Alpa
Ho avuto anch’io un’Alpa 34, l’ultimo modello prodotto da questo cantiere prima che Zuanelli ne comperasse il Know how, ed è stato un amore a prima vista.
Ricordo che quando frequentavo ‘Istituto Nautico a Venezia il professore di Arte Navale ce lo nominò, tant’è che Tino, un mio compagno di classe, in seguito ha comperato l’ALPA 6.70 del quale andava fiero.
Forse anche per le sue referenze, quando ho deciso di “andar per mare” con una barca a vela ho puntato sull’Alpa 34, disegnata da Sparkman & Stephens, anche se il mio orientamento iniziale era su un Moana, ma … Si chiamava Krianni, e con lei per 9 anni ho fatto un’esperienza validissima, una barca “marinara”, la portavo da solo e ho scorrazzato su e giù per l’Adriatico, fino a Zante, sempre in sicurezza.
Poi la ritenevo troppo piccola per un giro del mondo, e sono passato al Sound of Silence, il Solaris two di 43’.
Non avevo ancora iniziato a scrivere dei miei viaggi, ma ho ancora moltissimi ricordi che magari prima o poi vi racconterò.
Per ora vi lascio alla lettura di questo articolo.

Una pietra miliare della nautica italiana (e non).
Firmatario di scafi eccezionali, quali il 9.50 e il 12.70, così come di derive che hanno cresciuto intere generazioni, Alpa fu un’esperienza relativamente breve ma fondamentale, uno dei grandi cantieri “illuminati”, il primo, in Italia, ha veder applicato l’uso della vetroresina. Nato nel 1956, questa è la sua storia.
Cantieri ALPA, i precursori
La vetroresina fu un elemento cardine per lo sviluppo della nautica da diporto in forme che si avvicinano quelle odierne.
Legno e alluminio erano il precedente standard, con le successive sperimentazioni nei reami dei materiali esotici (Kevlar, carbonio etc), presentatesi solo dopo la scoperta della “bontà” di questa prima. Un materiale fondamentale la cui importanza è da ritrovarsi in un singolo concetto: la produzione seriale. L’applicazione, come spesso, nasce in contesto militare, durante il secondo conflitto mondiale e, dalle esperienze cantieristiche di questa fase, è poi piano tradotta e sperimentata in ogni altro settore.
I cantieri Alpa saranno tra i primi a coglierne il potenziale, arrivando ad assumere alcuni tra i più importanti architetti del loro tempo per firmare scafi oggi leggendari.
Alpa varerà ben 22.000 scafi, offrendo una produzione che, per certi versi, sui piani di efficienza e know-how, sarà paragonabile ai successi di Henry Ford nella rivoluzione automobilistica.

ALPA, le origini
Danilo Cattadori è la figura chiave di questa storia.
Forte di una grande passione per la modellistica, nei primi anni 50 trasla questa sua esperienza verso il mondo della costruzione nautica, dando vita ad un singolare cantiere/persona, CD, ovvero, Danilo Cattadori, primo vagito di quello che sarà Alpa.
Ma è nel 1956 che avviene la svolta, con la registrazione della ditta individuale Alpa di di Fiesco-Offanengo, acronimo per Azienda Lavorazioni Plastiche Affini.
Siamo in un periodo ancora considerato come di sperimentazione pura dei compositi a base di resina e il cantiere ne diviene subito uno dei precursori.
La prima produzione è incentrata sulle derive, da cui ricava un immediato successo.
I suoi Flying Dutchman (progetto di Cattadori, elaborato sugli originali di Uus Van Essen e Conrad Gulcher 1951) risultano subito tra i migliori, vincendo l’Oro Olimpico ai Giochi di Napoli del 1960.
La fama diventa subito internazionale, e tali le partecipazioni del cantiere ai Saloni.
Cattadori, peraltro, vincerà anche un Compasso d’oro per il suo FD.

Flying Dutchman prodotto da Alpa
Siamo nel 1960 quindi e, a 4 anni dalla sua fondazione, il cantiere ha in produzione alcuni modelli della precedente esperienza di Cattadori (i cabinati CD sotto i 9 metri) e due classi internazionali, il Flying Dutchman e il Flying Junior.
Ma gli anni ‘60 saranno i veri anni della svolta.

La vittoria dell’Oro Olimpico FD 1960
Alpa, la svolta di primi anni ‘60
Con la fama raggiunta e il know-how acquisito sul fronte della vetroresina, gli anni ‘60 sono il grande trampolino di lancio del cantiere. Cattadori, lungimirante, coglie i vantaggi di produzioni seriali più importanti, e li sposa mirabilmente con progetti firmati da vere e proprie star del settore.
Il tentativo è chiaro, lanciarsi nel mondo dei cabinati, aprendosi, però, a diverse fasce di mercato: da una parte, il “piccoli”, scafi sotto i 9 metri ma qualitativamente capaci di essere validi week-ender; dall’altra, il mercato dei “grandi”, con scafi impegnativi e di mole ben superiore.
Firmati da Illingworth, nascono così le prime due serie: l’Alpa A7 (1961; 7.0 m) e l’Alpa A15 (1962; 14.7 m).

Alpa 15
Con l’Alpa A7 si ha un piccolo scafo pensato per un pubblico meno abbiente, uno scafo compatto, modesto, ma qualitativamente ricercato e completo di ogni comfort.
Le linee sono marine, gli slanci non eccessivamente pronunciati (7 m LOA x 5.75 m LWL), con chiglia semilunga e armo in testa d’albero.
Sottocoperta, 4 posti letto, piano cucina e toilette offrono il necessario per prolungare le proprie uscite, facendo del piccolo 7 metri un ideale scafo sia per neofiti che per velisti più navigati.

Alpa A7
L’Alpa A15, dall’altra parte, è uno scafo che vuole invece offrire di più, nascendo come Ocean Racer e, soprattutto, come il più grande scafo in VTR d’Europa.
È una barca “da signori” (ne verranno prodotte ben 6).
Chiglia lunga, scafo stellato, armo a Yawl (con la mezzana retrostante l’asse del timone) e slanci più importanti (14.7 m LOA x 10 m LWL), ne fanno un progetto marina e di fascino per il suo tempo. Sottocoperta, oltre all’immancabile (per allora) cabina del marinaio prodiera, offre una seconda cabina doppia privata e altri 3 posti a dormire in dinette, altrimenti adibita a salottino.
Non mancano l’inevitabile cucina, carteggio e toilette. I due scafi compongono la prima produzione matura e faranno da trampolino di lancio per la più ingente produzione di fine decennio.

Alpa A15
I cult di fine anni ‘60
La produzione d’eccellenza del cantiere arriva a fine anni ‘60. In questa fase la progettazione è ormai matura, i numeri ci sono e l’interesse anche.
Il cantiere guarda così a dimensioni apprezzabili ad un grande pubblico e più equilibrate rispetto ai precedenti estremi, dando così vita a due scafi capaci di consacrare il marchio per canoni che, contro ogni pronostico, saranno quelli che tutt’oggi ne popolano la memoria: qualità e attenzione al dettaglio. Nascono così, nel 1967, due nuovi progetti di Illingworth, l’Alpa A9 e l’Alpa 8.25.
L’Alpa A9, lungo 9.09 metri, è uno scafo che guarda a stilemi relativamente classici, con chiglia semi-lunga, tuga alta e profili pienamente anni ‘60. Offre volumi capienti per lo standard e si presta bene all’uso crocieristico.
È l’Alpa 8.25, però, a essere qui l’innovatore, a partire dalle linee d’acqua, più moderne, con deriva a pinna e timone separato, ovviamente, con skeg.
È questo anche lo scafo di maggior successo tra i due, con la produzione interrotta solo nel 1983, a differenza dell’A9, che fermerà produzione già nel ‘70.

Alpa A9
Il 1968 vedrà poi l’introduzione del piccolo Alpa 6.7, la versione aggiornata dell’Alpa A7, se vogliamo, ma questa volta ad opera di un nome nuovo, un grande nome: Van de Stadt.
Ad affiancarlo, un grande successo di Illingworth, il Maica, riprodotto per Alpa con alcune migliorie dallo stesso progettista e rinominato Alpa A11, noto anche come Alpa Maica.
Due scafi di indubbio successo, destinati, però, ad essere eclissati dalla successiva introduzione del cantiere, forse l’apice assoluto della sua produzione.

Alpa 8.25
Nel 1969, infatti, Alpa presenta un nuovo progetto firmato da Sparkman & Stephens.
È uno sloop moderno nato per la creazione di una piccola serie destinata ad un nucleo ristretto di armatori alla ricerca di una barca con cui poter sia regatare, sia godere appieno della navigazione più pura.
È l’Alpa 12.70, lo Swan 43 italiano, una vera “chicca”. Il 12.70 rientra infatti fin da subito tra i migliori progetti Sparkman & Stephens del periodo e viene ostruito da Alpa con una cura e qualità allora ancora senza precedenti.
Lungo 12.65 metri (9.12 m LWL), forte di slanci importanti e linee elegantissime, venne prodotto in appena 15 esemplari, a tuga lunga o corta (i soli quattro esemplari a tuga corta sono un piccolo capolavoro d’estetica) rivelandosi presto uno scafo non solo di classe, ma anche a dir poco performante. Un perfetto coronamento per la fine del decennio.
È però anche la nascita dei problemi per Alpa, il progetto risulta infatti eccellente, ma l’operazione commerciale retrostante è sfortunata, facendo vacillare le fondamenta.

L’Alpa 12.70, un esempio di eleganza senza tempo. In questo caso, un esemplare a tuga corta
Gli anni ‘70
Gli anni ‘70 si aprono subito con una seconda chicca, un gioiellino di barca.
È il “piccolo” Alpa 9.50, un disegno proprio di Cattadori, che rielabora le linee del 12.70 su dimensioni inferiori, dando vita a una barca pensata per l’utilizzo come piccolo cruiser.
Il successo non manca, il 9.50 è agile, compatto e piace, elegante come pochi altri 9 metri sapevano essere in quel periodo.
Contemporaneamente, con il 71 i problemi economici del cantiere si fanno più profondi e, da ditta individuale, Alpa diventa società per azioni.
È in questo momento che Cattadori lascia le sue quote e si ritira dall’attività.
Esce, lo stesso anno, il primo Alpa 11.50, progetto di Sparkman & Stephens.

Alpa 9.50
Con il 1972, coerentemente, il Cantiere cerca così una nuova direzione, che sembra trovare il suo spazio sotto il segno S&S.
Nascono gli Alpa 36MS (1972) e Alpa 42 (1973), rispettivamente di 11.22 e 12 metri fuori tutto. Il disegno e le linee, però, sono diversissimi da tutto quanto fosse nato prima.
La scelta della nuova direzione di cantiere guarda infatti al mondo dei bluewater e, tra alti bordi liberi e pozzetti centrali, i due nuovi scafi lo dimostrano appieno.
In parallelo, il 1974 porta anche due piccoli scafi, l’Alpa 7.4 (7.4 m) e l’Alpa A8 (8.0 m), seguiti dall’A27 (8.17 m) e dall’A19 (5.7 m).

Alpa 42
Ad affiancare questa recente flotta di “piccoli” scafi e bluewater, intanto, continua la produzione dell’Alpa 11.50. Uno scafo che seppe mantenere vivo il cantiere grazie alle sue splendide linee classiche e pulite, con slanci ancora accentuati, e tuga ancora in stile anni ‘60.
Un apparente “ritorno all’ordine” tra le nuove comparse, ma che non riesce, però, da solo, a mutare la nuova linea.
Nel 1976 arriva infatti un altro tentativo verso il mondo dei bluewater, l’Alpa 38, un altro S&S, questa volta di 11.38 metri e disponibile sia con armo sloop, sia ketch.

Alpa 11.50
Il declino
Priva di Cattadori, impostata su questa nuova direzione, Alpa non riesce però a riconsolidarsi e, con la fine degli anni ‘70, il cantiere chiude i battenti. Non prima di lanciare, però, un ultimo scafo, un ultimo successo da 44 esemplari.
È l’Alpa A34 di Sparkman & Stephens, una barca ora moderna, pienamente figlia del suo tempo e dalle linee piacevoli. Gli slanci sono più brevi, la pinna di deriva più accentuata e il baglio massimo è abbondante, centrale.
Esteticamente, è nettamente diversa da tutta la precedente produzione, un canto del cigno forse, uno spiraglio in quello che, forse, avrebbe potuto essere il look Alpa anni ‘80.
Complessivamente, nonostante il suo “breve” corso, Alpa fu però una realtà importantissima per la cantieristica italiana, non solo per quei 3 o 4 grandi cult che seppe lasciarsi alle spalle, quanto forse più per l’impostazione qualitativa e innovativa che seppe dare, creando un’eredità così importante da far sì che le successive esperienze del belpaese avessero, forse, quella marcia in più che poi seppero avere.
Alpa A34
