Minitransat 4
I Personaggi e racconti che alimentano la leggenda

ANNO 2015
Nei due anni di preparazione all’edizione del 2015 la collaborazione tra Michele Zambelli ed Alberto Bona alla quale avevamo accennato raggiunse il diapason. Se in precedenza i due si erano scambiate esperienze correndo però in due categorie diverse, ora i nostri due gioielli erano approdati su due prototipi che consentivano grandi ambizioni e concertarono un avvicinamento focalizzato in grande parte sulle regate italiane.
Michele Zambelli nel 2014 noleggia 788 da Aymeric Chapellier. È la barca con cui il francese ha vinto la SAS nel 2012, il che significa una bella iniezione di cavalli in più rispetto ad Arkè.
Michele, convinto di potere effettuare una buona preparazione anche in acque amiche, sfrutta appieno il calendario variegato su tutto il Tirreno che la Classe italiana di allora aveva approntato. Nel 14 prende parte e vince nelle categorie en solo alla Trans Thyrrenum, che portava i concorrenti da Ostia a Termini Imerese, passando per Stromboli, e ritorno poi l’anno successivo si cimenta nella Round Sardinia, da Cagliari a Cagliari, col periplo dell’isola.
Ragazzo di grande personalità e temperamento non si perita di ritirarsi a poche miglia dall’arrivo, scontentando comprensibilmente gli organizzatori, per non rischiare una barca che non gli appartiene in uno stretto passaggio con Mistral montante, pur vantando miglia e miglia di vantaggio sul secondo.
Corre il GPI col forte francese che l’anno prima aveva preceduto Bona nei serie, Renaud Mary, ma un francese di seconda fascia riesce a beffare sulla linea lui e Bona, ma siamo solo al warm-up per la Transat!
Nella prima tappa i due ci fanno sognare: complice un’opzione sulla rotta diretta sul fine del Biscaglia, si trovano in testa alla gara, nel tripudio mediatico dei tifosi. Purtroppo la rotazione veemente del vento a NW favorirà gli inseguitori ed i nostri, ciondolanti, si vedranno sorpassare da una muta scatenata con vele da traverso veloce.
Pregiudicata una classifica monster per questo disguido Miki non si perde d’animo ed affronta la seconda decisiva tappa atlantica senza timori riverenziali. Il suo secondo posto assoluto, che lo proietta ad un sempre ottimo sesto finale, è tra i più bei quadretti della storia della Mini Transat in versione italiana.
Alberto Bona avevamo già scritto avesse condiviso con Andrea Caracci parecchie esperienze e nessuno si stupì quando ci fu tra i due il passaggio di mano del Manuard 756 Speedy Maltese.
Andrea, parlando della barca, diceva che sarebbe diventata un missile, da già buona che era, se si fosse potuto dotarla di sleeding keel, vale a dire di un’appendice che, oltre che basculare sopravvento, potesse anche allungarsi di qualche decina di centimetri, aumentando così la coppia di raddrizzamento a parità di peso.
Purtroppo Alberto abboccò all’amo e commissionò una simile soluzione sulla sua nuova barca. Iniziò una via crucis inenarrabile, dato che il problema si rivelò di soluzione più difficile del previsto ed il cinematismo si rivelò a più riprese malfunzionante, costringendo il torinese a lunghe sedute in cantiere che sottraevano tempo prezioso agli allenamenti ed alla messa a punto della barca.
Nella prima tappa Alberto fece gara parallela con Michele ma nella seconda, quella del riscatto, non riuscì a tirare fuori il meglio da un mezzo con cui, in fondo, non era mai entrato in sintonia. Una ferita ad una mano fu il colpo di grazia e la sua avventura sui mini terminò definitivamente a Capo Verde.
Gli saremo comunque sempre grati per le emozioni che ci ha dato nei suoi bei anni sui serie.
Roland Ventura è di passaporto italiano ma svolgeva la sua professione di preparatore in quella Mecca della vela d’altura che è la Francia atlantica. La sua ottima prestazione su di un P2 noleggiato, 15esimo, fa riflettere sulla qualità eccelsa dei ragazzi che vediamo chinati sulle cime che stanno diligentemente piombando sulle barche in procinto di partire per le regate. Tengono un profilo basso, stanno dietro le quinte, non conosciamo nulla dei loro curriculum, che forse non sono neppure così corposi ma la loro conoscenza “per il cuore”, come dicono i francesi, delle barche da regata, reiterata per tutto l’anno, fa sì che appena uno di loro si mette in testa di passare dall’altra parte della barricata, lo fa lasciando il segno sulle guance di molti che si ritenevano i soli depositari dell’arte di navigare. Bravo Roland!
Andrea Fornaro, come già accennato, è il cugino di Federico ed ebbi modo di vederli in azione insieme per la prima volta sul P1 del secondo all’Arci del 2013, quando non c’era verso di levarseli di torno, in ogni andatura, anche navigando su mini potenzialmente più veloci del loro!
Mi pare che Andrea presenti molto in comune con Andrea Caracci: entrambi sono professionisti della regata su barche grosse e prestigiose, in ruoli decisivi, e sono abituati ad una forma di yachting di cultura prevalentemente anglosassone.
Calati, parlando solo in inglese, in un ambiente eminentemente francofono quale quello dei mini, le scintille sono state spesso inevitabili ed ancora nel 2019 lo stazzatore Joel Gatè vedendomi mi apostrofava: ”ah le tangon de Andrea”(Fornaro)!
Se Caracci aveva svolto un’attività sui 470 ad altissimo livello, Fornaro maturava esperienze su ogni mezzo che procedesse a vela: dal campionato svedese dei Laser a quello europeo di Sun Fish, alla Star al kite foil, insomma una vela a 360 gradi che non poteva collidere, prima o poi coi Mini 650 e, complice il cugino, così fu.
La barca che scelse fu un Argo, un progetto di Lombard per un cantiere spagnolo, la cui messa a punto fu coordinata con Nacho Postigo, grande tattico spagnolo che si stava prendendo lo sfizio di correre la MT su di una barca simile.
Dopo alcune belle prestazioni nelle regate italiane, tra cui la sontuosa vittoria alla Round Sardinia, il toscano si trasferì al nord per prendere le misure al plotone dei bretoni e similari, uscendone assolutamente rassicurato da un bel podio al Mini Fastnet.
Coprì una MT regolarissima, con un 16esimo posto forse un filo al di sotto delle sue ambizioni ma pur sempre ottimo, considerato che la velocità della flotta stava velocemente cambiando e che gli Ofcet ed i primi P3 misero sul tavolo un passo decisamente superiore. E lui accumulò esperienza per il futuro prossimo…
Federico Cuciuc, seconda parte…
Non sono molti i concorrenti che ripetono l’esperienza. Non sono uno statistico ma credo che non si arrivi al 10 per cento e se per dei velisti professionisti, od aspiranti a diventarlo, la cosa è un po’ più probabile, parlando di dilettanti i numeri si immiseriscono ulteriormente.
A Federico, pur con tutte le tribolazioni personali e collettive di un’edizione particolarmente sfortunata, la scimmia bussava ancora e si ripresentò anche nel 2015 con lo stesso 556. Ormai sapeva benissimo dove andare a parare, per fortuna poté gustarsi un’edizione relativamente normale della MT, per quanto possa essere normale ed indolore attraversare l’oceano con un Mini!
Il contrattempo più grosso, dal punto di vista della classifica, dovette subirlo nella prima tappa, e fu un contrappasso dantesco se teniamo conto della meticolosità che metteva nell’organizzazione dell’elettronica di bordo e delle sue competenze specifiche.
Il cielo in quell’edizione si presentò particolarmente coperto ed i pannelli non riuscivano a fornire tutta l’energia di cui aveva bisogno, pertanto dovette perdere del tempo prezioso in una sosta in Spagna per rimettere a posto le cose. Nel corso della seconda incappò in uno dei peggiori incidenti tra quelli che possono accadere in mare: si ustionò profondamente una mano ed un piede mentre cucinava.
Possiamo solo immaginare il suo calvario in quelle ultime centinaia di miglia! Il Dingo1 lo portò all’arrivo, forse in migliori condizioni lui che non lo skipper, in una 41esima posizione che era quello che ci si poteva aspettare da un armatore dilettante, su una barca che non rientrava nel cerchio di quelle più titolate ad un risultato probante.
Andrea Pendibene, dopo avere saltato un turno, si ripresentò questa volta attrezzato di tutto punto.
Sempre supportato dalla Marina Militare in cui è in forza e dalla onnipresente Giovanna Valsecchi, sua co-skipper, preparatrice e compagna d’armi, mise in acqua il primo P3 mai visto in Italia. La barca era molto recente ed alcuni peccati di gioventù intralciarono i primi mesi di preparazione, poi Andrea prese il ritmo giusto.
Decise saggiamente di perfezionare la preparazione nel vento di Cagliari, assumendo come personal coach quel Guillaume Rottée che lo aveva già allenato sei anni prima in Camargue, una garanzia! Sulla scia del ritiro del 2011, purtroppo anche l’edizione del 2015 doveva dimostrarsi esiziale per il viareggino. Evidentemente i peccati di gioventù della barca non erano ancora stati scontati del tutto e cedette l’attacco del pilota alla barra proprio quando non avrebbe dovuto farlo, con ventone alle portanti.
L’albero non resse la strapoggia e venne giù ad una quarantina di miglia da Capo Finisterre. Andrea fu di riflessi veloci e tecnica sopraffina, allestendo un armo di fortuna col quale riuscì ad arrivare in prossimità di La Coruna.
Il regolamento della MT consente al massimo tre giorni per riparare una barca allo stand. Giovanna e la Marina attivarono una catena logistica ferrea, un albero arrivò a destinazione ma il pieno completamento del lavoro di ripristino, si dilatò, anche se di pochissimo, dal tempo consentito e fu costretto a gettare la spugna.
Ma il suo fu un arrivederci, l’ennesimo…
ANNO 2017
Andrea Fornaro
Considerato che i primi due arrivati tra i serie l’anno prima erano stati due Ofcet, Andrea, deciso a ripetere l’esperienza con un più alto tasso di competitività, se ne procurò uno, con grande soddisfazione del cantiere che cercava un valido concorrente per arginare il futuro, temuto strapotere dei P3.
Decise di debuttare sul fine della stagione 2016 alla Mini Barcelona e fu in quell’occasione che ebbi la possibilità di testarne di persona la tempra. A due giorni dalla partenza ricevette telefonicamente la notizia di un lutto familiare di quelli che ti potrebbero catapultare a casa nell’immediato, ma lui decise di restare, con una forza morale a prova di bomba.
La vigilia della partenza si recò in una palestra in città per sorbirsi un Workout of day di quelli che una persona normale impiegherebbe giorni a smaltire e si era al giorno prima di una regata in solitario! Vinse la regata in modo imbarazzante e tra i concorrenti c’erano i P3 di Ana Corbella e Benoit Sineau, che sarebbe arrivato terzo alla MT un anno dopo.
Non pienamente contento delle possibilità del mezzo fece una capriola ”all’Apolloni” e tra lo sconcerto del cantiere e di chi lo seguiva passò ad un proto, un Bertrand semi-nasone prodotto in Polonia, chiamato ancora Sideral. Il fatto di avere terminato un Mat lo dispensava da dover correre le 1000 miglia qualificative, ma non poteva sorvolare sulle 1000 miglia in regata, pertanto iniziò un tour de force infernale tra le regate italiane, che aprono la stagione, un ritorno in Polonia, mica dietro l’angolo, e Douarnenez, dove arrivò in zona Cesarini, col furgone fumante e tossicchiante, la barca da rimontare del tutto e priva dei numeri sulla coperta, per totalizzare al Mini Fastnet le ultime miglia che gli servivano.
Tutto filò bene ed Andrea, sempre perseguitato dallo stazzatore Joel, poté prendere il via sulla via dei Caraibi.
Buona la seconda: forte dell’esperienza di due anni prima, il toscano sviluppò al massimo i cavalli che la barca poteva fornirgli e concluse con un brillante quinto posto finale che venne impreziosito dal bellissimo quarto della seconda tappa, quella che, secondo tanti, conta davvero.
Andrea Pendibene quater
E questa volta non ci sono stati impianti elettrici in panne o piloti recalcitranti che hanno tenuto! A dieci anni esatti dalla bella impresa sul Naus sulla rotta di Bahia e due insuccessi brucianti il Marinaio toscano assolve con diligenza ed ottima preparazione il suo compito e strappa un bel 20esimo che in era ormai consolidata di P3 è un bel fiore all’occhiello, suo e della Classe italiana.
Ambrogio Beccaria
Nell’autunno del 2014, mentre fervevano i lavori su tutte le barche candidate alla 2015, un giovane milanese di 23 anni si recava fino in Portogallo per recuperare il P2 che Ian Lipinsky aveva dovuto abbandonare in mare l’anno prima e, portatolo a La Spezia, dove studiava iniziava a ripristinarlo con le proprie mani e con l’aiuto di Vittoria, la sua ragazza.
I risultati si videro già all’alba della primavera e pareva già un miracolo che il ragazzo fosse riuscito a mettere il mini in condizioni di navigare. Il bello che 539 non si limitava a galleggiare ma Bogi ci fece subito vedere che a lui era vincere che piaceva! Vinse d’acchito la Fezzano-Talamone e solo una situazione meteo ribalda gli sottrasse un GPI che aveva dominato in lungo ed in largo.
Subito dopo, dimostrando capacità mediatica fuori dal comune ed attitudine ad uscire dagli schemi, per la gioia dello sponsor Ambeco, espose la barca… alla Darsena di Milano, ovviamente senza chiglia! Intuì subito che il grande gioco si teneva in Atlantico, ci si recò e dopo qualche gara di assaggio prese il via alla SAS. È storia recente (stiamo scrivendo nel 2020) e tutti ricorderanno la soddisfazione enorme che vivemmo con la sua vittoria nella seconda tappa ed il secondo totale. Ormai anche i francesi si erano accorti di lui e nel 2017, pur dotato “solo” di P2 in una flotta in cui i P3 si contavano in più di due decine, non giocò certo a nascondersi. Arrivò sempre primo tra le barche gemelle della sua ed in più di una occasione tra i primi 7-8. Lo ricordo stravincere il prologo del Mini Fastnet, spalleggiato da quell’Alberto Riva di cui avremo molto da scrivere in futuro, battendo anche i pronostici.
Nella prima tappa della MT fu del tutto pari alle attese, strappando un sesto posto che poteva bastare di suo, ma che avrebbe potuto essere foriero di un ulteriore miglioramento nella successiva navigazione alle portanti, a lui assai congeniali.
E ci risiamo con lo sport meccanico! Il tempo di doppiare Capo Verde dove l’organizzazione aveva dirottato i concorrenti con rotta inusualmente meridionale per sfuggire ad una perturbazione, che l’attacco del balestrone di 539 dà segni di cedimento. Possiamo solo tentare di immaginare la forza morale che dovette sfoderare Bogi per riguadagnare la solita Mindella, di bolina, contro 25 nodi, per una cinquantina di miglia mentre tutti quelli che aveva dietro gli passavano da ogni parte come stelle filanti…
Comunque ci tenne assolutamente a concludere la prova, arrivando in ogni modo ancora 26esimo, per acquisire esperienza e, visto quello che è successo due anni dopo, altroché se ha fatto bene a continuare!
Emanuele Grassi
Anche Emanuele non aveva maturato da ragazzo particolari esperienze in deriva olimpica, essendosi dedicato a tempo pieno al ciclismo su strada, al punto di riuscire a militare per un paio di stagioni in un team professionistico, come dire il Figarò della due ruote! Da questa esperienza ereditò una determinazione ed una capacità di lavoro sotto stress senza pari, qualità che gli sono state quanto mai utili per colmare il gap tecnico che lo divideva all’inizio dalla moglie: nientemeno che Susy Beyer.
Mi raccontava delle lavate di capo che la ingombrante, velisticamente parlando, consorte non gli risparmiava nel primo anno di attività, quando uscivano insieme in barca. Le prime miglia il romano le ha effettuate su di un P1 e debuttò nella prima regata con una solitaria, la Roma Solo di Ostia, così tanto per gradire.
Rammento, non conoscendolo ancora, di quanto la cosa mi stupì favorevolmente. Al precisarsi delle ambizioni cambiò con un P2 ed iniziò la collaborazione agonistica con un velista col quale aveva tanto in comune, dall’età agli interessi sportivi, velici ed extra, il ticinese Andrea Rossi che ricordiamo finisher nel 2009. Affidati ad una comprensiva Susy i due mocciosi nati dalla loro unione, Emanuele scalò le vette tecniche allenandosi al centro di Genova sotto la dura guida di Riccardo Apolloni.
Posso testimoniare, essendoci stato presente anch’io, il tenore di una tipica seduta dell’autunno-inverno 2016-17:
-Venerdì dalle 11 alle 16 uscita tra le boe con tante manovre.
-Venerdì dalle 21 alle 04 circa di sabato Gallinara e ritorno (70 miglia) con tramontana sui 26-28.
– Sabato dalle 11 alle 16 boe.
– Sabato su Domenica dalle 21 alle 05 circa notturna espressa tra Voltri ed un waypoint 5 miglia lontano, girando come trottole.
I tempi morti erano per i briefing tecnici ed un po’ di riposo!
Capite come con un simile menù o si cambia sport o si riduce il gap dai francesi. Per Emanuele, che faceva questo arrivando spesso da Roma in macchina, fu “buona la seconda”. La sua preparazione fu interrotta da un grave incidente subito dalla barca che, in un fortunale, cadde dall’invaso e ci volle tutta la sua determinazione di cui sopra per venirci a capo per tempo.
Purtroppo la sua MT non è stata pari a quanto tanto faticosamente seminato. Nella prima tappa Ema incappò nell’urto con un OVNI che, in pratica, gli divelse mezzo specchio di poppa. Quello che accadde tra le due tappe è stata una delle pagine più belle di solidarietà marina ed amicizia tra quelle che abbia mai letto. Andrea Rossi si imbarcò col materiale necessario e riuscì a riparare Penelope 603 in tempo per la partenza della seconda tappa!
Ripartito con le fondate ambizioni che gli competevano Emanuele dovette rendersi conto che quell’anno per lui proprio non era storia: l’impianto elettrico andò in tilt definitivo e, senza più piloti, dovette cercare fino al fondo di se stesso per trovare le energie per condurre la barca per più di 1000 miglia stando sempre al timone, se non con qualche cappa per potere sopravvivere. Comunque non arrivò tra gli ultimi, stampò un 44esimo posto che, di certo, non era quello che si era prefigurato.
Il momento più triste quando si prende in mano la Storia dei partecipanti alla Minitransat è quando si deve precisare il contorno di quelli che, pur dispensando la stessa quantità di sudore e lacrime di chi ce l’ha fatta, hanno visto infrangersi il loro sogno, ed è una parte immancabile nel romanzo di ogni edizione, anche se in proporzioni variabili.
Luca Sabiu
Per il milanese fu galeotta la partenza della Vendée Globe 2016. L’esordio di Luca nei mini data alcuni anni prima. Il varo del P2 538 Jolly Roger, che altra non era stata che la barca di Daniela Klein, data nel 2010 quando, dopo una solida attività di charter e trasferimenti su imbarcazioni “over 10 mt”, scuola che abbiamo visto foriera di ottime qualità marine, fece il salto sui “piccoletti”.
Avveduto e consapevole di dover bruciare le tappe non si limitò a frequentare il centro di Genova, ma risalì direttamente alla fonte, imbarcando nelle due regate in double classiche del campionato italiano, l’Arci ed il GPI, addirittura il coach, Riccardo Apolloni, che se è duro sopportare per qualche ora al giorno come tecnico durante un stage posso tentare di immaginare come deve essere averlo a bordo per 5 giorni di fila!
Dopo due stagioni la vita di Luca imboccò un’altra direzione ed il milanese non si lasciò sfuggire l’occasione di fare della vela la propria professione collaborando come istruttore di punta in una scuola lombarda. Come ben si sa chi vive di vela in genere non trova il tempo di farne il proprio sport ed anche quella volta fu così. Sabiu rimase comproprietario di 538 con Massimo Ciccarelli, ma scomparve dai campi di regata.
Novembre 2016: ho appena spento il Pc per vedere la partenza della Vendée, ancora in trance riesco a rispondere al telefono e: ”Ciao Stefano, Sono Sabiu. Per cortesia mi sai dire quanti anni valgono le miglia corse in gara”? Sì perché le miglia qualificative valgono solo 5 anni. Due rapidi calcoli e ne uscì che se si fosse iscritto entro dicembre le sue sarebbero ancora state valide.
Cominciò la nuova preparazione invitando all’Arci Ambrogio Beccaria, tanto per rispolverare i riflessi col meglio che c’era in circolazione, come stile già conclamato in precedenza. Ebbe poi l’ottima idea di partecipare in solitario alla Roma x2, dove però si evidenziavano limiti ai piloti che lo costrinsero al ritiro. Terminato il ciclo pre-gara con alcune sessioni di alcuni giorni full immersion sotto la guida di Tommy Stella, altro grosso calibro da cui apprendere parecchio, Luca visse l’immensa soddisfazione di passare sotto le chiuse a La Rochelle, ascoltando a tutto volume la canzone che si era scelta, tra i battimani di un pubblico entusiasta e competente. Dico sempre a chi vuole iniziare il progetto Transat che occorre gioire intensamente di ogni momento regalato dalla MT, anche i giorni di attesa e perfino il traino fuori dal porto, dato che ci sono notevoli possibilità che tutti i bei ricordi si riducano a questi momenti.
Alla terza notte di gara, in avvicinamento a Capo Finisterre, Luca perse l’albero con un forza sette in poppa. Ferito nel morale, ma che più conta con una sospetta frattura costale, fu costretto ad abbandonare la barca. Nei giorni seguenti dette prova di una determinazione leonina, muovendo mari e monti fino al recupero di Jolly, sbucciato ma perfettamente galleggiante.
Matteo Rusticali
Quando l’amore sfrenato per una barca supera ogni considerazione logica ed il comune senso nautico. Non fatevi trarre in inganno dal numero velico della barca di Matteo, Spot 444. È quello un numero che veniva assegnato ai Mini intorno al 2003 ma la barca di Matteo era mooolto più vissuta. Quando ebbi la mia chance alla MT del 99 era già in banchina e non era neppure di primissimo pelo. Mi pare che il suo varo avvenne nel 91 e che, prima di tentarci col romagnolo, avesse concluso 6 o 7 Mini Transat.
Dopo un’ottima MT 2009 nelle mani dell’inglese Rawlinson, finì ad un armatore italiano che, impossibilitato a prendersene la doverosa cura, la lasciò a languire ed a deteriorarsi in un cantiere di Monfalcone fino a colpo di fulmine. Istruttore ed allenatore di vela, titolare di una veleria, Rusticali rimase folgorato da quel mini con la coperta delaminata in più punti e procedette all’acquisto. Matteo non è persona a cui dispiaccia il lavoro manuale. Si rimboccò le maniche passando l’inverno 2014-15 in cantiere ed il risultato dal punto di vista estetico fu ottimo.
Nell’era nelle prue e poppe potenti, degli spigoli rutilanti di potenza, vedere quel violino agilissimo in banchina faceva voglia di guardare in giro per vedere se per caso ci fosse Michael J. Fox scodellato dalla sua macchina del tempo alla Fezzano Talamone. Lo stupore aumentò quando ci si rese conto che il violino non era solo bello da vedere, con le sue linee vintage, ma che filava come una lippa!
Matteo correva in solitario e resse fino alla fine il passo dei migliori in doppio. Pochi giorni dopo un altro bel risultato all’Arci lo proiettò definitivamente come una delle migliori barche tra quelle del panorama nazionale. Nei mesi seguenti lo skipper continuò il lavoro di miglioria su Spot. Una modifica del regolamento di stazza l’obbligò ad un faticoso surplus di mano d’opera per costruire una tuga conforme alla volumetria stabilita dalla nuova Guida Mini.
Ma accadde dell’altro: ricordate l’albero che Andrea Caracci perse nel 2011, quello del zig zag con la mano di Tommy? Occhieggiava allo YCI ed il nostro, presente in loco per la Cap Cagliari non seppe resistere, e mi viene in mente “la sfortunata rispose” di manzoniana memoria, riferito alla monaca di Monza. Adattare le geometrie particolarissime di quell’armo richiese su Spot un lungo lavoro di modifiche che, associato a quello già lungo di suo della tuga, dilatò a dismisura i tempi di lavoro di Matteo e ricordo che passò la notte precedente al GPI lavorando sulla barca.
Costretto al ritiro per un errato montaggio di un elemento del sartiame dovuto alla stanchezza diceva lui, e non c’era motivo di non credergli, rimise le cose a posto i giorni seguenti ed ottenne un bel podio alla 222 in solitario. Tornato in Adriatico furoreggiò alla Ri-Mi-Ni vincendo a mani basse la bella regata organizzata da Michele Zambelli. Tentò un avvicinamento alla Regata Somma effettuato in chiave domestica, rimanendo fino all’ultimo in Adriatico ad allenarsi ed a scoprire i segreti di un’elettronica sontuosa, offerta dal suo sponsor tecnico, BeG.
Difficile scrivere del resto: nel corso della prima notte di gara quell’albero, che proprio non era nato sotto una buona stella, cedette e la bolina con armo ridotto per rientrare in qualche punto della costa fu purtroppo tutto quello che di navigazione la MT 2017 poté offrire a Matteo Rusticali. Gli rimane la soddisfazione di avere saputo donare nuova vita ad una barca che era in stato di abbandono.
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