lunedì, Giugno 8, 2026

Minitransat 3

I personaggi e racconti che alimentano la leggenda

ANNO 2013
Se, alla fin fine, le Mini Transat, vissute dall’esterno, possono sembrare abbastanza simili tra loro, lo stesso non si può certamente dire per l’edizione del 2013 che, per colpa di condizioni meteo particolarmente ostiche, si sviluppò secondo un copione diabolicamente impegnativo, scomodo ed imprevedibile. Il susseguirsi delle perturbazioni atlantiche, fattore aggravato da una data di partenza, a detta di molti, troppo in là nel calendario, tormentò il Comitato di gara, impossibilitato a dare il via con forze di vento e mare improponibili.

I poveri concorrenti subirono il cilicio di un rinvio dopo l’altro della data di partenza fatto che, alla lunga, può diventare drammatico se pensate che, dopo la data istituzionale del via supporter, sponsor, parenti, preparatori ed amici se ne vanno e si rimane soli, in pratica con indosso solo gli abiti previsti per la regata e le prenotazioni nelle camere che scadono.

Dopo 15 giorni di questa tortura i concorrenti vennero, in pratica, buttati fuori quasi allo sbaraglio, approfittando di una finestrella meteo striminzita striminzita. Il tempo di arrivare a metà Biscaglia e la finestra si chiuse, un fronte entrò impetuoso e la gara dovette essere interrotta.

Tolti i primi sei che riuscirono ad arrivare a Sada, designata in fretta ed in furia come tappa di passaggio, per tutti gli altri fu uno sparpaglio tra i porti della Galizia, in prevalenza Gijon, ma qualcuno si trovò attaccato in doppia fila ad una boa di un orribile porto commerciale di cui non ricordo il nome e Federico Cuciuc riparò addirittura a San Sebastian.

Si dovette arrivare in ogni modo a Sada (“demerdez vous” fu il categorico ordine del direttore di gara, Denis Hugues) e la rimonta dell’Estaca de Barras, a NE di Capo Finisterre, contro 40 nodi fu il racconto più riproposto dai reduci di quella edizione, e non si trattava neppure di una frazione della regata!

Raccolta in qualche modo la flotta a Sada, almeno di quelli che riuscirono ad arrivare in tempo, con la barca a posto, considerato il ritardo, si decise di proporre … una tappa unica fino all’arrivo al Caribe e questo voleva dire una traccia superiore alle 3.000 miglia, cosa mai vista in una regata mini!

Il blocco degli italiani superò con assoluta professionalità e sangue freddo questo susseguirsi di stress e contrattempi, dando prova di una preparazione di alto livello.

In effetti per preparare quella edizione, già da un paio di stagioni, era entrato a regime il centro di allenamento allo YCI, gestito da Andrea Caracci e Riccardo Apolloni e possiamo dire che in quella maledetta occasione i frutti furono ben visibili.

Giancarlo Pedote prenderà parte al Graal della vela d’altura, la Vendée Globe, ma siamo sicuri che, per quanto bene potrà andargli l’esperienza, il buon risultato che potrà ottenere non sarà sufficiente ad annacquare del tutto l’enorme delusione che provò nel 2013 nel vedersi scippare la vittoria ad una Mini Transat che aveva preparato con una dedizione totale. Dopo due stagioni in Figaro, assolutamente formative, fece la scelta di tornare sui mini optando per il mezzo più impegnativo in circolazione: il Maxi 747 con cui Raison aveva appena vinto la MT.

Fu una scelta coraggiosissima dato che quella era una barca che si sarebbe presa buona parte dei meriti se avesse vinto e che lo avrebbe esposto al ludibrio se avesse collezionato sconfitte.

Giancarlo fu del tutto all’altezza del mezzo. Si trasferì definitivamente in Bretagna per non perdere una virgola di quello che veniva distillato lassù ai suoi concorrenti, lo domò con un approccio assolutamente professionale e nel giro di due stagioni vinse quasi tutte le regate a cui prese parte. Esprimeva una forte personalità e competenza e ho visto personalmente fior di velisti fare la fila in banchina per interloquire con lui su questioni tecniche.
Nella prima tappa, pur dovendo far fronte a più di un contrattempo, fu uno dei pochissimi che riuscì ad arrivare a Sada, sbaragliando il campo dei più forti prototipi francesi.

All’annullamento della tappa si dimostrò a mio giudizio un vero signore, non chiedendo nessuna compensazione per il fatto che lui, a differenza della concorrenza più temibile, era arrivato a Sada senza soste intermedie. Probabilmente la sua mancata vittoria alla MT si giocò in quel frangente…

La seconda tappa, una vera maratona, la gestì benissimo, sempre in testa, solo tallonato da uno come Benoit Marie, tanto per dire l’attuale miglior francese in Moth, su di un Eva Luna in stato di grazia.
Certo, la vela è uno sport meccanico, ma quando tocca a te o ad un tuo amico… Il balestrone cedette, Giancarlo lo riparò a tempo di record, ma non abbastanza velocemente da parare l’attacco di Benoit che si vide offrire il sorpasso su di un piatto d’argento.
Fa ancora male ricordare l’espressione del toscano all’arrivo!

Michele Zambelli
anticipò di molto i tempi che si ritengono generalmente necessari per entrare nell’ambiente ed eventualmente ben figurare in una regata impegnativa e totalizzante come la MT, che si riconoscono in genere nei due che precedono la prova maggiore.
Era il 2009 quando, a soli 19 anni, si imbarcò su di una delle barche appoggio, lui cucciolo italiano in un equipaggio di soli francesi, perché lui le cose voleva farle per bene ed il giocattolo desiderava conoscerlo anche dal di dentro, dai retroscena più reconditi.
Trovò in Alessandro Zamagna un magnate generoso e lungimirante che gli mise il suo mini a disposizione e di sicuro ci giocò anche il fatto che parlavano con la stessa cadenza!
Arkè 342 era da un bel po’ che non navigava e Michele trascorse tutto il 2010 ad inseguire riparazioni, cedimenti, che per le migliorie e l’ottimizzazione era ancora presto!
Faceva tutto da solo, col supporto tecnico di Bert Mauri, un altro che parlava come lui e del resto Miki della sua adriaticità era orgogliosissimo.

Lo ricordo nel GPI di quell’anno tornare indietro dopo 20 miglia dalla partenza, riparare un timone e ripartire, dato che non voleva perdere preziose miglia qualificative. Nel 2011 iniziò a mettere il naso fuori di casa e corse la Transgascogne con Alberto Bona, tanto per capire con gradualità, in doppio, come ci si comportava lassù.
Nel 2012 partecipò alla SAS e la foto del suo spi ridotto, che faceva capolino tra due ondone la ricordo ancora bene. Tirava come un matto, ed infatti di lì a poco ruppe la girouette in testa d’albero in una straorza… fa niente, tutto per imparare!

Il 2013 lo colse infine preparatissimo ed Alessandro avrebbe fatto fatica a riconoscere la barca spelacchiata che gli aveva affidato tre anni prima. Nel bailamme di quella edizione si comportò benissimo, arrivando decimo tra i proto con un mezzo che pareva arrivasse da un’altra era e capendo perfettamente che gli sarebbe piaciuto continuare il gioco. Ed infatti…

Alberto Bona
come minista è nato sui proto, dato che ha gareggiato nei suoi primi due anni di attività.
Luca Zoccoli gli noleggiò il vecchio 221 col quale il torinese di formazione umanistica inanellò le prime due stagioni di regate in Mediterraneo. Di pochi anni maggiore di Michele sviluppò con lui un percorso di crescita nel quale ciascuno metteva a disposizione i propri talenti per una maggiore crescita comune.
Nel centro di allenamento di Genova allo YCI, Club per il quale gareggiava, si parlava di lui come il primo della classe ed il coach Caracci se ne accorse al punto da eleggerlo come proprio co-skipper in più di una regata, sui mini e non solo.

Rispetto a Michele, Alberto anticipò il cambio di barca, dotandosi di un P2 già sulla fine del 2012, ed infatti lo ricordo nella Mini Barcelona di quell’anno già tra i migliori della categoria serie. Nell’anno fatidico si trasferisce in Bretagna per la campagna primaverile e già si capisce che non ha timori riverenziali.

Al Mini Fastnet, corso con Luca Riccobon, arriva settimo, attirando gli sguardi dei favoriti, che non avevano preso in considerazione un mediterraneo come lui per un bel risultato.
Alla MT si conferma, padroneggia da professionista tutta la difficile logistica ed ottiene uno splendido quinto posto, secondo dei P, dopo gli allora imbattibili Nacira che monopolizzarono il podio.

Federico Cuciuc.
Mi sto accorgendo, scrivendo queste righe di quanto siano stati avveduti i concorrenti italiani alle MT di quegli anni.
Ho appena accennato alla precocità agonistica, rispetto all’obiettivo principale, dei due atleti precedenti e rifletto sul fatto che anche il romano iniziò ben tre anni prima la sua attività sul Dingo 1 556.
Federico rifugge dal cliché del minista tipico, non dico un po’ guascone, ma generalmente estroverso ed incline ad una socializzazione spinta. Di natura riservata, si faceva fatica, non conoscendolo, ad inquadrare correttamente la densità della sua determinazione.

Ebbe la gentilezza di invitarmi a due edizioni dell’Arci ed in quelle occasioni capii meglio di quanta meticolosità e precisione fosse capace. Di formazione tecnica imparò presto a padroneggiare routage ed elettronica di bordo e quanto all’andare in barca i suoi passati da derivista gli giocavano a favore. Velicamente macinò le tappe con una partecipazione alla Mini Barcelona dell’ottobre 2012 in cui, dopo l’andata via mare, dovette sobbarcarsi un ritorno in Lazio in autunno inoltrato che dovette fare a tappe, da tanto che fu ventoso e disagevole.

La rifinitura la eseguì anche lui al Centro di Genova, cosa non scontata per un cittadino romano.
Alla MT soffrì come tutti le asprezze della lunga attesa della partenza a Douarnenez, nel corso della prima tappa dovette far ricorso alle sue risorse più nascoste per… tuffarsi in acqua al buio, per liberare la chiglia, da un cavo di pescatori e considerate il pericolo, dato che con la corrente la barca non se ne stava ferma!
Nella buriana fu l’unico ad atterrare a San Sebastian, ben più ad est rispetto a tutta la flotta. Impossibilitato a rimontare di bolina con quel vento tutta la costa nord della Spagna, trovò le risorse morali e l’energia per trovare un carrello, smontare e portare via strada la barca a Sada!

Nella seconda tappa soffrì di un incidente incredibile: in una strambata la scotta di randa gli strappò quasi tutta la barra e dovette proseguire fino alle Canarie, dove fu costretto a fermarsi per riparare, con in funzione solo il moncherino rimasto, che solo il pilota poteva manovrare!
Una volta ripartito portò a termine una onorevolissima corsa, in 32esima posizione e gli deve essere piaciuto parecchio se è vero che lo si rivedrà alla partenza anche all’edizione successiva e ad oggi, 2020, il gioco non è ancora finito!
Purtroppo in quell’edizione il tasso di ritirati, per i più svariati motivi fu altissimo e non era pensabile che la sfortuna non si accorgesse anche di qualcuno dei nostri connazionali.

Davide Lusso
Anche il torinese di origine siciliana ha iniziato ben per tempo la sua attività sui mini, varando il suo Zero 600 già nel 2010.
Davide mi pare che non fosse di formazione derivistica ma vantava una solida esperienza maturata sulla barca di famiglia, in lunghe crociere e trasferimenti, una scuola che conferisce grande attitudine marinaresca, come testimonia il fatto che questo approccio ha formato illustri navigatori di offshore come Sam Manuard, Alain Roura e, per stare in Italia ed esulare per una volta dai mini, Vittorio Malingri.

Impiegato in un’attività di grande responsabilità, non gli è stato mai consentito dedicare tantissimo tempo alla preparazione della barca, fattore peggiorato dal fatto che, generosissimo com’era, non era raro vederlo al lavoro su quella degli altri.
Tuttavia, con grande abilità e capacità di adattamento veniva sempre a capo di ogni problema, a tempo debito.
Senza troppo tempo a disposizione per raggiungere campi di regata remoti ha sempre focalizzato la sua attività sulla classica triade delle regate italiane: Arci, GPI, solitaria di turno, a dimostrazione che anche un’attività costante nelle acque amiche può sortire il risultato di un’ottima evoluzione tecnica specifica.
Affinato anche lui al centro dello YCI, debuttò in Atlantico al Mini Fastnet del 2013, dove ebbe la gentilezza di invitarmi.
Nel corso della prima tappa incappò nell’incidente più incredibile che si potesse immaginare: nella seconda notte di gara collise in pieno golfo di Biscaglia con un altro mini e non uno qualsiasi degli 84 in gara, ma con quello di un altro italiano, Federico Fornaro.
Nel cozzo ebbe la peggio ed all’arrivo a Gijon realizzò che la sua prua era stata gravemente danneggiata. Capace di reazioni incredibili provò a tirare la barca in semi secco, alzandone la prua per poter cercare di ripararla, in qualche modo tappò la falla riuscendo anche a ripartire da quel porto.

Purtroppo la precarietà della riparazione nel tempo umido lo convinse a tornare sui suoi passi poche miglia dopo l’uscita dal porto.

Andrea Iacopini
ebbe una parabola che, per certi versi, ricorda quella di Alberto Bona e di Davide Lusso.
Anche lui, come Alberto si attrezzò per il primo anno e mezzo di attività con un vecchio proto, Adrenalina 156, tanto per capire cosa si provava a dormire poco e bagnati, a vivere sempre sballottati in uno spazio ristretto ed a nutrirsi, quando si poteva, come in trincea, insomma a fare del Mini 6.50.
Come Davide si era dedicato prevalentemente alla navigazione su barche più grosse, privilegiando però il ruolo di prodiere in regata
Nel 2009 con quella barca, dopo qualche regata del calendario, allungò anche il tiro, tentando di fare la qualifica di 1000 miglia che abortì però in Spagna per noie alle volanti.
Nel 2010 vende il proto ad un appassionato brianzolo (Eh, eh) sale su di un P2, un palumpa, e si tuffa subito in un’attività sostanziosa che ha come epicentro il Centro di allenamento a Genova.
Non gli va sempre tutto bene e deve più di una volta dimostrare tutta la sua abilità nello sbrogliare matasse ingarbugliate, come quando disalbera poche miglia dopo la partenza della Mini Barcelona e già siamo a fine del 2012!
Nel 2013 preferisce svolgere un’attività domestica portando la barca a Douarnenez solo prima della MT, ormai sicuro della sua maturazione.
Nel corso della prima tappa è tra quelli che si deve fermare prima dell’Estaca e sentirlo raccontare con dovizie di particolari della bolina sfrenata che dovette affrontare con TMT e tre mani per arrivare a Sada è una delle esperienze più emozionanti che mai mi siano capitate,

Lui e Michele navigavano di conserva e dormivano a turno, vegliando uno sull’altro e tenendosi in contatto per VHF.
Nella seconda tappa si accorse di avere una noia ad una crocetta una sessantina di miglia dopo le Canarie, quando stava navigando in ottima posizione, intorno al ventesimo posto, sempre tanta roba!
Dal punto di vista agonistico praticamente la sua regata finì lì, perché dovette risalire di bolina l’aliseo fino ad un’isola delle Canarie per riparare e ripartire.
Macinò e macinò miglia mi pare con la giusta serenità, quando gli si materializzò l’incubo peggiore che ognuno di noi teme: una invincibile via d’acqua.
Ebbe la prontezza di filmare quei drammatici momenti e tutti noi potemmo vivere come dal vivo, a posteriori, l’agonia del bel P2.

La sua MT ebbe un finale tristissimo, ma ne possiamo vedere un elemento rasserenatore nel fatto che sulla barca appoggio che lo recuperò rinsaldò l’amicizia con Axel… che sarebbe diventata sua moglie! Ah gli italiani…

Federico Fornaro,
per lui partecipare alle regate sui mini rappresentava una parentesi quasi rilassante, considerato che faceva il reporter all’estero, anche e soprattutto in nazioni dall’elevata instabilità, per usare un eufemismo.
Laziale, con un curriculum di buon derivista alle spalle, un fratello pure lui ottimo velista ed un cugino, Andrea, al quale inoculò il virus con esiti di cui tratteremo a breve.
Il suo budget non consentiva smancerie ma a Federico non interessava evidentemente un piazzamento nei top ten ma portare a termine l’avventura della vita, pertanto decise che un solido P1 sarebbe andato benissimo.
Ricordo che mi stupì la sua bravura al GPI di esordio, nel 2010, quando lo notai portare lo spi in un’attraversata delle Bocche assolutamente non banale per il ponente che c’era.
Nello stesso anno mi fece prendere una lavata di capo dal presidente della Classe Francese dato che, in qualità di verificatore delle miglia di Qualifica, mi ero permesso di variare in corso d’opera la rotta predichiarata di Federico, col quale ero in contatto costante, per la botta di vento che lo stava colpendo. Gli appiopparono un surplus di 200 miglia, da coprire successivamente e la cosa andò a buon fine.
Nel 2011 stupì tutti al GPI rimanendo nelle primissime posizioni della regata per quasi tutto il suo svolgimento, cosa non facile da fare in pieno dominio dei numerosi P2 che ormai rimpolpavano anche la flotta italiana.
Anche lui visse l’epopea delle lunghe e disagevoli attese in Bretagna ed a Gijon, subì per di più la collisione con Lusso, anche se la proverbiale robustezza del suo vecchio Structures gli garantì l’incolumità.
Nella seconda, ed a quel punto unica tappa della MT si comportò benissimo, conducendo una regata regolarissima su livelli stupefacenti per un P1, anche ben entro la trentesima posizione.

Fino a quando… ruppe un timone e di seguito, pur togliendo il piede dall’acceleratore, anche l’altro!
Federico per salvare il suo mini si batté come un leone, provando tutto quello che lo scibile umano può tentare in una simile occasione, ed anche di più.
Purtroppo non ci fu nulla da fare e dopo due giorni di tentativi disperati fu costretto a gettare la spugna a sole 300 miglia dal traguardo, salendo sulla barca appoggio, mi pare la stessa dove si trovava Iacopini, raccolto appena prima!

Cocciutissimo, non si dette pace anche una volta arrivato a terra: convinse una delle barche appoggio, ormai senza più impegni, a risalire l’aliseo in cerca del P1 e… lo trovò infine sulla barriera corallina di una piccola isola, appena prima dell’equipaggio di una barca di pescatori che lo intendeva cannibalizzare.
Poi decise di venderlo, ma questa è un’altra storia….