lunedì, Settembre 21, 2026

Romanelli

Non sono riuscito a vedere il film di Tommaso Romanelli, No More Trouble – Cosa rimane di una tempesta, dove ricostruisce i fatti dell’incidente a bordo di Fila in cui perse la vita suo papà Andrea. Spero che ritorni in circolazione, perché è una pellicola intensa che tutti gli appassionati di vela dovrebbero poter vedere. Questo è il racconto dell’evento con cui hanno presentato il film.

Ettore Dottori parla di Andrea Romanelli, l’ingegnere udinese scomparso il 3 aprile 1998 a 34 anni nell’oceano Atlantico durante una regata con l’equipaggio di Giovanni Soldini.

«Me lo ricordo una mattina presto, alla partenza di una regata. Assorto, appoggiato a un pilone del molo. Guardava le sue barche, quelle che aveva progettato, pronte per partire. Volevo salutarlo, di lì a poco avrei gareggiato con una delle sue. Ma ho rinunciato. Mi sembrava di disturbarlo: era così concentrato, come se stesse parlando con loro, le sue creature. Andrea era così: un progettista geniale, innamorato del suo lavoro, e del mare».

«Il Mini Match. Fu suo il primo vero prototipo italiano, lanciato nel 1997: aveva profili affilati e potenti ed era assai innovativo. Per questo è importante ricordarlo»

insiste Dottori, ideatore già di un trofeo intitolato a Romanelli nel 2000 e di quello attuale.

Andrea Romanelli si era laureato in ingegneria aeronautica per poi dedicarsi alla progettazione di barche. La sua carriera era cominciata ai cantieri Tencara dove si progettava Il Moro di Venezia, poi a Parigi da Jean-Marie Finot. Lì nascerà Fila, lo scafo ultratecnologico con il quale Soldini puntava a battere il record di velocità in Atlantico.

L’incidente avvenne a un giorno dal traguardo a Cape Lizard, in Cornovaglia. Era notte e Fila, partita il 26 marzo da New York. Si scatena una tempesta e la barca viene ribaltata da un’onda gigantesca. L’ingegnere udinese ha ideato un oblò di poppa da usare per le emergenze e la chiglia basculante, che infatti raddrizza la barca pochi minuti dopo.

Tutti sani e salvi a bordo, meno Romanelli, che risulta disperso. Ad accrescere il mistero, il silenzio del “marshall”, l’apparecchio che dovrebbe rivelare la sua posizione. Il suo corpo, inghiottito dal mare, non sarà più ritrovato.

Il mare regala tanto, ma in un attimo può togliere tutto. La notte del 4 aprile del 1998 si prese il corpo e la vita di Andrea Romanelli, ingegnere e progettista navale, ma soprattutto un grandissimo appassionato di vela oceanica.

Andrea stava navigando a bordo di Fila, un bolide avveniristico per l’epoca che, al comando di Giovanni Soldini, tentava di battere il record di traversata atlantica da New York all’Inghilterra.

Era stato proprio Romanelli, al fianco del grande architetto navale francese Jean-Marie Finot, a progettare e costruire quel 60 piedi straordinario, il primo al mondo dotato di chiglia basculante e altre soluzioni innovative.

Soldini e la sua crew erano in netto vantaggio sul primato, quando incontrarono una violenta tempesta con venti a 84 nodi e onde incrociate.

Una di queste, enorme, rovesciò la barca. In quel momento c’erano in pozzetto Andrea Romanelli al timone e Andrea Tarlarini di guardia.

Entrambi vennero sbalzati fuoribordo. Sulla poppa dello scafo era stato installato un boccaporto di sicurezza proprio per rientrare all’interno in caso di scuffia.

Solo Tarlarini però ci riuscì. Romanelli purtroppo svanì tra le onde.

Nel lungometraggio sono inseriti tanti frammenti di pellicole in VHS originali che erano conservate a casa sua e che lo stesso Andrea Romanelli in gran parte girava riprendendo le sue avventure in mare.

Dalla prima Mini Transat corsa in solitario a bordo di un Mini 6,50 in legno, alla Québec-St Malo sempre con Soldini e poi la costruzione di Fila, i lunghi giorni in cantiere, fino al tentativo di record con la partenza sotto la Statua della Libertà.

A cucire tra loro quei momenti sono i racconti dei colleghi, gli amici e i familiari di Andrea.

A partire dalla moglie Fabrizia, Emanuele Maggi, Marco Romanelli, Jean-Marie Finot, il meteorologo e routier Pierre Lasnier. E poi tutti i componenti dell’equipaggio di Fila che assistettero con i loro occhi alla tragedia.

Giovanni Soldini, Guido Broggi, Bruno Laurent e soprattutto Andrea Tarlarini, il sopravvissuto all’incidente che rievoca il buio, la paura, l’inferno del mare e quel senso di vuoto.

L’ingegnere ribelle che voleva navigare

E allora cosa rimane di una tempesta? Sicuramente il dolore per la perdita di un giovane uomo, bello, simpatico e pieno di vita, un professionista amato e stimato da tutti, ma anche un sognatore innamorato delle sfide che non si accontentava solo di studi alla scrivania, calcoli matematici e giornate in cantiere.

Andrea Romanelli era uno che voleva navigare a tutti i costi, un vero marinaio alla ricerca di sé stesso che solo in mezzo agli oceani trovava il tempo per riflettere, rispondere alle proprie domande esistenziali e inseguire la propria rotta tra lavoro, passioni e famiglia.

Tommaso Romanelli ha fatto un lavoro prezioso ed eccezionale sul piano umano ed emotivo.

Ha scavato nell’animo suo alla ricerca di un fantasma che gli assomiglia tantissimo anche nella voce, nella fisionomia, nella cura dei dettagli.

Ma ha anche riportato a galla una storia dolorosa, commovente, che schiaccia il cuore di chi l’ha vissuta e alimenta il senso di colpa, l’impotenza di fronte a un destino beffardo e alla potenza magnifica e spietata della natura.

C’è tutto il senso della vela in questo No More Trouble – Cosa rimane di una tempesta.

La passione, la sfida, il senso di fratellanza, la natura maestosa e il respiro del mare.

“Questo non è sport, questa è avventura”, dice a un certo punto Giovanni Soldini a bordo di Fila.

E centra il punto.

La vela d’altura è un gioco impegnativo e rischioso. È come un demone che incanta e costringe a domarlo, giocandosi tutto pur di essere sé stessi fino in fondo, liberi di sognare e andare oltre l’orizzonte.

Proprio come faceva Andrea Romanelli dietro a quello sguardo dolce, curioso e consapevole.