1975. Antoine, da star di Sanremo a navigatore solitario
ieri ed oggi 
Sono stato tre volte in Polinesia, e due volte ho incontrato Antoine a bordo del suo catamarano giallo. Non era più un giovanotto, aveva perso il fascino del cantante che ricordavo, per acquisire quello del navigatore aveva trovato il proprio habitat. Ho chiesto di lui, mi hanno raccontato che girava per gli atolli delle Tuamotu, e scendeva a terra per fare provviste. Ho cercato sue notizie in internet, e vi propongo in due puntate la sua storia.
Il cantante italo/francese Antoine scende dal palco sulla cresta dell’onda e decide di andare a vivere in barca. Il racconto della sua nuova vita raccontata da lui stesso.

Antoine: nove mesi in mare con la chitarra
Antoine Muraccioli, ingegnere; stupiva tutti quel suo essere ingegnere, perché Antoine era un cantante. Poi era scomparso dalla circolazione: è partito per il giro del mondo, in barca a vela.
Al termine di nove mesi di navigazione il padre e il bambino godono ottima salute.
Il padre sono io, il bambino è l’Om, la mia barca, il primo dei Damien II, che attende la fine della stagione delle tempeste prudentemente sistemato su una banchina della laguna di Abigian.
Il Mediterraneo è stato clemente con me. Sono stato bene ispirato nel seguire i consigli dei miei amici navigatori del maggior club nautico marsigliese: “Tieniti sottocosta, il mare è più liscio anche con il mistral”. Dodici ore dopo la mia partenza da Marsiglia per il mio primo giorno in solitario con l’Om (mi sembrava ancora molto grande con i suoi 14 metri!), Eolo mi ha regalato un colpo di vento di mistral e poi di tramontana. Ma il mare è rimasto calmo e ho fatto tratti a 8 o 9 nodi fino al confine spagnolo.
Avevo il mio da fare, ma è un piacere filare in quel modo. Ho subito osservato che la barca teneva bene la rotta con il timone a ruota Goïot bloccato (che stabilità! invece di sistemare elastici e altri tipi di paranchi, un doppino di cavetto strozzato e il gioco è fatto). In seguito il vento mi ha un po’ trascurato e poiché volevo abbandonare il Mediterraneo prima di novembre (1974) ho approfittato largamente del “refolo” Couach, secondo l’espressione di Michel Joubert.
Non conservo un ricordo particolarmente brillante dei miei quindici scali spagnoli: giunto in porto o all’ancoraggio con il crepuscolo, mi addormentavo prestissimo per poter ripartire all’alba. Dodici o quattordici ore di timone al giorno non sono un divertimento.
Finalmente Gibilterra, dove ho montato il timone automatico e… chiuso con le ore di timone (dopo qualche difficoltà di regolazione, naturalmente). “Diffida delle coste marocchine”, mi avevano detto.
Ne ho diffidato e ho preso il largo affidando per la prima volta al sestante il compito di informarmi dove mi trovavo. Al sestante, alle tavole HO249 e ai miei calcoli. Devo dire che fare il punto nave astronomico è una delle mie gioie e che bisognerebbe prendere a sberle chi si diverte a renderlo complicato. Con le 249 è un gioco da bambini: basta saper fare quattro addizioni (ho fatto un salto mortale vedendo in una libreria specializzata una specie di prontuario destinato a “facilitare” i calcoli e che mette voglia di buttare tutto in mare. Occorrono tre minuti per prendere una retta d’altezza, meno di un’ora per capirne chiaramente il significato… se si vuole spiegarlo chiaramente).
Casablanca, Las Palmas e Puerto Rico, il nuovo marina dove si radunano le barche che vogliono “attraversare”: sono le prime tappe dell’autostrada degli alisei. Arriva o parte una barca circumnavigatrice ogni cinque minuti. Ma io giro a sinistra, lasciando agli altri di seguire gli alisei verso le Antille.
La barca fila che è un piacere. Perfino quando, con una forza 6 o 7, un frenello del timone a vento si è rotto per due volte, l’Om continuava imperturbabilmente sulla sua rotta con la ruota semplicemente rimandata a un sandow. E ciò sotto genoa soltanto, a 5 o 6 nodi.
Ecco gli alisei. La barca si guadagna le sue “orecchie d’asino”, cioè le trinchette gemelle. Devo confessare che, da buon esordiente, tendo a navigare sotto invelato. Con tutto ciò, anche con ariette leggere, l’Om abbriva volentieri. E sono rimasto di nuovo sorpreso per la sua stabilità di rotta: con la piatta quasi assoluta e praticamente immobile sulla superficie, continua a fare rotta da solo con il timone a vento Aries, pur regolato per brezze a partire da forza 2.Fare il punto non è difficile, dice Antoine, basta saper fare le quattro operazioni. E fare il punto è anche un piacere, oltre che una necessità, per chi affronta lunghe navigazioni in solitario.

Sul fiume, sul mare, in Africa
Nouadhibou in Mauritania è difficile da localizzare in mezzo al pulviscolo di sabbia: ma l’ancoraggio è perfetto in un paesaggio fantomatico, la Baie du Repos. Il Senegal. La barra all’entrata del fiume si sposta di 4 miglia in una notte! Ma con l’aiuto di un pescatore riesco a entrare senza incidenti. Sollievo effimero: 16 miglia più a monte un ponte girevole è rimasto bloccato (in posizione chiusa) da una chiatta militare. Neanche a parlare di aprirlo. Dalla mia parte del ponte non c’è una gru per disalberare. Tanto peggio per il fiume Senegal. Risalirò il Casamance, dopo aver fatto scalo a Dakar, dove l’arsenale mi dà una dimostrazione di ospitalità, aiutandomi a completare le mie sistemazioni rimaste incompiute a Marsiglia.
Il Casamance è il paradiso dei velisti (non ce ne sono molti, ma ho incontrato il Tetrag, barca charter locale. Non ho ben capito la sua manovra: c’è mancato un soffio che non mi infilzasse mentre stavo lottando con i tangoni delle trinchette per ammainare prima di oltrepassare la barra, ben segnalata).
Sul fiume l’acqua è tirata a specchio e venti e correnti consentono di spostarsi a piacere da un ancoraggio all’altro (ce n’è in abbondanza e di eccellenti, in angoli deserti e pittoreschi, uno più bello dell’altro). Ho ripreso il mare per la più lunga tappa dei nove mesi di navigazione: quindici giorni in piena calma equatoriale, velocità media 75 miglia al giorno. Niente di spaventoso, ma ero talmente isolato sul mare che ho navigato sempre sotto-invelato. Molto lavoro di tangoni e con un tempo e un mare da signorine (eccettuato qualche groppo e un tornado a forma di colonna nerastra che mi veniva direttamente addosso).
E sono arrivato ad Abigian senza aver dormito per quindici giorni se non a pezzi e bocconi, dato che la mia rotta non è riuscita a sganciarsi da quella dei mercantili e di petroliere giganti.

Capita di incontrare, andando per mare, famiglie che girano il mondo su piccole barche e anche alcuni veterani, velieri che il mare lo affrontano con altri problemi e lo conoscono comunque da molto più tempo. Come la nave scuola Danmark, appunto.
Navigando senza fretta
Cinquemila miglia più o meno, non è molto in sei mesi (i tre mesi precedenti erano stati dedicati a collaudi in Mediterraneo). Ma è la cadenza di questo tipo di viaggio che mi piace: ci metterò cinque o sei anni a fare la giravolta, assaporando in egual misura le soste e i periodi di navigazione (insisto a non capire l’agonismo e a non provare interesse per un giro del mondo fatto senza vedere un bel niente: ma, perbacco, ciascuno ha i suoi gusti!). Il mio prossimo programma: Camerun, Zaire, Sant’Elena, Tristan de Cunha, il Capo, Isola di Maurizio (se gli dei mi soccorrono). Attualmente l’Om mi aspetta ad Abigian dove i cantieri navali Carena, simpatizzanti della vela (e non per ragioni commerciali, hanno come clienti i più grossi mercantili e pescherecci della zona, ma per ragioni di affinità), l’hanno tirato in secco.
Hanno smontato la chiglia mobile per vedere come il dispositivo aveva resistito a nove mesi di mare: il perfetto stato di tutta la barca mi conferma la felice scelta (cassa di deriva ampia, facilmente accessibile per la manutenzione, meccanica estremamente robusta con componenti sovradimensionati), una soluzione ideale.
Quanto ai vantaggi della chiglia rialzabile, non ho più bisogno che me la magnifichino. Pensate a questi nove mesi durante i quali ho trovato ridosso in calette con un metro di fondale, alle barre dei fiumi di un metro e sessanta superate senza problemi: pensate che ho tranquillamente incagliato l’Om a piatto su alcune spiagge (come a Gorée, un angolo di paradiso nella rada di Dakar), che ho liberato la barca, con il solo espediente di rialzare parzialmente la chiglia, da un banco di sabbia imprevisto dove si era arenato, sul Rodano e sul Casamance; e perfino da un relitto in Mauritania.
Per concludere, ecco ciò che più mi ha colpito durante questi nove mesi: il numero considerevole di barche a vela vagabonde incontrate un po’ dappertutto.
Solitari, a coppie, in famiglia o in gruppi di amici, che hanno rifiutato le “gioie” del progresso e che si sono accorti, senza ritardo, come sia possibile vivere molto facilmente come “uccelli di passo”.
Antoine
