mercoledì, Luglio 8, 2026

Luglio – Lucia Pozzo

Con la prossima stesura del secondo volume questa stagione di interviste sta per terminare, e mi sono reso conto che ultimamente le mie non sono più interviste ma sono diventate storie, storie di vita vissuta, di come il mio personaggio ha vissuto il mare, la vita in barca, a terra, la famiglia.

Questo anche per dirvi che dopo oltre 40 incontri le pagine da 10/15 sono diventate 25/30, e questa che segue forse è la più lunga, ma ne valeva la pena…sono certo che sarete d’accordo con me.

Lucia Pozzo

Prima di conoscerla ho letto i suoi libri, e così quando l’ho incontrata lassù al giardino dei marinai, mi è sembrato di conoscerla da molto tempo. Ancora prima dell’inverno avevo previsto di andare a trovarla lassù in montagna, a 1200 metri sopra Torino, perchè leggere di una donna comandante che si presenta agli armatori dicendo semplicemente; “Buongiorno. Vorrei comandare la sua barca, quella li, la più grossa, quella che vale qualche miliardo”, come racconta nel suo libro Donne in mare, mi aveva incuriosito.

Come spesso capita fra “marinai” il feeling è stato immediato, lei d’altronde mi ha messo subito a mio agio, tant’è che già la sera davanti ad un bicchiere del suo Barbera Superiore le ho dato del maschiaccio… e così potete già immaginare il piacere di stare con lei, anche se quando sono ripartito avevo un po’ di rammarico per averle rubato un po’ del suo tempo, dopo aver saputo che la mattina alle sei lei è già in piedi per lavorare…altro che turno di guardia in navigazione…

Ed infatti chi avrà l’occasione di leggere qualche suo libro, ma anche leggendo la sua storia, si renderà conto di quanto intensa sia la sua giornata.

Una delle cose che mi ha colpito è la sua voce sicura e decisa, perché per fare il comandante di una barca bisogna usare autorevolezza e se il comandante è una donna, la dose deve essere doppia. Un’altra è stata la sua duttilità: passa dalla montagna dove vive, dove ha un rapporto familiare con il legno, dove taglia i tronchi che bloccano la strada e spala la neve, alla pianura, perchè la sera è a Torino a gestire una manifestazione dell’Albero maestro che lei ha organizzato con le Falchette di Airc in mezzo a decine di navigatori, ed infine la settimana dopo è al mare a bordo della barca d’epoca Tirrenia II per gestire le operazioni di restauro … indubbiamente un grande carattere, una grande forza d’animo e di volontà, magari una persona non facile con cui convivere, ma d’altronde per raggiungere certi risultati per una donna bisogna avere le caratteristiche… di un maschiaccio.

Poi appena sotto la pelle è dolcissima, disponibilissima, molto generosa (non con sè stessa), e il suo percorso di vita rappresenta indubbiamente la sua personalità, d’altronde noi siamo frutto di quello che abbiamo fatto…ma non è così facile vivere in simbiosi con noi stessi.

Lei ce lo dimostra.

Chi è oggi Lucia Pozzo?

Lucia Pozzo oggi è un comandante che ha già una certa età, perché sono della classe 1961, ma non ho voglia di andare in pensione; forse dovrei pensarci, perché il fisico comincia a non reggere più per il lavoro che faccio sulle barche d’epoca, che è molto fisico, ma non importa. Sono una persona tosta e quindi penso che andrò ancora avanti finché non mi cacceranno via dagli imbarchi.

Navigatrice, architetto, restauratrice, madre, moglie, Dio è uno e trino ma tu?

Sono proprio quella tipica persona che mille ne pensa e 1500 ne fa, cioè metto in pista un sacco di cose; quando ero giovane riuscivo anche ad organizzarle tutte e a portarle fino in fondo. Adesso comincio a perdere qualche colpo o a dimenticare qualcosa o fare qualcosa che magari non va fatto.

Diciamo che mi sono dedicata al mare che è stato ed è il mio grande amore; soprattutto sono il mio amore le barche d’epoca, qualcuna la tengo proprio nel cuore al punto che se potessi me la tatuerei addirittura in fronte.

Fino a 40 anni sono stata uccel di bosco, e quindi andavo in giro per il mondo, libera; poi, ad un certo punto, ho fatto la scelta di avere un compagno, e con lui abbiamo deciso di adottare un bambino; quindi io sono diventata mamma per procura, cioè sono diventata mamma in seconda battuta.

È stata una cosa bellissima, anzi sapendo lo rifarei anche prima, perché più sei giovane più ti godi i figlioli; questo però mi ha tenuto un po’ di tempo lontano dalle barche e dal mare, anche se succedevano delle cose un po’ buffe: quando mio figliolo parlava con le persone e queste gli chiedevano “… dove è tua mamma?… “ lui diceva: “…mia mamma è in mare, e mio papà è a casa, ed è lui che fa da mangiare”…

cioè si sono un attimo scambiati i ruoli perché ho un marito che è anche lui comandante.

Lui naviga su barche moderne ed io su barche d’epoca, quindi mai sulla stessa barca e pertanto ci siamo soventissimo scambiati i ruoli, e questo mi ha permesso di fare un po’ tutto.

Poi architetto, ho preso la laurea in architettura navale, perché avrei voluto andare da Sparkman e Stephens in America a farmi le ossa per progettare le barche a vela; ma poi mi sono resa conto che per pagarmi l’università facevo già lo skipper, e per me andare in mare era più gratificante che non stare chiuso in uno studio con le luci al neon a tirare righe, perché allora si tiravano ancora le righe sul tecnigrafo.

La laurea mi è servita per essere a volte alla pari con i miei armatori, nel senso che non ero l’ultimo delle sguattere di bordo, ma ero comunque un architetto che aveva deciso di fare il mestiere di comandante, e mi è anche servito perché nel restauro, nella ristrutturazione delle barche d’epoca tanti pezzi li abbiamo studiati sui disegni vecchi perché non esistevano i disegni aggiornati, e li abbiamo ridisegnati e dati poi a un fabbro da riprodurre o a un falegname da rifare.

Da giovane in montagna, poi a 17 anni in mare e poi di nuovo ai monti: irrequietezza, curiosità, insofferenza alla staticità?

No, direi proprio di no, è che sono figlia di due genitori molto avventurosi, alpinisti, giramondo: negli anni 60-70 giravamo il mondo con la tenda, quando il campeggio non era proprio facile come adesso. Poi andavamo in giro a fare passeggiate, su per le montagne, praticavo anche lo sci perchè per me, essendo io di Torino, la montagna era più comoda, più vicina; inoltre ai miei genitori del mare non gliene fregava proprio assolutamente nulla, e della barca a vela non sapevano quasi neanche cosa fosse.

All’età di 16 anni guardando Carosello alla televisione, la pubblicità rappresentava proprio una barca a vela che navigava, con tutti i ragazzi giovani che si lanciavano le secchiate d’acqua, e chissà perché nella mia immaginazione di ragazzina quella doveva essere una vita super avventurosa, e così a 16 anni ho cominciato a lavorare, e sono andata a guadagnarmi i soldini per comprarmi la barca.

Era un’utopia, però poi con l’aiuto di papà e mamma mi sono comprata un laser usato, una deriva, me l’hanno portata sul lago di Viverone, perché è più vicino a Torino e ho cominciato così la vela.

È stata proprio un colpo di fulmine, a 18 anni ho deciso di prendere la patente, ero l’unica donna insieme a149 uomini, e per una serie di avventure particolari

avevano deciso di fare una trasmissione televisiva sui velisti di Torino: pensavano che filmare una donna mentre faceva l’esame di patente nautica potesse essere un volano per far venire più donne a prendere la patente nautica.

Ti parlo degli anni 80, ovviamente ho fatto un esame brillante perché ero appassionatissima e mi ero studiata il volume 1 per prendere la patente nautica e il volume 2 per prendere il comando di navi da diporto, e non immaginavo certo che il presidente della Lega Navale di allora credesse che io avessi chissà quale esperienza.

Avevo fatto solo le tre uscite previste per la patente nautica e lui mi ha proposto di tenere i corsi di teoria: per una studentessa che stava a Torino, andare la sera a insegnare patenti nautiche era interessante perché mi guadagnavo anche due soldini, e quando poi mi ha proposto di fare anche i corsi di pratica ho accettato, e mi sono improvvisata.

Avevo sempre 5-6 allievi sulla barca, tutti uomini che di fronte alla ragazzina di 19 anni volevano ovviamente dimostrare di essere dei bravi velisti, e quando c’era qualche cosa che io non sapevo, facevo la classica domanda:

“… voi cosa ne pensate, voi cosa ne dite? …”

e c’era subito chi spiegava a un altro come si faceva una certa manovra, e ho imparato così ad andare in barca a vela sulle spalle dei miei poveri allievi di patente nautica.

Hai lo stesso percorso di Ida Schiavi.

Io e Ida siamo della stessa epoca e ci conosciamo fin da quegli anni. Lei è fortissima, siamo amiche, e le mando molte persone perchè fa un’attività che io non faccio ed è molto brava, la sua società è molto quotata e sono molto seri.

Merito anche di Nini Sanna!

Si infatti la differenza tra me e lei è che lei ha cominciato ad andare in barca con Nini : io li conoscevo perché loro erano da una parte del porto di Imperia e io ero dalla parte opposta; ero molto amica di Nini Sanna e conosco i suoi due figli… Clelia è stata mia marinaia ed è stata nel mio equipaggio di tutte donne per tanti anni, e con Paolo Sanna abbiamo avuto una società insieme, abbiamo avuto la Cooperativa Vela, e con i suoi figli all’epoca noi abbiamo fatto grandi cose.

Com’è piccolo è il mondo.

Si, e poi quello della nautica… quello che mi fa ridere è che Paolo Sanna, il figlio di Nini, visto che loro sono di Cuneo, è il migliore amico di mio marito, ma quando ho conosciuto mio marito non sapevo che fosse Paolo il suo miglior amico, e Paolo era mio socio, quindi è veramente piccolo il mondo.

E pensa che Nini Sanna l’ho intervistato un mese prima che morisse. Ricordo che quando l’ho sentito al telefono mi ha detto: “… chiamami che poi devo andare in ospedale…

Io ho tutti i suoi libri e sono veramente molto belli perché prima di andare sulle barche a vela navigava veramente sulle navi. Lui è stato un uomo di mare di grande spessore. Quelli che tu mi hai nominato sono tutti uomini di mare, anche le donne, però gli uomini sono tutti di genere diverso, hanno fatto tutti grandi imprese, ma secondo me bisogna tenere presente che adesso uno che vuol fare come Nini Sanna, uno che vuol fare come Luciano Làdavas, uno che vuol fare come me, ha la strada spianata perché siamo in un’altra epoca.

Allora noi eravamo proprio tutti dei precursori. Anche Ida ha cercato di fare un equipaggio di tutte donne, solo che poi lei aveva il lavoro, aveva Nini, e loro avevano le barche; io invece ho perseguito solo una strada, e in quel senso l’ho fatto per prima.

Infatti poi con gli equipaggi suoi e delle sue allieve ha fatto delle regate, e lei è molto esperta, è molto brava in regata, molto più di me, veramente molto più di me…

Come mai la scelta o decisione di scegliere equipaggi femminili?

È stata una questione di marketing: negli anni 80 facevo già lo skipper su barche di 15-16 metri e facevo i trasferimenti. Non mi piaceva fare il charter perché ero “un po’ molto” orso, non sopportavo la gente, e quando ad un certo punto volevo propormi da comandante su barche più grosse per farmi conoscere e fare esperienza, ho visto che il nome dello skipper era legato al fatto che solo se facevi le regate i giornalisti parlavano di te, ma il mio nome non lo conosceva nessuno.

A quella epoca in campo di regata le barche avevano già un timoniere, ma non mi prendevano neanche come equipaggio.

Io ero molto carina, magra, atletica, occhi blu, avevo un certo look, e quando chiedevo di fare l’imbarco mi sentivo dire:

”… sì sì vieni a bordo, vieni sotto a fare i panini…” oppure: ”… sì sì c’è posto sotto coperta…” .

Posso dire che è una “cattiverissima”, ha un significato molto antipatico, abbastanza offensivo, al che capendo l’allusione rispondevo:

”…no, guarda, io in cucina sono proprio un disastro, io voglio fare il marinaio, voglio fare il timoniere… e me ne andavo via…”;

non mi offendevo, mi hanno detto delle cose sconvolgenti, a volte mi hanno dato degli epiteti addirittura in mia presenza, senza sapere che ero io, ma non importa,

Considerato che facevo fatica a salire sulle barche da regata, perché le poche donne che c’erano erano mogli e fidanzate dei regatanti, ad un certo punto mi è venuta in mente che non c’era un equipaggio di tutte donne, e se io avessi trovato uno sponsor e avessi messo insieme un equipaggio di tutte donne, e avessi avuto una barca, ero certa che sarei stata la donna che avrebbe timonato e comandato, perché avevo organizzato tutto io.

Così ho cominciato a guardarmi attorno, e ho trovato delle ragazze in Adriatico che stavano cercando di fare un equipaggio di tutte donne, e la cosa ridicola è che ho trovato lo sponsor a Torino, l’INVICTA, che faceva tutto abbigliamento da montagna.

Il primo anno ci ha vestite di rosa perché nel loro concetto le donne dovevano essere vestite di rosa, quindi tutto abbigliamento da montagna, maglioni, guanti da sci, e noi ci siamo accontentate perchè ci hanno dato anche dei soldi.

Questo è Delfino Rosa?

Sì, poi un cantiere in Adriatico ci ha dato una barca che era uscita sbagliata dagli stampi, quindi non era molto vendibile, così se fossimo andate a scogli non succedeva niente, e mettendo insieme le forze abbiamo fatto l’Invicta Delfino Rosa.

Ho inventato il nome Delfino Rosa perché a mia mamma piaceva cucire ed aveva fatto un pupazzo, un delfino rosa con gli occhi azzurri e le ciglia lunghe, ed io sulla fiancata della barca, insieme alle mie compagne, con gli adesivi ritagliati abbiamo fatto un grosso delfino rosa con gli occhi azzurri e le ciglia lunghe, e da lì è stato tutto un crescendo perché abbiamo fatto i risultati nautici, anche se all’inizio le donne stesse non ci credevano, soprattutto i giornalisti e gli sponsor. Per me è stato facilissimo.

Il riconoscimento della figura professionale dello skipper e del marinaio da diporto: tu l’hai citato anche su alcuni articoli, che cosa pensi dell’attuale legge? So di gente patentata anche per grandi crociere, che imbarca senza esperienza.

Questa secondo me è una cosa grave: pensa per l’appunto che con i Sanna e con altri velisti negli anni 80 abbiamo creato una cooperativa che si chiamava la Cooperativa Vela, proprio per cercare che la figura dello skipper fosse riconosciuta.

Allora non servivano neanche i titoli, imbarcavi solo con la patente nautica, perché i titoli ce li aveva solo chi usciva dal Nautico e chi faceva la carriera da Ufficiale.

Però la Cooperativa Vela non ha funzionato perché non erano gli anni giusti, perché chi come noi, uccelli d’alto mare, voleva navigare, si scambiava gli imbarchi, ma nessuno voleva prendere un imbarco in regola con i titoli ed i libretti di navigazione.

Nella nautica da diporto non c’era proprio il concetto, come poi è venuto dopo. Attualmente io mi trovo con dei ragazzi giovani, 21, 22, 25 anni, prendono i titoli, soprattutto quelli inglesi che hanno anche un costo, e poi ovviamente avendo i requisiti vogliono salire su barche di 80 piedi o su grossi yacht perché i titoli permettono loro di comandarli.

A quei tempi nella nautica succedeva una cosa terribile: mentre sui campi da sci tu vai e vuoi il maestro di sci titolato della scuola, con la divisa con le stelline tutto omologato, in campo nautico c’è sempre stata quest’idea di prendere il primo che passa sulla banchina e di portarselo a bordo, ti dà una mano in barca, e anche sulle barche grosse non verificano tanto il curriculum quanto i titoli, perché i titoli garantiscono l’assicurazione… e non ho altro da dire.

Questo cosa comporta? Ho degli amici comandanti che hanno 60 65 70 anni, navigano da 40 anni, non hanno i titoli, ma hanno l’esperienza, e non hanno più voglia di prendere i titoli, perché dovrebbero investire dei soldi; è pesante, è pesante tecnicamente, è pesante quello che devi portare come studio, perché non è lo studio di pratica di mare.

Io adesso per portare un certo tipo di barca dovrei avere fatto corsi di navigazione astronomica che non mi serviranno mai, quindi una persona di una certa età non ha più voglia di rimettersi in gioco per un titolo che poi comunque va in esaurimento: è una fatica improba, tu investi tempo e soldi e poi non è detto che prenda il titolo per fare questo lavoro, magari ancora per solo cinque anni.

E così uno dice”.., ma no, vado su una barca più piccola dove non servono i titoli!…”

Ho letto della navigazione avventurosa in Nord Atlantico in mezzo ai banchi di nebbia a velocità elevata, slalom alla cieca in mezzo ai ghiacci, che cosa ti spingeva? Sfida con te stessa, con la forza della natura, o con le altre barche?

No, era una regata, era una sfida con le altre barche! Io non ho mai avuto bisogno di misurarmi con la natura: se mai l’ho sempre fatto involontariamente andando in montagna, vivendo la montagna.

È la scelta di vita che ho fatto venendo qui a Mezzenile, un borgo a1200 metri sopra Torino, dove la sfida è d’inverno tutti i giorni con la neve, con gli animali, una strada senza protezioni, difficile specie di notte.

Io esco di casa, parcheggio la macchina, faccio un tratto di strada dove ci sono i

lupi e i cinghiali; io li vedo, loro per fortuna se ne vanno via, quindi io la sfida quotidiana ce l’ho e non ho bisogno di andarmela a cercare.

Quella era una regata perché di solito con le barche d’epoca preferisco una navigazione lenta, tranquilla: in Atlantico se non ho voglia di tirar su una vela non la tiro su, però ho voluto provare anche la velocità.

Abbiamo fatto la Quebec Saint Malo: timonare una barca che fa 25 nodi in Atlantico, in surf di notte, con la schiuma del mare che fa le scintille, la barca fa la scia ed il plancton lo vedi luminoso, sai che ci sono i growler alla deriva, i pezzi di ghiaccio che scendono, c’è la nebbia, vedi l’aurora boreale … tutte esperienze che io volevo vivere, e so che la mia vita non basterà per conoscere tutto quello che vorrei ancora provare.

È stato scritto che il tuo punto debole, qualcuno l’ha chiamata macchia, è stata la presunzione di poter fare tutto da sola è vero?

No, non vorrei che si confondesse il fatto che faccio le cose anche da sola con il fatto che sono una persona che sta benissimo da sola.

Per esempio navigare in solitario non mi è mai venuto in mente di farlo, non mi interessa, perché mi piace condividere le mie esperienze e le mie emozioni anche con altri;

però se devo fare una cosa, qualsiasi cosa, che sia la gita in montagna, che sia il trasferimento della barca e non trovo nessuno, non sto lì ad aspettare ma prendo e parto.

A volte sono in barca che lavoro e i marinai del porto magari dopo una settimana mi dicono – “…Ah, ma eri a bordo?…” – questo perché io non mi faccio vedere, non chiacchiero con nessuno perché sto facendo gli affari miei, ma non sono una solitaria.

Sono consapevole di stare molto bene da sola, ho molte cose da fare: ho da leggere, da scrivere, da lavorare, da pensare, da guardare gli uccellini o l’orizzonte, quindi… ma non sono individualista.

Mi piace comunque condividere, tant’è che fondato un’associazione di volontari dove stiamo preparando e formando tante persone, e devo organizzarle tutte, e quindi mi devo relazionare con loro.

Come ti fa sentire di essere stata la prima donna ad entrare nel mondo della vela come istruttrice e poi come skipper? Qual è stata la difficoltà maggiore in un mondo di uomini?

Ti dirò che di difficoltà non ne ho viste, cioè sono le difficoltà che trova chiunque:

io conosco uomini che vanno per un imbarco con un curriculum pazzesco, magari rispondono a un annuncio, e si sentono dire di no perché…” sei troppo vecchio, hai la barba, non parli in inglese come vorrei io…” quindi secondo me le difficoltà ci sono sempre.

Io non ho trovato sinceramente grandi difficoltà a fare il comandante perché ero una donna: ho ricevuto dei no e ho ricevuto dei grandi sì, perché c’erano degli armatori che subito sono rimasti sorpresi “… Una donna?…” però poi magari avevano in azienda una super manager che lavorava più di un uomo, molto più anziane di me, e mi hanno dato credibilità, quindi i no sono stati di meno dei sì, e poi io tra l’altro non mi sarei mai scoraggiata per un no.

Quindi il fatto che si pensi che ci siano meno donne comandanti non è perché gli uomini non li vogliono o perché non sono capaci, ma semplicemente perché non ce ne sono.

Attualmente ho delle amiche comandanti molto più giovane di me che magari sono state mie allieve ai corsi del Velamare, corsi di piccole scuole di vela, che mi dicono “…. ah grazie, tu per me sei stata una grande ispirazione perché io volevo fare quello, e se ci sei arrivata tu pensavo di arrivarci anch’io…”; quindi a me questo fa molto onore, anche se ci sarà qualcuno che ha detto:”… Guarda quella là che si dà delle arie…”,

Io non mi sono mai dato delle arie, io sono sempre andata per la mia strada un po’ come’ un caterpillar, cioè se voglio fare una cosa…

Prendi ad esempio questa casa in cui siamo: tutta la parte in legno, non quella pesante, me la sono costruita tutta io perché non avevo i soldi, volevo arrivare a fare quello, e me lo sono fatto.

Avrò impiegato più di un anno, quindi se mi metto in testa di fare una cosa, non sfidare la malattia che di questo ne parleremo poi, io vado avanti come un carro armato e trascino la gente, quindi sono contentissima che ci siano delle donne che sono orgogliose di essersi ispirate a me, come pure di tante persone che non conosco che mi scrivono di aver letto i miei libri e di aver preso ispirazione da loro.

Quando ero giovane, ragazzina, non so se navigavo già o no, per me Ida Castiglioni era un mito.

Era un mito perché era una bella donna, si era fatta una regata impegnativa e anche a me sarebbe piaciuto farla, ma lei aveva i soldi, io no; io infatti non ho mai fatto una Ostar, avrei voluto farla, ma non l’ho mai fatta perché ci voleva una barca che io non avevo, costava troppo,

Poi quando ho avuto la barca dovevo lavorare per mantenermi, e quindi sono riuscita a fare… quello che sono riuscita a fare.

Certo che se io fossi stata di famiglia ricca forse avrei fatto anch’io il giro del mondo in solitario, ho degli amici che han fatto con la loro barca il giro del mondo in solitario a tappe perché avevano il budget per permetterselo, io ancora oggi non posso farlo, ma posso costruirmi una casa con le mie mani.

Hai ragione, guarda quante donne fanno la Vendée Globe adesso!

Ma certo! Hanno alle spalle dei grossi sponsor, però io alla mia età avrei ancora voglia di fare la regata, ma non ho voglia di mettermi in difficoltà con gli sponsor.

Già li abbiamo noi per fare l’associazione, per gestire la barca delle Falchette di AERC: è veramente molto impegnativo ed è più un impegno burocratico, loro hanno alle spalle un pool di persone, ed io non ne ho più voglia, faccio le cose che mi piacciono con le mie forze: non ho mai voluto fare il passo più lungo della gamba perché non voglio ritrovarmi impegnata.

Nel libro Donne in mare, nel parlare degli allievi che frequentavano la scuola e vela, tu li suddividevi in tre categorie: i giovinetti, i professionisti e le donne, e quelli che non accettavano la donna come istruttrice. Oggi forse non sei più in contatto con quel mondo, ma moltissimi vanno in barca o ne hanno una. Com’è cambiato il mondo di chi va in barca?

Sono in super contatto, perché adesso che ci sono i social, ogni tanto mi trova qualcuno, si presenta ma ovviamente io non mi ricordo nome e cognome:

”… io sono stato un tuo allievo di patente nautica in quegli anni lì…”; oppure qualcuno mi scrive:

”… ah ti ricordi che eri un orso, ti ricordi che facevi questo, ti ricordi che mi hai cazziato per quella cosa…”.

Quindi in effetti tanti allievi si ricordano di me, io ho tenuto parecchi corsi, erano blocchi da 50 persone, è ovvio che non me li ricordo tutti. Adesso anche i corsi di patente nautica sono cambiati con i test, ed ho seguito delle persone che mi hanno chiesto una mano… finché si tratta di fare carteggio, di raccontare, di spiegare, nessun problema.

Poi ho fatto i test insieme agli allievi… io non avrei più preso la patente nautica.

Non per niente, forse è il mio cervello che non funziona bene con nessun tipo di test, perché se io so la risposta ma scrivo la X sulla casella sbagliata è perchè le domande sono a trabocchetto.

Una persona fa fatica, sono cambiate le leggi, ci sono dei segnali in più, la normativa è veramente cambiata, quindi secondo me un istruttore di patente nautica deve continuamente aggiornarsi.

Skipper, c’è qualcosa di diverso fra l’uomo e la donna?

No, secondo me no, perché anche io faccio pipì fuori bordo mentre navighiamo, quindi credo che non ci sia niente di diverso.

Io ho avuto esperienza di qualche donna a bordo: sono molto più riflessive, più sensibili, c’è più sensibilità nella donna rispetto all’uomo.

Non lo so, guarda: io posso parlare per me stessa e quindi io difficilmente trovo differenze tra uno skipper donna e uno skipper uomo; c’è un’unica cosa, che nell’ambiente io ho conosciuto dei comandanti donna che forse fanno un po’ le altezzose perché ”indossano” un ruolo, per darsi più credibilità.

È una cosa che non condivido perché se io ho una debolezza la dimostro, la esterno, la dico, non mi toglie nulla, anzi !!.

Diventa un punto di forza.

Per l’appunto, infatti a volte mi fa ridere quando sono insieme adi altri comandanti, magari loro stanno parlando di quella donna comandante e dicono “… eh sì perché le donne se la tirano…”, intendendo proprio quella perché se la tira veramente, ma vedono che ci sono anch’io e allora ”… i presenti esclusi…”, però è così, questa è la mentalità maschile.

Io comunque sono vissuta tanti anni in mezzo agli uomini per lavoro che adesso mi ritrovo a ragionare più da uomo che da donna.

Tu mi hai fatto la battuta dicendomi “… sei un po’ un maschiaccio…” ed è vero, perchè anche da ragazzina ero un maschiaccio, per me andare a giocare a prendersi, a guardie ladri, picchiarsi, e su per la montagna, giù nel al buio, era normale, mentre invece andare a giocare con i pentolini e le bambole mi annoiavo.

Infatti io non ho bambole, non ne ho mai avute… ero una bambina frustrata, perché quelle che mi sono state regalate poi mia mamma le metteva da parte; le cuciva per poi fare i vestitini, ma io non le ho mai guardate e come ho potuto le ho regalate via,

mentre invece ho ancora le macchinine di ferro di quando ero bambina, che poi ha usato mio figlio, i pupazzi; i peluche di animali mi sono sempre piaciuti, io li avevo tutti, e giocavo appunto a fare la regina del bosco con tutti gli animali con una mia amica, anche lei maschiaccio come me.

Quindi non avevo le bambole ma giocavamo con questa serie di peluche, la volpe, l’orso, il canguro, eccetera, eccetera;

Mi racconti qualche episodio vissuto con le tue donne marinaio all’arrivo nei porti? Mi risulta che eravate sempre oggetto di attenzioni non solo dagli altri equipaggi ma anche delle armatrici…

Quando andavo in giro con barche un equipaggio di tutte donne ed arrivavamo in porto ovviamente tutti ci guardavan.o

Ancora adesso mi succede che quando arrivo con vento forte, gli altri equipaggi già ormeggiati ti guardano scrollando la testa, e immagino che diranno: ”… c’è una donna al timone adesso ovviamente chissà che danni farà…”.

Ma mi succede anche quando vedo qualcuno alla guida di una macchina che non è capace di parcheggiare, e mi vien da dire: ”…guarda quella li, non è capace di parcheggiare, sarà senz’altro una donna…”, ed infatti poi mi vergogno ma è così.

Avevamo in barca con noi una bellissima marinaia che metteva i fuseaux, i pantaloni stretti stretti stretti stretti, forse metteva le mutande tanga, oppure non le metteva proprio, fatto sta che quando lei saltava in banchina non voleva aiuti da uomini “… no no faccio io …” saltava a terra come un grillo, poi si chinava a mettere le cime d’ormeggio sulle bitte, e vedevi l’omino del porto con gli occhi fissi sul sedere della nostra marinaia.

Allora io dicevo: ”… – scusi ci dà l’altra cima…”! mentre lui invece rimaneva fissato sul sedere della ragazza, perché indubbiamente era un bel vedere!

Quindi questo è un episodio carino.

Oppure un’altra cosa che mi ha sempre fatto ridere dell’essere donna: una volta arrivo con una barca a Calvì, il porto era tutto pieno e non c’era posto, ma bisognava scendere a terra per fare la spesa; allora io mi metto all’inglese dove c’era il traghetto e dico:”… ragazze fate in fretta che poi arriva il traghetto …”

Ovviamente arriva subito la Capitaneria del porto, e ci intima in francese:”… no no qui non si può stare, dovete andare via, dovete andare via subito…”.

Io li guardo sconsolata e dico “…- il comandante non è a bordo!”, e loro:” allora vabbè… noi aspettiamo…” perché ovviamente non immaginavano che il comandante fosse una donna, e quindi sono stati lì tranquilli; poi quando è arrivato l’equipaggio con le borse della spesa, di corsa, io ho messo in moto e me ne sono andata!

Questa è stata un’altra cosa carina, una delle varie avventure; ma ne avrei tantissime.

Da dove nasce il detto che le donne in barca portino sfortuna?

Di solito questi detti popolari hanno un fondo di verità.

Non lo so perché dicono così, però ti dico una cosa: a me piacciono molto i libri della storia della navigazione del passato; sui clipper o sui velieri il 99% dei comandanti si portava la moglie a bordo, perché il comandante era bravissimo nella navigazione ma non era magari tanto capace a leggere scrivere, e molti libri routeur, che erano i portolani di allora, venivano fatti dal comandante mentre navigava, ed erano dei veri gioielli, venivano però redatti dalla moglie.

Quindi non so perché si dice che le donne a bordo portino sfortuna, perché storicamente invece a bordo c’erano e servivano ed è vero.

Per esempio, sempre perché allora le donne non venivano accettate a bordo per lavorare, mi sembra che Bouganville (la pianta che ha preso il nome da lui), un famoso scienziato e ricercatore che andava in giro per il mondo, avesse una collaboratrice donna che però si era imbarcata travestita da uomo, e non è stata l’unica volta.

Da dove nasce la passione per la barca d’epoca

Perché il legno è un materiale vivo: infatti io dico barca d’epoca, ma su una barca d’epoca d’acciaio non salirei mai perché è fredda, come il ferro, o l’alluminio;

l’alluminio l’hanno inventato a fine dell’ottocento, quindi già allora sono state fatte delle barche d’epoca in alluminio chiodato e ovviamente non saldato.

Io sono proprio per il legno, il legname, anche perché mi occupo del restauro delle mie baite, dei mobili, mi costruisco i mobili perché a me piace il legno come materiale vivo.

Quindi passione per il legno

Sì sì, ho cominciato a fare i trasferimenti di barche d’epoca proprio appena ho preso la patente, e forse mi davano l’imbarco perché c’erano delle barche da restaurare di legno sulle quali nessuno sarebbe salito a bordo, perché erano in stato pietoso; invece io con grande entusiasmo andavo con il mio equipaggio, le prendevo e me le portavo a casa.

Parlando di materiali, quindi di un aspetto tecnico, quale materiale preferisci per le barche? C’è qualche relazione fra disegno e materiale? Sicuramente per la velocità?

È ovvio, perchè il carbonio è un materiale che ti permette di fare dele cose con degli spessori minimi: anch’io ho fatto regate su barche in carbonio e mio marito è specializzato proprio in barche di questo materiale. Ovviamente è più delicato dal punto di vista delle collisioni: per esempio con una barca d’epoca le velocità sono inferiori, ma se prendo una bombola del gas che galleggia alla deriva non mi succede niente; con una barca in carbonio succede qualcosa;

infatti io mi ricordo che alla Quebec – Saint Malò, proprio con la barca in carbonio, scendendo, per colpa della corrente abbiamo preso una boa di segnalazione in metallo e ci siamo fatti un buco: ho le foto che in pieno Atlantico noi siamo con la barca sbandata dall’altra parte e stiamo riparando un buco che sarà di una ventina di centimetri.

Con una barca in legno forse si sarebbe un po’ rovinata la vernice!

Gli artigiani del mare, arti e mestieri che stanno scomparendo; come fare per non perderli?

Negli anni 90 ero a Trieste, in un cantiere a seguire il restauro di una barca, a fare le impiombature sui cavi o a fare determinati lavori di falegnameria, e c’erano ancora degli artigiani di una certa età che tra l’altro, oltreché insegnare a me, anche se era una donna, avevano ancora la forza e la voglia di insegnare a qualcuno.

Purtroppo poi ad un certo punto questa cosa si è persa.

Adesso c’è un grosso ritorno: si fa fatica a trovare ragazzi che vogliano imparare, però ci sono delle scuole di giovani; per esempio a La Spezia c’è una scuola di restauro, ci sono dei restauratori, donne e uomini giovani, quindi lavorano su barche d’epoca, barche in legno.

C’è proprio un’associazione che fa questo, e sarebbe interessantissimo intervistare Fanja Raffaellini, una ragazza giovane, molto brava, che vive su una grossa barca d’epoca, che però è una riproduzione, ed io ti posso dare il contatto. Lei è una carissima amica ed è molto brava, e loro fanno un sacco di attività, appassionano i giovani, giovanissimi, fanno dei progetti che coinvolgono anche le scuole.

Uomini e barche di domani, cosa ne pensi?

Tutti adesso sono intrippati coi foil con le barche volanti…

Non sono barche, certo che se devo attraversare l’Atlantico e ho una barca coi foil volanti e ci metto nove giorni dico…. che bello che bello che bello.

Però la barca secondo me deve navigare con il cattivo tempo e togliersi dai guai quando c’è la costa sotto vento, il mare, il vento.

Devo poter andare via o poter stare all’ancora con una bufera terrificante, starci tranquillo, in sicurezza, anche se sempre con gli occhi aperti e con le orecchie dritte; quindi non lo so, secondo me ci saranno ad un certo punto due tipi di barche: le barche per quelli che vogliono fare gli estremisti e le barche per i marinai.

Come la Coppa America

Certo; cambieranno i tipi di marinai perché credo …anzi ne sono sicura, che se mi mettono su una barca con i foil, io non so nemmeno da che parte cominciare, ma sono altrettanto sicura che se uno è andato solo su una barca con i foil e lo metto su una barca tradizionale non sa poi come cavarsela, senza andare all’estremismo della barca d’epoca con le vele auriche, che già le vele auriche non le sanno portare tutti.

Quindi diventerà un po’ come la formula 1 delle macchine: se mi metti su una macchina di formula 1 non sono capace di guidarla, ma un fuoristrada lo porto su per una collina senza problemi, quindi diventerà una vela molto più specialistica.

Questo secondo me riguarda anche gli uomini di mare, perché gli uomini di mare di una volta, i navigatori, avevano certe caratteristiche: lo facevano perché cercavano l’avventura o avevano voglia di girare e di conoscere; oggigiorno, moltissimi, bravissimi, ma lo fanno per le regate.

Sì esatto! Lo fanno per le regate, per la velocità. La buonanima di Sciarelli era un grandissimo… io ho lavorato insieme per il restauro del Tirrenia: è una persona che veramente mi ha dato tantissimo, mi ha insegnato tantissimo, e lui diceva una frase che a me piace ripetere tutte le volte: “…il marinaio è uno che sa fare tutto … male!”; era una battuta ma è vero, cioè noi marinai (io mi metto fra i marinai) andiamo per mare ovunque, qualsiasi cosa, impianto elettrico, il motore, la resina, la vetroresina, il legno… sappiamo fare di tutto, sappiamo togliercela in tutte le situazioni, ovviamente male! Io non sono un idraulico, non sono un meccanico, non sono un elettricista, non sono un falegname, invece i moderni sono magari ingegneri meccatronici però poi non sono capaci di fare un cambio del filtro dell’olio!

C’era Angelo Preden che aveva una barca di Sciarelli; io ho navigato con lui, l’unico problema che avevano le sue barche era che erano barche bagnate.

Bagnate, basse, battevi la testa, Sciarelli però ne ha fatte tante e tanti si sono innamorati delle sue barche. La poppa di Sciarelli ha una forma che era modernissima per l’epoca. Poi se devo scegliere una barca io sono per Sparkman e Stephens. …

Lo Stint il Tirrenia II e Zacca cosa rappresentano per te?

Lo Stint mi ha dato grandi soddisfazioni con l’equipaggio di donne, però considerato che era di proprietà ho tirato un grosso sospiro di sollievo quando l’ho venduto.

Lo Zacca, bello, grosso, importante, di prestigio… fuori misura per un equipaggio, bisogna essere in troppi.

Tirrenia è mio grande amore e al pari di Tirrenia c’è Lilly II, ma Tirrenia è la bellezza; è vero, quando la inveli tutta, se non c’è vento forte non va avanti, quindi non è una barca da velocità, ma è una barca da guardare.

Io me la guardo in continuazione, sono innamorata di Tirrenia, mi sono occupata del restauro, sono stata anni a bordo, poi sono andata a farmi le altre mie cose, ho avuto la fortuna di ritornarci… meno male, perché se no quando la vedevo ai raduni delle vele storiche, in mano ad altre persone, mi veniva il magone.

Poi ero spietata nel criticare come la tenevano, anche se la tenevano benissimo, ma non c’ero io e quindi…

Catamarano e monoscafo quale preferisci?

Il monoscafo punto esclamativo! io ho fatto una regata sul catamarano: grande soddisfazione, grande velocità… grande paura, perché anche lì io sono del vecchio concetto che la barca deve stare in mezzo alla tempesta in sicurezza.

Il catamarano va molto veloce, ma quando devi toglierti di bolina dalla costa sotto vento è un grosso problema. Quindi non ci sono molto portata.

La barca più amata?

Tirrenia come prima barca, però adesso ovviamente Tirrenia verrà soppiantata da Lilly II, perché Tirrenia non è mia; neanche Lilly II è mia, ma è della nostra associazione e quindi io ne dispongo come se fosse mia.

Hai dato più tu al mare o il mare a te?

Questa è una bella domanda. Credo di aver dato tutto alle barche; il mare mi ha dato tanto e mi dà tanto per la sensazione che provo quando sono in mare.

Ti dicevo infatti che non potrei vivere con la casa vista mare: l’ho cercata, meno male che non l’ho trovata, perché stare in una casa vista mare non è quello che voglio io.

Io voglio stare sul mare, sull’acqua, dentro alla barca sull’acqua.

Per me la barca è il mezzo per vivere il mare.

Certo, vivere in un altro modo per me impensabile!

Hai navigato nei tre oceani ripetutamente, pensandoci che sensazioni ti ricordano? Non credo siano uguali fra loro!

No, non sono uguali, però nel momento in cui mollo gli ormeggi e sono in alto mare anche se sono solo tra la Liguria e la Corsica, è come se si accendesse un interruttore nel mio cervello, io lì sono in paradiso.
Gli oceani: la differenza tra uno e l’altro è solo la lunghezza nell’attraversarlo, e quindi più sto in mare, più è lungo l’attraversamento e più sono contenta.

Molti mi hanno parlato dell’Oceano Indiano come l’oceano più difficile a differenza del Pacifico che è il più comodo.

È il pacifico il più comodo, certo, perché comunque i mari più sono grandi più sono prevedibili. Però il posto più brutto per navigare è il nostro Mediterraneo che è imprevedibile, anche se adesso con le previsioni è più facile, ma comunque… oppure l’Adriatico: è come essere in un lago, cioè le tempeste adriatiche sono terrificanti perché è un mare poco profondo!

Quindi gli oceani sono uguali, è la distanza e l’attraversamento che li differenzia.

Il Mar Rosso è bellissimo per i colori, ma la situazione del Mar Rosso… l’ho fatto una volta e mezzo, una volta a tornare su e mezza andare giù, però non ci andrei più. Non è da andarci… cioè non mi piace il rischio, quel tipo di rischio, se il rischio è la tempesta, il mare, l’iceberg, la nave, l’orca, la balena, può andare bene; ma c’ è una guerra. Mi sono ormeggiata in una marsa, per riposare perché erano giorni che facevamo bolina e da terra sono arrivati con le camionette, ci mitragliavano l’acqua per mandarci via! Cioè, non fa per me!

Cosa si prova ad essere il comandante di una barca grande e importante?

Tanta responsabilità burocratica che ogni tanto dici “… ma chi me l’ha fatto fare…”?

Quindi è più la responsabilità burocratica che non la necessità di avere un’esperienza, perché con l’esperienza risolvi i problemi.

I problemi in mare non mi preoccupano, non mi hanno mai preoccupato, poi se la barca è grande tu hai anche delle persone che ti aiutano, che sono competenti; sulla barca siamo solo in tre e nessuno di noi è meccanico, ma se io sono su una barca grande ho l’ingegnere di macchina, e quando c’è il problema del motore io sono sì il comandante, ma questo problema se lo risolve lui, quindi ti alleggerisce di un compito. Poi comunque devo trovare il posto in porto, e più una barca è grande, più la manovra è impegnativa, ed anche la burocrazia diventa complicata; comunque io penso che posso sempre risolvere tutto arrivando in una baia protetta e buttando l’ancora, quindi io mi attrezzo sempre su qualsiasi barca di avere un’ancora seria e tanti metri di catena.

Parlando di ancore hai qualche preferenza?

L’ammiragliato! Io l’adoro, sono un amante di quest’ancora. Su tutte le barche d’epoca grosse ho sempre avuto l’ammiragliato, addirittura sulle barche d’epoca a vela più piccole. Comunque se vado su una barca dove non c’è l’ammiragliato, non è che faccio spendere all’armatore per cambiarla, però oggi c’è anche l’ammiragliato pieghevole che ti salva in tutte le situazioni.

Io alla fine ho comprato l’Ultra Anchor che ha la punta in piombo, non ho più avuto problemi perché in Grecia o in Egeo a volte trovi fondali duri e l’ancora si pone di fianco e non agguanta… un mio amico, comandante che ha fatto il Nautico come me, mi ha detto di prendere l’ultra anchor e non avrei avuto più problemi, e così è stato. Il fatto di avere la punta in piombo, che è più pesante, consente di agguantare sempre.

Lì bisognerebbe avere ancore diverse per fondali diversi. Il problema è che l’ancora ammiragliato fa bella figura sulle barche d’epoca, tu hai una barca d’epoca e cosa ci metti, una CQR? E quindi essendo abituata a quella non ho… (adesso è l’ultima frase che dico, e sarà quella che quest’estate mi rovinerà) non ho mai dovuto mettere il grippiale, mi sono sempre salvata e l’ho sempre spedata.

Non ho mai dovuto mandare giù qualcuno a spedarla anche perché se per esempio sei a Capri, e metti 90 metri di fondale, come fai a liberare l’ancora? La perderesti, però quest’anno, dopo aver detto questa frase, mi può succedere qualsiasi cosa!

Leggendo sui tuoi libri hai raccontato dei raduni ad Imperia, c’è qualche episodio di banchina a parte quello dei fuseaux della ragazza?

Beh sì quando è caduto il cane della contessa in mare.

Noi eravamo con la barca in banchina a Imperia, che ha una banchina commerciale molto alta, e avevo un marinaio che era stato imbarcato con me su un’altra barca che si chiamava Giorgione, e purtroppo è mancato pochi anni fa.

Era un ragazzone, e a lui ogni tanto piaceva bere per cui ad un certo punto, durante il giorno, io sento una persona che urla “…Giorgione è caduto in mare, Giorgione è caduto in mare…” e io, per prima cosa ho pensato che lui fosse scivolato in mare dalla banchina, visto che Giorgione era di Imperia, perchè magari aveva già bevuto la mattina. Invece non era così: era caduto un bassottone.

Questa armatrice ha sempre avuto cani di questa razza, e gli era caduto il bassotto in mare, anziano, e io come prima cosa mi sono tuffata in mare e glielo ho preso, l’ho salvato. Le mie ragazze l’hanno tirato su sulla barca e poi l’abbiamo restituito alla contessa, tutto bagnato, e lei mi ha abbracciato così come ero, anch’io tutta bagnata, e i il giorno dopo ci ha fatto arrivare a bordo un mazzo di fiori, cioccolatini, dolci, per ringraziamento.

La papera o la gaffa più simpatica?

La papera o la gaffe più simpatica? Allora questa mia non è una gaffe: a proposito di Imperia c’erano i pontili galleggianti e avevamo tutte le barche d’epoca, quelle un po’ più piccole, sui pontili galleggianti, e avevo portato a bordo il mio cagnolino, perché i miei genitori non se lo potevano portare all’estero dove andavano, e quindi a bordo dovevamo tenere questo ospite.

C’era stato mare ed il porto era sporchissimo, c’erano tutte le alghe, dal pontile galleggiante sembrava che quelle alghe fossero il prato, ed il cane è saltato giù, è saltato in mare.

Lui continuava a nuotare lungo il pontile galleggiante, ma io dovevo recuperarlo; sono arrivata in testa al pontile dove c’era gente, mi sono chinata per prenderlo, il pontile si è piegato verso il mare, e per prendere il cane sono caduta in acqua completamente vestita e ho fatto una figura “…guarda Lucia Pozzo!…”.

Gaffe invece durante interviste per fortuna non ne ho fatte, papere non credo, se le ho fatte non me ne sono proprio accorta.

La passione per la scrittura, da dove viene? Ti ha dato soddisfazione o perché l’hai fatto?

Quando ero ragazzina sono stata negli scout, avevano il loro giornale ed io ho mi son detta “…faccio la giornalista per gli scout…”, perché a me è sempre piaciuto viaggiare, e visto che i miei mi hanno sempre lasciato andare in giro, cosa succedeva? Che anche se io ero minorenne, ero una ragazzina, partivo, prendevo il mio treno e i miei autobus e andavo magari a fare attività con quelli di Biella, e poi scrivevo l’articolo; poi andavo con quelli di Rimini, c’erano gli scout nautici, quindi io viaggiavo e facevo la redattrice per “Camminiamo insieme”, che è la rivista degli scout, e questa “cosa” mi è piaciuta.

La “cosa” è nata così, ho sempre scritto delle” cose” umoristiche perché io ho un modo di scrivere un po’ particolare, mi prendo in giro, sono sempre autoironica con me stessa.

A un salone di Genova c’era Mursia, che allora era gestita da una signora, e sua figlia: avevano un comandante in pensione che gestiva la collana dei libri di mare, ed io ero lì perché io mi occupavo anche del meteo Mursia insieme a uno dei miei soci.

Siamo al salone e lui mi dice : “…Signora Lucia, lei che fa “queste cose qui”, la libreria dovrebbe pubblicare un manuale di mare, e lei dovrebbe scrivere un manuale per le donne per andare per mare…” .

Io lo guardavo un po’ dubbiosa perché tra me e me dicevo “…ma che manuale? Come vanno le donne per mare? Come gli uomini, no?…”

E lui continuava a insistere: “…perché in quei “giorni là ”… le donne dovrebbero avere dei consigli come fare per mare…”

Per me quei “giorni là ”… facevo un po’ fatica a capire quali erano, perché per me quei “giorni là” erano uguali ai giorni non là, anzi io non ho mai avuto nei miei equipaggi di tutte donne delle ragazze che mi dicessero “… No, no guarda, non posso venire in barca, perché quei” giorni là” io…” .

Ecco, io ho sempre avuto dei “carri armatini “ e quindi per noi quei “giorni là” non esistevano.

Allora io ho detto: “… Bella idea! grazie della proposta, mi piace …”, ma non avevo l’idea di scrivere un manuale perché era contro le mie corde.

Allora ho scritto “DONNE IN MARE”, le mie esperienze di mare, poi alla fine, per presa in giro, ho scritto qualche capitolo sui consigli per le donne che vanno per mare prendendo proprio in giro la situazione: “… non portatevi la valigia rigida che poi lo skipper la deve mettere fuori bordo come autogonfiabile…”, tutti i consigli per le donne che vanno per mare.

È piaciuto e me l’hanno pubblicato, e visto che io mi sono divertita ne ho scriti altri due che Mursia mi ha pubblicato, ed infatti i miei primi tre libri sono editi da Mursia.

Ti ha dato qualche insegnamento la vela?

Sì molto! Mi ha insegnato prima di tutto a fare squadra, perché come ti ho già detto, io non sono individualista, ma abituata, figlia unica, a giocare da sola, vivere da sola, fare le cose da sola, perché le volevo fare, e la barca vela mi ha obbligato a imparare a collaborare e a far collaborare, a far fare equipaggio alla gente. Infatti io sono brava a fare la cooperativa, a fare l’associazione, a trascinare gente e metterla insieme anche se sono persone che magari non hanno nulla in comune.

La decisione più saggia che hai preso?

Un sacco di volte di non uscire dal porto; oppure, poiché poi spesso vado a spada tratta contro la volontà degli armatori, ammainavo le vele anche se loro non volevano “tirarle giù; una volta sapevo che poteva arrivare un groppo, ed infatti poi è piombata una tromba d’aria, un accidente che ha tirato giù tutto; al comando devi saper prendere posizione: quando sei in un’isola devi dar fondo in una baia che ritieni sicura, ma capitava che loro mi contestavano “… no no, ma questa qui non ci piace, non ci piace…”, ma io :”… non vi piace, ma o qui, o qui !…”; poi una volta, di notte, dall’altra parte dell’isola è arrivata una burrasca forte… Ecco queste sono state le decisioni più sagge.

Hai mai avuto paura?

Ecco una domanda che mi fanno tutti quando vado a fare le conferenze; per fortuna no, dico per fortuna perché se avessi avuto paura mi sarei poi detta ”… ma chi me lo fa fare, cambio mestiere, cambio…” Qui ho i due Bed and breakfast, ho altre attività, sono poliedrica, quindi avrei fatto altro, però devo anche dire che mi sono sempre messa nella condizione di fidarmi del mezzo su cui ero, perché è il mezzo che ti porta a casa: tu puoi essere bravo finché vuoi, ma se si rompe qualche cosa… io l’albero l’ho già rotto, non è che non mi sia mai capitato, però la barca l’ho portata a casa, sotto invelata, ma l’ho portata a casa.

Io ho navigato sulle navi e la prevenzione continua è fondamentale, e sono uno dei pochissimi velisti che a ottobre tornava “a casa” con una lista di 150 cose da fare a bordo, e a febbraio la barca era già pronta, mentre la maggior parte degli armatori mette mano ai lavori a febbraio quando tutti gli artigiani sono pieni di lavoro!

Infatti per attraversare l’Atlantico tutti la fanno semplice e propongono che “… c’è la barca da portare in là…”, ma io non prendo una barca che non conosco, anche se me la garantiscono, non metto in moto e parto, no!

L’ho fatto all’inizio perché mi offrivano un imbarco, magari dovevo andare a prendere una barca che era già ai Caraibi, e allora dedicavo due o tre giorni per controllare le cose principali e poi partivo.

C’è un navigatore che hai avuto come esempio o che ti ha stimolato?

Ho 5.000 libri, di cui molti di mare, e ne ho letti proprio tanti…

Ho cominciato ovviamente con Moitessier, Slocum, i primi navigatori solitari, mi hanno ispirato e mi hanno fatto venir voglia di navigare, ma che siano stati esempi… no!

Preferisco persone vive che ho conosciuto, che magari mi raccontano dei loro viaggi e allora mi dico, “…caspita se l’ha fatto lui posso farlo anch’io…”

Dopo le esperienze del circuito dei World Rallies, dal mare ai monti, fu per la gloria?

In realtà ho partecipato al World Yacht Rally, cioè venivo pagata per fare la skipper su barche private che partecipavano al giro del mondo. Su una barca ho fatto un giro completo, poi con il passaparola sono salita su altre per i tratti più impegnativi.

Questo lavoro mi ha permesso non solo di navigare, ma anche di vedere un po’ di mondo che non conoscevo: la Polinesia, l’Australia, il Brasile fino a risalire il Rio delle Amazzoni. Ho passato tre volte il canale di Panama e navigato nel Mar Rosso passando il canale di Suez.

Comunque era un’epoca in cui io avevo l’esigenza di avere una casa per parcheggiare tutte le mie cose, le mie valigie, perchè avevo sempre una barca per navigare, ma avevo sempre tutte le mie cose in garage, o in macchina, o in furgone e quindi il fatto di scegliere la montagna è perché avevo questa baita che gode di una vista” aperta”.

In questa baita ci venivo da bambina, qualche volta d’estate, mi piaceva, mi ritrovavo, poteva rappresentare le mie radici, perché io non reputo di avere delle radici, e quindi ho scelto di venire a stare in montagna perché c’è pochissima gente; è gente che si fa gli affari suoi perché sono montanari, mi lasciano libera, nessuno ti critica.

Ovviamente chi vive qui ha avuto un trascorso difficile, magari è nata qui, e adesso ha 70-80 anni, o sono figli di persone che comunque hanno continuato a scegliere di vivere qui, quindi abituati ai disagi, ad arrangiarsi, ed era quello che volevo io, stare in un posto dove potevo sentirmi libera.

Nell’antefatto di Naufragio in alta quota parli dell’ “…attitudine che mi contraddistingue a cacciarmi nei guai e a intraprendere imprese il limite dell’impossibile, e a un certo punto della mia vita accadde che… “che cosa?

Questa baita non era abitabile, lo era solo d’estate, e accade che ad un certo punto mi dico “…basta, perché continuare a cercare case in giro quando purtroppo continuerò a vivere con la valigia in mano, perché anche se io compro casa in un posto, magari cambio armatori, cambio barca che andrà in un altro porto, e quindi io continuerò a viaggiare…”

Allora ho pensato che valeva la pena mettermi a posto questa casa… e sono venuta quassù, d’inverno, con la neve, senza le finestre perché la baita non aveva le finestre, a viverci dentro con una stufa a legna… rompevo i mobili che volevo buttare via e li usavo per scaldarmi.

E in un capitolo citi una stufa: dove è finita? Perché l’hai spostata?

E fuori sul balcone, mio figlio non la voleva in casa anche se è funzionante; è un cilindro, adesso lui le ha dato una vernice protettiva, ma è un blocco unico di più di 100 chili, cui avevo tolto le porte e i cerchi.

Quindi la stufa c’è ancora, però mi dispiace che non sia più in uso; leggendo il tuo libro, mi ha colpito la prima volta che sei arrivata qui, ed era da molto tempo che nessuno entrava in casa, la sera ti sei buttata a dormire, non so come tu abbia fatto.

Con il topo… mi sono buttata a dormire sotto la trapunta vestita, quelle vecchie trapunte di lana della nonna… così, proprio buttata; ad un certo punto la trapunta si muoveva, e c’era una topina, ho le foto, ho il film, ho il video della topina, e la topina aveva dei topini di un centimetro.

Allora io ho preso tutta la trapunta e l’ho solo spostata sul pavimento, mi sono presa il mio sacco a pelo che avevo in macchina e ho continuato a dormire, perché erano topolini del fienile…

Adesso in casa ho due gatte che sono dei killer, quindi niente topi e niente ghiri, però nel fienile di fianco ci sono e quindi noi conviviamo;

ho un video di mio figlio con un altro topolino, perché quando trovavi un topolino in casa, se riuscivo a bloccarlo in un angolo lo prendevo con le mani, è talmente piccolo che non ti morde, e lo mettevo dentro una ciotola di vetro e mio figlio gli dava i pezzi di formaggio.

Quando piove ci sono le salamandre sulla strada, quelle nere e gialle, e quando sono in macchina e le vedo, mi fermo e gli dico:

“…Jo, scendi giù, togli la salamandra dalla strada…” e a seconda di come è messa deve girarla da una parte, o dall’altra della carreggiata, altrimenti la maggior parte delle macchine le investono. Qui ci sono le superstizioni che la salamandra attraversa il fuoco, è velenosa, eccetera…

Pensa che alle elementari la maestra fa la lezione sugli animali del posto e dice che le salamandre sono velenose, al che mio figlio salta su dice”… no non sono velenose perché io le prendo sempre con le mani …” ; la maestra gli dà del bugiardo, ed ho dovuto andare a scuola con le foto di mio figlio dove lui tiene le salamandre in mano e le accarezza; ce n’è una dove se la sta baciando, cosicché la maestra potesse capire che non sono velenose.

Bello l’esempio. Senti, vivere in montagna a 1200 metri è un po’ fuori dal mondo, è come navigare con una barca d’epoca, il tempo si è fermato?

Il tempo non si ferma né con la barca d’epoca né con la baita in montagna, c’è una lentezza che è la somiglianza fra le due cose, nel senso che qui sei molto legato ai ritmi della natura: certo che se io prendo la macchina e in un’ora sono Torino, entro in un’altra dimensione,

Pensa solo quando sono qui d’inverno e la mattina mi sveglio, ma non ho guardato le previsioni e fuori c’è un metro di neve: io devo spalare la neve, accendere la fresa, ma nella fresa non ho messo la benzina quindi devo mettere la benzina, metterla via, poi dopo scopare quello che resta, dare il sale per terra perché se gela non ci ammazziamo, poi andare in garage con gli stivali, perchè in inverno di solito ho gli stivali e la pala in macchina. In estate invece ho la motosega, e se parti per andare a Torino magari sei di corsa, e il vento ha buttato giù l’albero secco in mezzo alla strada, allora serve la motosega per tagliarlo a pezzi, lo lego alla macchina, faccio retromarcia, lo tiro via, poi telefono al comune perchè quando apre che lo venga a togliere, ma magari sono le 5 del mattino, quindi…

Con la barca d’epoca è la stessa cosa: parti, devi andare verso una direzione però per arrivarci la barca deve fare delle boline larghissime, quindi cominci a vela, fai dei bordi piatti, poi metti motore, c’è l’onda, vai piano, batti sull’onda, oppure poi ti si rompe un pezzo, allora mentre navighi tiri fuori la colla, tiri fuori le cagne, aggiusti il pezzo…, è un po’ la stessa cosa.

Il carattere dei marinai e dei montanari, risente dell’ambiente?

I marinai arrivano da tutto il mondo, quindi sono tutti diversi, e quando noi diciamo marinai pensiamo al mugugnone genovese.

Pochi genovesi fanno i marinai, forse i loro nonni, i loro padri magari erano marinai, ma i genovesi oggi fanno i maestri di sci.

Invece i torinesi e i milanesi, visto che il mare non ce l’hanno, fanno gli skipper, quindi sono veramente molto poliedrici.

I montanari che sono in montagna, e sono magari generazione di montagna, sovente sono rimasti tali, anche se vanno a lavorare a Torino tutti i giorni.

Pensa che ci sono delle faide familiari che magari hanno intrapreso i nonni e vanno avanti con i nipoti!

Non l’avrei mai pensato.

Sì, sì. E poi parlando dei montanari locali ci sono delle mentalità chiuse. Per esempio, le nostre Valli di Lanzo non sono turisticizzate, e io sono contentissima.

Pensa invece a tutti quelli che hanno aperto delle attività turistiche: Io ho due piccoli bed and breakfast quassù, ma giù c’è chi ha aperto l’albergo, e il 90% sono persone non del posto che sono venuti a stare qui per scegliere una dimensione diversa e quindi investire sul turismo.

Cos’hai pensato quando sei entrata in contatto con i montanari e le loro abitudini, mi riferisco a quello che hai scritto, alle discariche: torinesi, falsi e cortesi?

No, secondo me, la cosa è completamente diversa. Il torinese è falso e cortese, invece i montanari hanno il cuore enorme. Però c’è stato un periodo che c’era… non chiamiamola ignoranza, chiamiamola non sensibilizzazione al problema dei rischi. Parlando dei rifiuti, secondo me non sono stati i montanari ad abbandonarli nel bosco, ma sono stati i villeggianti che hanno comprato la baita, e trovandola piena di “roba” l’hanno scaricata nel bosco. Questa è una mia convinzione.

Quindi, quando quassù si sente dire che i marinai sono buoni solo a portare le barche, è lo scotto da pagare per vivere in montagna? È ignoranza?

No, no, no, no. È cultura diversa, io la chiamerei così, perché tra l’altro se vivi all’Elba, gli elbani sono chiusi come i montanari, sono isolani. E quindi i montanari sono isolani.

Anch’io ho sempre pensato che gli abitanti dell’alta montagna siano un po’ come gli isolani … ricordo quando ero a Rajatea, in Polinesia, dove sono rimasto molto tempo, alla sera i ragazzi si mettono in riva al mare con la macchina aperta, la radio a tutto volume e con la cassetta di birra… e ogni sera tornano sempre lì a guardare il mare, non vanno via dall’isola, e per i montanari è uguale, rimangono in montagna.
Gestire l’equipaggio e gestire i rapporti con i paesani montanari, quindi la stessa cosa?

No, perché con l’equipaggio siamo tutti sulla stessa barca, veniamo da posti diversi, gli spazi sono ristretti e quindi dobbiamo convivere. Purtroppo invece la montagna si sta spopolando, siamo pochi su un territorio enorme.

Quindi venire a vivere in montagna è stata un’impresa impossibile o è stata una navigazione come un’altra?

D’altronde si dice che la montagna è un mare verticale.

Sì, è stata una navigazione come un’altra. Io mi sono ritrovata con tante problematiche simili, tante cose da affrontare come nel restauro di una barca o per restaurare le case: tanta chiusura magari da parte degli operai del cantiere come tanta chiusura dai muratori; o apertura.

Cambia l’ambiente ma le persone sono le stesse.

Sì, cambia l’ambiente ma le persone sono le stesse e tra l’altro la sfida è uguale, una sfida è sempre una sfida, mentre invece magari restaurare un appartamento a Torino non è una sfida, è solo un costo e una rogna.

Mi è piaciuto enormemente quando hai raccontato degli animali e dei nomi che avevi dato loro, tant’è vero che la domanda è: la vecchia fattoria, Onda, Vento, Salli, Neve, da dove nasce la passione per i cavalli, i cani, i gatti, le oche?

Fin da bambina sono sempre stata appassionata di animali, i miei non volevano animali in casa, in città, ovviamente appena ho potuto, ho portato a casa un cane e se mi avessero dato via il cane me ne sarei andata via anch’io di casa: ero giovane, facevo il liceo, e quindi è stata un po’ una forzatura.

Ne avrei presi 50.000 di animali e io volevo fare il veterinario, il veterinario di campagna, sempre quello della pubblicità con la borsa che va di mucca in mucca, di stalla in stalla. Ero appassionata di cavalli, e se non fosse stato molto costoso avrei fatto dei cavalli la mia professione, perché mentre sulle barche io potevo andare su una barca alla pari e farmi esperienza, con i cavalli no, non era possibile, era più complicato.

Poi alla fine non ho fatto il veterinario perché sono stata… non scioccata, di più: a fine anni 70 dovevo decidere, avevo il cane, e avendo avuto bisogno dei veterinari di città, ho capito che il veterinario di città non era il veterinario che volevo fare io, era il veterinario consumista, il veterinario che voleva spillare soldi alla madama che aveva il cagnolino; anche se ovviamente non sono tutti così, mi ha fatto perdere la passione, e per di più ancora oggi vivo con molto pathos quando vedo in internet un cane abbandonato o ammalato, un cane salvato.

Io faccio la volontaria all’ENPA di Torino, l’Ente Nazionale di Protezione Animali, al canile: i miei cani li ho presi lì, tutti, anche il pitbull di razza arriva dal canile e quindi ero molto coinvolta emotivamente;

il mio grande sogno era avere i cavalli, e sono riuscita ad averne prima uno, poi due, e me li sono cresciuti, me li sono addestrati, prendendo calci, facendo dei voli perché non ne ero capace.

Ho un amico che faceva quello di mestiere, l’allevatore, che mi spiegava come fare: gli telefonavo, ho un’emergenza, ho bisogno di questo o di quello…;

stessa cosa succedeva quando ho adottato il bambino, e telefonavo allo psicologo;

stessa situazione di quando telefonavo al cantiere di fiducia a Viareggio, per farmi dare dei consigli, o al fabbro o al meccanico sulla barca;

io mi affido molto ai professionisti di cui ho una grande stima e so che posso rompere loro le scatole anche le tre di notte.

Poi da lì le oche, la mia passione, ne ho addirittura avute tredici, avevo un papero che camminava tutto impettito che avevo chiamato Benito, perché sembrava Benito Mussolini, era proprio il papero capo con tutte le papere dietro; queste mi hanno fatto le uova, mi hanno fatto i paperini, poi avevo le anatre, le galline, avevo la gallina Rosita che chiamavo, lei veniva e la prendevo in braccio.

Adesso c’è una gallina, e anche la mia vicina si ferma ad accarezzarla; quindi il mio rapporto con gli animali è stato molto impegnativo perché: navigo, gestisco il figlio, gestisco gli animali, gestisco i cavalli, gestisco la neve, gestisco tre baite…

E poi i genitori

I genitori erano attivissimi, guidavano la macchina, mi aiutavano a gestire tutto e quindi ma ad un certo punto ho dovuto eliminare qualcosa.

Sempre parlando dei libri che ho letto, c’è la storia di Maria e Agostino che si sono sposati non più giovani e vivevano in una frazione in cui erano rimasti gli unici abitanti e vivevano proprio come una volta, senza corrente elettrica e senza telefono; ne esistono ancora di questi personaggi?

Certo, certo, però Maria e Agostino erano molto anziani e non ci sono più; purtroppo adesso ce ne sono ancora un paio, ma è ovvio che questi personaggi vanno a finire: lo vedo quando c’è l’adunata degli alpini, magari il 25 aprile che c’è la festa al monumento. Sono tutti giovani che tengono alte le tradizioni, ma quelli anziani non ci sono più. Del resto non è da tutti avere un papà come il mio che sta per compiere 91 anni.

Dopo oltre 15 anni in montagna, guardando indietro, che sensazioni hai?

Dovevo farlo prima? No. Sono contenta di non aver mai avuto una casa e di aver fatto base dai miei o nel garage, come ti dicevo.

Forse pendo che avrei dovuto restaurare prima questa casa… così l’avrei fatta prima mia come casa… così ce l’avrei avuta, e sarebbe stata un punto di riferimento a cui pensare.

Quando sei in giro per il mondo e pensi ”… ma se io domani scivolo e mi rompo un braccio e devo tornare a casa, ma tornare dove?..”

Così mi dicevo: “…sì, certo, a casa di papà e mamma, però hai una certa età, una certa indipendenza, una certa testa e magari fai un po’ fatica…”

Quindi quella era una cosa che mancava, però io avevo altro da fare, per fortuna avevo la salute e non avevo bisogno; adesso che ce l’ho sono contenta perché quando sono via e mi capita di dirmi:

”… cosa hai da pensare? Ah sì… “

e penso che quando torno potrei restaurare quel mobile lì, modificarlo per metterlo là a casa mia.

Però ti dico anche una cosa, riguardo a tutte le mie scelte lavorative e abitative: in questo momento della vita devo fare un bilancio; e ci penso

quando tolgo la neve anche se io ho la fresa,

quando parto presto la mattina con la macchina,

quando metto le catene,

ma penso che lo posso fare fino a una certa età se ho la salute.

Finora ho investito tutto nel lavoro in mare, sulle barche e nelle baite in montagna, ma io sono da sola, quindi io devo rendermi conto che un domani non potrei, magari non potrò vivere qui in montagna a 80 anni, scaricandomi 5 bancali di pellet a braccia e portandomeli alla baita.

Forse non funziona, così.

E allora mi dico: o ho i soldi per farmi aiutare da qualcuno, oppure diventa un problema e devo andare a vivere a Torino.

Allora nel dubbio… i soldi non li ho e soprattutto non sono i soldi, ma è il qualcuno, perché i giovani vanno via dalla montagna.

Quindi qui siamo destinati ad invecchiare e non avere nessun giovane che ci aiuta.

Allora io che amo gli animali, sono costretta a dire: niente cavalli, niente capre, il cane lo prendo piccolo, perché un domani se devo andare a vivere a Torino e devo portarmi nella mia cestina il gatto e un cagnolino piccolo, posso farlo anche se ho 80 anni.

Ma se io ho cani grossi, il cane da pastore che pesa 50 kg, non lo posso mettere a Torino, e non gli posso far fare una vita sacrificata in città.

Quindi ho sempre cercato di prevenire e prevedere come ho fatto per tutta la vita, e devo farlo anche adesso per me stessa, per il mio futuro.

Non so se vuoi parlarmene. Un figlio, desiderio, voglia di maternità, continuità della specie, lasciare una traccia. In fondo si dice che un figlio è un atto di egoismo. E come ti è cambiata la vita con l’arrivo di un figlio?

Allora tu sai che io il figlio l’ho adottato, avevo già 40 anni, io non avevo lo spirito materno e non avevo voglia di avere bambini piccoli perché forse mi spaventavano, forse non sono nel mio DNA.

Quindi ho fatto questa scelta insieme a mio marito perché comunque ci rendevamo conto di poter avere i mezzi per dare una famiglia a chi non ce l’aveva, e avere anche i mezzi per dargli una vita onorevole, una casa, farlo studiare, fargli fare un po’ quello che voleva.

Non è una scelta di egoismo perché anzi, secondo me è una scelta di altruismo.

Quando il figlio è arrivato aveva otto anni, quindi essendo già un po’ grande, l’ho sempre cresciuto abituandolo ad una grande autonomia, nel senso che qualsiasi fosse stato il suo percorso precedente, quando è arrivato da noi doveva prepararsi la cartella e se dimenticava i qualcosa erano problemi suoi.

Non c’era mammina che gli preparava la cartella: mammina poteva preparargli il toast e la merenda, questo sì.

Andava a sciare? Bene, la sua borsa doveva prepararsela ed essere sicuro che ci fosse tutto perché se dimenticava i guanti, sciava senza guanti con un freddo boia.

Quindi lui si è adattato così.

Quando mio marito era via ed io navigavo non è che lo lasciassimo da solo, rimanevano qui i nonni che avevano una baita preparata per loro, ma siccome mio figlio diceva che voleva stare a casa da solo

”…sono io che mi gestisco…”,

i nonni la mattina lo andavano a svegliare, gli preparavano la colazione, però lui voleva essere autonomo.

Lui doveva guardarsi i suoi due cani e dar loro la pappa, poi magari lui era di fretta e la nonna, che si sa come sono le nonne, diceva “…no vai, vai che ai cani ci penso io…”

Siamo quasi alla fine, cos’è il giardino di marinai per te?

Quando io ho sistemato le baite ho detto

“…vabbè per tenerle libere faccio un bed and breakfast e un po’ ricettività. Come lo chiamo? Giardino dei marinai…”,

perché io ho tante piante, ho tanti fiori, i fiori vengono spontaneamente perché nel periodo in cui bisognerebbe guardare il giardino io sono via.

Conosco tante persone, e avendone tante che mi vengono a trovare, la prima cosa era la dependance per gli amici, ma anche per un motivo: gli amici mi vengono a trovare per stare due giorni tranquilli in montagna, mentre io mi alzo alle cinque e comincio ad accendere la musica e fare le mie cose… quindi dico loro:

“…state in una baita, alzatevi all’ora che volete e siate indipendenti, proprio per non crearmi la dipendenza…”.

Cioè se tu che eri qui ospite ad un certo punto stanotte volevi farti un toast o la pasta, te la potevo farei… no, magari il toast no , perché ti ho lasciato senza il pane, ma potevi farti qualcosa da mangiare, bere un bicchiere di latte, e magari se sei in casa con me ti senti in soggezione.

Quindi era per avere un posto per ospitare gli amici in autonomia, poi ovviamente per non tenere le stanze qui inattive ho deciso di farle” girare”, sono stata la prima struttura ricettiva che non fosse un albergo delle Valli di Lanzo, e all’inizio sono stata la prima, la sola, e poi, dopo, hanno cominciato anche gli altri.

Magari sono stata un pioniere perché ho cominciato prima di partire per il primo giro del mondo, nel 2000, e nel 1999 io qui avevo già aperto il Bed & Breakfast nella baita: non avevo ancora questa dove sei tu, e l’ho chiamato il Giardino dei marinai.

Non ti chiedo di ricette perché so che non ti piace cucinare, ma in mare, quando ci vai, anche se sei comandante magari devi metterti in cucina a fare qualche cosa.

Allora io con la pentola a pressione faccio tutto, gli spaghetti risottati in mezzo alla tempesta, con la pentola a pressione chiusa, escono già pronti, pronti da mangiare. Quindi so cucinare; non so cucinare a livelli tali per cui uno dice:

“…uh buono! Ah facciamo cucinare la Lucia…”

infatti se la gente viene da me io preparo grandi insalate di riso, grandi torte salate, cose che posso prepararmi prima con calma, perché non sono capace di improvvisare.

E la ricetta che mi consigli, o che consigli, o che fai più spesso quando sei in mare?

Ultimamente ho sempre chi cucina per me; non faccio niente, anche perché sono in una posizione dove non posso fare niente, ho chi lo fa.

E quando lo facevi? Hai nominato la pentola a pressione…

Eh, sì! Il risotto in pentola a pressione è il mio must, viene benissimo, buonissimo; puoi buttare tutto, chiudere, consumi poco gas, poca acqua, devi solo aprirla in tempo altrimenti poi dopo hai la colla da sparare in faccia alla gente; oppure le penne risottate, anche che se alla gente piace il sugo rosso, gliele fai ed escono fuori dalla pentola pronte da mangiare queste sono due ricette, però il libro Tempesta in pentola in fondo ha delle ricette, ma sono delle ricette o da ridere, oppure che funzionano perché magari in giro per il mondo mi è capitato di mangiare delle cose che poi ho provato a riprodurre a casa per gli amici.

La cosa migliore è la pasta corta condita con avocado e philadelphia; tra l’altro negli anni non ho cambiato la ricetta perché non ci ho mai pensato, ma mi è capitato di non trovare il philadelphia, che è un formaggio che non sa proprio di niente, e di avere invece la robiola che è buonissima: la pasta con la robiola viene spettacolare.

Di solito ho sempre avocado in frigo, perché ne mangiamo frequentemente guacamole in varie situazioni, quindi quando qualcuno viene, visto che è una cosa molto rapida e che mi viene bene, faccio quella pasta.

La proverò, con la robiola…

Sai la robiola Osella, è molto più gustosa, quindi avocado molto maturo, perché se non è tanto maturo fai fatica a schiacciarlo e lo devi frullare perchè, poi io ci metto sempre o il parmigiano oppure quel formaggio là blu che si grattugia facilmente, l’olio e pasta corta, le penne o il fusillo, tutto a crudo. A volte diventa un po’ dura, e allora gli metti sempre un paio di cucchiai di acqua calda.

E adesso cosa c’è dietro l’angolo?

Devi sapere che sono impegnata con Airc che si occupa di ricerca oncologica, con Albero Maestro un’associazione di promozione sociale e sportiva dilettantistica, e con le Falchette di Airc, un equipaggio femminile di vela, da me capitanato che dal 2017 unisce la passione per il mare alla raccolta fondi per la ricerca sul cancro, partecipando a regate e manifestazioni nautiche in Italia.

Con le Falchette abbiamo l’impegno di una borsa di studio da 25 mila euro attiva, e ogni anno dobbiamo tirare su questi soldi per sostenere un ricercatore o una ricercatrice.

A un raduno di barche d’epoca, io e una pazza furiosa amica mia, pensavamo di trovare una barca da mettere a posto, visto che sappiamo lavorare il legno, ma non avevamo nè i finanziamenti nè i soldi.

Ad un certo punto troviamo una barca ed i proprietari dicono … vi regaliamo uno Sparkman e Stephens di 11 metri e voi fate un’associazione: a noi la barca sarebbe servita per fare gli eventi per le Falchette di AIRC e per tirar su soldi per la borsa di studi.

Questa persona ci offre questa barca, e coinvolgo altri amici esperti comandanti di barche d’epoca che vengono a bordo a vederla per fare una perizia, non essendo noi periti.

Mentre uno è sotto coperta che sta guardando e aprendo gli armadietti della cucina io e un ‘altro siamo fuori che guardiamo l’attacco delle lande.

“…guarda qui la vernice, è un po’ scrostata è un po’ sollevata fa delle bolle…” e, io spingo le dita dentro e l’altro in cucina si vede uscire le dita della mia mano.

Allora noi valutiamo che quel regalo è un regalo, ma ci vogliono 70-80 mila euro per risistemare questo Sparkman e Stephens.

In più era stato abbandonato durante il covid con gli oblò aperti e si era allagato, il motore era andato sott’acqua ed era un blocco di ruggine, quindi noi avremmo dovuto prendere una barca in regalo e poi con la nostra mano d’opera avremmo dovuto metterla a posto.

Lì eravamo fuori budget, non avevamo proprio i soldi, però ci è spiaciuto perché a quel punto io avevo trovato tutto un giro di miei amici entusiasti di questa operazione…

Quindi bisognava trovare un’altra barca, ed essendo io nel settore mi metto a cercarla e ne trovo una che andava bene al caso nostro, ma aveva bisogno di lavori e costava.

Alcuni di questi amici mi dicono che sono disposti a mettere un piccolo budget e fare una società per comprarla; l’armatore era affezionatissimo alla barca, che era sua di famiglia ma non ce la faceva più da anni a mantenerla, quindi non usciva mai in mare;

pur di sapere che la sua barca avrebbe potuto avere una nuova vita ed essere in mano ad un’associazione e a me, sapendo come io tengo le barche d’epoca, ce la dà a un prezzo stracciato, ma molto stracciato!

Quindi facciamo una società, la Lilly II, compriamo la barca, ce la portiamo via e poichè è sempre difficile trovare soldi cominciamo a cercare sponsor fra tecnici, fornitori, tutti i grandi cantieri, tutta gente che mi conosce, che sa cosa io faccio per AIRC, e ognuno mi dice…” sì, io ti do questo, io ti do quello, io ti do quell’altro…”.

A questo punto cominciamo a fare i lavori su Lilly II …, lei navigava già, ma con molta attenzione, perché c’era tutto il sartiame da cambiare, e con le vele che sono veramente d’epoca.

Lilly II è un Sangermani del 1953 e noi la stiamo restaurando a nostre spese, grazie ai regali in materiale che riceviamo, e già l’anno scorso abbiamo cominciato a fare degli eventi per AIRC, anche se in condizioni non certo ottimali.

E lo Sparkman e Stephens di prima che fine ha fatto?

Non lo sappiamo perché l’armatore l’ha voluto prima regalare a un cantiere di Monfalcone, che restaurano barche d’epoca ed hanno i maestri d’ascia, ma non l’hanno voluta.
Poi ha cercato di regalarla un po’ in giro, ma non l’ha presa nessuno; forse adesso l’ha preso il cantiere là dove si trovava e l’ha tirata in secca, altrimenti affondava, e se la terrà per metterla apposto per poi venderla.

La lunga chiacchierata è finita, fra un po’ partiamo per Torino, dove ai Murazzi del Po ha organizzato un incontro con i velisti e simpatizzanti dell’associazione Albero Maestro.

Ci saranno alcune delle sue falchette e tanti amici richiamati dalla presenza di questo comandante, perchè lei vuole promuovere la presenza di giovani sia per un aiuto nel restauro di Lilli II sia….. per dare la possibilità ai giovani che la seguiranno di imparare l’arte del restauro…o almeno farne venir voglia…