche soltanto respirare diventa una vera e propria impresa. I ragazzi del Parsifal si fanno forza uno con l’altro ma il freddo e l’acqua nei polmoni sono micidiali. La potenza delle onde e il vento li allontana e li riavvicina e in quel ballo disperato sono in sei a cedere, uno dopo l’altro, durante la notte, illuminata da una luna piena enorme. Poco dopo mezzanotte il primo è Luciano Pedulli (47 anni), nonostante il bocca a bocca e il massaggio cardiaco di Carlo Lazzari, inutili. Nell’ora seguente se ne vanno Francesco Zanaboni (22 anni) e Giorgio Luzzi (59 anni). Verso le tre del mattino capitola Mattia De Carolis (36 anni).

Queste le sue parole sussurrate a Carlo Lazzari: “Scusa, ma non ce la faccio più, di’ ai miei genitori e alla mia ragazza che li ho tanto amati”.

Un’ora dopo ancora un’altra onda gigantesca porta via Ezio Belotti (34 anni). E dei sei compagni dell’equipaggio scomparsi viene recuperato solo il corpo di Daniele Tosato (37 anni), andato alla deriva per una decina di ore.

A quell’inferno sopravvivono in tre: Carlo Lazzari, Andrea Dal Piaz e Giordano Rao-Torres, che vengono ripescati da un elicottero spagnolo il giorno successivo alle quindici e trenta, dopo diciotto ore trascorse in mare, nel mare di novembre al Leone, quattro ore in più di quelle previste dalle tabelle di sopravvivenza massima, ognuno dimagrito una decina di chili.

Dice oggi Carlo Lazzari: “Dall’onda anomala tutto è andato storto. Dalla nostra zattera di salvataggio, che è volata via, fino alle due che ci hanno lanciato da un aereo ricognitore prima di recuperarci con l’elicottero: una è rimasta chiusa, l’altra, capovolta, è risultata inutilizzabile nonostante i nostri sforzi immani. A salvarci è stato l’Epirb, però il segnale di soccorso è stato recepito quando eravamo già naufragati da quattro ore. Comunque al Leone avevamo scelto tutti insieme di andarci, calcolando i rischi, accettandoli, e non è che ci vai pensando che se qualcosa va storto poi tanto arrivano i soccorsi. Mi resta il rammarico di non essere riuscito a salvare i miei compagni, ma io stesso alla fine non riuscivo più a nuotare e ci ho messo tre anni per recuperare dopo quelle diciotto ore trascorse in mare”.

Dice oggi Giordano Rao-Torres: “La vita è strana. Mi diedi alla vela per combattere lo stress lavorativo e me ne innamorai talmente tanto da diventare armatore del Parsifal, che feci costruire con i risparmi di una vita per navigare fino ai Caraibi e poi alle Figi, mentre l’idea di partecipare alla ‘Transat des Alizés’ fu di Daniele Tosato, dopo che vinse il Giro del mondo per barche da crociera. All’ospedale spagnolo dove ci ricoverarono, mi misurarono trentaquattro gradi di temperatura corporea e 7,14 di PH. In pratica ero morto. Da quella volta, tutte le sere che contemplo un tramonto, avrei voglia di navigare verso la Spagna, inseguendo il sole che scompare all’orizzonte”.

Prende una pausa e aggiunge: “Ma per rispetto al sacrificio dei sei cari amici del Parsifal che hanno perso la vita nel Leone, non sono più andato in mare con una barca a vela”.


Il naufragio del Parsifal 25 anni fa, il racconto di Andrea Dal Piaz, uno dei tre sopravvissuti

RIMINI.   Andrea Dal Piaz è uno dei sopravvissuti. All’epoca aveva 36 anni. Ecco cosa ricorda.
Come era nata l’idea della traversata atlantica?
«Tutto era nato qualche anno prima durante una regata. Io e Daniele eravamo su uno Swan 51 e notammo come il Parsifal viaggiasse benissimo di poppa. Parlandone con l’equipaggio si disse che una barca con quelle caratteristiche sarebbe andata benissimo per navigare verso i Caraibi sospinta dall’aliseo. L’idea piacque molto all’armatore Giordano Rao Torres».
In che condizioni avvenne la partenza da Sanremo?
«Il primo novembre partimmo in condizioni tranquillissime. Il bollettino dava vento in aumento fino a 40-45 nodi con rinforzi sul settore occidentale della Corsica. Come tutti gli altri noi costeggiammo la costa francese e all’altezza di Marsiglia puntammo più in basso per passare sopra le Baleari. Quando vedemmo il mare che cresceva decidemmo di passare sotto».
Quella notte c’è chi registrò anche 70 nodi di vento. Voi che condizioni avete trovato?
«Da quel che ricordo non abbiamo mai avuto raffiche oltre i 45-50 nodi. Eravamo in condizioni nelle quali già altre volte ci eravamo trovati. Il vento era cresciuto durante tutta la giornata ma dal pomeriggio si era stabilizzato. Avevamo ridotto tutta la velatura lasciando un solo fiocchetto. Il cielo era sereno».
Chi era al timone quando è arrivata l’onda che ha distrutto l’osteriggio? Chi era in pozzetto?
«C’era Carlo Lazzari. Accanto a lui Mattia De Carolis. Io dormivo in una cabina a poppa».
Cosa ricordi?
«Fummo svegliati da una forte botta. Mi alzai dalla cuccetta e immersi il piede nell’acqua fino al polpaccio. D’istinto misi cerata e stivali. Salii di sopra e vidi che la zattera legata alla base dell’albero non c’era più. L’albero era spezzato. La vela era finita in acqua. Carletto pure. L’onda lo aveva strappato dal timone nonostante fosse legato! Lo abbiamo tirato a bordo e abbiamo iniziato a buttare fuori l’acqua con i secchi mentre qualcuno provava a coprire il buco che si era creato dopo che era saltato l’osteriggio. Ma l’acqua continuava ad entrare e questo succedeva anche da un gavone di poppa».
Quanto è durato questo lavoro?
«Non lo so di preciso, forse quattro o cinque minuti. Siamo andati avanti fino a quando abbiamo capito che la barca si stava inabissando. Abbiamo cercato di raccogliere qualcosa di galleggiante a cui aggrapparci ma ci siamo accorti che mancava Giordano. Era rimasto di sotto, forse svenuto dopo aver preso una botta in testa. Ezio è andato a prenderlo».
Come vi siete organizzati?
«Abbiamo raccolto un parabordo, un paio di taniche e le abbiamo legate».
E poi?
«Poi ci siamo detti che avevamo lanciato il segnale dell’Epirb e che qualcuno sarebbe venuto a prenderci. Non chiedetemi perché io, Giordano e Carlo ce l’abbiamo fatta e gli altri no. Ci sono una componente fisica e una mentale… È l’insieme delle due cose. Uno alla volta li abbiamo persi. C’erano delle onde che ci passavano sopra e dopo non li vedevamo più…».
Era difficile respirare?
«Nel cavo dell’onda si respirava bene. Ma quando salivamo sulla cresta mi mettevo la mano davanti alla bocca per non respirare l’acqua. C’erano onde di 3-4 metri».
Pensavi di non farcela?
«L’unico momento in cui ho pensato che eravamo morti è stato quando ho visto che non c’era più la zattera. Dopo, in acqua, ero convinto che qualcuno sarebbe arrivato. Ogni tanto vedevamo in cielo una luce e dicevamo: ecco, ci vengono a salvare! Ma evidentemente erano aerei di linea… Ogni tanto mi arrivava qualche brivido di freddo ma la cosa più difficile da combattere era la sete».
E quando è arrivato il giorno?
«Eravamo rimasti in tre. Daniele era un po’ più in là ma se n’era già andato. Abbiamo continuato ad aspettare. Finalmente, a metà giornata, abbiamo visto un aereo volare basso. Ha lanciato un segnale, credo un fumogeno. Poi una zattera ma o non l’abbiamo vista o non si è aperta… Eravamo stanchi: ormai eravamo in acqua da quasi diciotto ore… Abbiamo visto arrivare una seconda zattera e stavolta siamo riusciti ad afferrare la cima galleggiante a essa agganciata. Abbiamo cominciato a tirare e poco alla volta l’abbiamo recuperata. Ma ci siamo anche accorti che Giordano era tutto aggrovigliato attorno alla cima. Dovevamo liberarlo. Per far questo Carlo ha staccato la cima dalla zattera ma eravamo troppo stanchi così io mi sono ritrovato da solo attaccato a una zattera rovesciata e loro due sono finiti lontano».
Cosa hai pensato in quel momento?
«Non sapevo cosa avrei potuto fare per loro. Volevo rovesciare la zattera per entrarci dentro ma non ce l’avrei mai fatta. Ho provato a salire sopra ma non ne avevo le forze. Non potevo far altro che restare attaccato. E sono rimasto così per non so quanto, forse mezz’ora. È arrivato un elicottero, da lì è sceso un soccorritore, mi ha agganciato e tirato su dove ho ritrovato Carlo e Giordano. Mi hanno tagliato i vestiti per mettermi addosso qualcosa che mi scaldasse. Fino ad allora ero sempre stato lucido. Di colpo ho sentito venir meno le forze e sono svenuto. In seguito scoprii che in quella notte in acqua persi otto chili! Avevo bruciato tutte le riserve!»
E ti sei risvegliato all’ospedale di Minorca…
«No. Mi sono risvegliato quando ci hanno caricato sull’ambulanza. Dei tre ero quello messo peggio. Prima di mettermi in camera con Carlo e Giordano sono stato in terapia intensiva. E anche quando ci hanno riportato a casa, a Rimini, sono dovuto restare in ospedale ancora un po’ perché avevo un principio di polmonite».
Ripensandoci oggi, cosa avresti fatto di diverso?
«Nulla. Ma forse la cosa più logica sarebbe stata quella di fermarsi all’Ile du Levant, a ridosso della costa francese, a farsi qualche giorno di vacanza».
Come è stato il ritorno alla vita normale? Hai avuto degli incubi?
«Ho sempre pensato e rivissuto quei momenti ma non ho avuto incubi. Ho cercato di tornare subito in mare. L’anno dopo alla Middle Sea Race ci siamo trovati con vento a 20-25 nodi e ho sentito di nuovo il rumore delle onde contro la barca. Mi è tornato in mente il Parsifal e quella notte non sono riuscito a dormire. Penso però che ad andare per mare si deve mettere nel conto che può succedere qualcosa così come per la montagna. Si può trattare di imprudenza ma anche di fatalità. Noi quella notte eravamo nel posto sbagliato al momento sbagliato perché quella è una zona dove le onde che si formano sono molto pericolose».
La tragedia del Parsifal ha fatto discutere molto. Il dibattito sulla sicurezza in mare è stato rilanciato.
«A noi saltò la zattera ma era stata messa proprio nel posto in cui le regole dicevano andasse posta. Oggi si mette a poppa o comunque in una zona più protetta. I giubbottini autogonfiabili sono diventati di uso comune. I bollettini meteo sono migliorati grazie ai modelli matematici che fanno elaborare più dati e in minor tempo…»
Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
«Sembrerà strano, ma l’unica cosa che mi è rimasta è che devo tenere conto delle mie sensazioni. Prima di partire da Sanremo avevo avuto strane sensazioni nonostante io sia un tipo razionale. In due o tre occasioni mi ero trovato a pensare che questa regata non la dovevamo fare. E anche Daniele mi confidò la stessa cosa».
Hai più sentito questa sensazione?
«Sì. Mi è successo di annullare una trasferta di lavoro perché c’era brutto tempo e ho sentito la stessa sensazione di quella volta. In altri casi, con lo stesso tempo, sono andato tranquillamente».