lunedì, Ottobre 12, 2026

74 giorni sospesi, il naufragio di Ambrogio Fogar e Mauro Mancini

Ho raccolto alcuni brani sulla morte di Mauro Mancini, e poiché si tratta di una tragedia del mare, la cui responsabilità va attribuita alle orche, credo sia interessante ricordare quegli avvenimenti.
Il regista Massimo Navone ha deciso di raccontare nella pièce teatrale “74 giorni sospesi” in scena al Teatro Miela di Trieste 4 Aprile 2018.
Due amici in una storia di speranza, forza di volontà, attaccamento alla vita, in balia di un abisso tra mare e cielo.

‘Eravamo a 4 giorni di vela da Rio de la Plata quando un branco di orche o balene ci ha attaccato affondando il Surprise in quattro minuti. Ci siamo gettati sul battello di gomma e sulla zattera autogonfiabile con pochissima roba da mangiare. Era la mattina di giovedì 19 gennaio e adesso sono 3 settimane che stiamo vagando per l’oceano senza che nessuno abbia potuto e saputo cercarci’.

Questo annotava Ambrogio Fogar dopo venti giorni di naufragio a bordo della zattera di salvataggio con l’amico giornalista Mauro Mancini.

il “Surprise”! Un 11 metri in legno del 1968 (progetto di John Holden Illingworth, costruito a Castiglione della Pescaia da Niccolò Puccinelli)
Terminate le scarse provviste, riuscirono a sopravvivere alla deriva in balia delle onde e dei venti, nutrendosi della carne dei cormorani, e di qualche pesce catturato con le mani, bevendo l’acqua piovana che si accumulava nella zattera.
Condivisero per 74 giorni uno spazio angusto e sempre più vulnerabile, sospeso tra l’abisso e il cielo, rigonfiato ogni giorno con la forza dei polmoni e della disperazione, traendo coraggio e conforto dai racconti dei sogni e delle visioni, delle reciproche speranze e paure, fino al 2 aprile 1978, momento in cui si stagliò all’orizzonte il mercantile greco ‘Santo Stefano’, scambiato per un miraggio e invece vero.
Un lieto fine che si rivelò però anche una beffa del destino. Mancini, stremato nel fisico – aveva perso 41 chili – non superò una polmonite e morì due giorni dopo sulla stessa nave che li aveva miracolosamente avvistati e salvati.
Nella lettera di addio alla moglie, che divenne nota solo alcuni mesi dopo, Mancini diceva di Fogar

“è un uomo coraggioso, equilibrato, buono. Ci siamo fatti compagnia con grande fermezza d’animo e questo è già qualcosa”.

Così cominciava a farsi chiarezza su tutte le ombre che si erano abbattute su Fogar, vittima di un processo mediatico che lo accusava di manie di protagonismo imputandogli responsabilità riguardo alla morte dell’amico.
Questa leggenda di uno dei naufragi più lunghi della storia della nautica resta ancora oggi la testimonianza viva della forza morale di due uomini ‘alla deriva’, della lealtà sincera della loro amicizia e della grande passione per il mare, stupefacente e dolorosa.
Siamo convinti che evocare sulla scena le emozioni profonde che questa avventura umana ci trasmette sia, come scriveva ancora Mancini:

“Un’esperienza che può servire anche a chi non naufragherà mai. Ciò che conta è la volontà di vivere, di non arrendersi e continuare. Siamo tutti su una zattera”,

scriveva Conrad nei suoi ‘Taccuini’.

“‘Il mare ti lusinga e ti mortifica, ti alimenta e ti mangia, ti dà e ti toglie: e tutto, sempre, nello stesso istante. È la tua ombra a scendere a terra, ma il tuo corpo continua a lambire le onde”,

14 feb 2010 — Il Corriere della Sera ha pubblicato la lettera originale che Mancini scrisse alla moglie a bordo della zattera di salvataggio
Quarant’anni dopo una lettera scagiona definitivamente Ambrogio Fogar dalle accuse di aver contribuito alla morte del suo compagno, il giornalista fiorentino Mauro Mancini.
Il Corriere della Sera ha pubblicato la lettera originale che Mancini scrisse alla moglie a bordo della zattera di salvataggio, in balia delle tempeste nell’oceano Atlantico del profondo sud, al largo dell’Argentina.

Il «Surprise», la barca con la quale Fogar aveva fatto il giro del mondo, venne affondata nell’urto con un branco di orche. Le ricerche furono difficoltose, si parlò di ritardi, forse di errori.
Dopo 74 giorni, dal 19 gennaio al 2 aprile 1978, un mercantile greco li trovò, Fogar e Mancini erano due scheletri umani: avevano perso 40 chili. Telegrafò Mancini alla moglie.:

«Sono vivo, aspettami »,

Ma in poche ore la felicità si trasformò in tragedia: Mancini morì due giorni dopo.
Fogar in Italia venne messo sotto accusa. Ci fu anche un processo in tv, in una trasmissione di Maurizio Costanzo.

«Per molti sono rimasto uno che nasconde verità opache»,

raccontava negli ultimi giorni di vita, parlando delle accuse di negligenza in qualità di skipper di Surprise, ma anche di non essersi reso conto che Mancini stava morendo.
Il destino aveva costretto Fogar a vivere paralizzato dopo un incidente in un raid nel deserto.
Ripeteva:

«Pochi hanno capito che un pezzo della mia vita se n’è andato con Mancini».

Ecco il testo della drammatica lettera scritta da Mancini nella zattera di salvataggio che scagiona Fogar dalle accuse di aver portato al naufragio il Surprise e dai presunti dissapori con Mancini:

A Roberta Vigna Mancini, Firenze

Tesoro mio, ho vissuto questi lunghissimi giorni di agonia con il tuo nome, sempre ripetuto e pensato.
Scusa del dolore che ti do. Ma non è dipeso da errore umano. Stavamo anzi tornando indietro perché la barca aveva sofferto qualche piccola avaria.

Eravamo a 4 giorni di vela da Rio de la Plata quando un branco di orche o balene ci ha attaccato affondando il Surprise in 4 minuti. Ci siamo gettati sul battello di gomma e sulla zattera autogonfiabile con pochissima roba da mangiare.
Era la mattina di giovedì 19 gennaio e adesso sono 3 settimane che stiamo vagando per l’oceano senza che nessuno abbia potuto e saputo cercarci. Oggi siamo a circa 270 miglia a sud di Rio de la Plata! Ambrogio Fogar è uomo coraggioso, equilibrato, buono.
Ci siamo fatti compagnia con grande fermezza d’animo e questo è già qualcosa.

A te Roby mio unico grande bene voglio dire una cosa: vivi la vita, in ogni istante perché non vi è regalo più grande. Io lo capisco appieno, soltanto ora che la sto perdendo.
Ma vivila nel dialogo, facendo posto anche agli altri. Non mi ricordare troppo.
Sono stati 14 anni belli i nostri, e equilibrati. Dal punto di vista finanziario sto abbastanza tranquillo. Con la liquidazione pagherai la casa poi venderai il Quoziente, poi avrai la pensione.
Ho scritto a Sensini che ti aiuterà, rivolgiti a lui con fiducia perché avrai qualche mese duro davanti. Addio mia impareggiabile Roberta che aveva molte più ragioni di quante io non gliene dessi!
Chiedo perdono ai tuoi genitori e a tutti gli altri di famiglia.

Per sempre tuo, Mauro

Ambrogio Fogar e la verità sulla morte di Mancini
Posted on agosto 22, 2015 by Lorenzo Grossi
Dieci anni fa esatti moriva Ambrogio Fogar, uno dei più grandi navigatori ed esploratori del mondo. Nato a Milano il 13 agosto 1941, Fogar ci ha lasciato all’età di 64 anni dopo una vita all’insegna dell’avventura e dopo una lunga battaglia contro la paralisi, senza mai arrendersi.
Numerose sono state le sue imprese.
A soli diciotto anni attraversa le Alpi con gli sci per ben due volte. Successivamente si dedica al volo; al suo 56° lancio con il paracadute subisce un grave incidente, ma si salva con grande fortuna. La paura e lo spavento non lo fermano e arriva ad ottenere il brevetto di pilota per piccoli aerei acrobatici.
Nel 1972 il “grande solitario” attraversa l’Atlantico del nord e per buona parte del viaggio senza l’uso del timone a causa di un’avaria.
Dal 1º novembre 1973 al 7 dicembre 1974 esegue la circumnavigazione del globo in solitaria da Est verso Ovest, cioè in direzione opposta rispetto alle correnti, con uno sloop, un tipo di barca a vela, chiamato Surprise.
Poi, in compagnia del fido Armaduk, il suo cane di razza Siberian Husky, conquista a piedi il Polo Nord, anche se lui stesso ammise che dovette usare un aereo per circa 180 km quando si trovò alla deriva sulla banchisa.
Dopo il mare e la neve, è la volta del deserto: partecipa a tre edizioni della Parigi-Dakar e a tre Rally dei Faraoni.
Poi, il 12 settembre 1992, l’episodio che gli cambierà drammaticamente la vita.
In Turkmenistan, durante il Rally Parigi-Pechino, nel quale compone un equipaggio con Giacomo Vismara, è vittima di un terribile incidente: il fuoristrada si ribalta, il suo compagno esce miracolosamente illeso, ma Fogar subisce la frattura della seconda vertebra cervicale e rimane quasi completamente paralizzato.
La disgrazia non riesce però a domare il suo spirito d’avventura: nel 1997, su una sedia a rotelle basculante, partecipa al giro d’Italia in barca a vela, da Genova a Trieste.
Non smettendo mai di lottare e non arrendendosi alla malattia disse: “Io resisto perché spero un giorno di riprendere a camminare, di alzarmi da questo letto con le mie gambe e di guardare il cielo…”.
Una vita straordinaria, che però fu anche al centro di diverse polemiche.
Una delle prime fu legata alla pubblicazione del diario del suo giro del mondo, intitolato 400 giorni intorno al mondo.
Il libro diventò un best-seller, ma accese gelosie e velenose polemiche, che lo portarono in tribunale con l’accusa di plagio, risultando effettivamente alcune delle pagine copiate da altri, in particolar modo il racconto della tempesta che dovette affrontare, la quale venne descritta con le stesse identiche parole tratte da un libro di John Guzzwell, Trekka intorno al mondo. L’intenzione di Fogar era quella di fare una citazione, perchè quella era la stessa sensazione che lui provò durante quella tempesta. La cosa, però, fece affiorare il sospetto che se aveva barato nel libro poteva averlo ben fatto anche nel viaggio. Tuttavia la traversata da lui compiuta era assolutamente vera.
L’altro controverso episodio, per il quale è necessario ristabilire la verità, riguardò il naufragio subìto con l’amico Mauro Mancini, che morì poco dopo essere stato tratto in salvo.
L’opinione comune lo voleva colpevole del fatto e delle condizioni di salute del compagno durante i giorni trascorsi sulla zattera di salvataggio: in pratica sembrava accusato di essere l’unico sopravvissuto.
In realtà le cose non andarono proprio così.
Mauro Mancini era un giornalista grossetano, grande appassionato di vela e di avventura.
I due partirono da Mar del Plata, in Argentina, per circumnavigare il Polo Sud. Il viaggio fu rallentato dai venti contrari. L’estate australe finì in anticipo.
Fogar decise di tornare indietro. Lo comunicò a un radioamatore cileno e gli riferì che a forza di testate le orche avevano aperto una falla vicino al timone.
La mattina del 18 gennaio 1978, le orche tornarono all’assalto. Il Surprise venne squarciato e affondò in pochi minuti.
Fogar si precipitò a fare scendere in mare il canotto e ad assicurarlo ad una zattera.
I due naufraghi avevano a disposizione un esagono di un metro e sessanta di diametro, protetto da un tetto che al centro è alto 80 centimetri.
Tra speranze, conforto e illusori entusiasmi, la notte del 3 aprile Fogar scorse una nave: il mercantile greco Master Stephanos, che mette in salvo entrambi.
Mancini era stremato, non riusciva ad aprire gli occhi e chiese che gli fossero portati una cioccolata al latte e una minestra calda.
Due giorni dopo, Mancini morì stroncato dalla polmonite e dopo avere perso 41 chili. La penicillina non era riuscita a bloccarla.
Nella lettera di addio alla moglie, in cui raccontava del naufragio, Mancini fece chiarezza su tutte le ombre che si abbatteranno poi su Fogar, da lui definito “un uomo coraggioso, equilibrato, buono”.

“Ci siamo fatti compagnia – scriveva Mancini – con grande fermezza d’animo e questo è già qualcosa”.

Ma la lettera divenne nota solo alcuni mesi dopo, nel frattempo, contro Fogar, ormai in salvo, si era scatenato un processo mediatico che lo indicava come responsabile della morte dell’amico giornalista, con trasmissioni televisive che puntavano il dito sulla smania di protagonismo dell’esploratore italiano; alcuni giornali lo accusarono di cinismo in quanto Fogar, sulla nave che lo stava riportando a terra, avrebbe trattato via radio la vendita in esclusiva del racconto della vicenda.
Questa insinuazione si dimostrò poi totalmente falsa.
Una delle poche voci contrarie fu quella di Oriana Fallaci, che difendendolo scrisse:

“Ti ho visto in tv e voglio dirti che se davvero un giorno ti servisse un compagno di viaggio che fuma moltissimo, nuota malissimo, soffre il mal di mare […] ti accompagno. Con la barca di legno, non di ferro, perché mi fido totalmente di te. E va da sé che questa sarebbe, in ogni senso, la più temeraria, la più suicida delle tue imprese”.

La verità era che Fogar e Mancini avevano fatto appena in tempo a saltare sulla zattera di salvataggio, portandosi dietro un po’ di zucchero e pancetta.
Durante gli oltre due mesi alla deriva si nutrirono della carne dei cormorani e di qualche pesce catturato con le mani, bevendo l’acqua piovana che si accumulava nella zattera.
Condivisero uno spazio angusto, speranze e i loro destini, rigonfiando il battello con la forza dei polmoni e della disperazione, fino al momento in cui si stagliò all’orizzonte il mercantile greco, scambiato inizialmente per un miraggio e invece vero.
La fine, purtroppo è nota.
Ciò che resta, oltre alla leggenda di uno dei naufragi più lunghi e rocamboleschi della storia, è ormai solo il battello di salvataggio pneumatico tipo Avon4, esposto presso la ‘sala della Tempesta’ del Museo del Mare Galata, a Genova.
E le lettere dei due, a ricordo di quei 74 giorni. Mauro Mancini scrisse a proposito:

“Un’esperienza che può servire anche a chi non naufragherà mai. Ciò che conta è la volontà di vivere, di non arrendersi e continuare. Siamo tutti su una zattera”.

Una frase più vera e più attuale che mai ed è, forse, il modo migliore per ricordare il grande Ambrogio.