Isole Strofadi, racconto di Paolo Brunello

Le  Strofadi sono due isolotti che si trovano a una trentina di miglia a sud di Zante  e altrettanto distanti dalla costa del Peloponneso. Quello a Nord si chiama Arpìa, poco più di uno scoglio, l’altro a sud si chiama Stamfani ed ha una superficie inferiore a 4 km quadrati. Le Strofadi hanno per me un fascino straordinario: sono un’oasi nel grande mare aperto, dove la lontananza dalla civiltà ha consentito alla natura di sviluppare specie endemiche e un ambiente marino tra i più incontaminati. Questo è uno dei pochi posti in cui ho avuto la chiara sensazione di sentirmi “fuori dal mondo”. Tutta la zona è considerata parco naturale, ma la grande distanza da zone abitate fa sì che i controlli da parte delle autorità siano alquanto inefficaci: nelle mie soste ho sempre visto pescherecci d’altura che mettevano le reti nelle acque circostanti e camminando per l’isola di Arpìa si vedevano per terra centinaia di bossoli di cartucce, chiaro segno che durante il passo degli uccelli questo è un posto alquanto frequentato da cacciatori abusivi. Sulla guida nautica c’è scritto che qui sostano per riposare un migliaio di diverse specie di uccelli durante le loro migrazioni. Su Stamfani vi è un grande monastero-fortezza edificato nel 1200, visibile da molto lontano; un monaco vi ha abitato in totale solitudine per ben 38 anni, ricavando di che vivere dalla coltivazione dell’orto e da un piccolo gregge di pecore, bevendo l’acqua di una sorgente. Non amava i contatti umani, perciò raramente si faceva vedere, ma tra i naviganti era diffusa la voce che chi andava in visita al monastero doveva lasciare qualcosa per il frate: qualche pacco di pasta o riso, generi di prima necessità. Nelle ultime soste ho potuto constatare che il monastero, che nel passato aveva ospitato fino a 40 monaci, era in pessime condizioni e a rischio di crollo totale a causa dell’incuria e dei frequenti terremoti. Leggo su internet che padre Grigoris è deceduto nel 2017, non so se qualcuno ha preso il suo posto.

Prima di andare alle Strofadi bisogna consultare molto bene il meteo: non c’è porto e non è facile mettere al sicuro la barca. L’isola di Arpia può dare un precario ridosso solo dal maestrale, vi sono molti scogli e la limpidezza dall’acqua rende difficile valutarne la profondità; l’ecoscandaglio aiuta poco, si deve procedere a vista. Bisogna dare ancora su tre/quattro metri d’acqua, il fondale è costellato di grandi massi, poco spazio per mettersi a ruota, meglio perciò usare una cima a terra. Fantastici i fondali, come nuotare in un immenso acquario, quanto di più bello e vario si può vedere in Mediterraneo. Guardare il cielo stellato da questo posto così lontano da inquinamento luminoso è una immensa emozione.

Nelle mie navigazioni ho passato la notte alle Strofadi almeno cinque volte, la prima nel ’94 di ritorno dalla Turchia con a bordo mio fratello con rispettive mogli e mio figlio Michele di due anni. Era verso la fine di settembre, pochissime barche incontrate lungo il tragitto e a Sud del Peloponneso, del tutto soli nel ridosso di Arpìa. Sceso in acqua verso il tramonto, si vedevano su tre metri d’acqua aragoste uscire dai loro rifugi, non ho resistito alla tentazione di catturarne un paio per cena. Appena buio è cominciato il canto delle Berte (Calonectris diomedea) uccelli marini della famiglia delle procellarie. Sono simili a gabbiani, ma grandi la metà circa, di colore grigio cenere, più scuro sul dorso, il ventre bianco; becco giallo e zampe palmate. Sono sicuramente gli uccelli marini più adattati all’altura, presenti in tutti i mari del pianeta, si nutrono esclusivamente di pesce, crostacei e molluschi. Nidificano solo in isole deserte lontane dalla costa. Il loro canto è alquanto simile al pianto di un neonato, forse per questo gli antichi hanno esagerato in fantasia e le hanno scambiate per orribili creature, l’Arpia è infatti il mitico mostro alato con grandi artigli e testa di donna di cui si parla nell’Eneide.

Nell’agosto 2008 ho portato a visitare le Strofadi un gruppo di sei persone; ci arriviamo nel tardo pomeriggio provenienti da Zacinto, sospinti da un benevolo maestrale. Abituato a trovarmi da solo, rimango stupito nel trovare tre barche già ormeggiate a ridosso di Arpia. Trovo comunque un posto abbastanza ridossato con cima a terra. Al tramonto arriva un’altra barca a vela proveniente da Sud. Si mette vicino a noi, è un First dei cantieri Beneteau color beige di una quarantina di piedi, a bordo una famiglia di francesi con due bambini. Scambiamo qualche parola, sono partiti da Marsiglia, vogliono visitare le isole ioniche, poi l’Adriatico. Serata movimentata: appena buio parte inaspettata una brezza da sud, il Michaelone si sposta di qualche metro, troppo vicino a uno degli enormi massi di cui non si capisce la profondità. Mando la ciurma a portare sopravvento col gommoncino l’ancora di rispetto per metterci in sicurezza, penseremo domattina a disincagliarla, il fondale non supera i tre metri. Giusto il tempo di finire le operazioni e la brezza finisce, il resto della notte passa tranquillo guardando le stelle e ascoltando il canto delle procellarie. Mi sveglio all’alba, come consuetudine, per vedere il sole che sorge dal mare. Prima di tornare a dormire vedo i francesi salpare, giusto il tempo di un saluto con la mano e scompaiono alla vista dietro l’isola di Arpia. La ciurma comincia a dare segni di risveglio dopo le nove, colazione e bagno nelle limpide acque, non abbiamo fretta di partire da questo paradiso. Ma abbiamo in programma di arrivare a porto Keri su Zacinto, perciò bisogna decidersi a partire; il mare è completamente in bonaccia. Percorsa una manciata di miglia vediamo dirigere verso di noi un elicottero e una motovedetta della guardia costiera. Rimango perplesso, cosa vorranno da noi? Il motoscafo si avvicina e un poliziotto ci intima l’alt incrociando le braccia, si affiancano, per fortuna a bordo del Michaelone c’è chi parla l’inglese meglio di me.

Finalmente comprendiamo la situazione: una barca partita dalle Strofadi ha lanciato un S.O.S senza riuscire a dare la posizione. Appurato che non siamo stati noi a chiedere soccorso, vogliono sapere quante barche sono ancora presenti sull’isola. Diventa subito evidente che l’imbarcazione in difficoltà è quella dei francesi in quanto noi siamo partiti per secondi. Rapidi accordi con la motovedetta: noi continuiamo sulla nostra rotta verso Zacinto, loro faranno ricerche verso Katakolon, l’altra direzione che i francesi potrebbero aver preso, in ascolto su canale 16 vhf per qualsiasi comunicazione. Proseguiamo guardinghi passandoci il binocolo, con il mare così piatto la visibilità è di almeno 7/8 miglia. Rimaniamo pieni di apprensione pensando alla famiglia con bambini e cerchiamo di immaginare cosa può essere successo per non aver avuto il tempo di dare le coordinate. Non ci sono tante alternative: la barca potrebbe aver urtato un oggetto semisommerso, oppure aver avuto un cedimento strutturale, non ci sono scogli pericolosi nei dintorni

Ad un paio di miglia da Zacinto comunichiamo via radio che le nostre ricerche non hanno avuto buon esito e nemmeno la capitaneria ha ancora trovato i naufraghi; il canale 16 è intasato da concitate conversazioni in lingua greca. Finalmente nel tardo pomeriggio arriva la tanto attesa notizia: i francesi sono stati recuperati sani e salvi da una delle tante barche allertate partite da Katakolon e Kiparissia. Sul navtex di bordo c’è scritto che li hanno trovati aggrappati al loro autogonfiabile semi-affondato, per questo non è stato facile trovarli; resta sconosciuto il motivo dell’affondamento.

Una bottiglia di buon prosecco ghiacciato è quello che ci vuole per lavare via le ansie della giornata.

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