Alessandro di Benedetto
Mi piace riproporre la storia di grandi navigatori, e di grandi imprese. Questo è il racconto di Andrea Falcon del record del giro del mondo di Alessandro Di Benedetto compiuta nel 2010
Ha girato il globo da solo senza mai fermarsi su una barchetta a vela di appena sei metri e mezzo. Dopo 19.000 miglia ha perso l’albero ma non ha mollato, è tornato a Les Sables d’Olonne, da dove era partito 268 giorni prima, stabilendo un nuovo record, dimostrando che qualsiasi barca, se ben preparata, può circumnavigare la terra.

Alessandro Di Benedetto è un geologo di Agrigento di nazionalità italo-francese con alle spalle già diverse imprese oceaniche.
Nel 2002 è diventato il primo in assoluto a portare a termine una traversata atlantica di 2700 miglia (da Las Palmas, Gran Canaria, a Point à Pitre, Guadalupa) in solitario su un catamarano non abitabile di 6,10 metri di lunghezza. Nel 2006, con lo stesso catamarano e sempre in solitario, ha stabilito il record di traversata dell’oceano Pacifico, coprendo la distanza di 4500 miglia da Yokohama (Giappone) a San Francisco (Stati Uniti) in 62 giorni.
Ha la stessa faccia di quando è partito, Alessandro Di Benedetto. Quando ritorna a Les Sables d’Olonne, dopo 268 giorni di navigazione solitaria attorno al mondo, a bordo della sua barchetta di soli sei metri e mezzo, non è dimagrito e non ha la barba e i capelli lunghi.
Non ha quell’aspetto ruffiano che fa tanto lupo di mare e che affascina televisioni e giornalisti in cerca di pagliacci in stile Isola dei Famosi.
Alessandro Di Benedetto è un marinaio vero e la sua storia è altrettanto incredibilmente reale. Il suo stato psico-fisico, quando rimette piede in banchina dopo nove mesi in barca, è allo stesso tempo formidabile e incredibile, come l’impresa che ha appena compiuto.
Dopo 28.000 miglia di oceano (di cui le ultime 9.000 percorse con l’albero rotto) e quasi nove mesi senza mai toccare terra e vedere nessuno, racconta di tramonti, albatros, natura e di pace nel mondo con la semplicità di uno che è tornato rilassato da un viaggio di 10 giorni in vacanza.
È tranquillo, di ottimo umore, parla volentieri e regala sorrisi e cordialità a tutti.

Findomestic Banca è la barca di 6,50 metri con la quale Alessandro Di Benedetto ha affrontato il giro del mondo in solitario.
Prima di lui, il record di circumnavigazione della terra senza scalo con l’imbarcazione a vela più piccola apparteneva al famoso navigatore inglese Robin Knox Johnston, che nel 1969 completò la navigazione in 313 giorni a bordo del 9,70 metri Suhaili.
Alla partenza, Findomestic Banca è stata caricata con 250 chili di cibo liofilizzato, 600 chili di materiale per gestire le avarie e riparare le rotture, e una riserva d’acqua dolce di rispetto di 35 litri (a procurare il resto ha provveduto un dissalatore).
Un viaggio da record
Alessandro Di Benedetto è salpato da Les Sables d’Olonne (città francese sulla costa atlantica, nel dipartimento della Vandea, da dove ogni quattro anni parte la celebre Vendée Globe Challenge, regata attorno al mondo senza scalo per navigatori solitari) il 26 ottobre scorso, alle ore 10:26. Era una deprimente e nebbiosa mattinata autunnale che tutto poteva ispirare, tranne un’uscita in mare da solo di sei mesi (questo era il tempo stimato per il giro del mondo a vela con la barchetta a vela di 6 metri e mezzo pienamente funzionante; poi, dopo il disalberamento, sono inevitabilmente diventati quasi nove); vi ha fatto trionfalmente ritorno il 22 luglio alle ore 6:02, accolto dai colori e dal sole dell’estate.
Questa mattina, mentre mi avvicinavo al porto di Les Sables d’Olonne, ho provato una sensazione fantastica
ha dichiarato Di Benedetto appena messo il piede a terra per la prima volta dopo 268 giorni, 19 ore, 36 minuti e 12 secondi in oceano.
Ho compreso che il sogno si era finalmente realizzato e mi sono emozionato nel vedere tante persone venute ad accogliermi al largo con i propri mezzi e qui in banchina. Il mio ritorno è meraviglioso, è la conclusione di un grande viaggio su questo pianeta.
Un viaggio che, sebbene abbia i connotati dell’avventura, ha anche una grande valenza sportiva, dato che è stato riconosciuto dal WSSCR (World Sailing Speed Record, l’organismo ufficiale che amministra tutti i primati della vela) come il nuovo record del giro del mondo a vela in solitario completato con la barca più piccola.
Alessandro Di Benedetto prende il posto addirittura di “Sua Maestà” Robin Knox Johnston, il navigatore inglese che nel 1969 vinse il Golden Globe (la prima regata no-stop attorno al mondo per solitari, divenuta anni dopo l’attuale Vendée Globe Challenge) completando la circumnavigazione in 313 giorni con lo Suhaili, lungo 9,70 metri.

Amante delle sfide
L’idea di questo giro del mondo, roba da non credere, a Di Benedetto è venuta mentre si trovava da solo in mezzo all’oceano.
Mentre stavo terminando la traversata del Pacifico (nel 2006, sempre in solitario su una barca di sei metri, ma quella volta un catamarano sportivo senza cabina, ndr), con l’adrenalina in corpo, ho avuto la certezza che presto sarei ripartito per realizzare questo grande sogno.
In molti, ormai, hanno portato a termine il giro del mondo a vela, da soli, senza scalo, ma mai nessuno con un’imbarcazione così piccola. Io amo le sfide e ho voluto dimostrare che, se ben preparata, qualunque barca può navigare lungo la rotta che porta a doppiare i tre capi (Buona Speranza, Horn e Leeuwin, ndr).
È partito nonostante in tanti, come avevano già fatto prima delle sue transatlantiche con i catamarani, gli avessero detto che era un viaggio impossibile da realizzare, che la barca sarebbe andata distrutta e che lui avrebbe rischiato la morte. Con questo giro del mondo, però, Di Benedetto ha voluto lanciare anche un altro messaggio, che magari ha poco a che fare con la vela e l’avventura, ma va bene lo stesso:
A me piace utilizzare queste imprese che faccio per creare l’occasione di parlare con i media di pace, democrazia e per esprimermi contro le guerre e il razzismo. Auspico la cooperazione tra i popoli e il rispetto dei diritti umani: il mondo alla fine è uno e, quando si naviga a lungo, si comprende che i paesi sono più vicini di quanto ci facciano credere le distanze geografiche.

Alessandro Di Benedetto, sul suo Findomestic Banca avvolto dalla nebbia, attende fuori dal porto di Les Sables d’Olonne le condizioni ideali per iniziare il suo viaggio attorno al mondo.
La paura è necessaria
A una settimana dalla partenza da Les Sables d’Olonne, Di Benedetto aveva raccontato di sentirsi enormemente emozionato, perché per lui navigare è
un’esperienza sempre nuova, ogni volta è come partire verso l’ignoto. A volte provo anche un po’ di paura, ma l’idea di poter vivere una simile avventura è più forte di ogni cosa.
Al suo ritorno, ha provato a fare una rapida sintesi del suo viaggio di nove mesi:
Tra i momenti più difficili ricordo le basse temperature a sud dei 40 ruggenti (i 40 gradi di latitudine sud, ndr) scendendo l’oceano Indiano. Superate le isole Kerguelen si è presentato il pericolo degli iceberg, con la temperatura dell’acqua a due gradi centigradi e quella dell’aria a zero. Navigare con la nebbia in quelle zone è stato un po’ un incubo. Poi, sono arrivate le prime tempeste, sempre nell’Indiano, con le onde enormi a sud dei 50 urlanti (i 50 gradi di latitudine sud, ndr) e le bufere nell’oceano Pacifico.
Tuttavia, Di Benedetto si emoziona di più quando racconta i momenti più belli, come quando ha accarezzato i delfini nell’oceano Indiano:
Una cosa meravigliosa. Ho visto un’orca, ho incrociato le balene e ho ammirato i loro sfiati altissimi in controluce, le foche e gli albatros che non mi hanno mai mollato, dal capo di Buona Speranza fino al largo della costa argentina.
Di Benedetto ha affrontato un giro del mondo davvero estremo, ma non per questo si sente una persona con doti particolari.
Io ho paura come tutti, anche se da piccolo ovviamente lo negavo. La paura non è altro che una debolezza umana ed è necessaria; l’importante è saperla trasformare in stress, che causa l’adrenalina, quindi alza il livello d’attenzione. La paura alla fine serve per superare i momenti difficili.

Alessandro Di Benedetto in navigazione.
La perdita dell’albero
Momenti difficili come quando ha perso l’albero in oceano Pacifico, mille miglia prima di doppiare Capo Horn?
No. Non so spiegarmelo, ma quello non è stato un momento difficile; probabilmente perché ero preparato, sia psicologicamente sia logisticamente, con i materiali, ad affrontare un problema del genere.
Dopo tutto, la sua barca, un esemplare della classe Mini 6.50, l’ha completamente ristrutturata in prima persona per affrontare questo lungo viaggio e quindi era pronto ad affrontare qualsiasi riparazione in caso di avaria. Alla partenza, a bordo erano stati caricati 600 chili di materiale di soccorso.
Avevo tutto per effettuare la riparazione dell’albero: i terminali per ricostruire tutti i cavi, le tronchesi, le seghe per il ferro, le morse, i tessuti, le resine epossidiche e anche l’attrezzatura per la cottura dopo la laminazione. Quando è caduto l’albero sapevo già cosa fare e dopo due giorni era di nuovo su con le vele issate.
In quell’occasione, il 30 marzo, dopo 19.000 miglia di navigazione, Di Benedetto e il suo Findomestic Banca hanno affrontato una terribile, puntuale, tempesta nel Pacifico con venti di 50 nodi.
Senza preavviso, l’albero ha ceduto, rompendosi quasi all’altezza della coperta.
Una fortuna, nella sfortuna, perché con il troncone più lungo (6,40 metri) ha ricostruito l’armo che gli ha consentito di issare nuovamente la randa terzarolata, il fiocco e, successivamente, anche lo spi.
Con i tessuti di vetro e con la resina ha ricostruito la scassa dell’albero che, in fin dei conti, era anche la parte più danneggiata. Il giorno di Pasqua, per nulla scoraggiato, Di Benedetto ha mandato un messaggio:
Ho trovato nel mio uovo… un nuovo albero!

Un’avventura di altri tempi
Quindi, i momenti difficili sono stati altri, addirittura quelli di calma piatta.
Nelle giornate senza vento ho pensato che la cosa più importante su una barca a vela, a volte, è il motore. La calma totale è più stressante di una brutta tempesta. Per far passare il tempo mi mettevo a cucinare; in barca avevo addirittura un forno realizzato con pentole contrapposte per fare il pane.
Per certi aspetti, Alessandro Di Benedetto, con questo giro del mondo, ha ricordato quegli intrepidi navigatori che tra gli anni Sessanta e Settanta iniziavano le loro prime avventure per gli oceani del mondo, affrontandoli con barche a vela poco più tecnologiche di quelle usate per il normale diporto e che andavano avanti solo con la forza e l’abilità del proprio marinaio.
Di Benedetto racconta, andando contro le abitudini moderne, che vedono ormai anche i velisti oceanici curare la preparazione atletica finalizzata all’utilizzo della barca a vela.
Odio la palestra e credo che il fisico che ognuno di noi ha è il risultato della vita e dell’attività che fa normalmente tutti i giorni. Lo posso capire per chi fa le Olimpiadi e deve concentrare lo sforzo in poche ore, ma nelle navigazioni oceaniche conta di più la testa, la passione e il desiderio di viaggiare. Credo che se mi mettessi a preparare le mie navigazioni facendo i pesi e costruendo un corpo di muscoli artificiali, priverei le mie avventure di una importante componente naturale.
Come successe alla fine della traversata del Pacifico con il catamarano, Di Benedetto nelle ultime settimane del giro del mondo ha già iniziato a maturare l’idea della sua prossima sfida.
Non vuole anticipare nulla, perché (e qui deve, suo malgrado, adeguarsi ai tempi) “per realizzare certi progetti ci vogliono gli sponsor”.
