mercoledì, Luglio 24, 2024

San Blas

Vi propongo alcuni brani delle “lettere dal Lycia”, scritte da Antonio Penati, e trovano puntualmente riscontro nel suo libro. Sono certo che vi piaceranno.

 

Eccoti mie notizie dalla baia dell’isola Pinos nell’arcipelago delle San Blas a Panama dove sono arrivato il giorno 8 dicembre pomeriggio alle ore 14.

 La sosta a Cartagena de Indias durata una settimana è stata molto piacevole, dopo i primi giorni passati a fare i controlli di routine della barca ed a preparare una cospicua cambusa in previsione di un lungo soggiorno alle San Blas abbiamo fatto i turisti; La città vecchia fortificata è molto spagnola e piacevole, la citta nuova, chiamata Boca Grande è molto Rimini e americaneggiante, la città tutt’intorno (che è la parte più estesa) è molto vivace e molto Colombiana. La città conta un milione di abitanti e lo stipendio minimo (per chi ha la fortuna di avere un lavoro) è di 200 Dollari. Le persone sono cordiali e disponibili e a Cartagena, a quanto mi è stato detto non vi è grande delinquenza.

La Navigazione che ci separa dall’arcipelago delle San Blas a Panama e di circa 170 Miglia (varia a seconda di dove fai l’approdo), quindi memori del bel aliseo che ci ha spinto per 400 miglia nei giorni precedenti decido di partire la mattina presto in modo d’arrivare entro mezzogiorno del giorno dopo all’isola Pinos nella parte orientale dell’arcipelago perchè, avendo diversi giorni a disposizione prima delle crociere di Natale, possiamo risalire l’arcipelago i giorni successivi, visitando diversi villaggi Kuna.

All’alba del giorno 7 dicembre salpiamo l’ancora e infiliamo tutte le boe della rada di Cartagena che è lunga più di 10 miglia. Una volta in mare aperto le previsioni si confermano errate, l’aliseo e completamente assente, in compenso la controcorrente dei caraibi ci rallenta di almeno due nodi; bonaccia, onda grossa al traverso e motore; con questa bella compagnia ci trasciniamo a quattro nodi verso le San Blas. Pensavo: più avanti appena fuori della protezione del golfo di Cartagena le cose cambieranno, e infatti cambiano, in peggio, il cielo si annuvola completamente, fa caldo ed è molto umido, vento zero, onda in aumento un pò più da poppa, corrente costante, contro. A vivacizzare questa navigazione che definire sbatacchiata e noiosa è un eufemismo ci si mettono i temporali, infatti la notte i lampi ed i tuoni sono ovunque ma il vento continua a mancare salvo qualche sporadica sparata che ci fa lavorare come dei matti senza peraltro darci velocità; di dormire non se ne parla neanche. Dico tra me e me, all’alba i temporali con il sole si dissolvono quindi l’arrivo nei reef delle San Blas non sarà preoccupante. Alle sei di mattino l’alba arriva di colpo ai tropici, alba e tramonto hanno dei crepuscoli brevissimi) il paesaggio intorno è fetente , tutto grigio perla con sfumature di nero, pioggia a diluvio, vento debole e mare grosso di poppa, con la solita corrente contro che ci porta oltre a bottiglie di plastica di tutti i tipi anche qualche tronco. Alle sette ci mancano ancora una quarantina di miglia e dobbiamo fare in modo di arrivare con la luce perchè di arrivare nei reef di notte non se ne parla neanche, inoltre questa parte di costa è poco idrografata e la carta nautica più dettagliata lascia dei punti oscuri in quanto a profondità, disponiamo però di un ottimo portolano che consiglia una rotta di avvicinamento e poi un’accostata una volta al traverso dell’isola per entrare nel ridosso ; speriamo che l’autore sia stato scrupoloso e che i punti GPS che abbiamo siano affidabili. Alle quattordici siamo a sette miglia dall’isola che è praticamente attaccata alla costa ; la profondità passa di colpo a 10 metri, l’onda di poppa si amplifica e l’adrenalina percorre tutti i capillari, facciamo un atto di fede sull’autore del portolano , i fondali aumentano leggermente, proseguiamo ma il ridosso non si vede, in compenso vediamo la costa avvicinarsi con relativi frangenti; ecco siamo al punto di accostata , rotta 310 e via verso la parte ridossata dell’isola con belle onde al traverso, man mano che ci avviciniamo il mare si calma, scorgiamo una barca a vela alla fonda poi un’altra e poi un’altra ancora, vediamo le palme, la spiaggia e le capanne di questi misteriosi (misteriosi per me) indios Kuna, la razza indigena che abita le San Blas. L’acqua si placa completamente, buttiamo l’ancora in un paesaggio mozzafiato, e come dice il vecchio pescatore di Camogli, dietro lo scoglio bonaccia come l’olio. Apriamo una bottiglia di vino e facciamo un brindisi alle San Blas, adesso sono ansioso di vedere come sono questi indios Kuna, la curiosità è presto appagata, infatti si avvicina una piroga (rigorosamente scavata in un tronco) a bordo ci sono due bambini una donna e un uomo che rema. Delusione! gli indios Kuna hanno due braccia due gambe e due occhi come noi, scherzi a parte, la donna indossa degli abiti coloratissimi con bei ricami ( le molas) e dei calzari di perline colorate, il viso è decorato con una riga sottile blu che parte dalla parte alta della fronte e percorre in mezzo il naso finendo con una goccia, i bambini sono in mutandine, bellissimi con gli occhi grandi ed i capelli nero corvino, l’uomo ha un cappello con la scritta coca cola ed una camicia normale, sono gentilissimi e ci invitano alla loro capanna per mostrarci questi ricami, ci chiedono se abbiamo accendini e pile. Li andremo a trovare domani, oggi siamo troppo stanchi e vogliamo dormire non sballottati, i temporali continuano, la pioggia anche ma ora sdraiati nella cuccetta è quasi un piacere sentirli.

 8 dicembre, domenica mattina, visita all’isola ed alla capanna di Enriche (è l’indio Kuna che è venuto a farci visita ieri sera) , tutta la famiglia è riunita sotto una bassa capanna fatta con foglie di palma, due bambine giocano, una donna ricama le molas con una vecchia singer a manovella, l’uomo (Enriche) apre le noci di cocco con un arnese, tipo pinza di ferro. Noi siamo attrezzati di macchina fotografica e con la faccia di circostanza e l’atteggiamento del buon missionario cominciamo, in spagnolo a fare domande scontate ed un po’ idiote tipo cosa mangiate? non fa mai freddo? e quando piove dove vi riparate? e in caso di malattia cosa fate? Loro serafici ci rispondono che mangiano come noi, prevalentemente zuppa di molluschi e pesce, maialini e galline, che qui non fa mai freddo perchè siamo ai tropici, che quando piove si riparano sotto la capanna che tiene benissimo l’acqua e che vicino cinque miglia hanno un ospedale. Mi si sta ridimensionando il mito degli indios Kuna, li facevo più selvaggi.

La botta finale la ricevo quando cominciano a mostrarmi le molas, bellissimi ricami ad intaglio di stoffe coloratissime che rappresentano disegni arcaici, uccelli ed altri paesaggi della giungla, chiedo quanto costano e con sorpresa mi mostrano un campionario con una scala di prezzi che varia a seconda della fattura da 5 a 20 dollari, dicendomi che il prezzo è in funzione delle ore di lavoro. Kuna si! Mona no. Compro 3 molas bellissimi dopo aver trattato senza successo il loro prezzo e poi mi avvio a fare il giro dell’isola tra palme di cocco e ruscelli che scendono dalla montagnola dell’isola ( Isla Pinos è l’unica isola delle San Blas che ha una montagnola, tutte le altre sono cumuli di sabbia e corallo coperte di palme), strada facendo vediamo galleggiare lungo la spiaggia un coccodrillo di un metro e mezzo con la testa mozzata, chiediamo ad un Indios che stava passeggiando con signora, come mai un coccodrillo li, lui candido mi risponde che dal fiume di fronte ne arrivano parecchi e che gli mangiano le galline, quindi quando li vede li ammazza. Mi tolgo subito dall’acqua e vado a camminare lungo il sentiero. La sera dopo aver scattato una quantità di foto ritorniamo in barca, il tramonto è imminente e fra poco il buio scenderà repentino, dalla barca guardo il paesaggio che è incantevole, non c’è un palo della luce non un rumore che non sia quello della natura, è bello, ed anche se mi sento un po’ meno esploratore e molto più turista è molto bello lo stesso. Salutoni dal Lycia e dal suo equipaggio ed alle prossime Antonio.

15 dicembre Eccoti mie notizie dal cayos Chichime nell’arcipelago di San Blas dove sono arrivato il mattino alle ore 11. Ci aspettano 50 miglia non propriamente rilassanti per raggiungere Snug Harbor, una baia incantevole incastonata tra la costa e un gruppo di isole chiamate Yauala, Mamaraga, Apaitup, Ogumnaga, più un numero imprecisato di isolotti e reef. La rotta deve passare all’esterno dei bassifondi che sono solo parzialmente idrografati sino a raggiungere un canale profondo e sicuro che si insinua tra reef e isolotti (cayos Ratones) e da qui sino al ridosso di Snug Harbor. Partenza all’alba e rotta verso un punto al largo oltre la batimetrica dei 10 metri ; in mare aperto la solita solfa, onda grossa, temporali , piovaschi e vento dapprima sul muso poi alla fine al traverso e pur con una forte corrente contraria di oltre 2 nodi procediamo veloci verso l’ancoraggio dove arriviamo il pomeriggio verso le 17 ; il ridosso è completo e sull’isolotto vicino notiamo un piccolo villaggio di capanne, veniamo subito avvicinati da una piroga (cajugo) che ci comunica che siamo i benvenuti e che i saggi del villaggio (shaila) hanno stabilito che il diritto d’ormeggio è di 6 dollari per tre mesi , paghiamo, un po’ dubbiosi, e chiediamo la ricevuta, i nostri amici partono con una vogata decisa verso il villaggio distante un miglio, penso ai soliti approfittatori e considero i 6 dollari come una regalia a dei pescatori, invece dopo una mezz’ora quando il buio sta scendendo arrivano sorridenti con la ricevuta con tanto di timbro della comunità, regalo loro un sigaro e mi compiaccio dell’onestà di questi simpatici Kuna.

La mattina dopo la prendiamo sul comodo, oramai siamo all’interno dell’arcipelago protetto dal reef e gli ancoraggi sono molti e tutti ben ridossati, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta, e la scelta cade su Narganà che è per così dire un “centro” importante (2000 abitanti) dove ci sono negozi di alimentari, bar, un generatore che da corrente alle capanne dalle 17 alle 23 di ogni giorno. Narganà è collegata all’isola di Corazon de Jesus da un ponticello e poco distante sull’isola di fronte è situata la pista dell’aeroporto. Ci consigliano la visita del Rio Diablo, non mancheremo. Arrivati a Narganà incontriamo altre due barche italiane di amici, Il Maistrac di Andrea ed il Mia Placidus di Claudio, cena in compagnia, bevutina serotina parlando di mare, onde, spiagge e posti lontani poi mega dormita. La mattina i nostri amici, che sono a San Blas oramai da diversi giorni, salpano per un cayo poco più a Nord, noi rimaniamo fermi un giorno per visitare il paesino e fare l’escursione al Rio Diablo, e qui facciamo un incontro che ci permetterà di capire più da vicino questi indios.

Glomildo è il nome dell’indio Kuna che ci chiede di portarlo all’isola Cartì, dove risiede, distante 25 miglia, non importa quando; facciamo una chiacchierata preliminare e visto che Glomildo parla perfettamente lo spagnolo e Pepe che è a bordo del Lycia è spagnolo ci intendiamo benissimo. Rimarrà con noi tre giorni e con lui che è insegnante di inglese ed appassionato di storia del suo popolo faremo delle scoperte interessanti, visiteremo la sua isola e saremo ospiti a casa sua (capanna) con i suoi genitori e la sorella, Inoltre gli affidiamo l’incombenza di procurarci verdure e frutta fresca, cosa non facile in questo posto. Ha scritto un piccolo libretto sugli usi e costumi del suo popolo con un dizionario Kuna-Inglese-Spagnolo, noi aggiungeremo l’Italiano.

Così girovagando di isola in isola e di cayo in cayo arriviamo il giorno 14 dicembre all’isola di Porvenir , dove durante il periodo di Natale imbarcheremo gli amici che arrivano dalla freddissima Italia. Ci aspettavamo un’isola con qualche struttura, visto la presenza dell’aeroporto e la dogana, niente di tutto questo. L’isoletta ha come strutture una casa in muratura (rarissima qui alle San Blas) che è la dogana e l’immigrazione, tutto il personale è a dorso e piedi nudi, non vi è divisa e la cortesia è la regola di vita. Le pratiche sono spedite e abbiamo il piacere di ricevere il timbro della regione Kuna sul passaporto. Più avanti uno pseudo albergo-ristorante (praticamente una tettoia) costruito da un americano con velleità turistiche, e la pista dell’aeroporto in cemento, residuato degli americani, che taglia l’isola per il lungo circondata da filari di palme.

Un pontiletto si protende sulla spiaggia bianca e tutt’intorno un’estensione di reef stupendi e pescosi, con la barca ti ormeggi ad ovest della spiaggia, tenendoti scostato dalla zona di atterraggio degli aeroplanini che arrivano radenti il mare. Intorno vi sono isolette abitate da indios in cui trovi pane, pochissima verdura e una moltitudine di bambini che giocano tra la sabbia, le galline, i maialini.

Al “ristorantino” Kuna sull’isola Nalunega distante mezzo miglio dall’ormeggio, si mangia pesce fritto con albero del pane fritto e coca cola o Birra con 2 dollari circa. Se si vuole una seratina più elegante vi è “l’hotel San Blas” che con 5 dollari ti serve una cena al lume di candela (perché la corrente non c’è). All’ormeggio a Porvenir troviamo Max, skipper milanese, che sta facendo charter per conto di un’armatore italiano; è due mesi che è alle San Blas e conosce tutti, con lui, che ho conosciuto a Trinidad tre anni fa, organizzo di comprare un maiale che verrà portato su cayo Chichime dove andremo a passare l’ultimo dell’anno in compagnia delle altre quattro barche di Italiani che si trovano qui.

Il 15 mattina partiamo per Cayo Chichime in compagnia di una piroga indios che trasporta il maiale sull’isola dove verrà tenuto sino al giorno 31. E’ appunto da qui che vi sto scrivendo; il posto è stupendo, siamo ormeggiati di fronte al reef su cui frangono le onde dell’oceano, a sinistra abbiamo l’isola piena di palme da cocco di Uchutupu Pippi e a destra quella di Uchutupu Dumat, vi abitano quattro famiglie con una decina di bambini e vecchietti, fanno il pane, pescano e ci vendono per pochissimi dollari, Aragoste, Granchi giganti (Cangregos) polipi. Per completare il quadro, Pepe pesca ogni notte un numero elevato di dentici, sotto la barca abbiamo visto volare una Manta; cercheremo di sopravvivere sino al 18 o 19 data in cui ci sposteremo di nuovo a Porvenir per imbarcare gli amici.

  1. Tranne qualche accenno a Narganà , qui non vi è traccia del Natale. Questo un po’ mi manca. Approfitto di questo momento di nostalgia per augurare a tutti voi un Buon Natale ed un felicissimo Fine Anno, assieme a Stefan e Pepe dell’equipaggio.

 Antonio da bordo del Lycia

El Porvenir (arcipelago di San Blas – Panama) 26 gennaio 2002

Ciao cari amici e, anche se con un po’ di ritardo, buon 2002 dalle San Blas. Ecco alcune notizie e curiosità sull’arcipelago di San Blas e i suoi abitanti, gli indios Kuna, che ho raccolto in due mesi di crociere in queste acque. Il luogo: questo stupendo arcipelago è composto da isole sabbiose letteralmente ricoperte di palme da cocco, con alcune capanne sparse abitate solo da qualche vecchio in maniera permanente e saltuariamente da famiglie con molti figli che vengono sulle isole esterne per la raccolta del cocco. Queste isole di piccola dimensione, alcune addirittura non più grandi di un appartamento, sono circondate da bassifondi e dalla barriera corallina che conferisce, quando illuminata dal sole, un aspetto tropicale da cartolina. L’estrema parte ovest dell’arcipelago, che è anche l’unica frequentata dagli yacht, è completamente ridossata dalla grande onda oceanica che specie tra gennaio e febbraio può raggiungere al largo i 4/5 metri di altezza. Pochissimi sono i passaggi in questo tratto di arcipelago dove si avverte questa onda. Un vero paradiso per la vela anche per il vento che sempre tra gennaio e marzo soffia con una regolarità impressionante tra NNE e ENE dai 15 ai 25 nodi e molto raramente li supera.

Il clima: sino alla fine di dicembre si è soggetti alla stagione delle piogge che sono intense (anche giorni interi) l’umidità è elevata ed i venti sono da variabili a deboli, quindi molti ancoraggi non sono praticabili perché ridossati esclusivamente dai venti da Nord. Nella stagione delle piogge i temporali sono frequentissimi, e sotto tanti aspetti terrorizzanti per la quantità di lampi; quattro barche, quest’estate e in autunno, sono state colpite da fulmini o meglio, dal loro campo d’azione, con gravi danni all’impianto elettrico e di ricetrasmissione.

Verso la fine di dicembre i venti iniziano a rinforzare e a stabilizzarsi dal 1° quadrante e le piogge diminuiscono sino quasi a scomparire; solo brevi e leggeri piovaschetti vengono a disturbare (o ad allietare) la notte o le prime ore del mattino.

Con la stagione secca la temperatura si fa gradevole intorno ai 25-28 gradi, sempre ventilato; al tramonto (18,30 di sera) la temperatura cala ancora un poco e la notte raggiunge una temperatura da “sogni d’oro”!

La barriera corallina e la pesca: la barriera corallina, perlomeno nei reef interni, non è rigogliosa e piena di vita come in altri posti caraibici tipo le Isole Vergini, le Grenadine, Los Roques. Anche i pesci da reef non abbondano, ma spostandosi verso i reef esterni si possono vedere facilmente grossi trigoni, mante, squali nutrice e tartarughe. La pesca non è da principianti, le aragoste che sono abbondanti si trovano oramai a non meno di 10 metri di profondità e così saraghi e cernie, che solitamente si trovano ancora più in basso, abbisognano di una pesca di attesa che richiede allenamento e polmoni. I turisti della versione “immergiamoci nell’acquario” rimangono delusi e spesso, con un giudizio sommario e superficiale, liquidano la zona come priva di pesce.

Ho visto turisti con attrezzature di pesca subacquea da caccia allo squalo tigre sparare ad un’aragostina di 10 cm e invece indios Kuna immergersi a 15-20 metri con un’attrezzatura primordiale (in genere regalo di qualche navigatore che voleva disfarsene), risalire con cernie di 15 Kg e aragoste di 3-4 Kg pescate con un’asta ed un elastico legato al polso con al finale un arpione fatto in casa. Siamo stati a pescare con questi indios ed abbiamo visto come si immergono e con quale frequenza.

La differenza con noi occidentali attrezzati di tutto punto è abissale. Detto questo, per noi occidentali l’unica maniera per mangiarlo tutti i giorni è comperarlo dai Kuna che con pochi dollari ti vendono aragoste, polipi, saraghi ecc.

Le crociere: le crociere sono rilassanti e “meditative”; le persone che concepiscono la vacanza a vela come continuo spostamento da un posto all’altro e che la sera hanno bisogno di un bar con musica o di un ritrovo per fare tardi è meglio che non vengano alle San Blas. Qui la vita scorre lenta, gli ancoraggi sono vicini e a meno di voler uscire in mare aperto ed affrontare l’onda oceanica, con poche miglia si passa da un ridosso all’altro. Dopo il tramonto il buio avvolge tutto e le uniche luci sono quelle delle barche alla fonda. Il “colpo di vita “serale è spesso quello di riunirsi con gli amici delle altre barche a bere un rum e parlare dei prossimi viaggi. La giornata inizia presto e dopo un’abbondante colazione si parte con il canotto per un’escursione lungo le spiaggette delle isole deserte in cerca di conchiglie, per fare una nuotata, per chiacchierare con i Kuna che abitano qualche capanna, o semplicemente per vedere quello che l’oceano ha trasportato lungo le spiagge. Leggere, ascoltare musica, ciondolarsi sull’amaca, nuotare, crogiolarsi al sole, sono le attività principali. Ho visto persone che non riescono a lasciare in Italia lo stress di tutti i giorni o persone abituate ai villaggi dove ogni minuto della giornata è organizzato, andare in paranoia e iniziare a contare i giorni che mancano al rientro a casa.

Gli indios Kuna: qui il tempo scorre molto lentamente ed anche se il modello americano-occidentale si sta sempre più imponendo, la tradizione di questo popolo resiste tenacemente, almeno nei villaggi meno toccati dai collegamenti aerei. Un amico veronese che è attualmente a bordo con me e che è stato in questi posti vent’anni fa, quando la moneta era la noce di cocco, non ha notato significativi cambiamenti.

I Kuna abitano prevalentemente le isolette adiacenti la costa, ricca di fiumi e foreste impenetrabili e completamente disabitata. Su queste isole vi sono villaggi di capanne costruite con canne e foglie di palma, l’una addossata all’altra, appena separate da stradine sabbiose, ombreggiate da rigogliose piante dell’albero del pane. I villaggi principali sono densamente popolati (in poche centinaia di metri si contano anche fino a 500 abitanti, in prevalenza bambini) e quasi tutti oggi possiedono un generatore di corrente pagato dalla comunità, che viene acceso dalle 5 alle 10 di sera. In qualche villaggio è comparsa la televisione e le radio non sono rare. Ogni villaggio è retto da un Shaila, una sorta di sindaco-saggio eletto dai maschi in un congresso.

Il Congresso viene convocato spesso all’interno di una grande capanna, adibita allo scopo, il Shaila ed i suoi consiglieri si sdraiano nelle amache poste al centro ed ascoltano le questioni degli abitanti e decidono il comportamento della comunità.

Nell’isola di Machina noi siamo stati accolti dal congresso e dal Shaila che ci ha spiegato gli usi dell’isola, ci ha dato il benvenuto, ha riunito i bambini a cui abbiamo portato dei cioccolatini ed ha chiesto a Dolly, la ginecologa che avevamo a bordo, di visitare alcune donne incinte. Le donne si dedicano alla confezione di coloratissimi ricami, chiamati molas, e gli uomini provvedono con le loro canoe a remi o con vele rudimentali, alla pesca ed alla raccolta dell’acqua e della yuka nella foresta, oltre che alla raccolta dei cocchi nelle isole al largo.

Singolare e sbrigativo è il matrimonio fra i Kuna: lo sposo viene scelto dal futuro suocero su segnalazione della futura moglie che, adagiata in un’amaca “matrimoniale” attende il futuro sposo il quale, posto nell’amaca a fianco della ragazza e guardato a vista, può rifiutarsi di convolare a nozze semplicemente non lavandosi. Se invece si lava per tre volte, significa che accetta la ragazza come sposa, quindi prima di aver consumato deve prendere la sua canoa, inoltrarsi nella foresta e procurare dei bei tronchi che serviranno per costruire il focolare di casa (in pratica deve portare in dote la cucina), a questo punto il matrimonio è sancito e la notte finalmente potranno “consumare”. Mi è rimasto il dubbio di come riescano a farlo sull’amaca, ma a giudicare dal numero dei figli che fanno, la cosa non dev’essere poi tanto difficile.

 A conclusione di questo periodo trascorso nell’arcipelago di San Blas, devo dire che il posto mi è piaciuto molto, lo trovo molto vero ed il rapporto con gli abitanti è super. Sono sinceri e molto disponibili; anche quando vengono con le loro canoe sottobordo per offrirti molas o pesce non lo fanno mai con insistenza.

Mi è capitato di trasportare un’intera famiglia che traslocava da una capanna all’isola dove abitava permanentemente ed ho notato che i loro averi consistevano in pochissime cose, a parte gli animali di tutti i tipi che erano al seguito dei bambini.

Il Lycia per 10 miglia si è trasformata in un’arca di Noè con a bordo moglie, sorella, nipote, tre figli di cui uno da allattare, due cani liberi, un gatto al guinzaglio, una gabbia di colibrì, un geco che girava per la barca, un nonno e due canoe cariche di legname al seguito.

Anche il capodanno è stato piacevole, festeggiato assieme ad altre 7 barche di italiani che per l’occasione si sono riunite su un’isoletta illuminata da lampade a petrolio, mangiando il maialino ben cotto alla brace dai Kuna. Mi è piaciuta la cortesia di Victor, un Kuna che abita a Caios Olandes, che ha pagaiato per quattro miglia per andare e tornare da un’isola per raccoglierci pompelmi, mandarini e limoni e chiedendoci in cambio una rivista per la nipote, perché voleva mostrarle com’era il mondo. Fra qualche giorno salperò per Colon da dove, espletate le pratiche e pagato il pedaggio, attraverserò il Canale di Panama per portarmi nella parte dell’oceano Pacifico dove lascerò la barca per un mese per ritornare in Italia. Vi manderò il raccontino del passaggio del Canale che, a detta di amici che l’hanno già fatto, dev’essere un’esperienza emozionante. Ciao ed alle prossime

Antonio da bordo del Lycia

El Porvenir 26 gennaio 2002