Grandi marinai
Ho letto recentemente il libro NAVIGARE IN OCEANO (ormai quasi introvabile) di Pierre Sicouri e Paola Pozzolini, nel quale ricorre spesso il nome di Jepson, il marinaio di Giorgio Falck. Ho fatto alcune ricerche in internet, ed ho trovato tre articoli che parlano di lui.
Giovanni Verbini “Jepson”, grande velista ponzese di Silverio Scotti

“JEPSON”
Giovanni Verbini, conosciuto da tutti come Jepson, colui che ha attraversato tutti i mari del mondo come marinaio di fiducia dell’armatore Giorgio Falck, famoso industriale del campo siderurgico e grande appassionato di competizioni veliche.
Falck mediamente ogni quattro anni varava una nuova imbarcazione e acquisiva nuovi membri d’equipaggio, tutti tranne lui, Jepson.
Su Guia, Guia II, Guia III, Bribon, Guia 2000, Rolly Go, Gatorade e Safilo, per 26 anni, Verbini è stato un fondamentale elemento di continuità, partecipando a importanti regate europee e mondiali, tante che farne un elenco completo risulta difficile.
Nella sua carriera sportiva ha partecipato con il Guia alla prima regata intorno al mondo a tappe, la Whitbread del 1973, che vinse nella categoria per Nazioni. Questo fu solo il primo dei suoi tre giri del mondo e di tante altre regate classiche della vela mondiale.
Tra le tante partecipazioni e vittorie possiamo citare la vittoria al Giro d’Europa nel 1991, 2 Middle Sea Race, 2 Circuiti Atlantici, 26 Giraglie di cui 13 vinte, 8 Fastnet, Cape Town-Rio de Janeiro, Rimini-Corfù-Rimini e 8 Sardinia Cup…solo per citare le regate più esclusive.
Con il Guia III, il 9 Marzo 1976, ha anche subìto un affondamento in pieno Atlantico, in seguito al’urto provocato da un’orca mentre era in rotta per le Azzorre, restando per alcuni giorni sulla zattera di salvataggio con i suoi compagni in balia delle onde.
Alcune delle sue avventure sono state immortalate in libri di vela che resteranno a imperitura memoria delle sue imprese.
Grazie a queste esperienze straordinarie e al fatto di aver regatato contro i mitici Straulino, Tabarly, Peyron, De Angelis e moltissimi altri grandi campioni, Giovanni Verbini va inserito nel gotha dei più grandi velisti italiani.
Per praticare il suo lavoro e la sua passione si è trasferito molti anni fa sulla costa ligure senza mai dimenticare la sua isola di origine e tornandoci in ogni occasione possibile.
Questo grande sportivo ha portato il nome di Ponza e della vela italiana sui gradini più alti del mondo. Nel 2007, nell’ambito della III Settimana Velica Ponziana, la Compagnia di Trinchetto gli ha consegnato il riconoscimento di Miglior Velista Ponzese del XX secolo e Jepson, ha ricambiato impreziosendo con la sua presenza e con i suoi ricordi la manifestazione velica.
Come non morire cadendo nei mari del sud (un italiano ce l’ha fatta)

C’è un motivo se noi giornalisti e appassionati di vela, davanti alla locuzione “mari del sud”, spesso, mettiamo un aggettivo: “terribili”. A latitudini così basse, se cadi fuoribordo mentre navighi, sei perduto.
La temperatura dell’acqua difficilmente supera i 7/8 gradi. In pochissimi minuti il tuo corpo va in ipotermia: a 28° gradi sopraggiunge l’incoscienza, a 24° la morte. Sempre che non avvenga per asfissia prima, perché il vento forte solleva l’acqua che “nebulizza” e impedisce la respirazione.
I terribili mari del sud non perdonano.
Il caso di John Fisher, caduto fuoribordo 1.400 miglia ad ovest di Capo Horn alla Volvo Ocean Race, è solo l’ultimo di una lunga lista di marinai “caduti sul campo”.

Paolo Martinoni alle fine degli anni ’70
L’UNICO UOMO “GRAZIATO” DAI MARI DEL SUD
I terribili mari del sud non hanno mai perdonato. Tranne che in un caso.
Una sola volta un uomo, caduto nelle acque gelide del 52° parallelo, conscio di andare incontro a morte sicura, è stato salvato dal suo equipaggio. Un equipaggio di grandi marinai italiani.
Era la Whitbread del 1981/1982, terza tappa (Da Auckland a Mar del Plata, in Argentina), quell’uomo era Paolo Martinoni.
E per sua fortuna, al timone del Rolly Go di Giorgio Falck, in quel momento, c’era il grandissimo Pierre Sicouri.
IL RACCONTO DELL’UOMO A MARE…
Racconta Martinoni:
“Eravamo a latitudine 52° sud, di notte, sotto spi. Il mare era agitato. All’epoca si teneva un piccolo genoa anche quando c’era lo spinnaker, si diceva che stabilizzasse la barca. Mentre stavo legando la sacca dello spi alla battagliola, il genoa cambiò improvvisamente mura e mi sbatté fuori dalla barca.
Quando ho visto la scritta ‘Yacht Club Costa Smeralda’ sulla poppa della barca che si allontanava, ho realizzato quello che era successo. Con l’acqua a sette gradi, dopo pochi minuti sei morto. E fino ad allora, nessuno che era caduto nel Pacifico del sud era mai stato ripescato vivo. Mi tolsi li stivali e mi misi a fare il morto, perché meno ci si muove e meno calore si disperde, nell’attesa che mi venissero a riprendere. E nel frattempo, pensavo. Venni preso da un dispiacere indicibile, con la consapevolezza che di lì a breve, se non fossero venuti a salvarmi, sarei passato dalla vita alla morte.
Fortunatamente Pierre Sicouri prese il timone e in sette minuti riuscirono a tirarmi su, dopo essermi passati sopra, avermi individuato una volta sopravvento ed essersi lasciati scarrocciare per avvicinarsi a me. Mi issarono a bordo, mi spogliarono nudo, mi offrirono una sigaretta e un tè e mi fecero saltare il turno di guardia successivo. Dopodiché ero pronto per ripartire.
Jepson (Giovanni Verbini, il marinaio di Giorgio Falck fin dal primo Guia, ndr), immancabile a bordo, mi confidò che durante le operazioni di recupero era stato chiuso in cuccetta a pregare San Silverio, il patrono di Ponza, la sua isola di origine, di salvarmi.
Promisi a Jepson che sarei andato l’anno successivo a onorare San Silverio durante la sua festività a Ponza, ma poiché ci andai a vela e presi bonaccia, arrivai all’isola il giorno successivo”.

Pierre Sicouri a bordo del Rolly Go
Racconta Pierre Sicouri
“Siamo a 52° gradi Sud., c’è freddo e si rolla parecchio, ma il morale è alto. Fuori il vento è calato, siamo nell’occhio della bassa…Di colpo sento un terribile urlo di Jacopo:
Paolo, Paolo è in mare! è caduto in mare!
…schizzo fuori coperta. Il buio totale, le vele che sbattono, gli spruzzi che mi lavano, il freddo pungente mi danno la misura del disastro.
A poppa stanno lottando in due con uno dei salvagenti ma la boetta è impigliata…così Paolo è senza salvagente.
Prendo il timone e Jacopo mi dà la rotta precedente e la invertiamo di 180°.
“ È stato catapultato in mare dalla scotta del fiocco”.
“Accendi il motore! Senza scaldare le candelette! dov’è? Guardate con i flash! … “
ho un nodo tremendo allo stomaco.
Stiamo costeggiando un immenso burrone, siamo sull’orlo del disastro. Dei cinque uomini che sono caduti in mare durante la scorsa Whitbread uno solo è stato tratto in salvo, e nessuno è stato salvato di notte.
Ma noi dobbiamo salvare Paolo.
Lo stiamo salvando…Dal nulla spunta la voce di Paolo:
“Di qua, di qua!”.
E’ un miracolo! Ma la barca e velocissima e non riusciamo a fermarla. Passiamo letteralmente sopra Paolo senza vederlo… è lui che ci indica il da farsi.
“A sinistra, puggia, di qua, di quaaa!”.

Pierre Sicouri
In pratica si sta salvando da solo…
gli passiamo vicino e finalmente riusciamo a tirargli un salvagente con una luce intermittente…dobbiamo fare presto, a questa latitudine la sopravvivenza in acqua è di 12 minuti…una cima e lo tiriamo contro la fiancata… grazie al suo fisico eccezionale, lentamente si riprende…
lo abbraccio fortissimo, non so come esprimergli la mia gratitudine per aver salvato la sua vita e la mia felicità”.

Il Rolly Go di Falck
Di IOR e di grandi marinai di Danilo Fabbroni

Sempre il Rolly Go, grande partecipazione italiana alla Whitbread Round the World Race
“Jepson”, il “Signor IOR” di Danilo Fabbroni
Giorgio Falck, appartenente ai Krupp italiani, fu una figura certamente atipica sia nel panorama velico che nel suo mondo di provenienza: era piuttosto suo cugino Alberto a fare il paron dalle belle braghe bianche al pezzo ogni giorno, in acciaieria.
Giorgio era più un gaudente del mare. Un mecenate del mare. Pochi armatori han dato in toto la propria barca come fece lui a Luciano Làdavas ed anche a Pierre Sicouri.
Pochissimi, in più, hanno dato delle dritte come fece lui con Pierre, per indirizzare il suo futuro di trader delle materie prime.
Me lo ricordo indelebile, accovacciato a poppa, a timonare, in quella posa che a tutti non poteva non sembrare scomodissima, a fumar come un turco, ed a tirar bordi impossibili.
A la Falck. E a bordo delle sue barche, Jepson […] – protagonista di questo aneddoto, n.d.r.

“Carissimo Giorgio, ti mando qualche notizia sulla terza tappa del giro del mondo. E’ stata davvero bella, forse la più bella di tutto il giro, per il suo fascino misto di mari del sud, Capo Horn e caldo Aliseo”.
Così scriveva nel marzo del 1978 Pierre Sicouri sulle pagine del Giornale della Vela, in una lettera indirizzata a Giorgio Falck, raccontando la tappa della Whitbread da Auckland a Rio de Janeiro a bordo di B&B. […] Jepson aveva una grande difficoltà a pronunciar nomi, anche quelli più semplici: a me si rivolgeva chiamandomi Tanile! (Danilo) .
A Guido Grugnola, navigatore del Rolly Go (elegante disegno di German Frers di Falck) lo apostrofava spesso così:
Quite, tu che si-navifgatore!
Probabile che intendesse chiamarlo col nome di Quite e col cognome Tu-che-si-navifgatore!
Con la fg in mezzo al cognome.
Un giorno Guido mi confidò una tranche de vie della regata attorno al mondo, la Whitbread sul Rolly Go, di Jepson che merita di non passare nel dimenticatoio.
Risalendo la Patagonia, in una notte stellata con meno mare ma un po’ d’aria e la vela, genoa #3 a prua, Guido alias Quite, viene interpellato da Jepson in un duetto filosofico/esistenziale/astronomico che ricorda la patafisica di Alfred Jarry:

Guido Grugnola al timone del Rolly Go di Falck alla Whitbread 1981-82, regata in qui prendono piede parti dell’aneddoto
Jepson
Quite, ma che stella è quella?
E Guido:
Non è una stella, è un pianeta, Jepson. È Giove.
Poco dopo Jepson:
Si, ma che stella è?
Guido:
Te l’ho detto Jepson, non è una stella è un pianeta.
Sempre l’instancabile Jepson:
Ma che cazzo di stella è che ieri non c’era lì?
Guido:
Infatti non è una stella, è un pianeta.
Jepson:
Si, però che cazze di stella è che si muove?
Guido:
Va be’, Jepson, è una stella che rispetto alle altre si muove.
E Jepson trionfante:
Fedi Quite, te l’afefi dette che era na stella!!
Ma al giro del mondo ne successero davvero delle belle.
Jepson era letteralmente terrorizzato dagli iceberg. Forse ne aveva incontrato uno o più di uno troppo vicino su qualche Guia. Non lo sappiamo di preciso, ma è un fatto che fosse spaventato a morte (anche giustamente…). Così andava sempre sotto a veder da Guido l’ultima cartina meteo trasmessa dal Nagrafax, fino a sfinirlo.
Matteo Caglieris, ingegnere, si trova al carteggio, in assenza di Guido, e non sa nemmeno perché, ma scarabocchia a penna un paio di figurine sulla cartina del Nagrafax che assomigliano vagamente a degli iceberg in miniatura. Quindi si alza e se ne torna in coperta.
Il caso vuole che dopo pochi secondi, ecco piombar giù di nuovo Jepson per l’ennesima volta coll’intenzion di sbirciar la cartina.
Non l’avesse mai fatto!
Quando vede che in mezzo alle isobare della cartina meteo, al semibuio del carteggio, gli si parano dinnanzi agli occhi le sagome inconfondibili, per lui, degli iceberg, zompa su in coperta e incomincia ad inveire come un cane idrofobo contro Guido:
Quite, te l’afefo dette io che eravamo fottuti dagli sfaccimme-di-aisberghe! […]

Gli Iceberg visti da bordo del Rolly Go
Buffo, lunatico, Jepsen sapeva stare al timone per giorni mangiando e bevendo poco, ma la barca la portava a casa.
Spesso veniva da Lavagna a Porto Cervo per le regate, da solo e senza carte, abituato ad andar per occhio e per istinto.
Non che fosse uno stinco di santo, come si suol dire, ma certamente non era uno costruito o in posa. Pane al pane, vino al vino.
Come quella volta per le selezioni dell’Admiral Cup, a Punta Ala, che vide, per usare un eufemismo, il Guia con un po’ di problemi di stazza.
Ed allora Jepson telefona all’ingegner Falck, in ditta a Milano.
Già questo lo spazientiva a morte, in quanto ovviamente alle Acciaierie Falck gli rispondeva una delle tante addette del centralino che lo facevano imbestialire. Dobbiamo ricordarci che erano i tempi dei primi centralini telefonici avanzati e quindi, nelle ditte di una certa rilevanza, si sperimentavano le prime musichette che annunciavano la messa in attesa della chiamata.

Il Guia IV in una foto d’epoca
Jepson, che chiama ovviamente dal telefono a gettoni (altro che smartphone) dentro il baretto di Punta Ala gremito di velisti, ribolle e incomincia a sproloquiare così:
(giù una serie di parolacce sconce irripetibili oggi…)
poi di nuovo, sempre più forte,
(altra serie di parolacce ancora più tremende…)
per farsi sentire, le pronuncia al meglio di come le può scandire!
Al che la signorina del centralino, pur distratta da mille altre chiamate fa, allarmata e scandalizzata:
Che cosa ha detto??
E Jepson:
AH! Ma allora ce l’afete-le-recchie!!!
Ma ecco che Jepson viene passato finalmente all’ingegner Falck ed urla – neanche fosso solo nel gremito baretto – una frase indimenticabile:
Incegnero … c’hanno scoperto! …. Incegnero c’hanno scoperto!
E tutti a scoppiar a ridere… Da quel giorno il motto “Incegnero c’hanno scoperto!” divenne il
Per chi suona la campana!
Stava a dire Jepson era in porto!
Jepson era così, amava la prospettiva frontale, non era un “obliquo”.
Lo potevi o detestare o esserne affascinato. D’altra parte così era anche il suo idolo, il mitico, vero Jepson, il finnico che calciava nelle squadre italiche come nessun altro!
Jepson l’ho conosciuto così:
se avessi l’onore di appuntare al petto la medaglia per IL SIGNOR IOR di tutti i tempi l’appunterei sul petto della cerata Henry Lloyd a GIOVANNI VERBINI, in arte JEPSON, nessuno meglio di lui incarnò lo spirito da Armata Brancaleone (nel meglio e nel peggio della definizione) che fu lo IOR.
