Maggio – Paola Pozzolini

È diverso incontrare uno skipper che naviga per lavoro, rispetto a chi invece fa il giro del mondo per compiere la propria impresa o per il piacere di viaggiare, come pure dal velista regatante che in poche settimane per … passione, per il piacere della competizione o per un record, passa davanti ai tre capi più famosi a sud della Terra, il Capo di Buona Speranza (Sud Africa), il Capo Horn (Sud America) e il Capo Leeuwin (Australia).
Tutti sicuramente amano il mare, ma questo entra nella loro vita in modo diverso, anche se comunque tutti hanno ricevuto la “chiamata”; mi vien da pensare ad una vocazione, che poi ritrovo nei libri che molti scrivono per raccontare “il loro viaggio”.
Quando ho deciso di aprire la rubrica del personaggio del mese, ho subito pensato che le donne che hanno lasciato un segno nella storia della vela avrebbero potuto essere l’elemento distintivo fra tutte le interviste che avrei fatto, e in effetti sono stati molti i personaggi femminili che hanno accettato di raccontarmi la loro storia.
Alcune navigatrici sono arrivate da sole, spinte dalla voglia di esprimersi in un ambiente frequentato da uomini, altre sono regatanti approdate alla vela con illustri “maestri”, altre infine compagne o (diventate poi) mogli di un navigatore, e Paola Pozzolini è una di queste e desideravo conoscerla.
Ho trovato in internet un suo libro, NAVIGARE IN OCEANO, scritto a due mani assieme a Pierre Sicouri, una storia di mare vissuta in gioventù, e mi è piaciuto moltissimo: il libro è una lettura in continua accelerazione, fa sognare, e sono convinto che molti giovani che si avvicinano alla vela, per navigare o fare regate, dovrebbero leggerlo per capire cosa ha significato per loro “andar per mare”.
Non è stato facile raggiungerla, le ho chiesto di raccontarmi della sua vita, di come è arrivata al mare, dei grandi personaggi che ha incontrato, da Giorgio Falck a Jepson e Tabarly, e questa è la sua storia
Paola Pozzolini, velista, scrittrice, giornalista, madre: sono tappe di un’intera vita. Quale ricordi con più piacere?
Si, ho avuto una vita di cui sono grata al destino, nonostante che il vento non abbia soffiato sempre in poppa.
Mare, montagna, scrittrice per professione, catapultata nel mondo dell’imprenditoria per dovere, madre e nonna…ma c’è un fil rouge che lega soprattutto quello che sono state le mie grandi passioni, il mare e la montagna. Li accomuna l’attrazione irresistibile di ambienti naturali selvaggi e ancora… non si può più dire incontaminati, ma “meno contaminati”: gli oceani del Sud, le vette delle montagne, terreno di gioco impegnativo, severo, ma splendido e esaltante.
I ricordi sono tantissimi, l’emozione più intensa, che ho provato nelle lunghe navigazioni e nelle spedizioni in montagna, è la consapevolezza di vivere in un’altra dimensione e un altro mondo, non un mondo eroico, o di sogno, non scelto per fuga della realtà. Un’esperienza che purifica e porta all’essenziale, nei bisogni, nelle aspirazioni, nel rapporto con l’ambiente, i compagni di viaggio e con se stessi.
2. La passione della vela mi sembra sia una caratteristica di famiglia: che ruolo ha avuto nel trasmetterla ai figli? Scelta di vita anche per loro? Nelle prime pagine del libro racconti che è meglio scrivere che fotografare:”… preferisco fissare i ricordi con le parole più che con le immagini. Sono tanto più complete: conservano con sé emozioni e pensieri, profumi e rumori, oltre che forme e colori, o forse perchè in barca manca sempre qualcuno con cui parlare…”.
La scrittura come rifugio?
I miei tre figli hanno preso il virus di famiglia: due di loro hanno un 40’ in comune, hanno regatato molto in catamarano, Hobie Cat e Formula 18;
- mia figlia Silvia ha preso parte elle Olimpiadi di Rio de Janeiro sul Nacra 17,
- mio figlio Raphael insieme a mio marito è stato campione italiano di F18,
- le ragazze, Lara e Silvia, insieme hanno vinto un europeo in Hobiecat.
- Raphael pratica surf, Kyte surf, wing… insomma, sono irresistibilmente attratti da tutto ciò che si muove velocemente sull’acqua.
Personalmente non li ho mai spinti verso la vela, pensavo che avrebbero scelto senza la pressione dei genitori; Pierre invece li ha spinti a provare ciò che a lui aveva dato tanta gioia. In casa si respirava aria di vela, di mare, di regate, inevitabile che raccogliessero il testimone.
Ma come per noi genitori, la vela come la montagna, anche per loro non sono state scelte di vita. Dopo la seconda Whitbread abbiamo deciso di lavorare, mettere su famiglia, coltivare vela e montagna nel tempo libero. Loro hanno scelto di finire l’università, lavorare e metter su famiglia. Sempre con l’attrezzatura in macchina per “fare uno sparo fuori”, come dice Raphael.
3. Le tue letture giovanili: Conrad, Melville e Salgari; hai imparato da loro ad essere così sintetica ed essenziale nello scrivere? È una dote? Galeotti i loro libri?
Penso di sì, galeotti i libri, ho sempre letto molto e per anni la mia Bibbia erano Bernard Moitessier, resoconti o racconti di regate, la Globe challenge, il mitico giro in solitario senza scalo del 1968 in poi, i libri sulla prima Withbread, Doi Malingri, Luciano Ladavas, Carla Notarbartolo…bevevo i loro scritti e sognavo di vivere anche le loro avventure.







Una frase di Bernard Moitessier mi aveva colpito “Il viaggio è tutto, la destinazione nulla”.
Ho anche sempre scritto, mi piace molto, scrivo per ricordare, per mettere ordine nelle mie idee, per comunicare. A bordo può mancare qualcuno con cui parlare, ma manca anche il tempo per scrivere. Scrivevo nei ritagli di tempo per non far sfuggire i ricordi, le emozioni, le sensazioni, i pensieri. Ho ancora qualcuno dei taccuini con i fogli un po’ arricciati e macchiati, quando li apro mi fanno tenerezza. Sono i diari di una ragazza di tanto tempo fa, che non sono più io.
4. Ripensando alla tua giovinezza a Genova, avresti immaginato che il mare ti avrebbe catturata con l’intensità che traspare dal tuo libro?
Ho cominciato ad andare in barca per curiosità, parecchi dei miei amici uscivano in barca tutti i weekend, facevano i corsi a Caprera. E’ stato amore a prima vista, ma non immaginavo che avrebbe avuto un ruolo così importante nella mia vita.
5. Prima dei fatidici 18 anni, con l’iscrizione al corso dello Yacht Club di Genova, come immaginavi il tuo futuro?
Provengo da una famiglia un po’ all’antica, molto tranquilla e riservata. Ho amato molto i miei genitori e sono loro grata per tutto ciò che mi hanno dato., soprattutto in termini di equilibrio e di amore. Ma allora la loro mentalità, le loro regole mi stavano molto strette. Sognavo solo di lavorare e di essere indipendente, forse anche ina città diversa da Genova una città che oggi amo molto, ma trovavo a quei tempi indubbiamente un po’ provinciale, troppo chiusa ….
6. Il rapporto con i genitori: hanno avuto un ruolo nell’orientare la tua passione per il mare? Oppure per te pensavano ad altro?
I miei genitori erano persone tradizionali. Mia mamma è viareggina, i suoi nonni navigavano sui piroscafi, altri avevano una piccola flotta di pescherecci. Per la sua famiglia il mare era pericolo, si ricordavano dell’arrivo delle barche in porto e delle donne che correvano per accogliere i loro uomini, e magari qualuno mancava… per me sognavano un matrimonio con un buon partito, con una bella festa …hanno osteggiato la mia passione per la vela e la montagna con tutte le loro energie. Vero è che io per liberarmi dalle briglie di un’educazione un po’ troppo rigida ero diventata una vera ribelle.
7. Mi sembra che l’incontro con Pierre Sicouri sia stato l’episodio scatenante della tua vita sia di coppia sia di velista: cosa aveva lui di particolare? Se non ci fosse stato Pierre pensi che avresti comunque scelto quella strada?
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Pierre è stato il mio primo amore e l’uomo della mia vita.
Abbiamo vissuto 37 anni insieme perché amavamo le stesse cose, la vela, i sentieri e il mare della Liguria d’inverno, la vela, anche quando ci presentavamo alle banchine di partenze pronti di tutto punto, e non trovavamo un imbarco; la montagna, dai primi passi sulla roccia e sulla neve, e più tardi e più di tutto i nostri figli, che hanno cementato la nostra unione.
Era una persona un po’ speciale, non solo per me, ma a detta di tutti. Aveva determinazione e volontà di ferro, metteva in ciò che faceva tutta la sua attenzione, la sua intelligenza e la sua creatività. Aveva i suoi lati deboli, amava avere tanti amici e conoscerne dei nuovi e spesso è stato deluso. Generoso, dotato di fascino e di carisma, diventava quasi subito il leader.ma aveva l’umiltà di partire dal basso, se era necessario.
Non credo che senza di lui avrei avuto le stesse opportunità. Ai miei tempi, la presenza di una donna in una regata d’altura o oceano era un’anomalia. I trasferimenti sul Guia sono stati il mio bando di prova e persino Jepson ha imparato a rispettarmi e apprezzarmi.
8. La prima barca, prime uscite con il Pierluisa a Recco, le prime navigazioni, i primi imbarchi… Eri giovanissima, ma già allora il richiamo del mare era diventata una passione “a senso unico”? Poi le regate, la competizione: una sfida? L’ebrezza della velocità? Ogni volta un limite da superare oppure essere sempre davanti al tempo … Vivere e non essere vissuti dalla vita …
Arrivare alle regate è stato un lungo cammino spinta dalla passione e la determinazione.ai tempi dell’università. Dai primi bordi sugli “Eau Vive” barche scuola dello Yacht Club Italiano alle regate in oceano, la vela era l’avventura, era piacere e divertimento puri, era un tuffo nella vita della natura, le onde, i soffi delle balene, i salti dei delfini, le planate degli albatros. Per me questo era vivere e non essere vissuti dalla vita, per dirlo con la bella frase che hai scritto tu.
9. Jepson: mi sembra che sia stato lui a prenderti a bordo la prima volta. Che ricordo hai di lui? Che influenza ha avuto? Sarebbe cambiato qualcosa se non l’avesse imbarcata la prima volta? Avevi comunque un’alternativa a Genova?

Jepson non aveva studiato e apriva le carte nautiche a rovescio. Ma era un grande marinaio, aveva un incredibile istinto che gli faceva avvertire il pericolo senza averlo visto sulla carta e conosceva la rotta migliore da prendere senza averla tracciata, frutto della lunga esperienza e credo delle navigazioni intraprese da ragazzino da Ponza all’isola d’Elba su una barca da pesca. Riteneva assolutamente deleteria la presenza di una donna a bordo, sosteneva addirittura che portassero sfortuna perché con le loro doti ammaliatrici incantavano un uomo dell’equipaggio o il timoniere e allora addio regata. Non solo, reputava che le donne su una barca fossero pericolose. Di fronte al mio stupore, mi raccontò che un uomo di equipaggio, distratto dall’avvenenza di una fanciulla, non aveva visto il tambucio di prua aperto, ci cadde dentro fracassandosi le costole e che lui, naturalmente, a quella ragazza gli aveva fatto trovare le valigie in banchina. Mi imbarcò per il trasferimento Genova, Southampton, a malincuore dietro l’insistenza di Pierre, ma “solo fino a Barcellona e lì vedremo ti sarai comportata”. Sbarcai a Lisbona, forse non mi ero comportata troppo male. Se non mi avesse imbarcato, il mio cammino sarebbe stato molto più complicato e forse diverso. Le donne che navigavano a quei tempi in Italia erano più che altro le armatrici.
10. Il primo turno da sola, la prima volta in oceano. Emozioni? O non c’è stato il tempo di pensarci?
Stavamo riportando, Pierre ed io, il Guia in Italia dopo la Ostar, per una volta non eravamo in regata. Ma in oceano bisognava comunque fare i turni in coperta. Quando è sceso il buio e mi sono trovata da sola nel pozzetto, un occhio alle vele e un occhio alla bussola… l’atmosfera era stregata e straniante. A poppa pulsava il faro giallo di Nantucket sempre più lontano, in mare danzava una festa di luci bianche, banchi di plancton che al passaggio della barca sembravano piccoli fuochi d’artificio, i delfini che saltavano sulla nostra scia iridescente, il fruscio delle onde che armonizzava con i rumori familiari, il cigolio della pastecca del genoa, il gemito dell’timone a vento al lavoro. Era un vortice di emozioni e meraviglia, condite da un pizzico di paura.
11. Dormire, svegliarsi per montare di guardia e poi, a fine turno, riprendere il sonno ed il sogno… Non è da tutti, è come camminare ad un palmo da terra: ma come facevi?
Capitava non solo a me. Nelle regate oceaniche di quei tempi, le tappe duravano un mese, a volte 50 giorni. Si usciva completamente dalla realtà lasciata a terra. I ritmi di sonno, 4 ore in cuccetta, 4 ore in coperta, il rumore incessante delle onde sullo scafo e del vento sulle vele, stare nel sonno e nella veglia in equilibrio su un mezzo in incessante movimento. Non so spiegarlo, ma forse la vita onirica si adeguava a una situazione straordinaria. C’era un medico, Claudio Stampi, skipper de “la Barca laboratorio” che faceva studi sul sonno, soprattutto su navigatori solitari. E’ diventato un’autorità a livello mondiale ed è stato consulente di astronauti. Ma ho perso i contatti da anni e non ho più saputo la sua opinione sui sogni durante un sonno frammentario e interrotto.
12. In un’intervista racconti: «La vita a bordo è molto… semplice. Gli obiettivi sono pochi e chiari: far correre la barca, mangiare, dormire. Il tempo è sospeso». Si, anch’io credo sia semplice, perchè per lo skipper le principali variabili sono il mare, il meteo e l’equipaggio. A terra invece un direttore per raggiungere gli obiettivi deve presidiare un mercato ed un ambiente dove le variabili sono molte, per questo credo meno semplice, ed il tempo diventa una variabile.
La vita a bordo è semplice perché porta all’essenziale. Gioia è avere la cuccetta asciutta, o un buon cuoco che cucinato le patate al forno, o una lama di cielo azzurro che spunta tra due nuvole. I problemi che normalmente scandiscono e a volte assillano la nostra vita, studio, lavoro, impegni, famiglia, progetti…sono sospesi e lontani. In qualche modo si vive il monito buddista “io-qui-ora”
13. La solitudine: meccanismo di autodifesa? Molti velisti me ne hanno parlato: evidentemente è una compagna di viaggio, a volte obbligata, a volte sgradita. Dipende da come la si affronta e la si vive. Tu come la affrontavi?
Devo accettarla oggi, ma non la avrei mai scelta. Non mi piace la solitudine e non ho mai pensato di navigare da sola. Ciò nonostante, spesso mi sono sentita solo a bordo. Quando facevo regate in oceano, parliamo di 40/50 anni fa, una donna in equipaggio era una rarità. Io ero sempre l’unica donna, per soprattutto “la donna del capo” in un equipaggio maschile, di cui spesso non condividevo la “cultura” in senso lato, il modo di vedere e affrontare la vita. In uno spazio così ristretto e per tanto tempo, la convivenza di 8/10 persone unite solo dall’obiettivo della regata, è un equilibrio molto delicato, a volta fragile. Non si possono esprimere simpatia, dimostrare antipati. Queste ultime, dovendo conviverci ogni giorno, diventano spesso molto violente. E mi irritavano tantissimo le battute da caserma sulle donne, le trovavo veramente pesanti e per questo mi prendevano in giro. C’erano per fortuna molte eccezioni, compagni a cui sono rimasta legata per tutta la vita.
14. Guia: su quante barche di Falck hai navigato? Di quale ha il ricordo più indelebile? Cosa avevano e hanno ancora di particolare?
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Giorgio Falck era un innovatore. Era partito per la prima Whitbread sul suo Sparkman e Stephens di 13 metri, aveva finito quinto assoluto. Aveva rivoluzionato quello che era un tempo il mondo dello IOR acquistando in Australia una barca progettata da Ben Lexcen, l’inventore di una barca con la chiglia a “Y” rovesciata che aveva strappato per la prima volta la Coppa America agli Usa. Guia III era una barca con delle linee mai viste prima, la poppa mozza, il timone esterno, la coperta in teak un po’ bombata, completamente flush deck, la scotta della randa sun una rotaia semicircolare che le conferiva l’aspetto di uno squalo e un pozzetto subito a poppavi dell’albero, sormontato da due enormi coffee grinder. Non sembrava una barca per navigare in oceano, ma Giorgio Falck lo portò a correre il Triangolo Atlantico, vincendo la Cape to Rio. Il Guia III fu affondato da un gruppo di orche mentre risaliva l’Atlantico. Al Guia III le succedette il Guia IV, la barca di Falck che ho amato di più. “Battezzata” in una traversata atlantica mentre ero su un’altra barca, sono entrata a testa alta a far parte per la prima volta di un team competitivo. Channel Race, il secondo Triangolo Atlantico, una traversata dell’Atlantico di ritorno dalla Ostar,
Dopo Guia IV è venuto Rolly Go, un 50’ pensato da German Frers per la Whitbread. Bellissima stagione, allenamenti in Sardegna, quando Porto Cervo era ancora una manciata di case e di belle ville, I ricordi sono come istantanee: si sbarcava ad Olbia e si era inebriati dal profumo di ginepro e rosmarino. Le giornate erano terse, limpide con bel sole caldo e un bel maestralino teso. Uscite giornaliere, manovre su manovre, finché non si acquisiva un certo rassicurante automatismo. Fu qui che Jepson conio una delle frasi famose: “Beafe Pié, la Pavla sempre sulla manovre giuste” Era un complimento, ma rivolto a Pierre, Jepson riteneva che solo per merito suo avevo imparato a muovermi bene in barca …che avesse ragione…?

Guia IV

Rolly Go
Mi imbarcai per la prima tappa, Portsmouth Cape Town. erano tante miglia tutte di un fiato, gli alisei, sempre di bolina, l’attraversamento delle horses latitudes e dell’Equatore, e poi, aggirando l’alta pressione africana, la galoppata verso il traguardo. Mancavano 1200 miglia all’arrivo: abbiamo alleggerito la cambusa, mancava solo una settimana, secondo le nostre stime, all’arrivo…era notte, navigavamo con tutta la randa e il genoa1, non c’era molto vento. Il timoniere si china per mollare un pochino di randa e uno schiocco improvviso, la barca. si raddrizza di colpo e nel buio capiamo subito cosa è successo: abbiamo disalberato. In coperta il caos è indescrivibile e l’albero, trattenuto dalle sartie picchia sullo scafo come una testa d’ariete, rischiando di sfondarlo. Qualcuno grida, “taglia, taglia” brandendo le cesoie, ma poi di decide saggiamente di svitare gli arridatoi, liberare l’albero delle sartie, ma di tenerlo saldamente ancorato con le drizze d altri cavi di rinforzo a distanza di sicurezza dalla barca.
Pensammo subito a un armamento di fortuna. Altre barche avevano disalberato e ci dettero valido supporto via radio. La mattina dopo attaccammo l’operazione di rialberamento. Il mozzicone di albero rimasto venne issato nella scassa, il sartiame sostituito da tessile, trovammo il responsabile dell’accaduto: ci aveva tradito il tondino di acciaio di una bassa, tranciato di netto. Il tangone fu issato a poppa come albero di trinchetta, mentre sottocoperta i velai lavorano come api industriose per confezionare nuove vele tagliando e ricucendo, alla fine riuscirono ad inventare persino un nuovo piccolo spinnaker! A sera saremmo stati pronti a ripartire, stanchi e tesi, ma calò la bonaccia. Le vele di fortuna non erano in grado di far camminare la barca solo con qualche refolo di vento…la regata era finita, si pensa solo a come arrivare a Cape Town. E avevamo buttato via tanto della cambusa ….Siamo costretti a razionare cibo e acqua. Qualcuno si ingegna e pescare a raccogliere l’acqua di condensa.
Sogniamo cascate di acqua, prati verdi e cibo fresco. Quando arriviamo, con due spinnaker, uno cucito dai velai di bordo, l’altro issato e ridotto con ingegnoso sistema di nodi, siamo acclamati accolti nel club dei disalberati, tante avevano perso la regata per via di un disalberamento
Con Pierre e amici sudafricani, decidemmo il primo giorno libero di andare a scalare la Table Mountain. Sul sentiero di avvicinamento, senza scarpe adeguate, con l’equilibrio reso ancora instabile della navigazione, o semplicemente per destino, cado. 50 giorni di ospedale, 6 operazioni la mia vita cambia per sempre. Quando torno a camminare, sono diventata adulta, ho visto la morte in faccia, ora voglio vita, bambini, futuro.
Ma non sono riuscita ad abbandonare la vela. Qualche anno dopo la Whitbead 81/82, Giorgio Falck lancia una la prima e regata transatlantica italiana, da Portofino e New York e mette a disposizione a Pierre e a me la sua ultima barca, il Guia 2000.

Guia 2000

disegni del Guia 2000
È stata per noi una barca speciale, perché, dopo averla ribattezzata “Trussardi parfums” dal nome dello sponsor, con lei abbiamo vinta la Portofino-New York. La formula era seducente “Un uomo, una donna e l’oceano”. Ci innamorammo dell’idea, sembrava una regata fatta apposta per noi, però nel frattempo era nato Raphael e io mi sentivo morire all’idea di lasciarlo per attraversare l’Atlantico così piccolo, così tanto tempo, così lontani… provai a convincere Pierre a portare con sé sua mamma o sua sorella, non so se glielo chiese mai davvero, a me arrivò solo tramite Pierre il loro reciso rifiuto e la sua incrollabile volontà di correre quella regata. Io non potevo sopportare l’idea che condividesse quella bellissima, irripetibile avventura con un’altra donna, così, barando entrambe, decidemmo che sarei scesa alle Azzorre. In fondo lui poteva continuare da solo, era o non era un navigatore solitario? Non ci curammo di verificare se il regolamento di regata prevedesse casi del genere, mi aggrappai a quell’alibi per riuscire a partire, ma non sbarcai alle Azzorre. A volte mi dico che sono stata un’egoista incosciente e irresponsabile a lasciare in bambino di nemmeno 2 anni lontano per un mese dai suoi genitori, che se tornassi indietro forse non lo rifarei, ma allora avevo 30 anni, una grande passione e un uomo molto testardo a cui tenevo come alla mia vita… in certi momenti mi sono sentita in colpa nei confronti dii Raphael, ma non sono mai riuscita a rimpiangere la mia scelta. Arrivai alla partenza come in un sogno, il mare pineo di barche, una con una bandiera “forza paola forza pierre”, la coast-guard che lancia e zampilli di acqua nel cielo trasmettendo in continuo “Usa for Africa”, la cui musica mi emoziona ancora. Il primo traguardo il Faro di Portofino, vinta per un piccolo, vinta per bellissimo secondo dall’unica barca francese in gara. E poi l’ingaggio tra noi e loro, miglio su miglio, verso secondo il traguardo volante, Gibilterra. Ma lo scafo francese, costruito in alluminio, affondò, forse corrose dalle correnti galvaniche. L’equipaggio si salvo, ma noi restammo soli in testa, con un buon distacco col resto dei concorrenti. Arrivammo primi a Gibilterra, fradici per una lunga bolinata verso lo stretto, dal porto di Gibilterra uscì un barchino con a bordo Giorgio Falck che ci lanciò un meraviglio pezzo d’arrosto, mentre alle Azzorre, secondo traguardo volante, mentre entravamo e uscivamo nel porto di Horta de Fajal di notte, a vela, volò a bordo un pacco di pane fragrante.
Chi volesse pensare che la formula “un uomo una donna l’oceano” sottintendesse una facile e romantica crociera, su sbaglia di grosso. I turni erano inesorabili, quattro ore fuori, quattro ore in cuccetta e ancora più inesorabili fu la meteo, trovammo venti di bolina e mare duro per 30 a giorni di seguito. Guia 2000 era una barca avveniristica, come piaceva all’ingegnere innovativo. Leggerissima, costruita sperimentalmente in nido d’ape d’alluminio e kevlar, reagiva ad ogni soffio, come un purosangue, e come un purosangue era molto fragile. Il nido d’ape si rivelò un’innovazione pericolosa, l’alluminio si corrodeva per le correnti galvaniche e ogni onda in oceano lo scafo fu messo a dura prova, cominciò a perdere rigidità, le volanti si contorcevano in modo inquietante ogni volta che la barca ricadeva dall’onda, e a prua c’erano delle parti che si deformavano, “rientravano” ad ogni ondata. Per fortuna an amico che di tecnica e costruzioni di barche ne sapeva parecchio ci aveva messo in barca un bel quantitativo di resina epossidica e delle siringhe. Cosi curammo il Guia, iniettando resina epossidica nelle parti indebolite. Fu una cosa strana, come portare la barca per mano invece che lanciarla al galoppo. Quando arrivammo sotto il ponte di Brooklyn, linea di arrivo della regata, eravamo sopraffatti dalla felicità, alla soddisfazione, dall’emozione e. dal bagno inaspettato nell’Hudson, dove ci buttarono gli amici accorsi ad accoglierci!
Io partii il girono dopo stesso, arrivata all’ aeroporto Malpensa mi misero in braccio un bambino emozionato almeno quanto me, che prima nascose la faccia, non riuscendo a reggere gli sguardi della piccola folla che mi aspettava, e i sentimenti che dovevano agitarsi in lui. Mi sentii mancare, “non mi vuole più”, mi dissi. Ma dopo qualche lunghissimo istante, rise e mi buttò le braccia al collo. La sera, quando andammo a dormire nello stesso lettone mi disse serio serio “mamma, bacca a vela più, bacca a vela batta”. E io promisi Barca a vela basta, fino a quando non ci andremo insieme.
È stata una promessa da marinaio… ho lasciato la regata oceanica per molti anni, andavamo in barca a vela in crociere con Raphael e con Lara e Silvia, le “sorelline” sopraggiunte negli anni dopo. Pierre corse la seconda Ostar e arrivò primo dei non-professionisti su un trimarano di 60’, Fleury Michon, sponsorizzato da “La Nuova Sardegna”, su cui navigai solo per l’ennesimo trasferimento in Inghilterra, con una piccola storia molto carina. Ci imbarcammo a Cadice, un amico, io e una ragazza “imposta “dallo sponsor. La guardai con diffidenza per qualche giorno, ma quando arrivammo in Inghilterra calzavamo a turno l’unico paio di stivali asciutti, ed eravamo amiche per la pelle, un’amicizia che è cresciuta negli anni. Oggi lei è una delle mie migliori amiche

Fleury Michon
La via dei multiscafi è una via di non ritorno, Una volta provata la loro velocità, qualsiasi altra barca sembra ferma. Così, sobillato da Raphael, che stava rivelando tutta la sua passione con la mia approvazione, Pierre decise per la prima volta dagli esordi del Pierluisa di diventare armatore, e comprò un catamarano di 60’, Spirit of Titan. Era un’imbarcazione estremamente leggera ed elegante, che aveva all’epoca uno smisurato albero alare, a secco di vele, con il solo albero correva da far nascere la folle voglia id “ammainarlo”. la prima regata che mettemmo in calendario era la Quebec Saint Malo. Raphael fece per la prima volta la Manica, ma per la regata restò a terra, aveva 12 anni!
Fu una volata per certi versi esaltante, 10 giorni per attraversare l’Atlantico, il ricordo più intenso è il rombare incessante del mare sui fianchi della barca e la sensazione, una volta in cuccetta, di essere nella centrifuga di una lavatrice. Seconda regata, il Giro d’Europa, da Genova a Benalmadena, in Spagna. Questa volta Raphael, 14 anni da compiere e con una manleva dei genitori nei confronti dell’organizzazione, era della partita: Traversò per la prima volta le Bocche di Bonifacio, scese stregato dalla vela per sempre.
A Benalmadena io gli diedi il cambio e mettemmo la prua sull’arrivo Lorient, in Bretagna Attaccammo a bolinare contro un Aliseo portoghese bello deciso, che tirava su un mare ripido e corto su cui Spirit saltava con in rodeo, lanciato a tutta velocità.
Ma era troppo. Su un’da più cattiva delle altre vedemmo con orrore la parte dello scafetto a prua della sartia accartocciarsi su sé stesso. Per fortuna era lo scafetto sopravento, non ci restò che poggiare e riparare in un fiordo della costa portoghese.
Quando Spirit fu rimesso in sesto arrivò in Liguria, ci divertimmo come dei pazzi, eravamo fuori tutti i fine settimana, Spirit si animava al primo soffio, “creava” e il suo vento e facevamo il giro intorno ai monoscafi. che sembravano all’ancora sotto le bavette di vento del Golfo del Tigullio, mentre noi sfrecciavamo a tutta velocità.
La terza regata in programma erano le regate nel Solent. Affidammo a un equipaggio di “professionisti” francesi il trasferimento di Spirit nelle acque inglesi. Forse non conoscevano Gibilterra, sicuramente non ascoltarono le raccomandazioni di Pierre sul “turbo” che aveva il trimarano con un albero alare così grande… si fecero sorprendere con tutte le vele a riva sotto la rocca di Gibilterra dove il vento rinfresca improvvisamente e si rovesciarono. La barca fu riparata e venduta, qui finisce la nostra storia con Titan.
Ma ogni tanto compare ancora, su qualche rivista di nautica. sempre bella ed elegante, sempre in procinto di partire per qualche regata in altomare. Sarà sulla linea di partenza della prossima Rotta del Rhum.
Dopo un’imbarcazione impegnativa come Titan, il salto fu verso le derive, un mondo sconosciuto. Naturalmente un multiscafo, un Formula 18, un catamarano maneggevole con un’attrezzatura già abbastanza sofisticata che Pierre aveva battezzato “la formula magica”

Formula 18
Basta regate in cui si vedeva per qualche ora alla partenza e ci si ritrovava all’arrivo un mese dopo. I F18 correvano su percorsi a bastone, molto spesso su acqua dolce, con tanta tensione sulla linea di partenza e continui incroci, sempre ingaggiati, con grandi ammucchiate e grida sulle boe, scuffie, proteste…… un gioco molto appassionate. Ho fatto varie regate con Pierre, ma le scotte tiravano, io andavo verso i cinquanta anni, non riuscivo a competere con gli altri prodieri, di solito ragazzi giovani e veloci. Quindi il prodiere di Pierre divenne Raphael, sempre più appassionato, ma comunque preso dall’università, Quindi io facevo da prodiere per gli allenamenti, e alla fine mi divertivo molto.
Da soliti incoscienti, andavamo al lago un giorno feriale, quando in acqua non c’era nessuno. È accaduto più volte che stessimo seduti in riva al lago, vestiti di tutto punto con cerata, salvagente e trapezio, sbocconcellando un pacchetto di biscotti, guardando il lago striato di bianco sotto un colpo di vento da Nord, chiedendoci “Usciamo o non usciamo?”
Pierre e Raphael hanno vinto insieme parecchie regate, a me è rimasta la soddisfazione del Campionato di Meta di Sorrento, in cui io e Pierre, su bellissimi itinerari nel golfo di Napoli e tra i faraglioni di Sorrento, ci siamo classificati terzi, davanti a vari “mostri sacri”. La. coppa, decisamente kitch, fa ancora bella mostra insieme alle altre nello studio di casa.
Pierre è stato presidente di classe, per dieci anni ha fatto e vinto regate fino alla fine, quando si è ammalato. Io ho voluto sbarcare. Volevo. che uscisse solo con prodieri forti, che si assumessero i compiti più faticosi anche a terra, mentre con me era lui a dover fare anche un po’ della mia parte.
Ma c’era un’altra passione che era nata e cresciuta nel cuore di Pierre e mio: la montagna. Avevo imparato ad amarla, con i suoi sentieri ripidi, i boschi l ‘aria sottile durante le vacanze con i miei genitori. Un anno ho proposto un giro in montagna d’estate a Pierre, che la conosceva più che altro d’inverno, con la neve, sugli sci.
Scegliemmo un giro delle superbe Dolomiti del Brenta e ci trovammo così all’attacco della via via ferrata Bocchette. Non sapevamo bene cosa fosse una ferrata e tanto meno di avere davanti uno dei percorsi più celebri e antichi dalle Alpi, ma l’attrazione della roccia dolomitica era tale che ci slanciammo verso l’alto.
Senza casco, senza nessuna forma di sicurezza, soprattutto senza nessuna esperienza. Salivamo rapiti sento come se fosse oggi la roccia rugosa, il freddo dei cavi e degli appigli in metallo e intorno guglie vertiginosi e voragini a picco, resi ancora più impressionante da nuvole sfioccate che volteggiavano intorno. Arrivammo alla base sani e salvi, già perdutamente innamorati delle emozioni di arrampicare sulle rocce. Scoprimmo le falesie del Finalese, poi le prime salite sulle montagne Liguri, poi l’incontro con la montagna della nostra vita, il Monte Bianco, poi ci furono le spedizioni in Caucaso, in Tien Shan, in Pamir e in Himalaya. Può sembrare strano l’amore per due ambienti apparentemente così lontani.
Ma il marinaio e l’alpinismo sono spinti dalla stessa passione, vivere nella natura più selvaggia meravigliosa e anche terribile Quel che li accomuna è ciò che si prova arrivando in vetta o navigando in mare aperto, il sentimento di essere una piccola parte si quella grandiosa natura, una asperità sulla roccia o un ricciolo di mare, dura qualche istante ma resta nella memoria.
Conosco due luoghi, sicuramente ce ne sono molti altri, che coniugano la navigazione in oceano con le montagne. Due sintesi perfette, la Patagonia e le isole Svalbard.


In Patagonia imbarcammo a Usuhaia, il luogo abitato più a sud del mondo, mèta era Puerto Natales, in Cile, attraverso il Canale di Beagle.
Partimmo di notte e il vento comincio all’alba a soffiare forte, con delle raffiche cha anneriscono l’acqua, ma il mare era piatto, il canale di Beagle, attorniato di montagne che precipitano ripide in acqua, è largo solo 5 km e non consente al mare di formarsi. Scivolando sull’acqua vedevamo scorrere come in un sogno picchi e montagna dietro una cortina di verde intenso, poi, a sorpresa, con la vegetazione che li lambiva, ecco i grandi ghiaccia turchesi che arrivava al mare.
Ci fermavamo in qualche baia riparata per riempire il serbatoio d’acqua in qualche cascatella, davamo fondo davanti a delle spiagge di sassi dove non era raro vedere animali selvatici, e da lì prendevamo sentieri tracciati dai guanacos, qualche volta arrivavamo alla neve ed era bello vedere la barca che ci aspettava come un nido sull’acqua grigio ferro.
Per le isole Svalbard siamo partiti da Tromso, nord della Norvegia, che dista dalle Svalbard circa 600 miglia. Abbiamo fatto tappa a Bear Island, uno sperone roccioso circondato di frangenti, Arrivammo in piena notte, ma il sole in quella stagione non tramontava mai, così demmo fondo e ci avventurammo all’esplorazione dell’isola su un maneggevole zodiac. L’isola era completamente coperta di uccelli. C’erano soprattutto grossi gabbiani e volatili più piccoli, veri, con una maschera intorno al becco che ricordava quelli dei pinguini. I gabbiani davano loro la caccia, li uccidevano e li mangiavano. Si sa, è la natura, ma la lotta per la sopravvivenza contribuiva conferire un carattere fosco dell’isola.
Tappa successiva, dopo una navigazione singolarmente tranquilla, arrivammo a Longyearbyan, la capitale dell’isola, un porto con quale che piccola nave e qualche barca da diporto, e tirammo dritto per nord con l’obiettivo di circumnavigare l’isola di Spitzbergern. Il mare era calmo, il vento leggero, sfilavamo lungo la costa avvistando orsi bianchi con i cuccioli che camminavano a poca distanza dalla spiaggia. Qui da ogni baia scendeva un ghiacciaio, ed era meraviglioso lasciare la barca all’ormeggio, salire fino a scollinare su un altro versante e vedere la barca che ci veniva a prendere. A 80 nord cominciammo ad incontrare blocchi di ghiaccio sull’acqua, sempre di fitti, al punto che era difficile avanzare. Dalla cuccetta sentivo i tonfi del ghiaccio contro il ghiaccio, che, benché sapessi che la barca in acciaio era nata per navigare in quei mari, mi preoccupavano un po’. Finche la barca non si fermò circondata da un ghiaccio così spesso che i più audaci di noi saltarono da bordo per una passeggiata sul lastrone bianco.
Non ci restava che tornare, si era anche finalmente levato il vento, bello fresco, naturalmente d prua, e ci accompagno con una bella bolinata fino a destinazione.
15. Nel tuo libro, parlando di Falck in regata, parli delle sue regole severe: «…non si prende il sole, non si fotografa, non si va mai a poppa, non si parla forte, non si sta in piedi in coperta, si chiacchiera soltanto sottovoce di bolina, quando si è schierati sopravvento con le gambe penzoloni fuoribordo, e se bagna, pazienza…» Ma erano o sono tuttora necessarie?
Giorgio Falck era un grande appassionato di mare, di vela e di regate. A bordo abbandonava i suoi molteplici ruoli “di terra” e si dedicava anima e corpo ciò che di più amava. Lo ricordo inventarsi una la “danza del vento” in coperta per porre fine a un’ostinata bonaccia o impegnato in una accanita partita di scacchi quando le horses latitudes concedevano di saltare qualche ora di sonno. Ma il suo posto era il timone, concentratissimo, con gli occhi incollati ai filetti di prua, la sigaretta in bocca,” Ciocca un dito” “Cazza un dito”, non mollava mai, anche quando riconcorreva i refoli di una bonaccia. Le regole severe erano per non disturbare la sua concentrazione e favorire la nostra, era una regata, non una passeggiata! e adesso non apprezzerei un equipaggio che in regata non si attenesse a queste regole. La Ostar: credo che pur non avendola fatta l’ha però vissuta come se… Non aveva mai pensato di parteciparvi?
La Ostar è una bellissima sfida, non per me, che non amo la solitudine. Provo grande ammirazione per chi mette la prua verso Ovest e dopo le prime miglia è da solo a tu per tu con l’Atlantico.
16. Fra tutte le regate cui hai partecipato, quale ricordi con più piacere?
La prima in oceano! Era la Cape to Rio. Avevo accettato l’invito di un equipaggio francese che correva su un vecchio e romantico ketch un po’ mal in arnese. Dopo due o tre giorni di vento violento e di burrasca, siamo entrati negli Alisei del Sud. Ricordo come oggi l’incredibile sensazione di avere tutto l’Atlantico da percorrere, puntavamo dal Sudafrica verso il Brasile! Basta pesarci e rivivo l’emozione dell’aria tiepida anche di notte, il vento teso ma mai troppo forte, il mare scintillante di mille pagliuzze dorate, Il cielo in cui veleggiavano sull’orizzonte vaporosi cumuli bianchi, i pesci volanti che la mattina saltavano in coperta, pronti per la colazione, o turni di notte passati incollata allo star finder per conoscere le costellazioni del Sud in un cielo così gremito di stelle come credo di non averlo mai più rivisto. Mi ricordo la gioia di noi, ragazzi di 20 anni, quando abbiamo avvistato l’isola di Ferdinando di Noronha, allora eravamo esattamente in rotta! Cosa non scontata quando si faceva il punto col sestante e poca esperienza. Quando finalmente abbiamo avvistato la costa brasiliana, è stata euforia, tutti in coperta a suonare la “batucada” con mestoli e coperchi, a cantare e ballare samba
17. Il mare più impegnativo: mi sembra che il Mediterraneo non abbia nulla di meno di un oceano. Forse la grandezza. Hai qualche ricordo in particolare di situazioni veramente difficili?
Diceva Jepson “quando u Lione è inc…” Lo provai su Guia IV in trasferimento ida Rapallo per Saint Malo. Cedo la parola a Pierre. Io quella volta nel Leone non c’ero.
“Nel pacifico golfo del Tigullio è in corso una burrasca da libeccio forza 8, ma il tempo preme, pranziamo con l’armatore e partiamo. Di bolina, con il genoa 5, il più piccolo della serie. Nel Golfo di Genova il mare si fa alto e molto duro, nel Golfo del Leone è l’inferno. Il vento è forte e la bollina veramente faticosa. Carlo, che è con me in turno, è un po’ stravolto, lo mando giù a riposare. (…) La notte è calata, buia e fredda, devo darmi da fare al timone per cavalcare le onde che ci investono al mascone. Queste ore al timone mi stancano e mi esaltano allo stesso tempo mi diverte lottare da solo contro il mare rabbioso. Guia per ora risponde bene al timone, forse bisognerebbe dare il tormentino, ma non voglio interrompere il sonno all’altra guardia (…)
Automaticamente giro la testa a sopravvento per vedere le onde che arrivano, ma una mi fa sgranare gli occhi. Anche al buio la distinguo più alta e ripida delle altre, ci sta per investire proprio al traverso. Orzo di colpo e ho appena il tempo di aggrapparmi con la mano destra al pulpito sopravvento che sento la barca inclinarsi rapidamente. Stringo la mano con tutte le mie forze e sono investito da una massa d’acqua. Cerco di resistere con la forza della disperazione. So che da solo e slegato in coperta, non avrei nessuna chance di essere ripescato. Guia resta ancora coricata su un fianco per un attimo che mi sembra un’eternità, e ritorna su. Ho la cerata piena d’acqua e le orecchie tappate. Sono felice di essere rimasto a bordo e di averla scampata bella. Poggio per avere il mare in poppa” (da Navigare in Oceano)”
I danni in barca sono spaventosi: randa strappata, cappottina divelta, il tangone sopravento ha sradicato gli attacchi e la sua estremità è andata a incastrarsi proprio sotto la prima crocetta. Sottocoperta tutti i paglioli sono saltati in aria e in sentina galleggiano pentole, scatolette e ogni tipo di oggetti, la scorta di 40 uova si è schiantata sul carteggio e la bottiglia di whisky ha centrato la radio, che peraltro, completamente bagnata, non è utilizzabile…
Pierre conclude
“questo è un bel disastro e mi rendo conto di aver peccato di immaturità, Capisco che il Golfo de Leone, con il mare così forte, non si può affrontare di petto (…) Bisogna sottoinvelare la barca e poggiare verso la Corsica. Poi, al traverso della Sardegna, il mare si allunga e consente di puntare sulle Baleari” (da “ Navigare in Oceano”)
18. Navigare ieri ed oggi: non si è perso un po’ di romanticismo? Un Imoca 60 è come una formula1, lo spirito agonistico prevale sui rapporti umani.
Senza dubbio la vela ieri era molto lontana dalla vela di oggi. Io, noi abbiamo avuto la fortuna di vivere l’epoca dei pionieri, sul 1978, sul B&B italia, nessuno aveva mai navigato negli oceani del Sud, scoperta e l’avventura prevaleva sulle performances. Da allora c’è stata un’esponenziale crescita di strumentazione elettronica, delle tecnologie di costruzione e di armamento. Il calendario dele regate anche oceanico si è infittito e non c’è più spazio per i Corinthian, la competizione è per i professionisti. Al team dei navigatori si affianca lo shore team che prepara la barca a terra tra una tappa e l’altra. I budget diventano altissimi e gli sponsor sono indispensabili.
Ma credo che l’evoluzione verso la sponsorizzazione totale e il professionismo sia inevitabile, è accaduto così’ per molti altri sport.
19. Navigare: racconti che era felicità pura. Ma cos’è oppure era la felicità?
Che domanda impegnativa! Lasciando da parte dissertazioni filosofiche, secondo me la felicità, o comunque la serenità e la positività dell’anima possono dipendere anche dall’atteggiamento con cui si affronta la vita. A volte mi trovo a rimpiangere il passato, la giovinezza, la pienezza delle forze, creare una famiglia, andar per mare, scalare le montagne… quanta nostalgia! Oggi però ho la consapevolezza di aver attraversato quegli anni di corsa senza rendermi conto della fortuna che avevo, di averli goduti senza rendermi conto che erano irripetibili sempre pesa da problemi piccoli e grandi del quotidiano, senza mai guardare the big picture
Magari in un futuro non troppo lontano mi guarderò indietro e mi dirò “Com’era bello quando potevo ancora viaggiare in treno, fare passeggiate tranquille in montagna o sul bordo del mare, godermi la compagnia dei nipotini e degli amici, coltivare nuovi e vecchi interessi, …
Allora perchè passare il tempo a rimpiangere, senza capire che felicità può anche essere nel presente e non provare a viverlo intensamente, affrontando ogni giorno come un’opportunità unica e preziosa, da assaporare fino in fondo?
20. Scelte di vita: con il senno di poi a che cosa attribuisci quelle che hai fatto da giovane? Sempre con il senno di poi: le rifaresti?
Sono molto felice della vita che il destino mi ha voluto regalare e la rivivrei tutta fino in fondo, con le stesse scelte, con la stessa gioia, nonostante l’incidente in cui ho rischiato seriamente di andarmene, nel 1981, sulla Table Mountain a Cape Town, che lasciato i suoi segni nel corpo e nell’anima; nonostante la perdita di Pierre, che è stato il mio skipper e il mio primo di cordata per tutta la vita: nonostante la malattia che ci rende ogni giorno un po’ più fragili. Se potessi rivivere tutto il passato sarei più saggia, attenta, comprensiva e avveduta. Ma queste è la saggezza dell’età matura…
21. Fra i navigatori che hai conosciuto chi ti ha colpito di più?
Innanzitutto Eric Tabarly il più grande. Celeberrimo, le sue imprese hanno fatto la storia della francese e internazionale. Sui suoi exploit, sul suo carisma, sul suo mito sono stati versati fiumi di inchiostro. Ciò che più mi aveva colpito era la sua personalità. Piccolo, muscoloso, duro era estremamente schivo e riservato, sempre impassibile. Quando arrivava a bordo di uno dei suoi Pen Duick la folla si ammassava facendo inclinare paurosamente la banchina galleggiante pur di avere una battuta, una foto, un autografo. Lui sgusciava via indifferente come una sfinge, un attimo dopo era a lavorare in testa d’albero, irraggiungibile. Intervistarlo era una fatica improba perché rispondeva prevalentemente in modo molto conciso o a monosillabi. Chi lo conosceva, bene diceva “E’ come un albatros: tanto è a disagio e goffo a terra, tanto è libero e maestoso in alto mare”

Eric Tabarly

Phil Weld
E poi, Phil Weld, Era un signore americano non molto noto, che nel 1980, a 66 anni, ha vinto la Ostar su un piccolo ma perfetto trimarano di 14 metri Moxie, progettato e costruito dai maestri dell’epoca. All’arrivo, a chi lo intervistava chiedendo il segreto della sua vittoria rispondeva sorridendo e sorseggiando l’immancabile birra: “Noi vecchi non abbiamo bisogno di dormire…”
22. La mentalità del marinaio-uomo: egemonia velica. Credi di aver contribuito assieme alle veliste del tuo tempo ad essere accettate nel mondo della vela? Oggi ce ne sono di bravissime, molte regatano in coppia, oltreché in equipaggio o in solitario.
Siamo state le pioniere. Poi nella vela le donne hanno fatto giustamente fatto molta strada. Ci sono stati equipaggi femminili alla Volvo e in Coppa America, tra le classi olimpiche è stato introdotto un equipaggio misto sui catamarani. Oggi sono più autonome, sicure di sé, spesso anche più brave Mi ricordo le mie figlie a 18 anni che caricavano da sole la barca sul carrello e partivano per campi per competere ad armi pari in campionati e regate internazionali. E ci sono donne che hanno fatto le Olimpiadi e fanno parte a pieno titolo degli equipaggi dell’Ocean Race.
23. Il fascino delle regate: una droga leggera o pesante?
Ora che le guardo più da lontano, quello a cui non saprei rinunciare è ciò che le avventure in mare e in montagna mi hanno lasciato dentro. Sono il mio mondo interiore. Rivivo gli alisei con la loro luce brillanti, i colori pastello, i cumuli bianchi, i pesci volanti, onde del Pacifico! Grigie come il cielo e smisurate come colline, un po’ impressionanti, bianche di frangenti, la barca rallenta, solleva la poppa come per raccogliersi su stessa, poi si slancia in avanti aprendo una grande ferita bianca sull’onda e sollevando grandi baffi di schiuma luminosa. un colpetto all’orza, la barca è completamente neutra, puoi tenerla con due dita, è un’emozione incredibile e ogni traccia di paura è passata. Poi il surf finisce, la prua sembra fermarsi in un fiore di schiume la poppa si solleva e si ricomincia. Riprovo la fatica all’inizio di una salita in montagna, i ramponi scricchiolano mordendo neve, poi il fiato si sincronizza con il ritmo del passo, e si sale senza pensare ad altro che mettere un passo dietro l’altro, mentre intorno il paesaggio cambia lentamente, sotto la luce e una diversa prospettiva, una montagna si nasconde e appaiono altri picchi e distese si neve, finchè alla fine lo sguardo è solo alla vetta. Ogni tanto mi guardo dentro a caccia di forza di motivazioni di gioia e questi, che sono più che ricordi, sono emozioni ancora vive, non mi tradiscono mai.
24. Cosa pensi delle orche? Già ai tempi del Guia è capitato, purtroppo: a cosa riconduci gli attacchi?
Nel caso dell’affondamento del Guia e delle barche di Ambrogio Fogar ho pensato che le barche siano state viste orche come una minaccia, forse perché si sono frapposte tra il branco e i piccoli. Ma nono sono un’esperta di cetacei. Si è parlato parecchio dei motivi che spingono le orche ad attaccare una barca. Ci sono attacchi dal 2020 sempre più spesso che si verificano nello Stretto di Gibilterra da parte di piccola popolazione di orche stanziate là, tra lo Stretto e le coste della Galizia. La dinamica è molto simile: un gruppo di tre/ quattro orche, spesso guidate da un esemplare femmina piò anziano attaccano imbarcazioni prevalentemente a vela, mirando al timone. Si è ipotizzato che si tratti di animali che sono stati incidentalmente feriti da una barca e che attacchino quindi per vendetta. Ma l’ipotesi non convince molti scienziati, perché, una vola fatto il danno, le orche si allontanano, non manifestando nessun intento vendicativo né interesse per l’equipaggio, neanche quando ha riparato sulla zattera di salvataggio in seguito all’affondamento della barca. L’ipotesi più plausibile, in questo caso è che i cetacei agiscano per gioco, per divertimento. Gli studiosi hanno osservato in altre situazioni gruppi di orche giocare con alghe, meduse e piccoli animali marini che non fanno parte della loro dieta. E poi stancarsi, cessando il gioco. Un’altra ipotesi è che le orche reagiscano al deterioramento del loro ambiente, minacciato dalla caccia al tonno in quella zona, dall’inquinamento, dal rumore appunto da traffico di imbarcazione, stressando l’animale e tal punto da far sensibilmente calare le capacità riproduttive. La verità è che sappiamo molto poco su di loro.
25. Chi ha dato di più: tu al mare e alla vela o il mare e la vela a te?
Il conto è sempre a debito. A parte forse per grandi personaggi come Jacques Yves Cousteau, è il mare che dà di più. Un terreno di gioco formidabile che ci fa vivere esperienze ed emozioni uniche. Noi dovremmo solo cercare di preservarlo.
26. Qual è stata la tua filosofia di vita?
Come in mare: godersi i venti gentili e i cieli azzurri, far fronte alle tempeste senza cedere e gestirle a meglio.
27. Ed oggi chi è Paola Pozzolini?
Qui forse la risposta la potresti dare tu, dopo aver letto la mia intervista! Posso dirti come mi sento: una persona non più giovane, con problemi di salute, che ha intrapreso una nuova sfida: trovare serenità e forse felicità anche in questa fase della vita.
