mercoledì, Luglio 24, 2024

Avventura in Montenegro racconto di Paolo Brunello

Giugno 2010. Finalmente lo scirocco che ci ha costretti a stare fermi un giorno a Ragusa vecchia si attenua e possiamo proseguire verso sud. A bordo siamo in sei, c’è il mio equipaggio preferito di amici veneziani con cui fare lunghi trasferimenti in sicurezza e allegria. Espletiamo le formalità di uscita dalla Croazia: per fortuna qui i doganieri sono gentili e tutto si svolge facilmente e rapidamente, non come a Dubrovnik dove i poliziotti sono antipatici e cerca-grane. Onda lunga e nemmeno un alito di vento, costeggiamo a motore la grigia scogliera fino a Molunat. Diamo ancora in mezzo alla baia e Franco prepara un’ottima pasta con i granciporri comprati al mercato del pesce.

Sono alquanto preoccupato per una perdita d’acqua che esce dalla pompa di raffreddamento del motore. Avevo, come sempre, cambiato la girante e le guarnizioni a inizio stagione e tutto sembrava a posto, ma a quanto pare c’è qualcos’altro che non va. Doppiamo punta Ostro con la sua imponente fortezza ed entriamo nel fiordo di Cattaro.

Non faccio dogana a Zelenica, come altre volte, e proseguo verso il fondo del fiordo. Controllo ogni tanto il motore e vedo che la perdita d’acqua aumenta; ho intanto messo un recipiente sotto la pompa per recuperare l’acqua che esce. Quando stiamo passando davanti al cantiere di Bijela lo scarico cambia rumore: spengo subito, è chiaro che la pompa ha ceduto, non possiamo più usare il motore.  Con questo equipaggio non ho timore di affrontare qualsiasi emergenza, discutiamo un po’ sul da farsi e decidiamo di proseguire verso il paese di Cattaro. Sfruttiamo al massimo la leggera brezza di direzione variabile, tiriamo qualche bordo e riusciamo a passare lo stretto arrivando davanti a Perasto. Qui il vento molla del tutto, non resta che mettere il motore al gommoncino e spingere la barca. Il nostromo Franco si prende carico di mandare avanti il Michaelone, anche stavolta il Mercury da 6 cv fa il suo dovere.

Ogni tanto qualche leggera raffica scende dalla montagna e fa gonfiare le vele; con la sola spinta del Mercury riusciamo a fare tre nodi. Per fortuna il molo davanti alla capitaneria è libero e riusciamo a ormeggiare senza problemi. Un poliziotto rompiscatole ci fa perdere un paio d’ore per le pratiche doganali, nel frattempo è partita una brezza da Ovest che spinge la barca contro il molo, non facile il disormeggio usando solo il gommoncino.

In qualche maniera riusciamo a spostare la barca fino al marina e ormeggiarla dignitosamente con corpo morto. Chiediamo al marinaio di mandarci un meccanico: dopo un’ora arrivano in due, uno di loro parla abbastanza bene la nostra lingua perché ha prestato servizio su navi italiane. Smontano la pompa, il danno è subito evidente: l’alberino della trasmissione è distrutto, ci dicono che per la riparazione dovremo aspettare la sera del giorno dopo. Ci addentriamo nei vicoli del paese: sembra di essere in un sestriere di Venezia. Qui la Serenissima ha lasciato la sua impronta indelebile, come in molte altre città marittime fino a Costantinopoli.

Per la natura che la circonda e per le sue bellezze architettoniche Cattaro merita appieno la sua inclusione nella lista dei “Patrimoni dell’umanità” protetti dall’Unesco. Fondata nel periodo romano, vanta una storia secolare in cui molti popoli si sono affrontati per la conquista di questo fiordo strategico. Fu una prima volta dotata di fortificazioni dall’imperatore Giustiniano nell’anno 535, sono poi passati di qui Goti, Bizantini, Saraceni, Bulgari, Serbi, Ottomani. Entrò sotto la protezione della Repubblica di Venezia nel 1420. La Serenissima investì un ingente patrimonio nella costruzione dell’imponente cinta muraria che si inerpica sulla montagna scoscesa, ancora perfettamente conservata. Sotto il dominio veneziano la città fu soggetta a varie vicissitudini come l’assedio da parte degli Ottomani, una epidemia di peste nel 1572 e due terribili terremoti negli anni 1563 e 1667.  Sarebbe troppo lungo raccontare la storia dei secoli successivi fino all’assegnazione di questa regione alla Repubblica Socialista del Montenegro; rammento solo che rimase per molto tempo territorio italiano.

La città è stata ricostruita dopo il terremoto che l’aveva nuovamente distrutta nel 1979.
Noi tutti da bravi pensionauti ammiriamo l’arte, adoriamo le bellezze naturali, apprezziamo il buon cibo, ma una cosa che non può sfuggire a chi arriva in Montenegro è la bellezza delle donne. Rimaniamo stupiti nel vedere così tante belle ragazze passeggiare per le vie della città, sono eleganti, aggraziate, disinvolte, oserei dire che hanno una grazia naturale da regine. In effetti il nostromo mi fa notare che la regina Elena di Savoia era una montenegrina. Qui le veline di canale 5 passerebbero inosservate. E’ un vero piacere stare seduti in un bar del lungomare e guardare sfilare le bellezze locali. Visto che il giorno dopo dovremo passare qui la giornata ad aspettare i meccanici, decidiamo di andare a visitare l’interno del Montenegro. Al mattino andiamo in una agenzia turistica per noleggiare un pulmino con autista. Non ci siamo accorti che durante la notte è attraccata sul molo del paese una grande nave da crociera e non si trova niente di disponibile. Alla terza agenzia ci dicono che hanno trovato qualcosa per noi: arriva un furgone Fiat Ducato alquanto decrepito, l’autista si chiama Dimitri, parla solo la sua lingua e il russo. Ha l’aria di essere un buontempone, continua a parlare disinvoltamente in montenegrino facendoci da Cicerone come se noi lo capissimo. In effetti dopo un po’ Paolo e Luciano, gesticolando e parlando veneziano, cominciano ad avere una accettabile conversazione con Dimitri. Il rumoroso furgone si inerpica tra i mille tornanti della strada che porta in cima alla montagna e si ferma nel posto più panoramico.

Di qui la veduta è davvero mozzafiato: tutto il magnifico fiordo è sotto di noi, in questa splendida giornata si può vedere ogni particolare dei paesi che si affacciano sul golfo compresa la nostra barca.   Ci porta a visitare il parco nazionale di Lovcen e il famoso mausoleo di Petar Petrovic; qui dall’altezza di 1657 metri si può avere una eccezionale vista panoramica su tutto il Montenegro e su buona parte delle Alpi Dinariche. Proseguiamo per Cettigne, l’antica capitale, visita al monastero ortodosso, ma intanto è arrivata ora di pranzo. Ci porta in un ristorante tipico in cui ci servono dell’ottimo agnello cotto con la “peca”. Si tratta di una pesante campana di ghisa, dentro alla quale viene messa una teglia con le pietanze.

La campana viene poi coperta di carboni ardenti che vengono ravvivati in continuazione. L’ho vista usare in tutta la Dalmazia, il risultato è ottimo sia con carne che con pesce. Nel pomeriggio Dimitri insiste per portarci a casa sua; ormai ci capiamo alla grande e la giornata ha preso l’andazzo di una allegra scampagnata tra vecchi amici.

Guida fino ad una contrada che sta in alto sulla montagna a Ovest di Cattaro; ad un certo punto esce dalla stretta strada normale e si addentra in un bosco di pini in forte pendenza senza alcuna carreggiata, cantando una sua canzone folcloristica. Rimaniamo esterrefatti nel trovarci col furgone tutto piegato da un lato e lui che guida a forte velocità in mezzo al bosco sfiorando le piante. Ordine perentorio del nostromo Franco: tutti sopra vento! La ciurma esegue all’istante. Il nostro taxi driver si ferma su una radura a pochi metri da un precipizio, ci fa scendere e guardare il panorama: da non credere, siamo a circa un migliaio di metri d’altezza proprio sopra la città di Cattaro, in basso si vede la gente camminare per le strade. Ma Dimitri non ha finito di sorprenderci: tira fuori due bottiglie di vino con tanto di bicchieri e da questo posto sconosciuto al resto del mondo brindiamo alla bella giornata. Poi ci porta a casa sua e oltre a farci assaggiare del buon formaggio di pecora fatto da sua moglie, dobbiamo per forza assaggiare una grappa di sua produzione: altro che nitroglicerina, al primo sorso poco ci manca che mi si disfino i denti, appena posso regalo il rimanente ad un cespuglio di ginepro, mi piacerebbe sapere se è sopravvissuto. Dimitri insiste nell’invitarci di nuovo a casa sua per il giorno successivo, dice di voler prepararci un agnello allo spiedo. Fatichiamo a convincerlo che siamo in ritardo e dobbiamo per forza proseguire per il nostro viaggio. Ci tocca promettere solennemente che torneremo l’anno prossimo per onorare il suo invito. Quando rientriamo in paese troviamo i due meccanici che ci stanno aspettando seduti sulla panchina di fronte alla barca. In pochi minuti rimontano la pompa, hanno sostituito i cuscinetti e ricostruito la forcella dell’alberino, il prezzo che chiedono è accettabile. Possiamo continuare il nostro viaggio verso la Grecia. Ripartiamo di buon mattino con mare calmo ma tempo instabile. Appena in mare aperto vediamo nubi minacciose e si sentono tuoni vicini. Oggi non ci va di fare gli eroi, perciò facciamo una deviazione e andiamo ad appoggiarci al moletto di Bigova, visto che è libero. I temporali passano in fretta, per noi solo un acquazzone di dieci minuti, giusto per lavare la barca e torna il sereno. Nel pomeriggio ormeggiamo al marina di Budva. Dopo Cattaro è la località turistica più frequentata del Montenegro, ci sono belle spiagge e molti alberghi per tutte le tasche, nonché la grande attrazione turistica di Sveti Stefan, un villaggio di pescatori trasformato in hotel di lusso. Qui la sfilata di belle donne sul lungomare è anche più sfarzosa che a Cattaro e le vediamo passeggiare disinvolte per la city in costume da bagno.

Noi apprezziamo. La sera ci facciamo consigliare un buon ristorante, ci sediamo così nel giardino di un palazzetto stile anni 30. Tutto molto raffinato; il maitre arriva col carrello del pesce, scegliamo quello che ci pare migliore. Poi ci presenta la lista dei vini: ci facciamo consigliare il bianco locale più adatto visto che i prezzi sono contenuti. Dopo un po’ arriva un cameriere con tanto di marsina e atteggiamento alquanto formale, spingendo il carrello con sopra il secchiello del ghiaccio in argento. Comincia la sua cerimonia: toglie la bottiglia dal ghiaccio, la asciuga col tovagliolo che teneva sul braccio, mostra a tutti l’etichetta, stappa la bottiglia, annusa il tappo, ne versa un po’ al commensale più vicino; dopo un segno di approvazione riempie i bicchieri.

La cerimonia si ripete per la seconda volta, poi la terza, la quarta, la quinta. Quando ordiniamo la sesta, il cameriere arriva con la bottiglia già stappata e la sbatte sul tavolo andandosene sdegnato. Il tempo di vederlo girare l’angolo e scoppiamo in una fragorosa risata: aveva sottovalutato i veneziani, il tapino. Ancora adesso quando ci troviamo in compagnia e stappiamo una bottiglia, la sbattiamo sul tavolo per ricordare l’episodio e nuovamente piovono risate.