mercoledì, Luglio 1, 2026

Il giro del mondo

Il giro del mondo in 13 mesi, 25.000 miglia, 3 barche e un cargo
Maurizio Ferrato ha mollato città, amici, parenti, lavoro per realizzare il sogno di fare il Giro del mondo a vela senza una barca, ma facendo il barcastop. Il racconto di un’avventura nei luoghi più conosciuti e sperduti e tanti consigli per chi vuole provarci. Come ha fatto lui.

Mi chiamo Maurizio Ferrato, ho 34 anni, faccio l’architetto. Un giorno ho deciso di mollare tutto, lavoro, casa, amici e parenti, per fare il giro del mondo in barca da barcastoppista.
Sono partito da solo, nel novembre 2008, con una sacca e il numero del pontile del porto di Tenerife dove mi aspettava il catamarano Ola Kala. Obiettivo: l’oceano Atlantico. Sono tornato in Italia dopo 13 mesi, 25.000 miglia, 11.000 foto scattate, una storia da raccontare e soprattutto migliaia di ricordi che mi riempiranno per sempre la vita.
Ma partiamo dall’inizio, cosa mi ha spinto ad andare via dalla città e realizzare questo sogno?
Avevo letto molte storie di mare e volevo navigare anch’io tra quelle isole, riempirmi gli occhi di quella natura e conoscere le popolazioni locali senza schermi e barriere: il mare e l’oceano mi stavano chiamando: le regate e le crociere in Mediterraneo non mi bastavano più.
Mi affascinava ripercorrere le rotte dei grandi esploratori che si erano avventurati in oceani sconosciuti, provando, a migliaia di miglia dalla terra emersa più vicina, le stesse sensazioni che, nonostante siano passati molti secoli, sono rimaste immutate.
Questo è l’essenza della vera navigazione a vela, una partita contro il vento e l’oceano che possiamo al massimo cercare di pareggiare, mai vincere: sull’acqua si deve fare affidamento solo sulle proprie forze. E’ una sfida avvincente, un concentrarsi su noi stessi che nella vita quotidiana, con i vari impegni, è molto difficile da realizzare.
Come si fa
Navigare intorno al mondo senza possedere una barca è in realtà̀ molto più̀ facile di quanto si possa pensare, soprattutto sulle rotte lunghe: in questi casi gli armatori molto spesso amano avere un aiuto per i turni di guardia e per le manovre e, perché́ no, anche per fare due chiacchiere.
Una rapida occhiata alla barca rivela molto sul proprietario, quindi occorre ponderare bene la scelta: non è possibile scendere nel bel mezzo di una traversata! Ho trovato la barca con cui ho attraversato l’Atlantico pubblicando una richiesta di imbarco sui siti dei vari mensili italiani di vela.
Una volta ai Caraibi, dato che il catamarano sarebbe rimasto a Grenada in attesa della stagione degli uragani, ho provato a mettere annunci nei vari porti per trovare una nuova barca, ma senza successo.
Per fortuna su internet ci sono siti dedicati allo scambio di domanda e offerta per imbarchi e su findacrew.net ho trovato il mio secondo passaggio.
Ho incontrato invece l’armatore della terza barca a Colon: in quel periodo non c’era spazio per me a bordo, così decidemmo di rimanere in contatto e di rimandare la navigazione insieme, magari a Tonga:ci furono poi un paio di sbarchi anticipati di equipaggio che mi permisero di iniziare la navigazione sul Sydney 40 One Design già̀ a Pape’ete.
Nuovamente internet mi ha permesso di trovare il passaggio sul cargo con cui sono tornato in Italia: in questo caso una ricerca sui principali motori di ricerca, Google per esempio, risulta essere la soluzione migliore, dato che le rotte per i passeggeri cambiano abbastanza spesso.

In alto a sinistra: Impasto del pane su “Questionable Logic”. In alto a destra: messaggio in bottiglia nel mezzo della traversata dell’oceano Atlantico. Sotto: in navigazione verso le isole Cook.
I soldi
In 13 mesi di navigazione intorno al mondo ho speso circa 13.000 €, ma occorre tenere presente che la tratta sul cargo da sola è costata più di 3.000 € e, prima di arrivare in Australia, dove il costo della vita è paragonabile all’Europa, la media mensile dei primi 10 mesi di viaggio è stata di circa 500-600 € mensili. Le isole più care si sono rivelate quelle francesi, Martinica, Guadalupe e Isole della Società̀. La quota mensile comprende ovviamente la cambusa, i ristoranti e i bar, le immersioni e le escursioni a terra (talvolta con il noleggio di automobili). Il carburante normalmente è a carico dell’armatore, come in alcuni casi le spese doganali. Una voce che non compare è quella relativa ai marina: per fortuna, soprattutto in Pacifico, sono praticamente inesistenti a parte pochissime isole.
Il cibo
Uno dei cibi più caratteristici degustati in questi 13 mesi è stato senz’altro quello cucinato nel tradizionale forno polinesiano scavato sotto la sabbia alle isole Marchesi, in Polinesia francese: viene acceso il giorno prima e la carne o il pesce viene fatto cuocere per tutta la notte, poi conditi con latte di cocco e avvolti in foglie.
Noi lo abbiamo visto preparare per una festa, accompagnata da danze e canti tradizionali, per celebrare i 20 anni del restauro di un “me’ae”, luogo dove anticamente si svolgevano le cerimonie religiose. Io ho approfittato dell’occasione per recuperare un po’ del peso perso nei primi mesi di navigazione (quasi 10 chili)!
Può capitare anche di rimanere senza cibo, come quando abbiamo ormeggiato all’interno della barriera corallina nella baia di Lord Howe Island, primo approdo australiano. Il governo locale è molto sensibile all’ingresso di cibo nel paese, quindi il funzionario incaricato delle pratiche per la dogana, la quarantena e l’immigrazione (e pure unico poliziotto dell’isola), dopo la parte burocratica, si è dedicato all’ispezione della barca. Risultato: sequestro di tutto il cibo, compresi barattoli non ancora aperti di carne, verdure, tonno, marmellate, miele, pasta e riso.
Una vera fortuna per l’unico negozio di alimentari dell’isola, che abbiamo potuto “saccheggiare” solo dopo aver attesa la fumigazione completa dell’imbarcazione, onde scongiurare la presenza di qualsiasi insetto clandestino! Negozio raggiunto con un tragitto in tender di oltre mezz’ora, sotto la pioggia, dal momento che il nostro gavitello si trovava dalla parte opposta della baia rispetto al paese, causa i nostri 2,7 m di pescaggio.

Dall’alto a sinistra in senso orario: con la nostra guida Octavius in Dominica, pranzo a base di uova sode cotte sui vapori naturali; Alla ruota del timone verso la Nuova Caledonia: Cucina a bordo a Rarotonga nelle isole Cook; In rada a Opunohu Bay a Moorea nelle isole della Società.
Le avventure
Una delle escursioni a terra più avventurose è stata quella fatta in Dominica al Boiling Lake, il secondo lago bollente al mondo per dimensione, circa 62 m di diametro.
Dopo esserci svegliati alle 6 del mattino, ci siamo incamminati nella foresta tra liane e fango in un percorso che si è rivelato alla fine di oltre 8 ore tra le montagne dell’interno dell’isola; tra i ricordi di quell’escursione, che le nostre gambe hanno accusato per almeno un paio di giorni successivi, sicuramente i guadi dei torrenti, le solfatare con lo zolfo spalmato sul viso, le uova cotte sui vapori che sgorgavano dal terreno ed i bagni nelle calde acque delle piscine naturali tra le rocce.
Un’esperienza senz’altro fuori dal comune è stata l’incontro con le foche alle isole Galapagos. Durante un’immersione una foca ha rubato lo snorkel dalla maschera di una ragazza australiana e si è messa a giocare come un cane con l’osso ad un paio di metri da noi.
L’aspetto più stravagante è però quello riguardante le barche, dal momento che ogni scalino o piattaforma a pelo d’acqua è il luogo prediletto dalle foche per il riposo giornaliero, spiagge a parte: questo è anche il motivo per cui quasi nessuno utilizza il proprio tender per scendere a terra, ma predilige l’efficiente servizio di water-taxi, dai prezzi molto popolari: mezzo dollaro di giorno, uno di sera ed il doppio per l’unico taxi che presta servizio notturno.
Il proprietario però di notte dorme su una barca ormeggiata poco oltre il pontile e dopo le 22 occorre chiamarlo ad alta voce per svegliarlo. Una sera, molto tardi, dopo oltre mezz’ora di chiamate senza risposta mi ero ormai rassegnato ad avere come giaciglio per la notte una panchina circondata dalle foche, di ritorno dalla caccia notturna. Quando stavo ormai per addormentarmi, ecco tre ragazzi californiani diretti alla loro barca con il tender (incuranti degli eventuali clandestini a bordo): erano un po’ alticci ma, per fortuna, mi diedero un passaggio. Non li ringrazierò̀ mai abbastanza!
Un episodio singolare poi è stato il giorno perso attraversando la li- nea del cambio di data arrivando a Tonga. E quando dico perso, intendo un giorno per me mai vissuto e precisamente sabato 8 agosto: nel mio diario questa pagina è rimasta bianca. Siamo arrivati a Tongatapu una mattina di sole, dopo un’alba dai colori incredibili, forse la più bella in 13 mesi, navigando di bolina ma, a causa di tutte le ore guadagnate nel corso del viaggio in direzione ovest, passando di fuso orario in fuso orario, non sabato, bensì̀ domenica!

I pericoli
Colon, l’ingresso caraibico del canale di Panama, è una delle città più pericolose al mondo dove scippi e rapine sono all’ordine del giorno.
Il nostro vicino di barca, un francese di circa 45 anni, è stato picchiato con un pugno di ferro e derubato per ben due volte in pieno giorno e per giunta nella via principale, in teoria la più sicura.
Io, per passare il più possibile inosservato ho adottato alcune piccole precauzioni, ad esempio indossare pantaloni lunghi e non bermuda, tipici dei turisti, nessun orologio, barba lunga e magliette “vissute” e appena 10 dollari in tasca.
Un altro episodio di tensione è stato quello tra la costa dell’Equador e le isole Galapagos, a circa 500 miglia da entrambe, quando una piccola barca di legno di circa 5 metri con quattro uomini a bordo si è avvicinata a noi.
Il problema è che si sentono talmente tante storie sui pirati che alla fine si è molto prevenuti. In realtà̀ erano semplici pescatori, allontanatosi per giorni dalla nave madre, come consuetudine, ma alla fine rimasti senza viveri: li rifornimmo con bottiglie d’acqua e scatole di biscotti e non credo di aver mai visto persone tanto felici per un pasto così semplice.
Pirati veri invece esistono tutt’ora in Somalia, tant’è vero che le navi commerciali passano a piena velocità in un corridoio pattugliato da navi militari. Ogni giorno ricevevamo rapporti sulla pirateria nella zona con navi attaccate e sparatorie: per fortuna noi abbiamo visto solamente un piccolo barchino nero probabilmente in ricognizione, che forse ci ha giudicato una preda troppo difficile. Ma questa breve incursione è bastata per allarmare visibilmente tutti gli ufficiali presenti sul ponte di comando in quel momento.
Gli incontri
Uno degli incontri più emozionanti è stato senz’altro quello con gli indiani Kuna nelle isole San Blas, appartenenti allo stato di Panama, una miriade di piccoli isolotti per la maggior parte disabitati.
I pochi villaggi hanno mediamente una popolazione di non più di venti persone, capanne con tetto in paglia e pavimento di sabbia, amache come letti e nessun generatore di corrente.
I Kuna vivono della coltivazione di palme da cocco e della pesca, svolta con canoe a remi ancora costruite scavando i tronchi degli alberi. Noi incontrammo Gonzalo e Umberto nel nostro primo giro di esplorazione a terra, mentre erano intenti a riparare proprio una delle loro canoe. Ci chiesero degli ami da pesca, che noi fummo ben felici di regalargli: furono così riconoscenti che ci invitarono a pranzo il giorno seguente, cucinando direttamente sul fuoco pesci e grossi molluschi.
Gonzalo mi raccontò di avere moglie e figli sulla terraferma, distante circa sei ore di pagaiate dall’isola, così come l’ospedale più vicino. Mi trasmisero una tale serenità̀ nonostante fossero così lontani da tutto, e furono così gentili e generosi nel condividere con noi quel poco che avevano, che, quando arrivò il momento di partire, mi congedai davvero con fatica.
Un incontro singolare è stato quello con Sylvain, quarantenne canadese con una barba lunghissima. Incontrai questo navigatore solitario un po’ stralunato a Nuku Hiva, nelle isole Marchesi: era arrivato dal Costa Rica con una navigazione di 65 giorni sulla sua barca in legno, che a circa metà traversata aveva iniziato ad imbarcare acqua.
Da quel momento ogni due ore aveva dovuto sgottare l’acqua in sentina, operazione tutt’altro che facile. La giornata tipo di Sylvain a Nuku Hiva era stare nel mezzo della baia tra le barche all’ancora sul suo tender a remi a guardarsi in giro e fare due chiacchiere con gli equipaggi che scendevano a terra.
Alle Fiji invece, per poter ancorare nelle vicinanze di un’isola, occorre ottenere il permesso dal capo villaggio. Eravamo nel gruppo delle isole Lomaiviti e dopo essere scesi a terra ed aver attraversato la foresta, arrivammo nella piazza centrale, un bellissimo prato verde. Ci fecero accomodare per terra in una grossa capanna, sulle tradizionali stuoie, gli regalammo radici di kava (una pianta locale), acquistate al mercato di Savusavu.
Iniziò quindi la tradizionale cerimonia di benvenuto che consiste nel macinare la radice con un mortaio di legno (anticamente veniva semplicemente masticata), mettere la farina così o tenuta in un pezzo di stoffa ed immergerlo in acqua fredda, ottenendo una bevanda di colore marrone, dal sapore un po’ fangoso, servita in mezze noci di cocco.
Seduti in cerchio il capo villaggio iniziò il cerimoniale bevendo la kava in un solo sorso, lasciando poi il turno agli altri. Il primo effetto fu quello di una perdita di sensibilità̀ delle labbra, poi via via un lieve intorpidimento come quello dovuto all’alcol.
Prossimi orizzonti
Con tutta questa esperienza ancora negli occhi non è facile riadattarsi facilmente alla vecchia vita e sicuramente può̀ aiutare pianificare nuovi sogni: il Pacifico è talmente grande che per visitarlo fin negli approdi più remoti occorrerebbero anni.
Quindi è quasi d’obbligo ritornarci: la prossima rotta su cui mi piacerebbe navigare è quella che, partendo dalla Polinesia francese, attraverso le isole Cook settentrionali, le Samoa e le Kiribati, arriva fino alle Vanuatu. E magari proseguire fino in Indonesia. Chissà̀…

Dall’alto a sinistra in senso orario: Escursione verso il Boiling Lake in Dominica; Con Gonzalo e Umberto alle isole San Blas, nello stato di Panama; Tramonto a Fakarava, isole Tuamotu; Navigazione sotto spi al largo di Noumea, Nuova Caledonia.
Le mie barche, i miei consigli
Ho concluso il mio primo giro del mondo su quattro barche diverse, tre a vela.
La prima imbarcazione, con cui ho affrontato l’oceano Atlantico e parte dei Caraibi (tre mesi a bordo), con Aldo, Elisabetta, Stella, Sabina e Pietro, è stata “Ola Kala”, un Dean 44 piedi (m 13,50), catamarano di produzione sudafricana, perfettamente equipaggiato per lunghe navigazioni. Comodissimo e sicuro.
A bordo c’era: dissalatore, inverter, generatore, radar, AIS, radio SSB per mail e meteo, telefono satellitare, gps cartografico interno/esterno più cartografia su pc, randa su carrelli, genoa avvolgibile, MPS (multi purpose sail) con calza, freezer, tender a chiglia rigida (con motore da 15 cv) sospeso a poppa tra i due scafi, canne da pesca e due vasi sul roll-bar di poppa: basilico per la pasta e menta per i mojito!
La seconda barca è stata “Kiwi Time”, un 38 piedi (m 11,50) in acciaio costruito in Nuova Zelanda su progetto di Dennis Ganley, su cui ho navigato per cinque mesi con Steve e John, da St. Lucia nel Mar dei Caraibi fino alle isole della Società̀ in oceano Pacifico, passando attraverso il canale di Panama.
Il grosso difetto di questo monoscafo, per quanto riguarda la navigazione, risiede nella sezione dello scafo, estremamente arrotondato, e nella chiglia, poco profonda e per di più sede del serbatoio del gasolio: come si può intuire una barca con rollio molto pronunciato, accentuato via via dal consumo del carburante e dal conseguente alleggerimento della deriva.
Avevamo radio SSB, telefono satellitare, gps (non cartografico), tender con chiglia in alluminio (motore da 4 cv) poggiato in coperta a pruavia dell’albero, nessuna bussola (neppure schermata) a causa dell’acciaio dello scafo e un solo bagno senza doccia, né interna né esterna: per lavarsi secchio d’acqua di mare sul ponte e bottiglia d’acqua dolce per togliere i residui di sale!
La terza imbarcazione, dalle isole della Società̀ all’Australia, con Ewan, Mairi e Jeremy, è stata “Questionable Logic”, un Sydney 40 One Design (m 12,50), praticamente una grossa deriva da regata dove ho passato due mesi e mezzo. Grosse soddisfazioni al timone a ruota di circa due metri ma poche concessioni alla crociera.
In pozzetto nessun riparo da sole o pioggia e nessun paraonde, sottocoperta altezza abitabile solo nella zona della piccola cucina molto essenziale con due piccoli fuochi ad alcool (interminabile la bollitura dell’acqua per la pasta) e nella cabina di prua che in realtà̀ è un bagno (anche qui senza doccia, né interna né esterna) con un enorme spazio di stoccaggio per le vele ed i pochi bagagli.
Cuccette in quadrato e a poppa ai lati della zona carteggio (dietro la scaletta ed il piccolo motore c’è un piano di appoggio per gli strumenti a cui si può accedere solo stando seduti sui paglioli con le gambe incrociate).
Spazi per lo stivaggio ridotti al minimo e due tipi di infiltrazioni d’acqua: una salata dalla losca del timone e una dolce dalle quattro sacche in plastica da 150 litri ciascuna che fungevano da serbatoi. Perennemente bucate!
Tra le dotazioni, non c’era la radio SSB e quindi ho perso i contatti quotidiani con le altre barche conosciute durante la navigazione.
Avevamo randa nuova in dacron, quattro genoa steccati in kevlar, tre spinnaker (uno piccolo e due medi) ed un grande gennaker corredati da due tangoni, uno in alluminio più lungo per lo spi ed uno più corto in carbonio per il gennaker, dotazione di quando la barca disputò l’Admiral’s Cup in Inghilterra con bandiera olandese.
L’ultima barca, con cui ho attraversato l’oceano Indiano e sono ritornato in Italia attraversando il canale di Suez, è stata una nave portacontainer lunga 280 m, larga 40 m con una velocità massima di 25 nodi.
Una scelta obbligata dal fatto che la stagione non fosse la migliore per navigare a vela nell’Indiano. Erano imbarcati 4.500 container su circa 6.000 a pieno carico!
L’equipaggio era composto da 22 persone, ovviamente non ho trovato l’accoglienza di una nave da crociera: non è consueto avere “intrusi” a bordo, quindi capitava che qualche marinaio mi guardasse con sufficienza o mi salutasse appena.
Il vantaggio rispetto ad una nave da crociera è stato quello di avere libero accesso quasi ovunque, dal ponte di comando alla sala macchine, dal camminamento esterno alle zone di manovra di prua e poppa.

Le barche utilizzate da Maurizio durante il lungo viaggio.