mercoledì, Aprile 29, 2026

High Seas Treaty: il trattato che cambia le regole degli oceani

di Edoardo Brodasca

Dal 17 gennaio 2026 le acque internazionali non sono più una zona senza legge.

Il 17 gennaio il High Seas Treaty è ufficialmente entrato in vigore, segnando una svolta storica nella governance globale degli oceani. Per la prima volta, la comunità internazionale dispone di uno strumento giuridicamente vincolante per la tutela delle aree oltre le giurisdizioni nazionali (Areas Beyond National Jurisdiction – ABNJ), che coprono quasi due terzi degli oceani e circa la metà della superficie del pianeta.

Fino ad oggi, invece, queste acque sono state di fatto un “vuoto normativo”: uno spazio cruciale per il clima e la biodiversità, ma privo di regole condivise ed efficaci. L’entrata in vigore del trattato colma finalmente questa lacuna.

Cosa cambia con il High Seas Treaty

Il trattato pone al centro la protezione della biodiversità marina in alto mare, riconoscendo l’oceano come un sistema unitario e interconnesso, essenziale per la stabilità climatica globale.

Tra le principali novità introdotte:

  • Istituzione di Aree Marine Protette in alto mare, anche in regioni ecologicamente sensibili o particolarmente vulnerabili;
  • Valutazioni di Impatto Ambientale obbligatorie per tutte le attività umane potenzialmente dannose, dalla pesca industriale all’estrazione mineraria in acque profonde;
  • Regole più stringenti contro la sovrapesca e per la gestione delle nuove forme di sfruttamento dell’oceano;
  • Condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine, con meccanismi di cooperazione scientifica e trasferimento di conoscenze a favore dei Paesi in via di sviluppo.

Si tratta di un cambio di paradigma: la conservazione non è più opzionale o frammentata, ma parte integrante della gestione dell’oceano globale.

Perché è una svolta per la governance del mare

Oltre il 70% della superficie terrestre è coperto da oceani, e la maggior parte di questa area non ricade sotto la sovranità di alcuno Stato. Per decenni, le acque internazionali sono state sfruttate secondo logiche di breve periodo, con impatti cumulativi spesso invisibili ma profondi.

Il High Seas Treaty introduce finalmente una cornice legale comune, capace di bilanciare tutela ambientale, ricerca scientifica e uso sostenibile delle risorse. Un passaggio chiave anche per il raggiungimento degli obiettivi globali sulla biodiversità, in particolare il target 30×30, che prevede la protezione di almeno il 30% degli oceani entro il 2030, come stabilito dal Global Biodiversity Framework di Kunming-Montreal.

Il ruolo della cooperazione internazionale

L’entrata in vigore del trattato è il risultato di un lungo lavoro collettivo che ha coinvolto governi, comunità scientifiche, organizzazioni non governative, fondazioni, popolazioni indigene e movimenti giovanili. Un ruolo centrale è stato svolto anche dalla High Seas Alliance, che ha coordinato per anni la pressione politica e diplomatica necessaria per arrivare ad un accordo ambizioso. Un esempio concreto di come il multilateralismo possa funzionare quando l’oceano viene riconosciuto come bene comune globale.

Dall’entrata in vigore all’attuazione concreta

Con il trattato ora operativo, la sfida principale è passare dalle regole alla loro applicazione. Entro la fine del 2026 è prevista la convocazione della prima Conference of the Parties (CoP), che definirà nel dettaglio i meccanismi di implementazione, controllo e monitoraggio.

Alcune aree sono già al centro delle discussioni come potenziali Aree Marine Protette in alto mare, tra cui il Mar dei Sargassi nell’Atlantico, il Thermal Dome nel Pacifico e diversi sistemi di dorsali oceaniche nel Pacifico meridionale. L’obiettivo dichiarato è arrivare ad una ratifica il più possibile universale, evitando zone grigie che possano indebolire l’efficacia del trattato.

Un nuovo patto globale con l’oceano

L’entrata in vigore del High Seas Treaty rappresenta uno dei passaggi più significativi degli ultimi decenni per la tutela del mare. Non risolve da solo le crisi oceaniche in corso, ma fornisce finalmente gli strumenti per affrontarle in modo coordinato. Il successo del trattato dipenderà ora dalla capacità degli Stati di trasformare gli impegni in azioni concrete, dalla protezione effettiva delle aree marine alla regolazione delle attività industriali. Perché la salute dell’oceano non è una questione settoriale, ma una condizione essenziale per il futuro del pianeta.