Paolo Liberati – Ottobre

Ho  contattato Paolo Liberati il mese scorso, ha la barca a Po di Levante dove sta facendo grandi lavori sulla  coperta, e con la scusa che abitando anche lui a Verona potremo prendere un caffè assieme,  mi è sembrato più facile chiedergli di presentarsi ai lettori di RTM.

Parlare di Paolo Liberati in primis significa parlare di Eritrea, di Dhalak, di Mar Rosso, anche se poi ineluttabilmente si arriva al suo giro del mondo con Malaika, e per me affrontare certi argomenti, programmare i ”viaggi delle vita”, è sempre stimolante.

Adesso che la pandemia comincia ad essere un ricordo ( pur se non superato) e si torna a poter sognare  mete lontane (perchè i sogni si possono realizzare),  ho preso spunto dalla presentazione del personaggio del mese di AGOSTO per aprire una finestra sull’Eritrea e sulle  Dhalak.

Tutto è iniziato con un sogno nel cassetto, nato molti anni fa, quando il Mar Rosso era ancora “acqua vergine”, e le sue acque erano  ancora sconosciute dai più fra i velisti e naviganti…….ma lui, Paolo, era la, era nato la, a tutto quel mare davanti a Massaua era casa sua…….

I sogni però vivono dentro di noi, si ripresentano quando meno te l’aspetti, e quando parlando con Antonio Penati nel 2012 o giù di li gli ho raccontato che cercavo  un viaggio nelle marse del Mar Rosso, lui mi ha acceso una lampadina, e con la passione che lo contraddistingue per progettare nuove imprese mi ha detto:    perchè non organizziamo un viaggio alle Dhalak con Liberati? lui è nato in Eritrea, ha i contatti giusti e conosce quel mare, potremmo fare una carovana e andare tutti assieme…..

Io ormai avevo la mia barca da giro del mondo, il mio  Sound of Silence, e mi sentivo pronto per grandi imprese, e ci è voluto poco per metterci d’accordo: era  il 2012, e questo che vi “leggo” è il promemoria che avevo scritto per coinvolgere i VE-LISTI al fine di raccogliere le prime adesioni

 

Destinazione dahlak-1

27 dicembre 2012

La settimana scorsa ci siamo incontrati al Frangente con  Antonio Penati  e Paolo Liberati per farci gli auguri, scambiarci un po’ di info e concordare i primi punti da affrontare.

Abbiamo confermato il “chi fra che cosa” ( a parte l’ovvia interscambiabilità), e cioè:

  • Antonio: pianificazione dell’itinerario, della sicurezza (impiantistica di bordo) e del meteo, oltre alla divulgazione del progetto attraverso i canali direttamente seguiti ed il network del Frangente
  • Paolo: permessi per transitare dai vari paesi che si toccheranno, e quindi della burocrazia che dovrà essere  affrontata e delle PR
  • Mario: organizzazione operativa e della prenotazione per la flotta nei porti/marina di transito, contatti con le agenzie locali per i tour durante le soste.

Si ipotizza che la flottiglia potrebbe essere composta da una decina di imbarcazioni, e per questo inizieremo da subito a raccogliere le intenzioni di adesione, in modo da essere pronti fra un anno, nel 2013 , con il programma dettagliato che potrebbe essere presentato alla Fiera di Genova.

Abbiamo confermato  che l’appuntamento potrebbe essere ad Alanya a settembre del 2014, anche se verrà proposto un percorso di avvicinamento dall’Italia attraverso la Grecia e la Turchia a partire dalla primavera.

Sperando che entro due anni siano superate le difficoltà politiche nei paesi che sono interessati dal percorso, la crociera dovrebbe partire da Alanya (Turchia) a novembre 2014, toccare Cipro, Libano se possibile), Israele, Egitto, per entrare nel mar Rosso a dicembre e scendere fino a Port Galib dove aspettare il nuovo anno 2015.  Quindi dopo le feste partire verso il Sudan, ultimo porto servito Massawa, Eritrea, e rientrare verso il canale di Suez  ad aprile.

Poi si deciderà se rimanere nel Mar Rosso  o rientrare  subito nel Mediterraneo.

 

Destinazione dahlak-2

5 febbraio2013

I giorni passano, e mentre sono già alla vigilia della partenza per il mio secondo viaggio in Pacifico, anche  “Destinazione  Dahlak” prende corpo  piano piano.

Mi sono visto con Antonio Penati ieri sera al Frangente, ed abbiamo scambiato 4 chiacchiere  sull’interesse che  il progetto sta destando sul network. Piace molto l’idea, e speriamo che  al momento giusto anche le adesioni siano sufficienti a garantire un viaggio in sicurezza ed in buona compagnia.

Il  progetto potrebbe essere presentato alla fiera del mare di Genova il prossimo ottobre, e per allora saranno pronti anche i dettagli.

Avremo individuato i possibili marina dove sostare, i referenti locali durante la permanenza, per visitare i dintorni durante le soste. Paolo ci darà le informazioni sulla burocrazia per entrare nei vari paesi, e così potremo formulare un piano orientativo dei costi da sostenere.

Nel frattempo Antonio ha già preparato un itinerario ipotizzabile, che vi allego, così se qualcuno vuole prendere  visione di dove e come raggiungermi può già iniziare a farlo.

Speriamo che le condizioni politiche migliorino per la fine del 2014, ed i paesi che si affacciano sul Mar Rosso trovino stabilità: mancano quasi 2 anni, e c’è tutto il  tempo.

Come vedrete l’appuntamento per la partenza è stato ipotizzato a Cipro, lato Greco, per evitare la burocrazia Turca, ed anche per la facilità di fare A/R dall’Italia fra settembre e novembre, lasciando la barca sicura in un  marina.

Chi invece è già in Turchia, potrà fare sosta ad Alanya e poi con poche decine di miglia raggiungere Cipro a Novembre.

Paolo Liberati, che è nato in Eritrea, ha preparato le news per il suo network, e per non fare duplicati inutili ve le allego.

Alla prossima

mario

 

Nell’estate del 2013 avevamo quasi completato la carovana con 8 adesioni, l’atmosfera era elettrizzante fra di noi organizzatori, poi la doccia fredda: questa è l’email che paolo Liberati ha mi ha inviato con l’annuncio della sospensione del progetto per la guerra in Egitto

 giovedì 2013-11-21 15:14

Ciao Mario,si è stato con molto dispiacere che abbiamo comunicato la momentanea sospensione del programma Dahlak. Io spero fermamente che le cose possano migliorare e che lo si possa far ripartire. Inshallah!Purtroppo anche questa volta non riusciremo a vederci perché domani tornerò a Trapani. Mi fermerò però dolo una ventina di giorni e quindi spero di poterti vedere al mio rientro e comunque prima di Natale.Per ora un abbraccio,Paolo

 

Beh, vi chiederete il perchè di queste rimembranze: nel 2018 ho partecipato finalmente   ad un viaggio in Eritrea, con 3 giorni indimenticabili trascorsi in tenda alle Dhalak, ma il sogno di vivere una profonda esperienza alle Dhalak non si è mai assopito, e leggendo lo scritto che Paolo Liberati ha preparato per RTM, mi è venuta voglia di proporgli un altro viaggio, assieme, alle Dhalak.

Credo che gli si siano accesi gli occhi….e magari anche a voi succederà lo stesso leggendo il seguito…

Vi presento Paolo Liberati

 

 

RIFLESSIONI NOSTALGICHE DI UNO PSEUDO NAVIGATORE OCEANICO.

di Paolo Liberati

Sono seduto al tavolo di carteggio della mia barca, Malaika5, con un bicchiere di rum Flor de Caña in mano, per tirare un po’ il fiato dopo una giornata di lavoro impegnativo e stancante: sto rifacendo il calafataggio della coperta in teak che, dopo 23 anni di esposizione a sole ed intemperie, comincia a dare segni di cedimento.

Mi piace lavorare in barca. Quando penso di esserne capace, preferisco i lavori farmeli da solo, DIYS Do It Your Self dicono i nostri amici anglosassoni, anche perché sono in pensione, tempo libero ne ho ed un po’ di manualità non mi manca. Poi il lavoro magari non viene perfetto, a regola d’arte, ma io intanto ho impegnato il mio tempo, mi sono divertito, anche se a volte ho  smadonnato un po’, e soprattutto so bene cosa ho fatto e dove sono i punti deboli su cui dover eventualmente ancora intervenire in futuro.

Avrei dovuto farlo anche nel 2007 quando, in procinto di andare in pensione, ho acquistato questa barca, un Beneteau 50 del 1997, ed ho iniziato ad attrezzarla ed equipaggiarla per fare, insieme a tre amici, il giro del mondo.  E invece purtroppo stavo ancora intensamente lavorando, non avevo tempo di farmi i lavori necessari, né tantomeno di seguire da vicino, i lavori che alla fine ho dovuto affidare a professionisti del settore, spendendo un sacco di soldi ma soprattutto non imparando nulla da chi mi avrebbe potuto insegnare tante cose e non venendo a conoscere a fondo come le nuove attrezzature erano state istallate. È un errore che alla fine ho pagato durante le nostre navigazioni oceaniche, quando qualche impianto ha cominciato a dare problemi e nessuno a bordo aveva la minima idea di dove mettere le mani!

Ma tra un sorso di rum e l’altro il pensare è migrato dalla resina Sikaflex a quel giorno, il 29 giugno 2008, quando con Adriano Fante, Enrico Martinelli e Maurizio Paracchi abbiamo staccato gli ormeggi dal pontile del Marina di Albarella per iniziare la nostra avventura oceanica.  Eravamo quattro amici amanti del mare, con una discreta esperienza di vela, maturata per lo più in Adriatico durante le tante crociere estive lungo le coste dell’Istria della Dalmazia, ma con poca o nulla esperienza di lunghe navigazioni offshore, di oceani e di Mari del Sud. Avevamo lasciato a casa mogli e figli e quindi, per minimizzare l’impatto di questa folle ed egoistica decisione, ci eravamo impegnati a concludere la nostra navigazione intorno al mondo nell’arco di due anni. Un programma anomalo, che tanti non hanno capito ed hanno criticato, ma che per noi era l’unica fattibile alternativa, se avevamo interesse e speranze di trovare poi qualcuno ad accoglierci sul molo di Albarella, al nostro rientro a casa!

E così è stato. Con una precisione svizzera, il giorno 27 giugno 2010 siamo rientrati al Marina di Albarella e alle ore 12:00 abbiamo lanciato, a due amici improvvisati ormeggiatori, le cime di ormeggio.

E le nostre mogli ed i nostri figli cerano ancora, insieme a tanti altri amici che erano venuti a darci il benvenuto, al personale del Marina, al Sindaco di Rosolina, a qualche fotografo e qualche giornalista. E noi eravamo sempre noi, gli stessi che due anni prima era partiti dallo stesso molo, sempre amici, più amici di prima, legati da una convivenza circoscritta ad uno spazio limitato ma scandita da tempi serrati, che non hanno lasciato spazio a paturnie e lucubrazioni. La formula ha funzionato, ci siamo certamente persi tanti posti bellissimi e tante occasioni, ma siamo tornati a casa come eravamo alla partenza, con una famiglia che ci ha aspettato, con una barca più bella ed efficiente di quella di due anni prima, e con una strana luce negli occhi, la luce dei Mari del Sud, con riflessi turchesi.

Un amico mi ha regalato per l’occasione una t-shirt su cui c’era scritto: Please, keep calling me CAPTAIN (Per favore, continuate a chiamarmi CAPITANO). In effetti per tutto il viaggio, in tutti gli uffici portuali, doganali e sanitari ed in tutte le comunicazioni radio, io ero identificato come: CAPTAIN. Fa un certo effetto, qui da noi non ci siamo abituati a queste formalità.

Ed ora? Sono passati dieci anni, io continuo ad andare per mare su Malaika5, prima con base a Trapani, ora a Porto Levante, purtroppo due dei quattro compagni di avventura non sono più con noi, ci ritroveremo un giorno per ripartire insieme, questa volta senza limiti di tempi e di rotte. Ho scritto un paio di libri su questa indimenticabile avventura, spesso vengo invitato a raccontarla o a mostrare qualche foto e video. Qualcuno mi definisce “navigatore oceanico”. No, non mi sento un navigatore diverso da tanti altri, sono semplicemente un velista con 50.000 miglia di esperienza in più, più sicuro, più tranquillo, proprietario di una barca che adoro e che ora conosco in ogni suo più piccolo dettaglio. Ma mi sento sempre un velista “normale”, non mi sento di appartenere a quella élite di navigatori oceanici che hanno passato gran parte della loro vita in oceano, o hanno compiuto imprese eccezionali dal punto di vista velico o agonistico.

Ma spesso, come ora, mi sorge spontanea una domanda: come ho fatto a sognare e poi realizzare una simile avventura, partendo da praticamente zero? La risposta che mi sono dato è una sola: non sono partito veramente da zero, nel mio DNA c’era stato, una cinquantina di anni prima, un importante imprinting dovuto alle mie esperienze di navigazione e pesca, maturate, sin dalla tenera età di quattro o cinque anni, a fianco di mio padre e mia madre, in Eritrea, nelle favolose e pescosissime acque delle isole Dahlak, in Mar Rosso.

E cosi, spesso, come ora, mi piace ricordarle e raccontarle quelle esperienze, almeno quelle che ancora restano impresse nella mia memoria e, come ogni racconto che si rispetti, anche questo inizia con la fatidica frase: “Correva l’anno ….”

Correva l’anno 1952 quando un gruppo di subacquei, scienziati, ricercatori, fotografi e scrittori italiani organizzarono una spedizione scientifica e sportiva in Mar Rosso, scegliendo come base operativa il porto di Massaua. La barca su cui si imbarcarono si chiamava FORMICA, i personaggi più importanti della squadra, il gotha della subacquea italiana di quei tempi, erano Bruno Vailati, Raimondo Bucher, Gianni Roghi, Federico Baschieri, Folco Quilici, e tanti altri. Il loro obiettivo era catturare e catalogare nuove specie ittiche di quei mari allora poco conosciuti, scrivere qualche libro (i.e: Dahlak, di G. Roghi e F. Baschieri), fare foto subacquee e girare in film (Sesto Continente di F. Quilici). Chi ha la mia età ed è un amante del mare non può non ricordare almeno alcuni di questi nomi.

E a Massaua conobbero e si appoggiarono a mio padre e a mio zio, Filippo Casciani, per risolvere alcuni dei tanti problemi logistici ed amministrativi. E così si divenne grandi amici, sul FORMICA insieme a loro c’erano spesso i miei genitori ed un piccolo marmocchio di cinque anni, io.

   

Quando ripartirono, lasciarono in eredità a mio padre e a mio zio parte delle loro attrezzature (le maschere con vetro rotondo, stringinaso e sacchetto di compensazione sul cinghiolo, le pinne Salvas-Pirelli, i fucili subacquei a molla Cressi mod. Cernia) e a me un virus che non mi ha più abbandonato: la passione per il mare e per la pesca.

Mio padre ci mise sopra un carico da 90 quando mi regalò la mia prima barca, un sandolino. E con quello, qualche inseparabile amico ed un fucile ad elastici costruito da me, iniziai la mia carriera di pescatore subacqueo. Per auto-costruire il fucile (allora il termine “arbalete” era a noi sconosciuto) utilizzavo come elastici strisce di camera d’aria da camion (quelle quasi introvabili di gomma verde erano le migliori), come affusto un mezzo murale di legno da 4×4, l’asta era un semplice tondino di ferro appuntito, senza arpione e senza sagola. Ci si immergeva, si sparava e si correva giù subito a prendere in mano le due estremità dell’asta per non fare sfilare il povero e malcapitato pesce.

 

 

Gli anni passavano e di anno in anno le mie capacità subacquee miglioravano, le attrezzature non erano più autocostruite ma venivano acquistate in Italia da mia sorella che studiava a Roma ed inviate come bagaglio a seguito del primo malcapitato amico che rientrava in Eritrea dalle vacanze. Al Cernia lasciatoci da Bucher si sostituì il più potente Cernia Velox, poi iniziò l’era dei fucili oleopneumatici, il Lampo della Cressi, Il Jaguar della Technisub, il Superjet della Mares, seguito dai vari Sten, dal Titan SL, sino al micidiale e pesantissimo Bazooka.

Con il crescere della potenza dell’artiglieria crescevano anche le dimensioni delle mie prede e la mia passione per il mare e la pesca subacquea.

A 17 anni, finito il liceo ed in procinto di iniziare gli studi universitari, ero molto combattuto da due scenari tra loro incompatibili: iscrivermi all’università come volevano i miei genitori o dedicarmi a tempo pieno, a livello professionale, al mare e alla pesca. Hanno vinto i miei genitori, mi sono iscritto all’università (ad Asmara c’era la facoltà di Ingegneria, ma per il solo biennio, poi bisognava andare in Italia per proseguire il programma di studi). Ma sono anche riuscito a dedicarmi a livello semi professionale alle mie passioni, nei ritagli di tempo e durante le vacanze. A quei tempi non avevo ancora scoperto la vela, navigavo sulle barche locali, che si chiamano sambuchi, o su qualche vecchia carabattola che faceva piccolo cabotaggio tra Massaua e le isole Dahlak. E facevo pesca subacquea. Chi andava sott’acqua ci andava per pescare, non per guardare, fare foto o video, come si fa ora. Non era ancora d’uso comune la parola magica “ambiente” e quindi non c’era ancora quella sensibilità che tutti noi ora abbiamo verso la salvaguardia dell’ambiente marino e delle specie ittiche in pericolo di estinzione: si andava sottacqua per sparare e si sparava a tutto, credetemi, a tutto, e non voglio entrare in dettagli che oggi apparrebbero scabrosi.

Ed io ero un pescatore micidiale, il migliore sulla piazza, ero amico di tutti i nakuda (i capitani dei sambuchi dankali e yemeniti), conoscevo le isole Dahlak come le mie tasche e sapevo dove si potevano trovare le cernie giganti da oltre un quintale, gli squali Carcarinus Longimanus, i barracuda da oltre due metri. Divenni presto conosciuto anche in Italia, si scriveva di me sulla rivista Mondo Sommerso, iniziai a lavorare come organizzatore ed accompagnatore di spedizioni di pesca subacquea per Club Vacane e per gruppi di facoltosi industriali che gravitavano sul negozio di attrezzature subacquee di Giorgio Della Valle a Porto Rotondo.

 

Poi purtroppo a fine anni 60 dovetti trasferirmi in Italia, a Trieste, per continuare i miei studi universitari. Continuai ancora ad organizzare qualche gruppo ma la cosa si faceva difficile e non riuscivo più a conciliare le due cose. Nel 1972 mi sono laureato (nel frattempo, al fine di terminare prima e rientrare in Mar Rosso il più presto possibile, avevo cambiato facoltà: da Ingegneria di cinque anni a Geologia di quattro, la mia tesi di laurea era intitolata Morfologia e Tettonica dell’Isola di Dissei, arcipelago delle Dahlak), mi sono sposato, con mia moglie Daniela ho fatto un viaggio di nozze anche questa volta un po’ anomalo: con un Land Rover ed una tenda Aircamping sul tetto, abbiamo attraversato tutta l’Africa, in lungo e in largo, 60.000 km in 4 mesi (ma questa è un’altra storia).

Durante questo viaggio, in Kenya ho trovato lavoro presso una società che costruiva strade e da lì è iniziata la mia attività professionale che è durata oltre 38 anni, terminata nel 2008 quando ero Direttore Estero di una importante società di ingegneria italiana. Ma quel giorno sono anche definitivamente naufragati i mei sogni subacquei.

Ma non si è certo assopita la mia grande passione per il mare che è scoppiata più forte che mai quando alla fine degli anni 80, lavoravo e vivevo a Verona, ho scoperto il Lago di Garda e la vela.

    

Al termine del campionato mondiale Hobie Cat a Riva del Garda ho comprato, usato, un Hobie Cat 17, iniziava la saga dei Malaika, a cui ha fatto presto seguito un Hobie Cat 18 Formula, con terrazze e gennaker, il Malaika2. Mi divertivo, scorrazzavo per il lago con il Pelèr del mattino o l’Ora del pomeriggio, tante scuffie, qualche regata vinta, la partecipazione all’Europeo 18 Formula (interrotta durante la prima prova per scuffia e infortunio del mio prodiere).

A fine 95 ormai la febbre per la vela era giunta al calor bianco e quindi era il momento di spostarci sul mare e cimentarci con qualche navigazione più impegnativa. È arrivata in famiglia Malaika3, un Janneau Sur Rise 34. I figli avevano l’età giusta per seguirci e quindi i nostri Week-End e le striminzite vacanze estive le trascorrevamo a bordo. All’inizio la nostra maggior preoccupazione era l’”attraversata”! Una navigazione d’altura di 80/90 miglia! Ci studiavamo su per giorni, cercando di interpretare le previsioni meteo (allora non c’erano ancora Windy, WindFinder o i grib files!), tracciavamo le rotte sulle carte nautiche (non c’erano ancora i GPS cartografici, per fare il punto si usava il Loran, quando funzionava!). La prima “attraversata” si è conclusa in modo tragicomico: partiamo da Albarella al mattino molto presto, rotta su Pola dove facciamo le carte di ingresso in Croazia, poi proseguiamo per la baia di Veruda, dove intendiamo trascorrere la nostra prima notte di crociera all’ancora. Fuori dal ridosso di Pola becchiamo un bel borino sostenuto, proseguiamo imperterriti di bolina, tra botte e spruzzi. È quasi sera quando raggiungiamo la baia ben ridossata, caliamo l’ancora e scendiamo sottocoperta per prepararci alla tanto agognata prima notte. Sorpresa! La cabina di prua è allagata, i materassi zuppi di acqua salata, avevamo lasciato aperto l’osteriggio! Primo errore madornale, prima di partire bisogna sempre controllare che tutti gli osteriggi e gli oblo siano ben chiusi! Ma quanti altri gravi errori ho fatto nella mia carriera velica? Tanti, tantissimi, ora dopo le recenti esperienze oceaniche forse un po’ meno, ma il pericolo è sempre in agguato.

Nel 2003 vendiamo Malaika3 e arriva Malaika4, uno stupendo Elan 40 nuovo di pacca, lo abbiamo visto crescere in cantiere durante la sua gestazione, tra le cime innevate della Slovenia, vicino alle piste da sci di Kranjska Gora. È una barca moderna, molto performante ed alle linnee eleganti. Ci divertiamo sia in crociera che in regate di circolo, qualcuna anche la vinciamo.

 

Ma ahimè siamo ormai nel 2007, il tarlo del giro del mondo in vela si è insediato nella mia massa celebrale, comincio a programmare la fine della mia carriera professionale per entrare nel mondo dei pensionati. Avrò presto 60 anni e 38 anni di contributi versati, la Fornero non è ancora apparsa all’orizzonte. Si può fare, a gennaio 2008 potrò andare in pensione e in estate dello stesso anno potrei partire per la tanto sognata avventura. Comincio a pensare alla barca, Malaika4 può andar bene? Forse potrebbe, ma … vedo che quando carico una cassa di prosecco nel gavone di dritta la barca si inclina verso dritta. No, non va bene, è troppo leggera, ha poca riserva acqua, poco gasolio, va troppo veloce!!!. Decido di venderla, a fine estate arriva il suo nuovo proprietario, un velista di Lecce, ci sale sopra, mette in moto e si allontana sorridente dal pontile per navigare verso casa, verso sud. Sul pontile io e Daniela abbiamo le lacrime agli occhi.

Al salone dell’usato Nautilia di Aprilia Marittima trovo la barca che cercavo, un Beneteau 50, si chiama Antares II, di proprietà di un precisissimo e meticolosissimo ingegnere aeronautico austriaco. È una barca robusta, con una riserva d’acqua di 1000 litri, 500 di gasolio, una carena disegnata dallo Studio Farr, tenuta in modo maniacale, quasi come nuova. Una veloce trattativa ed è presto mia. Diventa Malaika5, la protagonista indiscussa degli ultimi 15 anni della mia vita.

E siamo tornati a quel fatidico 29 giugno 2008, alla partenza per il giro del mondo di cui ho accennato all’inizio di questa storia e che ho raccontato nel mio libro Malaika – Un giro del mondo in 680 giorni, Edizioni Il Frangente.

 

È stata una magnifica esperienza, con dei compagni favolosi, tutto ha filato liscio secondo il preciso cronogramma che ci eravamo imposti sin dall’inizio, ma quando risalendo il Mar Rosso, passando da qualcuna delle isole della Dahlak che io conoscevo così bene e facendo tappa a Massaua, mi è tornata forte la nostalgia dei tempi passati.

 

Ma io ero profondamente cambiato, a bordo avevamo compressore, bombole e tre fucili subacquei che non abbiamo mai tirato fuori dal gavone di prua. Quando ci siamo immersi al Two Fathoms Banks, ai confini con il Sudan, abbiamo fatto un incontro mozzafiato con una cernia gigante di oltre un quintale, che io ho filmato e fotografato. In altri tempi la povera sarebbe stata trafitta dall’asta possente del mio Bazooka.

Ero finalmente diventato un velista con un’anima verde!!

 

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