Anche questo mese vi presento un personaggio interessante, grande navigatore, giramondo, sempre pronto ad aiutare gli amici che gli chiedono aiuto per trasferimenti o traversate.
È tuttora sempre in giro con la sua barca, un’Alpa 9.50, e l’ho rintracciato alle Canarie di ritorno da Capo Verde; in occasione di un suo rientro a Verona è venuto a trovarmi, e alla fine dell’intervista mi ha raccontato sorridendo: “non so se mi chiedono aiuto perché sono bravo o perché non chiedo nulla…”
“…Perché navigo? Il motivo non ha nulla a che vedere con le barche, non ha nulla a che vedere con i sottoprodotti, le ragioni così spesso illustrate nei dépliants pubblicitari. Se scopri di essere una persona che sa amare il mare, troverai un posto dove venire quando sarai stanco di un mondo di pasti precotti e di gente di carta pesta…”
Queste poche righe fanno già intendere il carattere di Alberto Butti, poliedrico navigatore, giramondo e dopo aver letto il suo libro, opera unica, la curiosità di conoscerlo meglio mi ha pervaso e sono certo che molti di voi, leggendo l’intervista, riceveranno lo stesso impulso, quanto meno di leggere il suo libro.
IL MIO GIRO NEL MEDITERRANEO
A BORDO DEL “Blue Moon” Alpa 9,50


È difficile trovare Alberto a casa, è sempre in giro per il mondo, in barca, non sempre con la sua, o a piedi, e quando l’ho sentito la prima volta alle Canarie mi ha colpito la sua disponibilità e semplicità con cui ha accettato di raccontarmi di lui.
Ho letto il suo libro, più che un libro è un manuale, ma neppure, è il racconto del suo giro nel Mediterraneo con il Blue Moon, una storia ricca di spunti, di riflessioni, di citazioni, di consigli per “sbagliare di meno la prossima volta”, come lui ricorda in chiusura, che poi non è la chiusura ma l’inizio di un altro libro non scritto.
…A questo punto ho praticamente terminato Il mio giro nel Mediterraneo, mi sento un po’ come Annone, il navigatore che nel quinto secolo, prima dell’era volgare, ha fatto lo stesso periplo.
Tutto sommato non è stato molto difficile, l’esperienza gioca un ruolo importante, ma l’esperienza bisogna saperla costruire ricordandosi tutti gli errori fatti per cercare di commetterne meno in futuro. Ed è il mio modo di pensare.

Chi è oggi Alberto Butti?
Mah… è una domanda difficilissima perché non mi sento diverso di come ero negli anni passati, mi sento sempre uguale. Ho sempre sete di sapere, mi piace anche trasmettere quello che so, mi piace viaggiare, acculturarmi anche attraverso la conoscenza delle altre persone. Navigo, viaggio a piedi, camminando faccio percorsi di 500-800-1000 km.
Ecco, con gli anni per me non è cambiato niente, domani mattina mi sveglio e decido cosa fare, montagna, mare, dipende dove sono.
Ti ritieni più un giramondo o un navigatore?
Mah… sono due domande…non sono un navigatore, sono un giramondo con la barca, sono un viaggiatore con la barca, è come una chiocciola che si porta dietro la sua casa,
La vela è un mezzo per poter girare praticamente gratis perché in effetti se la usi in un certo modo, soprattutto fuori dall’Italia, viaggiare e vivere in una barca non è costoso.
Ecco, io prendo e parto, vado spesso in Marocco, e come ci vado in Marocco? A nuoto, col treno, con l’aereo? No, vado con la barca. Mi faccio i porticcioli, mi fermo a chiacchierare con la gente, perciò non conosco la differenza tra viaggiatore o navigatore.
Quindi, come per me, la barca è un mezzo per girare il mondo.
Chiaro, è un mezzo!
Si può parlare di DNA o la tua scelta di vita è frutto di una voglia di vivere fuori dagli schemi?
Mah… Fuori dagli schemi… Non li ho mai avuti gli schemi, nel senso che ho sempre avuto sete di tutto, sete di sapere. Io leggo per imparare, io ascolto la gente e frequento sempre persone più colte e più preparate di me per apprendere. Il viaggiare è apprendere, andare a conoscere la gente, le culture, la cucina.
Io sono un mangiatore irresistibile, io ho mangiato delle cozze nei liquami del Senegal, iguana nel Nicaragua, perché là si mangia l’iguana. Come ho scritto nel libro, ci sono solo due cose che non mangio, i sassi perché qualche volta non li digerisco e i bambini perché non si può. Per questo non penso al DNA, per me è sempre tutto nuovo, tutto da scoprire.
Ma da giovane immaginavi che la tua vita sarebbe stata come poi l’hai vissuta?
Ti dirò che non ho mai programmato a lungo dove andare, non ho mai detto da grande farò questo o quello, a parte i sogni da bambino.
Volevo fare il macchinista del treno perché avevo lo zio capostazione, perciò per me quello era il massimo: una volta c’erano le vaporiere, e spalare carbone con quelle macchinone per me era il massimo, ma si sta parlando di quando avevo 5, 6, 7 anni.
Poi nella vita ho progredito, ho fatto tanti passi in avanti, ho avuto un lavoro eccezionale, ho creato “cose”, ho fatto cose uniche che ancora adesso vengono richieste.
Lavoravo all’Enel, c’era un ente, ARCA, Attività Ricreative Culturali Assistenziali; che ho seguito moltissimo e ho rivoluzionato un po’ il modo di vivere dell’handicappato con la famiglia.
Allora c’erano le colonie, oggi chiamate soggiorni familiari per i dipendenti, c’era l’animazione e le ho ristrutturate soprattutto in Francia dove ho ricevuto dei riconoscimenti, perché in Italia nessuno è profeta in casa propria
Ho rivoluzionato la routine giornaliera, avevo il personale, facevo fare delle attività ludico-pedagogiche, ed io stesso ho fatto dei corsi di pedagogia, proprio per aggiornarmi.
Avevamo i soldi, avevo assunto anche dei pedagogisti che ci aiutavano, e ho fatto delle cose uniche che mi sono state riconosciute…
Purtroppo nelle colonie c’erano le lotte intestine, perché dovevo andare contro i miti, eravamo ancora nel dopoguerra, perciò la cultura della colonia risentiva del concetto fascista: ci si alzava presto e la mattina ti inquadravano subito, i ragazzi dovevano fare un quarto d’ora di ginnastica, prima a terra di schiena, poi un quarto d’ora pancia a terra, ed io ho rivoluzionato tutto.
La colonia dell’ENPAS mi ricordo.
Ecco, le colonie dell’Enel erano in capo all’ENPAS; ma noi in ARCA avevamo i soldi ed avevamo la possibilità di fare queste cose.
Ecco, tanto per dire, io potevo decidere il menù, l’alimentazione, lo svolgimento della giornata; avevamo 250 bambini dai 6 ai 12 anni, e quando sono arrivato era imperativo fare l’alzabandiera la mattina: io ho fatto la riunione con i capisquadra, li ho responsabilizzati, ho fatto fare il referendum per sapere se volevano fare l’alzabandiera. È risultato un No, ed ho cancellato l’alzabandiera, ma, tanto per dirti, avevo tutta l’Italia contro.
Fra i libri che leggevi qualche navigatore ti ha ispirato? In fondo abbiamo quasi la stessa età e anch’io avevo Moitessier come mito.
Moitessier l’ho letto, ma non mi ha entusiasmato; l’ho stimato molto perché ha iniziato da niente, non aveva fatto neanche il marinaio: ha comprato una barca, che poi non era neanche una barca perché era mezza marcia, d’altronde si sta parlando di anni e anni e anni fa. L’ho ammirato, perché Moitessier è comunque Moitessier, però con lo stesso spirito di quello che se n’è andato al Polo Nord a piedi, con la slitta, camminando: è stato un arricchimento personale come tutte le letture
Non avevi neanche 20 anni
Avevo 18 anni, a quei tempi facevo paracadutismo, l’ho incominciato nel 62, a quei tempi e se ti lanciavi con un paracadute eri un anormale, un folle, ed ho dovuto falsificare la firma di mio padre, perché una volta bisognava avere 21 anni per lanciarsi. Allora io facevo le vacanze in campeggio con la roulotte con la mia famiglia, ma eravamo controcorrente, ci guardavano male perché solo gli zingari avevano le roulotte.
Ma c’è stato un mito per te che ti ha ispirato? Tra i vari navigatori, oltre Moitessier, c’era Slocum, Chichester…



Beh io l’ho letto in tutti quegli libri ovviamente, è stata cultura, mi hanno messo a conoscenza che c’era anche quella realtà, però non ho mai pensato di copiarli
Tu sei di Verona e quindi forse il lago di Garda è stato fin da piccolo un ambiente formativo per la vela, ma quando è stato il primo contatto con il mare o forse il lago è un piccolo mare?
Mare-mare: io avevo mio padre che ci faceva fare le vacanze, prendevamo un appartamento a Riccione, a Rimini, e lì affittavo i gommoncini: stiamo parlando di 70 anni fa, 65 anni fa, perché avevo 5-6 anni, ed allora avere il gommoncino a remi era un capitale, era come avere un Alberg Rassi adesso.
Non avevamo niente per giocare, solo la maschera e gli occhialini e sognavo di avere un fucile per pescare: ce n’era uno a molla lungo 30-40 centimetri, e per fare i soldi andavamo a pescare i cannolicchi, per venderli. Qua sul lago eravamo cacciatori di anguille, e facevamo retate per poterle vendere.
Questi sono stati i primi contatti con l’immersione, pur non sapendo nuotare. E poi, ovviamente, al mare vedevi passare le navi, e le barche a vela erano un sogno, ma allora erano tutti sogni…
E la prima uscita in barca?
Vivevo a Villafranca, mio padre era un pilota militare, ed avevo un amico con un’impresa che vendeva bibite gassate. Io avevo 12-13 anni, lui aveva 25-28 anni, un bravissimo ragazzo, ha comprato una Star in legno, e mi ha chiesto se volevo diventare suo socio: “vuoi che impariamo ad andare in barca a vela?”
Ed io “…Come no, per le cose nuove io ci sono sempre dentro…”, e così mi ha portato sul lago di Garda, dove con questa Star, questa benedetta barca a vela, ho fatto le prime uscite, lui ovviamente al timone, mentre io mi penzolavo fuori col trapezio, e mi divertivo un mondo.
Dopo pian piano mi sono avvicinato alla vela, prima avevo uno Strale, una barca un po’ diversa, un po’ più nervosa del Fly Junior, o il Flying Dutchman, dove bisognava andare in tre, mentre io sono sempre stato un po’ solitario.
Ho fatto roccia da solo, subacquea sempre da solo, scalate da solo, in barca a vela andavo da solo con derive, fiocco e randa, anche se bisognava andare in due, così le provavo un po’ tutte, e dopo pian piano sono andato anche al mare, insomma ho conosciuto il mare.
Senti, velista, skipper e navigatore, sono passaggi obbligati per chi sceglie una vita di mare?
lo skipper è il capo di una barca, e a me piaceva essere responsabile delle persone che venivano a bordo, degli ospiti, e sono sempre stato capace di trasmettere agli altri la cultura del navigare, ma soprattutto la sicurezza e la tranquillità.
Io ho fatto del charter in Croazia perché mi divertivo ad insegnare, anche se alla fine non mi facevo pagare, e perciò ci rimettevo anche i soldi dell’ultima cena che pagavo io: mi piaceva addestrare, come mi piace apprendere, perché imparo da tutti, e mi piaceva dare.
Essere skipper è un passaggio quasi obbligato, conseguente se hai un equipaggio, anche perché il comandante deve fare il comandante, da cui essere navigatore, l’ho fatto e lo continuo a fare.
Io sono permissivo con tutti, ma a bordo, ci sono delle regole da rispettare, e vanno rispettate. Pensa che anche con i nipoti, a casa mia, quando si mangia, niente telefonini, tutti seduti finché non ci si alza, perché ci sono delle regole che devono essere ferree.
L’incontro con Blue Moon nel 1994, predestinazione o scelta mirata?
Mah… no, io l’ho preso in società con un amico, che era un ex pilota militare e poi dell’Alitalia; volevamo comprare una barca sul lago di Garda per farci un po’ di esperienze, ma soprattutto per provare a navigare sul lago dove ci sono dei posti bellissimi.

Abbiamo trovato quest’occasione a Sirmione 2, un porticciolo abbastanza decoroso sul lago di Garda: Michele con la moglie Daniela mettevano in vendita una barca con un nome orrendo, Dolcissima Strega, un progetto Sparkman & Stephens.
L’abbiamo provata anche se l’amico non era un gran velista, una barca con una grandissima navigabilità, ottima, aveva una stabilità di rotta lavorando di trasto, anche se usavi pochissimo la randa, e poi provata con fiocco e randa viaggiava bene: io mi sono innamorato, lui pure, e l’abbiamo comperata.
Poi avrei messo la trinchetta, perché sono un amante di questo armo.
L’abbiamo sfruttata, abbiamo fatto di tutto, tutte le anse tutti i porticcioli, anche la 100 miglia.
Quando mi sono stancato di rimanere sul lago, l’ho riscattata dall’amico, che aveva altre idee, e l’ho portata a La Spezia.
Come mai hai scelto di andare in Tirreno?
Precedentemente su un Mudi 35 avevo fatto del charter in Croazia partendo da Grado prima e da Lignano poi, ancora quando c’era la vecchia Jugoslavia.
Navigavo prima fino alle Incoronate, poi scendevo fino in Grecia, a Corfù e ritorno, però mi mancava navigare dall’altra parte dell’Italia, dove avrei voluto stabilizzarmi e visitare un po’ il Tirreno, dove abbiamo dei posti magnifici, ricchissimo di isole, l’arcipelago Toscano e Romano, posti fantastici, impagabili…
Ho fatto una ricerca sui marina, per le mie finanze che non erano granché, ma anche per non pesare sulla famiglia, e allora mi sono fatto imprestare un camper da un amico, un furgone camperizzato, e da La Spezia in giù, ho visitato tutti i porti cercando di spendere meno, anche se per trovare un posto barca non era facile.
Alla fine ho trovato un posto a Viareggio, in una darsena super-guardianata, tra l’altro davanti ai Cantieri navali Codecasa, dove poi ho anche lavorato molto; allora nel 95 pagavo 4.000 lire al giorno: una cosa fantastica.
Da lì ho incominciato a mettere a posto la mia barchetta, poi mi sono fermato sul Magra per fare gli impianti, ho fatto il dipolo per poter parlare da bordo, che poi non ho mai usato perché non mi piace parlare con la gente, soprattutto non mi è servito mai per chiamare emergenze: o me la cavo o vado a fondo, insomma non chiamerò mai aiuti in vita mia, forse per formazione mentale, non necessariamente normale.
Da lì ho pian piano incominciato a fare i miei giretti: l’Arcipelago Toscano, l’Isola d’Elba ovviamente girandola tutta, poi il grandissimo viaggio fino alla Corsica, il giro della Corsica e ritorno, e la Sardegna che era il mio sogno. Dopo piano piano sono andato a Sud, prima alle Pontine, poi Tropea, che per me era in fondo al mondo.
Dopo Tropea, Capo Palinuro, lo Stretto di Messina tra Scilla e Cariddi, sempre da solo ovviamente!
Ah da solo?
Io ho sempre navigato da solo a parte qualche eccezione quando ho invitato degli amici: sempre da solo perché se aspettassi gli amici sarei ancora fermo a Viareggio! Uno ha il cane, l’altro la moglie, l’altro ha il supermercato… gli amici chiacchierano davanti al camino…
Si dice che una barca ha un’anima. Raccontami del tuo rapporto con lei: negli anni hai mai pensato di cambiarla?
Sì, l’ho pensato. Ho avuto anche un sun Odyssey 44 con il quale ho navigato molto, ma per me l’Alpa come misura è la fine del mondo, come gestione costi; come ti ho detto io non sono mai stato uno che ha barrato i soldi, e di conseguenza non li ho mai fatti, e ovviamente non avevo neanche da spendere più di tanto; perciò per me la mia barca aveva l’anima, e poi è piccola, su misura per me che ho una certa età e navigo da solo, … pensa che adesso io ho l’ancora da 9 kg e mezzo…
Solo?
Sì perché la barca pesa 4 tonnellate, perciò non uso mai il salpa-ancore anche perché sono un risparmiatore di energie o forse proprio per una limitatezza mentale, lo riconosco, però pensa alla filosofia dell’ancoraggio, che non è semplice (la gente lo prende sotto la gamba), mentre io sono un amante, un cultore delle manovre, e mi piace.
Ho postato un articoletto proprio sulle ancore e sull’ancoraggio.
Anch’io ho scritto degli articoli sull’ancora, su come si fa ad ancorare per evitare che spedi ma anche per spedarla; ma tornando ai miei viaggi dopo la Sicilia ovviamente ho detto…. vado in Grecia, ma tutti a dirmi: “…ma sei matto, sei scemo! C’è il Meltemi, non si può andare, ma tu sei un imbecille !…”
Poi ho attraversato il Mar Rosso quattro volte in giù e quattro volte in su, due volte sono andato alle Seychelles; e dopo pian piano ho fatto il giro del Mediterraneo, in 10 anni, ed ho scritto il libro che hai letto… ne ho fatti di tutti i colori…
Aspetta, che poi arriviamo lì. Ma come mai la partenza in autunno e proprio il 7 ottobre 2002? Una scelta?
No, scelta no: in estate avevo sistemato dei lavori in barca, fatto carena, ed ho trovato due amici del “Paterazzo”, un centro velico di Verona, dei quali ho anche scritto sul libro, che avevo preso a bordo, e mi hanno detto
“… dai, ti accompagniamo fino all’isola d’Elba…”
Tant’è che poi sono arrivati fino a Capri con me; tra l’altro questa è stata una delle rare volte che ho avuto due persone a bordo.
Perché ottobre: più che altro perché ero legato alle loro ferie, e dopo Capri sono andato a Sud, e da lì ho incominciato la grande avventura, ma sempre passo dopo passo.
Ecco perché ti dico che ancora adesso, nonostante la mia età, mi sveglio la mattina e faccio: mah… andiamo a Capoverde; prendo e vado a Capoverde. Cioè non me lo pongo il problema, per me è normale!

Sei un appassionato di astronomia? Nel libro mi piacciono i tuoi ripetuti riferimenti alle costellazioni, una passione che viene da lontano?


Dichiarare adesso se viene da lontano non te lo so dire, però ti confermo che da ragazzino quando andavo in montagna, guardavo le stelle, e poiché sono un curioso, quando vedo una cosa che mi affascina, come le costellazioni, vado a cercarmele sui libri; una volta c’erano solo quelli, non c’era internet o “compagnia bella”, perciò fin da allora ho sempre cercato di approfondire qualsiasi cosa che faccio.
Non ho detto che la faccia bene, però l’importante è andare fino in fondo, perciò la costellazione per me è un sogno ancor adesso, per questo poi ho iniziato ad usare il sestante… ci giocherellavo.
Senti, non ti consideri fortunato perché non credi nella fortuna, ma vedi le cose in positivo e sei sempre contento, è la tua filosofia di vita?
Certo! È il mio essere, più che filosofia di vita.
Viene spontaneo chiedere a chi ha girato il mondo quale sia il posto più bello. Mi è piaciuta la tua considerazione: “Sono tutti belli perché le bellezze della vita non dipendono da noi, ma nella capacità di coglierle”. Ma c’è un posto nel tuo cuore?
Mah, in effetti non te lo so dire se c’è solo un posto nel mio cuore, perché ce n’è più di uno, ma forse perché sono legati da sfumature diverse. Vuoi il clima, vuoi una persona che ho conosciuto, vuoi un contesto. Adesso sono appena tornato da una baia da sogno del Guatemala, ai confini col Belize, un paradiso terrestre, di cui non mi ricordo il nome…
E ogni volta mi dico: “…perbacco, questo è un posto in cui devo venire a morire…”. Quando ho fatto il giro del Mediterraneo, mi sono fermato a Karpathos. La prima volta ho conosciuto in un baretto un italiano, poi la seconda volta che ci sono tornato gli ho portato la macchina del caffè: la Bialetti era il suo sogno e non ce l’aveva, e gli ho portato la Bialetti da 6. E mi son detto”… ecco, Karpathos, questo è un altro posto in cui si potrebbe venire a morire…” Perciò, ce n’è più di uno, perché amo la vita, amo le genti, amo il posto.

Karpathos

Bialetti
Certo. Leggo che sei anche uno scalatore di ghiacciai, di deserti. In fondo la montagna non è un mare verticale?
Ma sì, tu mi dicevi prima del mito di Moitessier, ecco, io l’ho percepito come un’informazione che mi ha portato a conoscere il mare e la barca.
Lo stesso dicasi per le montagne: ho fatto il sentiero di Ho Chi Minh, 300 chilometri a piedi. Ho fatto due volte il sentiero di Santiago di Compostela, e non perché sia cattolico, perché non mi sono neanche fermato al santuario, per poi proseguire fino a Finisterre … ed avevo la bambina di due anni sullo zaino.
L’attraversamento della Sardegna una volta era un’impresa, perché lungo il tragitto non c’era acqua, e bisognava portarsene appresso 20 litri. La seconda volta ho comperato due asinelli prima di partire e dopo aver attraversato l’isola li ho venduti dall’altra parte, ad Oristano, e tra l’altro ci ho anche guadagnato 10.000 lire di allora.
Però nello stesso modo come informazione non so che cos’è il calcio. Ho sempre pensato che si tiri la palla in porta per prendere il portiere che non sta mai fermo e invece bisogna sbagliarlo.
Il movimento in senso orario del tuo viaggio dall’Italia alla Grecia all’Egitto al Marocco: come hai vissuto la relazione fra la storia e il modo di vivere nei paesi dove ti sei fermato? In fondo hai trovato modelli molto diversi.
Come ti dicevo prima, quando mi hai chiesto qual è il posto più bello, il bello bisogna vederlo, bisogna saperlo riconoscere.
Quando arrivo in un paese, non sono l’Alberto italiano che va in Tunisia per fare il turista. Mi sento come un foglio bianco da riempire con le esperienze che mi da quel paese: mi piace la cultura, conoscere le persone, mi piacciono le donne, la donna come cultura, perché la donna è una ricchezza. Io sono un femminista nato, sono convinto che la donna sia molto, ma molto migliore dell’uomo sotto molti aspetti, ci sarebbero probabilmente molto meno guerre se comandassero le donne, e poi hanno delle capacità, delle forze straordinarie rispetto agli uomini, se non altro perché fanno i figli.
Nei paesi in cui ci sono state rivoluzioni, Nicaragua, Vietnam, è sempre stata la donna che ha portato avanti sia la famiglia che la guerra, e ci sono dei libri bellissimi anche della nostra guerra del 15-18, che raccontano imprese eccezionali dddelle nostre donne.
Perciò quando arrivo in un paese mi piace visitare tutto, anche quando viaggio a piedi, nel senso che se ci vado con l’aereo, poi mi fermo almeno due o tre mesi per conoscerlo, altrimenti non vedo niente.
Perciò cerco il contatto con il modo di vivere, le abitudini della popolazione per assorbirle.
Per esempio quando ho “esaurito“ la Tunisia, perché ho esaurito i soldi ed il tempo che vi avevo destinato, cambio destinazione ed entro nel paese accanto, e lascio tutto quello che avevo assorbito, perché non posso pensare di paragonare la Tunisia per esempio al Libano.
Infatti la domanda seguente è proprio questa, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, li hai vissuti molto da vicino, non solo sulla costa. Non ho conosciuto molti navigatori che abbiano fatto una simile esperienza; mi racconti un particolare che ti è rimasto impresso in quel paese?
Le persone e la povertà, perché la povertà è vissuta come una realtà di tutti i giorni, è il loro essere, è il loro contesto. Non avendo un paragone, non avendo la Ferrari, non sognano la Ferrari. Magari sognano una bicicletta con gomme gonfie, ma vivono felici in quel contesto, perché non c’è l’egoismo, o almeno ce n’è molto meno.
E non parliamo delle religioni, perché viviamo in un paese cattolico e mi stai chiedendo del Mediterraneo, ovviamente perché hai letto il mio libro. Però se parliamo dell’Indonesia, del Vietnam, e penso a quante persone ho conosciuto, mi commuovo ricordando la disponibilità e gentilezza che ho trovato tra quella gente.
Durante la permanenza nei vari marina hai conosciuto molti navigatori e hai avuto molte esperienze anche importanti. Mi sembra però che pochi avessero l’esperienza di conduzione e di gestione di una barca. È forse vero che c’è un Dio per chi va per mare?
No, io non credo nel Dio, perciò tanto meno di un Dio che va per mare. Io penso che dipende sempre da te. C’è gente che parla tanto e magari sa navigare poco, però non è che naufraghino, continuano ad andare avanti. Non ci sono pericoli che mettono in pericolo la loro vita.
Oggigiorno c’è abbastanza sicurezza, ed ho conosciuto poca gente che ha avuto dei problemi, magari hanno disalberato, hanno perso il timone.
Uno che se non sa navigare bene, non sa regolare bene le vele, sfruttare quel motore a vento che spinge la barca e la fa andare avanti, più che spingerla magari la fa andare piano ed arrivare ai Caraibi una settimana dopo di me, però ci arriva, bene o male.
Però parlando di incidenti, l’incidente della rottura dell’albero durante il trasferimento da Malta a Pantelleria, come l’hai vissuto? C’era il rischio di affondare con le condizioni in cui ti trovavi? Si poteva evitare?
Mi chiedi se si poteva evitare l’incidente? Ma adesso ti dirò una cosa che io ho spiegato nel libro, ma forse non sono stato chiaro: il timoniere, che era anche il proprietario della barca, cercava di andare troppo a fil di ruota, avevamo un bel vento, circa 40 nodi di poppa, e lui continuava ad andare con quell’andatura mentre io gli dicevo di stare attento perché la strambata “cinese” è pericolosissima.
Io quella notte ho avuto freddo, e sono andato sottocoperta a vestirmi, ho messo la cerata, ho messo il pile sotto la cerata, ed è stato in quel momento che lui ha preso una sbandata, forse una disattenzione,

Terminale Norseman
Io ho molta manualità, mi piace lavorare, faccio un sacco di lavori in barca, e cerco di trovare sempre le soluzioni migliori, e in quella barca la sartia laterale era impiombata.
E pensare che adesso molte assicurazioni nordiche non ti assicurano la barca, se non c’è il terminale Norseman, che sono dei giunti che bloccano la fune d’acciaio strozzandola, schiacciandola invece che impiombarla.
Lui non aveva i Norseman, e praticamente lo strallo si è lussato e si è sfilato, e quando la sartia ha preso il boma ha strappata la volante, e sfilandosi l’albero è cascato, si è rotto alla prima crocetta ed è rimasto a bordo…
Io non avrei mai fatto un viaggio con il vento a fil di ruota, lo tenevo sempre a ore 7 o a 5 ore, dipende, ma mai a fil di ruota!
Nel 2006, da Djibouti alle Seychelles con un ketch in alluminio di 12 metri. Per navigare, per visitare quella destinazione, per passione o per spirito di avventura?
Per passione, sicuramente.
Era la seconda volta che andavo alle Seychelles. La prima volta con un amico del Paterazzo che aveva una un ketch in legno a tre piani che era stato di un ministro. Lui amava fare immersioni in tutto il mondo, però voleva andare in quell’arcipelago con quella barca, ma non sapeva andare in barca a vela, e mi aveva chiamato per aiutarlo, e ho fatto la prima attraversata partendo da Taranto e siamo andati fino alla Seychelles.
Passando dal Mar Rosso chiaramente.
Ovviamente, abbiamo fatto il Mar Rosso e poi sono tornato con l’aereo.
La seconda volta invece è stata con questo francese. Mi trovavo in Tunisia dove mi sono fermato due anni. Avrei voluto andare in Algeria, ma la situazione era pericolosa perché il ministro Calderoli aveva appena fatto l’exploit con la maglietta contro l’Islam, quando avevano sgozzato un po’ di gente a destra e a sinistra… Inoltre in Algeria, sempre nel porto dove avrei dovuto andare, avevano già sgozzato 18 italiani 3-4 anni prima… l’episodio di un mercantile italiano che aveva fatto storia!
Per questo mi son detto: “… aspetta un attimo, lasciamo passare questo momento di furia…” e sono rimasto in Tunisia; però non riesco a stare fermo per molto tempo, nel senso che bisogna che mi trovi o mi inventi qualcosa da fare.
Ho fatto sempre molto volontariato con Gino Strada di Emergency, un mese all’anno in luglio, ma casualmente in quel periodo ero fermo quando mi ha telefonato un francese, al quale, quando l’ho conosciuto, avevo detto che sarei stato sempre disponibile per un trasferimento; aveva comprato questo ketch in alluminio e l’aveva portata fino a Djibouti, navigando porto dopo porto prima in Mediterraneo e poi nel Mar Rosso, e a Djibouti mi ha chiamato e mi ha detto “… senti devo portarla in Seychelles, vieni?…” e sono andato.
Ne ho fatto molti e ho sempre pensato che mi chiamassero perché sono bravo, ma molto probabilmente invece mi chiamavano perché non mi facevo pagare.
Sono nato con lo spirito di avventura, e non lo faccio solo per questo, ma per aiutare chi mi chiede aiuto, o per un trasferimento o per compagnia: se mi avesse detto “…andiamo a Timbuktu…” io sarei andato a Timbuktu..”.
Io sono un amante dell’Indiano, l’ho fatto parecchie volte, l’ho sempre trovato piatto non ho mai trovato una nave, non ho mai visto un aereo; tutti i giorni balene… In più io non sono un pescatore, pesco solo alla traina: butto giù 15-20 metri di lenza con un ancorotto in fondo, un amo a tre punte con un cucchiaino; mi hanno dato dei rapala da 1000 euro, oppure con un semplice cucchiaino, addirittura ho usato anche della carta stagnola del caffè Segafredo, perché nell’Oceano Indiano come butti giù la lenza peschi un pesce da 80 centimetri, tonno barracuda o dorado. Vuoi la velocità della barca, vuoi la fortuna o che so io
Il tuo rapporto con la strumentazione elettronica. Il Blue Moon è super dotato? fai ancora il punto nave con il Sestante?

No, il Blue Moon non è super dotato! Io non capisco niente di strumentazione elettronica! Ho incominciato adesso a 80 anni a capire più o meno come funziona un telefonino cellulare ma mi fermo all’ email, whatsapp e compagnia bella!
Uso il Sestante, ho navigato con il sestante, ho fatto il giro del mondo con il sestante; ai miei tempi c’era il primo GPS, un Magellan che pesava! Era grande come una scatola da scarpe e dava la posizione… poi io sono fissato con la carta nautica e mi piace carteggiare.
Pensa che ho anche insegnato in una scuola di patente nautica, gratuitamente ovviamente, e stampavo dei libretti con le istruzioni che preparavo estrapolando le cose positive dai vari testi di nautica per farne uno molto più semplice e chiaro e soprattutto lampante.
Ho la capacità di riuscire a fare memorizzare i miei insegnamenti alle persone con degli esempi, e in effetti apprendevano facilmente.
Per esempio per la formuletta della velocità-tempo-distanza, S=VxT avevo preparato un disegnino per farla capire in fretta.

Perciò il discorso carteggio per me è imperativo, e navigando in Mediterraneo, senza sestante, sapevo sempre dov’ero, non perché sono bravo, ma perché è un esercizio mentale che facevo sulla carta nautica, l’avevo sempre nella testa. Mi bastava un compasso, e se non lo avevo sottomano usavo le dita a forcella direttamente sulla carta, anche se poi non era perfetto, a meno che dovessi fare un punto preciso con le squadrette … per me era un giochino
Ho letto che conosci la Divina Commedia, ricordi di gioventù o passione per la letteratura? E poi nomini i fuochi di Sant’Elmo. Li hai incontrati spesso? Non mi sembra che ti abbiano mai creato problemi per fortuna; che sensazioni ti hanno dato?
Passione per la letteratura. Leggo molto, ho letto anche Dante, e quando vengo colpito da qualcosa che mi interessa butto giù qualche pensiero.
I fuochi? A me non spaventa niente, non ho paura: ho fatto roccia, ho fatto paracadutismo, ne ho fatte di tutti i colori, ma la paura… secondo me è un concetto cattolico.
Ti mettono la paura, perché se hai paura preghi, sennò non preghi, perciò attenzione sì, meraviglia sì: navigavo in mezzo all’Oceano l’Indiano con il francese, e sono comparse delle nuvolaglie lontano all’orizzonte… non una cosa da tutti i giorni!
Ho visto il cielo diventare una cosa tremenda, altro che il meltemi o il diluvio universale; mi aspettavo di tutto, ho cominciato a mettere tutto in sicurezza, ma paura no, solo grande attenzione, anche perché avevo la responsabilità della barca e dell’amico che mi aveva chiamato come skipper. Mi sentivo responsabile, come mi sono sempre sentito responsabile delle persone che avevo a bordo quando facevo del charter
E questo ti porta anche a essere freddo, estraneo al problema, e nello stesso tempo non ti puoi permettere il lusso di aver paure o insicurezze…come se in quel momento dovessi mentirei agli altri perché devi fai vedere di essere sicuro. Perché un po’ di sicurezza la devi dare.
Vedevamo questo mostro nero che veniva avanti, tra l’altro era vastissimo, prendeva tutto l’orizzonte, e a un certo punto ha incominciato a illuminarsi.
Ricordi la vecchia scuola, quando ti insegnavano a contare i secondi fra la luce ed il rumore del tuono per sapere a che distanza è… Conti, ma non senti i tuoni… … ma nello stesso tempo il cielo si accendeva, sembrava proprio che dietro quel muro nero ci fosse una montagna di luce al neon che si accendeva, immensa.
E poi è finito tutto improvvisamente, e studiando un po’ il problema, ho capito che erano questi famosi fuochi di Sant’Elmo; però, sai, in quel frangente avevo il fiatone, paura no, e ovviamente non mi sto vantando.
Io ho provato tre volte terrore in vita mia, un terror panico, quando per un bel po’ non mi sono guardato allo specchio perché avevo vergogna di me stesso.
Questo per dirti che ho provato anche le paure vere e proprie, però in quei momenti lì, con i fuochi di S.Elmo, no, non era paura, insomma, era attenzione.
Il giro del Marocco con la tua vecchia moto, una BMW 75, fa parte anche lei dei tuoi mezzi per girare il mondo? Certo che non ti si può definire un pantofolaio.
Ho consumato tre BMW 75, ho fatto con ogni moto 500.000 km, perciò io ho fatto un milione e mezzo di chilometri con la moto. Ma non sono motociclista, vado in moto, è una cosa diversa.
Me l’avevi chiesto anche per la barca a vela, se mi sento skipper o navigatore: salgo e vado, perciò io non ti so dire cos’è la coppia del motore, non l’ho mai nè studiata nè tantomeno capita, salgo sulla mia moto e vado.
Ho fatto tutta l’America del Sud, ho fatto l’Africa, andata e ritorno, e poi da Verona sono andato a Pechino, sono tornato alla Mongolia e via dicendo…
Il libro si chiude a giugno del 2008 e anticipi che avevi sulla prua le Azzorre, Madera e le Canarie. Poi dopo 17 anni ti ritrovo a Capoverde, hai 80 anni e ti ho ammirato e un po’ invidiato profondamente. Sei sempre stato in barca? Dove? O ti sei preso qualche anno sabbatico o al contrario per stare a casa?
Beh, cosa ho fatto? Ho navigato abbastanza con la mia barca, ho navigato moltissimo con la barca degli altri, in effetti ho fatto il giro del mondo via equatore. E poi trasferimenti, ne ho fatti molti di tutti i tipi.
Quindi sempre in mare?
Moltissimo mare, però come ti dico ho viaggiato moltissimo anche in aereo.
Infatti la domanda seguente è proprio questa. Il giro del mondo in barca, forse fra aereo e barca l’hai già fatto, ma non ti aveva mai sollecitato l’idea di farlo dopo il Mediterraneo con una tua barca? In fondo mi sembra che il Blue Moon si fosse dimostrato in grado di sostenere l’oceano.
Sì, ma il Blue Moon l’ha fatto il giro del mondo! la prima volta si chiamava con un altro nome, ANNA, con un romano che è passato per Ushuaia, sopra Capo Horn, mentre io sono sempre rimasto a livello equatoriale ma non con la mia barca, perché non mi piace il freddo. Vado in montagna, faccio scalate, sono andato a piedi fino a Cap Horn da ragazzo; però in barca non mi piace il freddo….
Quindi non ti è mai venuto in mente di fare il giro del mondo con la tua barca?
No per un fattore di tempo, anche perché conoscendomi non so se avrei finito il giro del mondo: sono un po’ come Moitessier, se trovo l’isola giusta che può essere o Tahiti o un’isoletta di fronte all’Australia mi fermo, mi sarei perso insomma.
Ti dirò che col senno di poi anch’io preferisco aver fatto il giro del mondo quasi completo con la barca degli altri, a tratti di sei mesi, perché non hai la responsabilità di dover stare sempre a bordo per controllare la barca.
Sì, ma per me, più che responsabilità, è proprio per dire che vado ma non so se torno
Tu hai inanellato una serie di performance che mi spingono a chiederti dove trovi tutta l’energia e l’entusiasmo che comunichi. Forse la malattia del ferro, che di solito colpisce il marittimo che naviga sulle navi e consiste nel non riuscire a rimanere a terra più di qualche settimana. Cosa fa il mare nel tuo caso?
Ma non so se è solo mare, tu tendi a parlare solo di mare, io come ti ho detto non sono un grande marinaio, però mi piace il mondo, mi piace la vita, … ti ho detto che sono un ottimista, d’animo, e l’ottimismo porta anche a non sentire la sofferenza, a non sentire il dolore, ovviamente a meno che ti succeda qualcosa di irreparabile.
Sai com’è, a volte avevi un “cigolio” alla spalla, ma poggiavi il gomito e cessava il “rumore”, come con le macchine vecchie, quando cigolava la portiera, e quando trovavi l’origine del rumore, e dicevi: ”…toh, è solo la portiera, ma la macchina è praticamente nuova…”
Nel tuo libro sottolinei e dimostri che girare il mondo con una barca non costa molto, sprone a partire o provocazione per chi sostiene che navigare è uno sport da ricchi?

Io prenderei con le pinze chi sostiene che navigare è uno sport da ricchi, nel senso che o tu fai il grande navigatore con grandi barche, con grandi vele che cambi ogni sei mesi, con tutto il resto, e allora lo posso capire, ma se uno vuole fare il giro del mondo per la propria soddisfazione, per il vivere un’esperienza, è diverso.
C’era una coppia di Venezia, gli Scarpa: sono partiti con la famiglia, e mi sono innamorato senza conoscerli, perché con una barca da dieci metri, in alluminio, tra l’altro con due figli, hanno fatto il giro del mondo…
Ho parlato con loro un mese fa…
Questa per me è vita, non la regata che faceva Falk: prendere la barca e andare, conoscere il mondo, viaggiare, perciò non ti costa molto.
Ho degli amici che hanno fatto il giro del mondo, io lo stesso l’ho fatto praticamente da solo, e si spende poco, anche perché non sono un tipo da discoteche, non vado nei ristoranti di lusso, sono un tipo semplice per scelta.
Per me la vita è questa, io avevo i biglietti di andata e ritorno una volta all’anno per il nipotino che veniva a trovarmi, il che non è poco, ed io da ogni porto mandavo la cartolina col francobollo. Da un punto di vista economico non è poco, se pensi che io vivevo con 240 euro al mese, di media, compreso Panama, il porto e via dicendo.
Hai mai avuto paura, ti sei mai sentito in balia del mare?
No, paura del mare in barca no, molta preoccupazione sì. Ho avuto del terror panico una volta con il paracadute, una volta facendo immersioni subacquee e una volta in montagna in roccia quando ho passato una notte in parete.
Sono tre momenti che non dimentico, però per il resto paura no, preoccupazione sì, preoccupazioni forti che molte volte vengono fraintese per paura, che poi in effetti non ti so dire il diverso peso fra preoccupazione, paura o terror panico.
La preoccupazione è l’anticamera della paura,
Ma io non la considero paura, e non lo dico per bravura, come ti ho detto non voglio passare per uno eroico, io l’ho sempre detestato … riflettevo per ogni cosa, e mi ripeto, non ho detto che riflettevo bene, ma l’importante è concentrarsi sul problema, e se ci pensi, come fai ad avere paura se lo svisceri? Qualsiasi problema cerco di vederlo su due o tre lati, e non seguo mai un’opinione.
Lo dicevo sempre anch’io quando lavoravo e insegnavo agli altri: ricordatevi che dovete mettere il problema sul tavolo, e poi porvi ai quattro angoli, in modo che guardandolo da diverse posizioni non vedete più un problema, ma vedete la soluzione.
Bravo! Io ai miei nipoti spiego: guarda il problema da più lati e dopo tiri le conclusioni. Non ti dà il tempo di avere paura.
Infatti quello che poi succede l’hai già analizzato, per cui non hai più paura, perché l’hai già visto, e devi solo affrontarlo e risolverlo, è la mia filosofia.
Io non riesco a spiegarglielo bene, ma così è il concetto.
Mi racconti due episodi importanti del tuo peregrinare, uno piacevole e uno in cui ti sei sentito in difficoltà?
Mah in pericolo… con la barca no. Ho avuto delle difficoltà, adesso te ne dico una: ero alle Figi, da solo in barca, e doveva venire mia moglie in vacanza.
Lei insegnava, aveva solo le vacanze scolastiche, avevamo degli amici in Nuova Zelanda, ed avevamo deciso di andarli a trovare.
Sono oltre mille miglia di navigazione, io poi avrei proseguito per la Tasmania che poi ho saltato per andare nel nord-est dell’Australia, e dico alla moglie: ”… visto che tu hai poco tempo, intanto vai in aereo in Nuova Zelanda, e io ti raggiungo…”,
Guardo il meteo, e sarebbe stato da aspettare, perché i problemi in mare arrivano sempre quando hai premura. Succede come a quella gente che prende le barche a noleggio in Egeo, e va, va, poi quando arriva il meltemi e deve rientrare va in crisi e non c’è più il tempo per tornare indietro.
È un po’ la cretinata che ho fatto io, perché ho visto che il tempo non era tanto buono, però era favorevole perché soffiava da nord a sud, per cui mi dico”…stiamo attenti, ma andiamo…” ma mi sono preso una burianata, che non ti dico.
Il mio pensiero era per la moglie che mi aspettava, poveraccia,” … una volta che viene in vacanza in giro per il mondo …!”
Adesso non ti dico quanti nodi c’erano, perché non ci crederesti, però ho fatto quattro giorni e quattro notti con un vento e un mare che non ti dico; ho tirato via tutti i materassi della dinette, li ho messi per terra, ho dovuto legarmi alle gambe del tavolo, perché andavo a sbattere di qua di là, ho messo tutto in sicurezza, ovviamente rinforzando con drizze e non drizze l’albero, e dal tambucio guardavo fuori due secondi la mattina e due secondi la sera, … ma non è che avessi avuto paura.
La barca cigolava, però ero sempre lì, ovviamente con quattro antenne, e adesso non ti so dire se l’aspettare era fatalismo o meno, stavo lì, avevo molta fiducia nella barca, e secondo me questo è importante.
Ecco, io ho sempre avuto la fortuna, di avere delle barche solide, e quando hai fiducia nella barca, dici: ”… senti, è come un turacciolo, ballerai finché vuoi, però sotto non va…”
Hai dedicato il tuo libro al nipote Mattias, sei stato suo mentore?
Sì, posso dirlo.
In questi anni ha dato più il mare a te o tu a lui?
Io non do niente a nessuno, purtroppo, o perlomeno do, ma non mi rendo conto di darlo, e il mare mi ha dato nella misura in cui tutto mi dà qualcosa, nel senso che tu devi saper cogliere quello che prendi, quello che ti viene dato.
Io mi innamoro delle piante, tanto per dirti, io parlo con le piante, perché le piante in effetti sono vive, e ti potrei portare degli esempi; anche dalle piante io prendo perché le piante mi danno, mi dà il mare, mi dà il cielo, mi dà la costellazione, io ci parlo con queste cose qua, ogni cosa mi dà qualcosa, i libri…
Come sei riuscito a conciliare il tuo girovagare con la vita privata?
Io ho avuto una gran moglie, sono stato fortunato da questo punto di vista, perché abbiamo avuto una vita felicissima e abbiamo fatto tutto insieme, io, moglie e figlia, a parte il paracadutismo che mia moglie non ha fatto.
L’ha fatto in compenso mia figlia, abbiamo fatto tutto, roccia, subacquea, sci nautico, sci estremi, di tutto e di più, e perciò la moglie mi capiva, e ha sempre detto: “…se io voglio bene a mio marito, gli devo dare anche la possibilità di andare…” ovviamente adesso lo dico perché non c’è, e perché io sono sempre stato onesto con la famiglia, nel senso che sono sempre stato corretto, padre corretto, marito corretto. Sono uno che fa i mestieri a casa, non dico che faccio la lavatrice perché c’è la lavatrice, però vado al supermercato, ho allevato una figlia…
Dopo tutti questi anni trascorsi in barca, quali sono le priorità per un navigatore? Manualità, conoscere il meteo, il rigging, la navigazione astronomica, l’arte marinaresca, il motore, l’elettronica, le lingue, avere capacità relazionali, in sintesi un buon carattere?
Beh, secondo me tutte queste cose messe insieme, è questo che ti fa personaggio, se sei un personaggio, ma io non lo vedo come coronamento dello skipper.
Io lo vedo come completamento di un essere umano.
Tu stai girando il mondo in barca? Allora devi conoscere la barca, il sestante, devi conoscere le rotte, la regolazione delle vele, il motore, almeno per quel che ti serve. Io non ho mai capito niente di motore, però ho sempre fatto manutenzione per garantire la funzionalità, la pulizia, i filtri, l’olio, e da questo punto di vista sono sempre stato un orologio svizzero. Poi se mi parli di fumo bianco, fumo nero, io non ho mai capito cosa vuol dire, anche perché io uso il motore solo per entrare e uscire dal porto.
Ho fatto giro nel Mediterraneo, e in 9 anni ho consumato 240 litri di gasolio, una scemata, ma mi dico che almeno quando entro e esco mi deve funzionare.
Quali insegnamenti ti ha dato la vela?
La vela una vita, ti insegna a superare le difficoltà, le sofferenze, i sacrifici, la fatica, navighi in condizioni estreme; ci sono volte che arrivi e dici:”… basta mi do alle bocce, vendo la vela!…”
Ho fatto la traversata dall’Albania a Otranto, e quando sono arrivato mi hanno dovuto scalpellare il sale dalla faccia, da quanto mare in faccia mi sono preso, e anche quella volta ho detto “…basta mi do all’ippica…” e ovviamente dopo una notte o due ho ripreso il mare.
E la navigazione ti ha fatto apprezzare qualcosa? Non tanto della vita ma quanto a livello personale, a livello caratteriale.
Eh beh sì, indubbiamente, io sono un solitario, non lo dico per bravura, ma penso che per vivere da solo ci vuole forza di carattere, forza di volontà: è vivere con te stesso, non tanto da solo.
Il viaggiare, soprattutto come faccio io che viaggio e navigo sempre da solo, è comunque un insegnamento di vita: anche lavarsi i denti alle tre di notte sotto un cielo stellato è un insegnamento, io poi ho una mente rivoluzionaria, continuo a pensare, non dico che penso bene, però penso.
La decisione più saggia che hai preso è quella che rimpiangi di non aver preso?
Sto pensando a quella che non ho preso ma non ti saprei dire qual è; non vorrei dire nessuna, ma ho pochissime cose di cui non godere della vita, di cui non essere contento.
Io ho sempre fatto molte cose, ma molto probabilmente, il mio ottimismo è nel vedere sempre… le cose positive; io non guardo le cose che mi sono andate male, ma vedo la cosa positiva che mi ha fatto crescere, che mi ha dato la ricchezza, che mi ha permesso di andare avanti,
Non vado a vedere le miserie, il problema c’è a casa mia, c’è a casa tua, ma dobbiamo scavalcarlo
Qualità di vita e filosofia di vita. Sono una conseguenza una dell’altra?
Mah, probabilmente sì,
E adesso non mi sembra che tu abbia intenzione di fermarti, cosa c’è dietro l’angolo?
Ah, non te lo so dire, come ti ho detto: “…io mi sveglio la mattina e decido…”, dopo, domani mattina, ti posso dire cosa farò domani mattina.
Quindi per chiudere hai ancora qualche sogno nel cassetto?
Indubbiamente, il mio cassetto è sempre pieno di sogni!
