Mnitransat 2
ANNO 2007
Quell’anno fu un cardine nella storia della Classe italiana: la Classe francese ci mise con le spalle al muro proibendo di prendere parte alle regate organizzate per altre classi (del tipo Corsica x 2 e Roma x 2) ed imponendo l’organizzazione di regate per soli Mini quale condizione per potere continuare ad esistere come Classe autonoma.
L’allora Presidente Gianluca Pantuso riuscì, con un colpo da maestro, ad intrecciare proficui rapporti con lo YCI e nacque il GPI, tutt’ora la stella polare dell’attività nazionale e, oserei dire, Mediterranea.
Sarebbe stata la svolta, unitamente all’altra sua intuizione della prima regata in solitario italiana nell’anno successivo, la SMS, di cui godiamo ancora oggi i benefici.
Purtroppo per quell’anno tanto ben di Dio giunse troppo tardi e furono solo tre gli atleti che riuscirono a partire da La Rochelle in Autunno, Andrea Caracci ci aveva fatto sognare due anni prima, quando condusse il suo Manuard 431 a lungo al primo posto della seconda tappa, prima di scivolare pian piano ad un sempre onorevolissimo decimo posto, penalizzato da una scelta troppo meridionale.
Il milanese era stato il primo a portare in Italia tecniche avanzate di allenamento, come la partecipazione a prolungati trekking invernali in condizioni disagevoli per studiare i corretti tempi di recupero e la giusta alimentazione. Forte dell’esperienza di due anni prima partì senza timori riverenziali e con enormi ambizioni di Classifica. Purtroppo una grave avaria all’albero lo obbligò al ritiro a Mindello.
Maurizio Vettorato, istruttore di sci alpinismo, dopo un 2006 dedicato all’accumulo di miglia ed alla presa in mano del suo Tip Top di serie, iniziò un 2007 col botto, dimostrando eccelse capacità mediatiche nell’invitare a bordo nella prima edizione del GPI nientemeno che Giovanni Soldini. Fu tra i pochissimi che in quell’anno fatidico osarono allineare alla MT anche la Tre Continenti.
Si trattò a mio giudizio di una delle regate più affascinanti in assoluto tra tutte quelle organizzate per i Mini anche se si rivelò di una logistica costosa e, a tratti, impossibile. Da Marsiglia il percorso si dipanava fino ad Alessandria d’Egitto, con tappe a Malta ed a Creta e si corse con Mistral e Meltemi che fecero a staffetta per imprimere alla piccola flotta (mi pare una dozzina di barche) medie che neppure in Atlantico. Ricordo che Maurizio mi raccontò che dovettero costruirsi da soli gli invasi di legno per caricare le barche per il costosissimo viaggio di ritorno. Forte di questa monumentale esperienza il bolzanino partì con qualche velleità di classifica.
Purtroppo all’alba della prima tappa un’onda irruppe a bordo, pregiudicandogli gravemente l’elettronica ed obbligandolo ad una lunga sosta nel tradizionale stand oceanico di Mindello. Terminò comunque in un’apprezzabile 35 esima posizione.
Andrea Pendibene mi telefonò nel novembre del 2004 chiedendomi se poteva uscire una volta con me sul Garda. L’uscita con tempo grigio, pochissimo vento ed il mio Naus di allora che non ne voleva sapere di partire nelle brezzoline non fu il massimo ed immaginate il mio stupore quando la settimana dopo si offrì di venire ancora in treno da Viareggio per reiterare l’esperienza!
Una volta là sfoderò un quaderno su cui aveva disegnato con maestria una quantità incredibile di progetti di Mini 650 e tirammo le due di notte sognandoci sopra.
Perbacco pensai, qui c’è della stoffa e della passione chissà… Ed infatti qualche mese dopo Andrea, spalleggiato dall’indimenticabile papà Roberto, suo mentore, primo sponsor e preparatore comprò un Naus (e qui ebbi qualcosa da ridire) e per i due anni a seguire facemmo a sportellate per il Med sulle nostre barche gemelle.
Credo che quella di portare a termine la Minitransat a soli 24 anni su di una barca come quella abbia costituito già di per se un’impresa, considerando che si attraversava il POT au Noir e che fosse difficile immaginare qualcosa di più difficile che farlo su di una barca marina ma sorda alle accelerazioni come il Naus. Il bocia compì una traversata pulitissima ed arrivò senza guai maggiori a Bahia in 41 esima posizione.
ANNO 2009
A mio avviso quella del 2009, non me ne vorranno i partecipanti alle altre edizioni della MT, è stata quella in cui gli italiani, pur numerosi si sono presentati con una forza d’urto collettiva rimasta ancora ineguagliata.
L’innalzamento culturale specifico indotto dalla partecipazione al GPI ed alla Sanremo Mini Solo, unitamente alle prime partecipazioni ai centri di allenamenti bretoni produssero un effetto virtuoso.
Giancarlo Pedote disegnò una parabola biennale perfetta che sancì uno splendido quarto posto finale. Partito dalle regate italiane, il toscano si allungò gradualmente a quelle spagnole per concludere poi tutta la stagione della MT correndo nella Francia atlantica.
Tutti i concorrenti che concludono una MT nei primi posti sono destinati a fare carriera nell’offshore, ma quell’anno fu particolarmente prolifico se consideriamo che tra quelli con cui Giancarlo dovette misurarsi ricordiamo anche Xavier Macarena tutt’oggi uno dei più forti praticanti di Figarò in attività, anche e soprattutto col nuovo Figarò 3 e Charlie Dalin, col quale il nostro vivrà l’immensa soddisfazione di partecipare alla Vendée Globe tra pochi mesi.
Dopo il bel piazzamento Pedote passò per qualche anno ai Figarò per poi tornare alla grandissima sui mini…ma ne scriveremo! Riccardo Apolloni è, a mio avviso, dotato del tasso naturale di classe più alto anche al cospetto dei più forti della storia della Classe italiana. Iniziò con l’autocostruzione in legno del proto Mavie col quale prese parte con la moglie Patrizia alla Tre Continenti di cui sopra. Ricordo che, per qualificarsi alla regata ed alla MT infilò nello stretto lasso di tempo tra due regate francesi in Camargue, la Qualifica di 1000 miglia…SENZA PILOTA!
Dall’Egitto come pensate che sia tornato a Napoli? Via mare naturalmente su di una tratta infinita e quasi tutta di bolina. Accortosi del deficit di prospettive agonistiche su quel mezzo, ai primi del 2008 cambiò cavallo, portando dall’Olanda un P2, via Manica(brrr)e con quello mise le carte in tavolo arrivando sesto nella durissima SAS di quell’anno.
Riccardo era così forte che si poteva permettere di trascorrere tutto l’inverno in Giappone dove lavorava Patrizia, senza allenarsi, tornare pochi giorni prima dell’inizio della stagione atlantica ed arrivare d’acchito secondo alla Select 30 secondi dietro un Macaire che si massacrava di miglia da mesi. Purtroppo è stato la dimostrazione vivente che anche i grandissimi possono sbagliare: mentre duellava con Dalin e Lobato per la vittoria della seconda tappa un maledetto colpo di sonno lo fece spiaggiare a trenta miglia dall’arrivo.
Luca Del Zozzo: roccioso romagnolo proveniente dal rugby ha aperto un’era in quanto è stato il primo italiano ad avere l’intuizione di iscriversi ad un centro di allenamento in Atlantico. Dopo una prima stagione in P2 già lusinghiera, nell’autunno del 2008 trasferì la barca a Pornichet per evolvere sotto il pesante trattamento del Coach Charles Euvertes.
I frutti non tardarono ad arrivare dato che Luca si accorse di non sfigurare affatto anche al cospetto dei ministi atlantici, tradizionalmente più numerosi ed allenati di quelli mediterranei. Alla MT stazionò a lungo tra i primi 10 e solo qualche noia di troppo all’attrezzatura gli impedì un Top Ten, che comunque sfiorò con un bel 14 esimo posto finale. Luca Tosi all’inizio si sarebbe accontentato di essere il più giovane italiano a terminare la MT, forte dei 22 anni che avrebbe avuto all’arrivo.
Concatenò invece una preparazione alla regata tale da arrivare 18 esimo pur penalizzato per centinaia di miglia dalla mancanza dello spi grande, andato in brandelli troppo presto. Quello che fece Luca l’anno prima della regata penso che non sarà più possibile ripeterlo.
Debuttò al GPI, si stabilizzò alla SMS, e fin qui tutto normale…poi infilò la Marsiglia Algeri e, tutto d’un fiato, l’incredibile e, forse per fortuna, mai più riproposta Marsiglia Lisbona, via Marocco (scusate ma non ricordo il porto di tappa). Ricordo che il co skipper della partenza sbarcò di forza in Marocco per non dover subire la risalita controvento dell’aliseo portoghese in Mini… Il tutto fu condito da un ritorno in solitario fino a Venezia, con una diversione alle Baleari, per rispondere ai dettami di un percorso di 1000 miglia di qualifica certificato, come richiesto dalla Classe. Che dire di più?
Daniela Klein entrò in punta di piedi e con tanta umiltà nell’ambiente mini. La ricordo alla SMS del 2008, alle prime armi, in difficoltà a mettere la prua del suo P2 davanti a quella del mio Naus. In autunno la trasformazione: rispose ad un invito di Del Zozzo di recarsi a Pornichet ne fu conquistata e decise di portarvi la barca e di sobbarcarsi i faticosi trasferimenti mensili ed i maltrattamenti di Charles. La cura sortì l’effetto voluto e quella del 2009 è una Daniela Klein che, già temprata di suo dalla pratica dello sci alpinismo, affina le sue doti tecniche al punto di classificarsi 22 esima in una MT dal parterre particolarmente ostico.
Le foto scattate dalla barca appoggio di una Daniela determinatissima che si arrampica in testa d’albero, su di un mare assolutamente non calmo, sono tra le più impressionanti che abbia mai visto sulla MT. Il peggio fu che Daniela mi confidò di avere dimenticato in pozzetto un attrezzo fondamentale e che dovette ripetere l’operazione due volte!
è stata la prima donna italiana a concepire ed a portare a termine l’operazione MT e meglio non le sarebbe potuto riuscire. Andrea Rossi in verità ha passaporto svizzero ma come considerare straniero un ticinese che ha diviso con noi sudore sangue e lacrime indispensabili a concludere una campagna Mini?
Gli armatori citati finora armavano tutti dei P2, lui nel 2006 acquistò un Ginto e con quello iniziò ben per tempo, con precisione ed ordine, quelli sì, svizzeri, un avvicinamento progressivo alla MT 2009. Lo ricordo giovanissimo (25 anni) alla Mini Solo del 2007 a PT Camargue, quando si fece sorprender da 40 nodi di Mistral senza avere mai provato la TMT che, tanto, sul suo lago di Lugano era inutile! Lo stesso anno compì le 1000 miglia di qualifica (due anni prima della regata principe: da copiare!) proponendo un giro che doppiava perfino Ustica, salvo accorgersi in corso d’opera di avere calcolato male le miglia, eccedendo di ben 200 dalle 1000 d’obbligo ed incappando in una commissione francese tetragona ad una eventuale riduzione.
Dovette sciropparsele tutte, tormentato per 14 giorni da una tenace entrata d’acqua dalla trappa poppiera. La via Crucis lo formò per benino e nel 2009 Andrea, rimbalzato con barca al seguito sul carrello per tre anni come una pallina da ping pong dal Ceresio al mare, giunse ben preparato alla MT. La portò a termine 41esimo, in modo assolutamente dignitoso per un super dilettante che si occupava di persona, per risparmiare, di ogni aspetto della preparazione tecnica della barca. Andrea Caracci se le cose fossero andate come lui e la logica prevedevano avremmo scritto di lui per primo. Scottato dall’esperienza di due anni prima il milanese mise in campo un nuovo progetto di Manuard,756, e lo preparò con la consueta pignoleria e professionalità, maturando, legittimamente, ambizioni di podio, se non altro!
Purtroppo arrivò forse un po’ lungo nella preparazione, partì con la barca non al 1000 per cento come avrebbe dovuto essere e d’acchito dopo la partenza dovette modulare problemi al balestrone che nessuno degli agguerritissimi avversari era disposto a perdonargli. Proseguì la prima tappa accumulando altro distacco per problemi alla timoneria ed anche la seconda tappa lo mise in difficoltà per scelte tattiche che si rivelarono non ottimali, come già due anni prima.
Ricordo però la sua ultima settimana di corsa quando, partito da una posizione intorno al 25esimo ingranò finalmente la marcia di cui era capace e si rese protagonista di una rimonta furente, passando in mezzo al gruppo come fossero birilli, fino ad un top ten finale di tappa che lasciò l’amaro in bocca pensando al potenziale che era stato sprecato. Si seppe poi che aveva per di più corso gli ultimi giorni mutilato da una grave ferita ad un occhio, a causa di una volante durante una manovra: un rimpianto continuo!
Gaetano Mura partì ben alla lontana nell’organizzazione del suo progetto. Già nel 2005 il suo Prototipo 437 Pago, sistership del 342 di Alessandro Zamagna del 2003, compì il periplo della Sardegna in circa 4 giorni e fin dalle prime regate del 2006 capii di avere di fronte uno skipper di mestiere, ben organizzato, capace di procurarsi le risorse necessarie ad una campagna non sontuosa ma priva di ristrettezze, e questo grazie ad indubbie capacità mediatiche che metterà in evidenza anche nella sua carriera dopo-Mini.
Gaetano preferì svolgere la sua attività in Mediterraneo, come del resto era d’uso allora, anche lui coprì le 1000 miglia di qualifica nel 2007, partendo da PT Camargue contemporaneamente a Rossi, continuando a migliorare la barca con un lavoro incessante, da vero perfezionista. L’unico momento difficile fu quando, nel corso del GPI del 2009, gara fondamentale per maturare il diritto a partire a settembre, il co-skipper lo abbandonò chiede di sbarcare al girare della Caletta, proprio nella sua Sardegna.
Gaetano dovette prendere il via precipitosamente nella seguente SMS che non aveva in programma e tutto, fortunatamente, si risolse. Arrivò perfettamente preparato a la Rochelle e ricordo che il suo proto era quello su cui fervevano meno lavori, anzi, nessuno del tutto, tra le barche iscritte i giorni della vigilia. A parte un problema alla canaletta dell’albero che lo obbligò a correre per parecchio tempo con una mano alla randa, svolse una MT assolutamente serena, arrivando 26esimo tra i proti, che allora correvano a dozzine.
Simone Gesi fu veramente sfortunato: erano due anni che apprezzavo le classifiche del Tip Top di questo allenatore di vela toscano in tutte le regate a cui aveva partecipato e la vigilia della partenza mi trovavo con altre cinque persone sulla prua del suo mini per tentare di sollevargli la poppa! Era successo che la guarnizione della trappa poppiera aveva dato segni di cedimento, l’acqua era filtrata copiosa inondando la poppa della barca e, malgrado il sollecito intervento di Simone e del suo staff, era probabile che avesse creato danni all’elettronica.
Colmo di sventura fu che il pilota di rispetto si trovasse sul pulmino di Vettorato, andato inopinatamente a fuoco, colpito come fu, in un parcheggio affacciato sul porto, dall’albero infuocato di un mega yacht andato in fumo per cause sconosciute!
Simone decise di partire lo stesso, correndo il rischio ed infatti…dopo poche miglia il sale chiese dazio al suo pilota. Iniziò un’epopea che vide Gesi condurre TUTTA la prima tappa senza pilota, con un tracking che faceva spavento a vederlo, per quanto era contorto e poco lineare.
Arrivò esausto poche ore prima dei tempi limite, tentò di riparare nel pochissimo tempo rimasto ma fu costretto a gettare la spugna appena partito nella seconda tappa per il ripresentarsi del problema.
Per fortuna il suo fu solo un arrivederci…
ANNO 2011
Il passaggio da un’edizione con cinque italiani nei primi 22 a quella con sei ritiri su otto partenti fu assai brusco!
Sfortuna, un parco barche forse non del tutto all’altezza del blocco dei P2 di due anni prima, qualche peccatuccio d’impreparazione…fatto sta che il risultato della MT del 2011 pesò non poco per alcuni anni sui rapporti con la Classe francese, che da allora, e questo fino all’altro ieri, pretese di avere voce in capitolo nella valutazione degli skipper italiani pretendenti alla MT.
Susy Beyer
di professione era skipper di una barca d’epoca ed incantava sentirla raccontare di come faceva armare ad altezze incomprensibili per un minista, con pennoni lunghissimi, velature dai nomi esotici. Si rivelò subito rocciosissima e ricordo una regata in solitario di circa 500 miglia del 2010, il Grand 8, che concluse rimanendo inchiavardata al timone per tutte le ultime 150 miglia, corse senza elettronica ed impossibilitata dallo spi grande che si ostinava a tenere a riva pur nel ventone a prendere qualcosa da bere e mangiare in cabina.
Non aveva neppure un GPS portatile a tiro di mano e comunque inseguì il gruppo dei primi fin sulla linea, cadendo poi esausta al primo tiro di cima in banchina!
Non fu una MT facile-il gruppo incappò in una grossa depressione subito dopo Capo Verde e Susy, purtroppo, soffrì ancora di drammatici problemi di pilota. Per fortuna l’aliseo di SE le consentì un po’ di riposo relativo, in bolina larga, prima dello sprint finale, che comunque avvenne sotto groppi violentissimi.
La ricordiamo sbarcare vestita della TPS, immagine veramente più che rara in una regata come la MT! Col suo ottimo 22esimo posto ricalcava alla lettera il piazzamento di Daniela di due anni prima.
Simone Gesi
Il toscano con la MT aveva un conto da saldare e si presentò al via preparatissimo e motivato. Sapendo che non si sarebbe potuto offrire una terza chance ammise di avere staccato il piede dall’acceleratore più di una volta e, considerata la quantità di avarie che funestarono quella edizione, fece benissimo!
Nel colpo di vento a Capo Verde temette di perdere la barca al punto da preparare i documenti personali in una sacca stagna, in caso di abbandono.
Arrivò 26esimo, soddisfattissimo di avere coronato il sogno inseguito per 4 anni.
Andrea Pendibene
Dopo la bella performance del 2007 Andrea cambiò, e non esagero nello scriverlo, arruolandosi nella Marina Militare e procurandosi un mezzo più performante. Acquistò il Ginto 520 e con quello iniziò un percorso di crescita niente affatto banale.
Nel 2009 fu il primo italiano a farsi seguire da un trainer francese che lo seguiva negli allenamenti in mare e gareggiava con lui. L’anno dopo si accostò al centro di allenamento di La Grand Motte, sotto la guida di allenatori illustri, che corsero con lui alcune regate.
Nicolas Berenger,
figarista da primi 10 alla Solitaire e Guillaume Rottee li abbiamo visti anche al GPI ed in Spagna si associò addirittura a Paul Meilhat,
futuro vincitore della Rhum in Imoca!
Con tanti maestri era impossibile non crescere parecchio ed Andrea arricchì il suo curriculum con parecchi piazzamenti e vittorie, tra cui ricordiamo il Grand 8 in cui corse Susy.
Purtroppo la MT non si svolse come dovuto: solo poche decine di miglia ed assistemmo esterrefatti alla sua rotta sul tracking che puntava verso il porto di partenza, per noie tecniche, mi pare di natura elettronica.
Ma non sarebbe finita qui…
Sergio Frattaruolo
La classifica ufficiale della regata da Sergio come DNF ma in effetti il bolognese arrivò coi propri mezzi a Bahia, solo che lo fece fuori tempo massimo.
Anche lui, come Pendibene e Sabbatini, portò il suo Dingo 2 769 al CEM di La Grand Motte per calibrare sui mini le sue notevoli qualità nautiche, già temprate da anni di regate e trasferimenti su barche di maggiori dimensioni e che avranno uno sbocco logico nella partecipazione ad alcune tappe del Giro del Mondo sul 40 piedi di Marco Nannini, oltre che nell’apertura di un’attività di docenza in navigazione oceanica in Portogallo.
Il budget di Sergio non era sontuoso, dovette arrangiarsi lavorando sulla barca da solo, fino all’ultimo, senza preparatore. Nella seconda tappa, come tantissimi in quell’edizione, incappò, mi pare, di ricordare, in un’avaria grave alla timoneria.
Arrestatosi nel classico stand di Mindello, a Capo verde, dimostrò una tenacia senza pari e, cannibalizzando le barche di concorrenti arrivati là prima di lui ma che avevano gettato già la spugna, battendosi come un leone, riuscì a ripartire, malgrado il parere sfavorevole del Comitato di regata. Chiuse il percorso a Bahia anche se, come detto prima, fuori classifica ma credo che la sua soddisfazione sia stata appena di poco inferiore a quella degli altri classificati.
Giacomo Sabbatini
rischiava veramente di battere il record di Tosi in meritò all’età del più giovane finisher. Arrivato sul suo Ginto nel 2010, a 20 anni esatti, dopo una brillante carriera internazionale in Laser, decise di trasferire anche lui la barca in Camargue, per macinare miglia sotto la sferza degli istruttori di cui sopra e del Mistral. Nel 2011 dimostrò di avere compreso appieno le regole del gioco in altura e vinse scratch la Sanremo Mini Solo, davanti a tutti i proto, compreso quello dei Caracci.
Nella prima tappa della MT fu penalizzato da una scelta estremamente occidentale del campo di regata ma entrò del tutto in sintonia col nuovo sport che stava praticando. Nella seconda partì attaccando fino a quando, ed accadde a molti, l’urto con un oggetto non identificato non gli divelse quasi lo specchio di poppa, obbligandolo al ritiro alle Canarie.
Maurizio Gallo,
il decano della compagnia coi suoi 58 anni era arrivato ai Mini dopo una vita trascorsa come Guida alpina di altissimo livello sui monti Himalayani. Se ricordo bene era stato il responsabile della logistica in alta quota nella costruzione della Piramide sul K2 e si era distinto in arditissime operazioni di salvataggio in condizioni estreme.
Da buon montanaro non ti intontiva di ciacole, teneva sempre un profilo basso ma molto, molto concreto ed il nome che diede al suo Twister, Yak, faceva chiaramente intendere qual’era il suo retroterra culturale
Il suo avvicinamento alla MT partì da molto lontano e mi pare che le sue prime regate datassero addirittura il 2006. Pian piano, con gradualità regata dopo regata, fino al Mini fastnet del 2009, Maurizio maturò la consapevolezza di potere affrontare una regata atlantica en solo
Di sicuro lui pronto lo era, purtroppo fu la barca a cedere. Le dure condizioni ebbero pian piano il sopravvento sul Twister che, apparato dopo apparato, cedette fino a rendere la navigazione di Maurizio penosa e priva di recupero fisico.
Lui comunque ebbe la soddisfazione enorme di concludere l’attraversata atlantica anche se dovette accontentarsi di Recife, circa 300 miglia a nord di Bahia
Tiziano Rossetti
Anche lui Navigava su di un Twister ed anche lui, come Maurizio, era di provenienza adriatica, dato che teneva la barca di stanza nientemeno che a Venezia. Mi pare di ricordare che la sua Qualifica in solitario la coprì sulla tratta di ritorno a casa dopo la canonica stagione di regate qualificative in Tirreno. La partecipazione di Tiziano alla MT non fu un colpo di testa ed ebbe la cura di costruirsi un’esperienza specifica attraverso almeno tre-quattro anni di regate preparatorie.
Marinaio professionista, di quelli che sanno mettere in proprio le mani sul mezzo che hanno a disposizione, arrivò alla partenza col Twister tirato a lucido, consapevole di avere un mezzo globalmente inferiore alla massa critica di P2 e di proto con cui doveva cimentarsi (in effetti il Twister gareggiava in cat Proto non essendo stato costruito in 10 esemplari) ma deciso a vendere cara la pelle.
La prima tappa lo lasciò assolutamente soddisfatto essendo riuscito a lasciare a poppa circa un terzo della flotta, cosa niente affatto scontata.
Nella seconda tratta il diavolo ci mise lo zampino e Rossetti disalberò. Nella lotta che dovette fare per costruire un armo di fortuna e riprendere una rotta decente per le Canarie, prima che arrivassero i soccorritori a fargli abbandonale la barca, dimostrò un altro grado di forza d’animo e professionalità.
Andrea Caracci
Forse Andrea in quell’occasione peccò di perfezionismo. Deciso a rifarsi al meglio dalla debacle parziale di due anni prima decise di dare una svolta al suo approccio alla MT: si procurò dei preparatori stipendiati per avere più tempo per allenarsi, e questa fu un’ottima scelta, decise di cambiare albero, progettandone uno più sofisticato e forse questa non lo fu altrettanto.
Per tutta la stagione ebbe problemi col nuovo armo e ricordo ancora il gesto zigzagante che mi fece Tommy Stella con la mano quando si ritirarono nel prologo della Trans gascogne dopo di me (io collisi) per indicarmi l’andamento del profilo che aveva assunto l’albero, e si sarebbe partiti la mattina dopo!
Continua 2
