La disavventura di F’Murr
di Mario Bonomi
Ho trovato questo bellissimo racconto, una storia vera, che ha pubblicato Mario Bonomi in una rivista. Anche lui ha fatto Capo Horn, e sicuramente il racconto lo ha coinvolto particolarmente, come piacerà ai navigatori che sono passati ”da quelle parti”.
Durante una burrasca un equipaggio si rifugia su un’isola vicino a Capo Horn, ma una volta sbarcato a terra scopre che la barca incustodita sta andando alla deriva

Erano gli ultimi giorni dell’estate australe del 2003, nel tropico cessava il rischio cicloni. Al primo meteo favorevole i giramondo avrebbero ripreso il mare dopo la lunga sosta in Nuova Zelanda e sulle barche fervevano i preparativi per la partenza. Amaltea, il nostro cutter di 21,33 metri, era ancora in secco ad Auckland per gli ultimi lavori e io avevo noleggiato una macchina per rendere visita a dei naviganti amici che stazionavano a Wangarei, un porticciolo sulla costa orientale dell’isola del Nord.
Mentre parcheggiavo l’auto, Edouard Vahoutte, detto Eddy e Cathy, armatori di F’Murr, un piccolo sloop di acciaio, mi erano venuti incontro sorridenti: Siamo invitati a un barbecue organizzato dai naviganti francofoni, se ti va puoi venire anche tu. Il party era stato piacevole, con tanti viaggiatori degli oceani desiderosi di comunicare, di raccontare le loro storie sui mari, il loro entusiasmo per aver dato finalmente libero corso al sogno della loro vita: navigare attorno al mondo senza limiti di tempo, lontani dalle costrizioni della vita a terra che da tempo faticavano ad accettare.
Al party c’era anche Yvon Fauconnier, noto navigatore oceanico degli anni ’70, ’80 e ’90, le cui imprese mi avevano fatto sognare da ragazzo, quando ero assiduo lettore di racconti di mare. Partiva l’indomani per la Patagonia, navigando nei Quaranta Sud. Mi aveva parlato a lungo del Grande Sud, dei canali della Terra del Fuoco, della Georgia del Sud, delle Shetland meridionali, di baie abitate da foche, pinguini e leoni marini, di albe e tramonti interminabili. L’avevo ascoltato incantato, le sue parole mi richiamavano alla mente immagini colte qua e là su riviste e pubblicazioni nautiche. Difficile impedirmi di sognare.
Sul tardo pomeriggio nel quadrato di F’Murr, Eddy, continuando sul tema Grande Sud, mi aveva raccontato una disavventura in cui lui, Cathy e due amici belgi erano incorsi in un loro recente viaggio in quelle acque. I quattro, lasciato Puerto Williamss, nella Terra del Fuoco, fanno rotta per le Shetland Meridionali, 500 miglia a Sud di Capo Horn, con l’intenzione di proseguire poi per la penisola antartica. F’Murr, la barca di Eddy, ha scafo a spigolo ed è stata attrezzata per essere idonea alle dure navigazioni delle alte latitudini. Ha una pratica timoneria interna, attrezzature di coperta sovradimensionate, una solida paratia anticollisione a prua, tutti i boccaporti stagni, compreso il tambucio d’entrata. A bordo tutto è rizzato in modo da minimizzare le conseguenze di un eventuale capovolgimento. La costruzione di metallo inoltre rende la barca a prova d’impatto con i growlers (pezzi di ghiaccio galleggianti) e in grado di reggere alla morsa dei ghiacci, se imprigionata nel pack.
Nel tardo pomeriggio del giorno successivo alla partenza F’Murr lascia l’Horn sulla dritta ed entra nello Stretto di Drake, il braccio di mare più temuto al mondo. Il piccolo sloop naviga con una mano di terzaroli alla randa e lo yankee parzialmente rollato. Le condizioni di navigazione sono piuttosto impegnative, ma sostenibili. Col passare delle ore, però, le alte latitudini mostrano i muscoli e verso mezzanotte il vento soffia ormai a 45 nodi e solleva onde sempre più minacciose.
F’Murr procede sotto randa alla terza mano di terzaroli e con la sola trinchetta a prua. L’urlo del vento è assordante, valanghe d’acqua rompono sulla coperta. Poco dopo due frangenti mostruosi sdraiano il piccolo sloop sull’acqua. F’Murr è una buona barca, Eddy ha mani d’oro e l’ha attrezzata al meglio per le condizioni estreme delle alte latitudini; così lo scafo si risolleva e continua la sua corsa verso Sud, ma nell’animo dell’equipaggio si fa largo ormai l’idea che, se non vi sono previsioni di miglioramento meteo, sia opportuno ritornare a Nord e attendere condizioni più miti per ritentare il passaggio del Drake.
Una decina di minuti più tardi un membro dell’equipaggio che soffre di claustrofobia apre il tambucio per prendere un po’ d’aria fresca. In quel momento un frangente rompe nel pozzetto e una valanga d’acqua inonda l’interno, bagnando anche gli strumenti e il computer di bordo. Si ricorre alle pompe di sentina, si asciuga quel che si può, ma all’equipaggio è sempre più chiaro di essere ormai in condizioni di sopravvivenza.
Mezz’ora più tardi Eddy riesce a mettersi in contatto tramite la radio SSB con il radioamatore Raphaël che da Gran Canaria, con la sua potente installazione radio, gestisce la Rueda de los Navegantes e offre informazioni meteo professionali a coloro che le richiedono. Le previsioni sono di un netto peggioramento: a 60° Sud sono previsti rinforzi di vento a più di 60 nodi.
La decisione è presa: F’Murr volge la prua a Nord per tornare sui suoi passi.

Dopo avere arato l’ancora, F’Murr va alla deriva spinto da venti da Nord Est e dalla corrente, per poi essere recuperato a circa 24 miglia da Capo Horn.
Poche miglia a Nord di Capo Horn, su Hershell, una delle tante isolette disseminate in quel braccio di oceano, c’è Caleta Martial, un ancoraggio ben noto a coloro che frequentano quelle acque, protetto da venti del terzo e quarto quadrante, che laggiù soffiano quasi sempre con forza di burrasca. È l’una del pomeriggio quando F’Murr vi entra e dà fondo. Cinquanta metri di catena, prova tenuta ancora, una birra, un brindisi per festeggiare la felice conclusione della vicenda e l’equipaggio si rilassa.
Il mattino successivo i quattro scendono a terra con il dinghy per sgranchirsi le gambe. Un paio d’ore più tardi Cathy, dall’alto dell’isola, richiama l’attenzione di Eddy su una piccola barca rossa che sembra navigare a secco di vele non lontana da Hershell. Pare dello stesso modello della loro barca, ha lo stesso colore. Guardano meglio: è la loro barca! L’ancora ha arato e F’Murr è uscita dalla baia allontanandosi sospinta dal forte vento.
I quattro si precipitano al dinghy. Si rendono però subito conto che con il loro piccolo gommone dotato di un fuoribordo di 3 cv non è possibile raggiungere la barca: le condizioni meteo sono migliorate, ma fuori ci sono ancora 30-35 nodi di vento e onde di un paio di metri. Si trovano su un’isola deserta, con i soli indumenti che indossavano quando sono sbarcati per la passeggiata; i documenti, i soldi e tutto il loro bagaglio hanno preso il largo.
Eddy ha con sé il VHF portatile, chiama la stazione radio di Capo Horn e informa il marconista dell’accaduto. Parte l’allarme. L’Armada de Chile, onnipresente nella Terra del Fuoco, dirama l’avviso che uno scafo senza equipaggio è alla deriva al largo del capo e avverte che di notte non avrà le luci di navigazione e sarà un potenziale pericolo per le altre imbarcazioni. Alcune decine di minuti più tardi Eddy, dopo aver fornito i dettagli dell’accaduto richiesti dalla base cilena, chiede al marconista se non si stia pensando a un intervento per recuperare F’Murr.
La risposta gli raggela il sangue nelle vene: non vi sono vite umane in pericolo e fuori c’è burrasca, al recupero della barca si penserà il giorno successivo. Lo skipper stima che la barca derivi a circa 2 nodi, che sia già a 7-8 miglia da Hershell e che in 24 ore, se il vento non cala, potrà percorrere un’altra cinquantina di miglia. Si troverà dunque a 60 miglia dall’isola. Difficile avvistarla e in ogni caso gli è chiaro che il costo del recupero sarebbe enorme, ben più alto del valore di F’Murr.
I quattro rimangono seduti su un tronco, lungo la riva della Caleta Martial, vicino al loro inutile gommone. Tristi, demoralizzati, tacciono. Eddy già si vede prendere l’aereo a Buenos Aires con il dinghy in una sacca e il fuoribordo a spalla, con in tasca i pochi euro che il consolato belga gli ha prestato per il ritorno a casa. Ha perso la barca, i documenti, il denaro, tutto ciò che aveva a bordo. Si chiede con che faccia si presenterà agli amici, che lo pensavano un navigante esperto, lui che era sempre stato uno dei migliori, un ottimo skipper e un imbattibile tecnico di bordo.

Non c’è più nulla da fare, pensa, tutto sembra ormai perso quando, verso le 6 di sera, si verifica un fatto che cambia il corso degli eventi. Quel pomeriggio, al largo di Capo Horn, navigava una piccola barca tedesca, Auryn, un Moody 40, con a bordo Bernard Luechtenborg e la sua compagna Christine. In Patagonia e nella Terra del Fuoco è d’obbligo l’ascolto continuo sul canale 16 del VHF, una norma che le marine cilena e argentina fanno rispettare con puntiglio. Se una barca non risponde a due o tre chiamate da terra, rischia di vedersi abbordata da una motovedetta di una delle due autorità.
I due velisti di Auryn, che hanno seguito la conversazione fra Eddy e il marconista dell’Horn, entrano, verso sera, nella Caleta Martial e danno fondo. L’equipaggio di F’Murr raggiunge Auryn col dinghy e sale a bordo. Dopo alcuni scambi di informazioni e alcune precisazioni sull’accaduto, Eddy chiede a Bernard di portarlo a recuperare la sua barca. Il tedesco rifiuta, dice che sarebbe una pazzia uscire in mare alla ricerca di una barca alla deriva con la burrasca in corso, che, per di più, la notte non avrebbe tardato a calare.
Eddy deve prendere atto che nemmeno una testa matta come Bernard, che è noto per non aver paura di nulla, se la sente di uscire in quelle condizioni meteo. Passano le ore, poche frasi, volti scuri, il tedesco sembra ancor più accigliato degli altri. Poi la svolta: sono passate le 10 di sera quando Eddy ripete al tedesco l’invito ad accompagnarlo a recuperare la sua barca, offrendogli, come compenso, per il caso di riuscita del tentativo, un terzo del valore del bene recuperato.
A questo punto Bernard dapprima si arrabbia, alza la voce, dice che le barche non si recuperano per denaro, che si sentirebbe un verme se accettasse dei soldi, poi aggiunge che comunque, con tutti quei pensieri per la testa, non riuscirebbe a dormire, che si va. Sono le 11 di sera quando il piccolo Moody, con a bordo i due equipaggi, prende il mare. Due mani di terzaroli nella randa, un piccolo fiocco tangonato e via in fil di ruota, cavalcando, a tratti in planata, le onde dell’oceano.
Passano una, due ore, poi ancora qualche decina di minuti, e Cathy, che è al radar di Auryn, chiama Eddy e gli dice che vi è sullo schermo un eco che sembra più costante di quelle generate dai frangenti. Ancora quattro, cinque minuti e uno, due, tre volte si ripete l’avvistamento: una spazzolata di radar dopo l’altra e l’eco sempre nello stesso punto. Non può essere che F’Murr. Auryn corregge la rotta e, dopo una quarantina di minuti, prende la cappa 200 metri al vento della barca alla deriva.
A questo punto il racconto di Eddy assume i contorni e l’intensità dei momenti clou di un film di avventura. Il faro dell’Horn è scomparso da un bel po’ sotto l’orizzonte, la Luna illumina poco, ma quanto basta per mostrare la cresta dei frangenti che sembrano essere un po’ meno rabbiosi: il vento è calato sui 25-30 nodi. Va in acqua un dinghy, di montare il fuoribordo non se ne parla: il mare si è un po’ calmato, ma ci sono ancora onde che fanno salire a momenti il battellino a mezzo metro sopra la coperta di Auryn, e subito dopo lo fanno scendere mezzo metro sotto.
Prima l’amico, poi Eddy saltano sul dinghy con una pagaia alla mano e si mettono a remare con tutta la loro forza verso F’Murr. Sanno che non devono lasciarsi portare lontano dalle onde e dal vento, che il battellino non è di metallo come la loro barca, che non dà risposta radar e che il tedesco potrebbe non essere più in grado di localizzarli, sanno anche che se uno di loro cade in acqua e non è subito recuperato, in pochi minuti va all’altro mondo: lì la temperatura è estremamente bassa, non tollerabile dal corpo umano che per una manciata di minuti.
Quando giungono sottobordo a F’Murr, i due si rendono conto che salire è un’impresa. Eddy dice all’amico che bisogna lanciarsi sicuri di farcela, senza tentennare. Prima l’amico, poi lui, sono a bordo, strisciano verso prua, recuperano catena e ancora, ritornano in pozzetto, danno motore, portano la prua al vento, issano a fatica la randa che è ancora inferita alla terza mano, aprono la trinchetta, poggiano e F’Murr prende passo verso Nord.
Ancora qualche minuto e dall’antenna del VHF parte il messaggio per la postazione radio dell’Horn: La barca è stata recuperata a 24 miglia dal Capo e naviga con regolari luci verso Nord. Poco dopo la centrale di Puerto Williams diffonde la notizia del cessato pericolo.
Nel tardo pomeriggio del giorno successivo F’Murr e Auryn danno fondo nella baia di Lennox, sull’isola omonima. Lì li raggiunge una motovedetta della marina cilena. Hanno un medico a bordo, intendono controllare il loro stato di salute. Ma il clima dell’incontro non è disteso. I cileni rimproverano a Eddy di aver lasciato la barca senza equipaggio a bordo e Bernard, che è un po’ una testa matta, è arrabbiato nero con i cileni che non intervenendo lo hanno messo nelle condizioni di correre un grande rischio.
Che dire di questi uomini? Che dire di Eddy, un cinquantenne con un viso da ragazzo, un sorriso luminoso, disponibile, modesto, che con determinazione va a recuperare la sua barca in una notte di burrasca a più di 20 miglia dal capo più temuto al mondo? E dell’amico che sale con lui su un battellino di gomma di meno di 3 metri con una patetica pagaia alla mano?
Che dire del tedesco che, dopo aver rifiutato sdegnosamente il compenso offerto da Eddy, decide di prendere il largo, nottetempo, in quelle acque e in quelle condizioni meteo, per dare una mano a un quasi sconosciuto a recuperare la sua barca? Ardimento che può lasciare perplessi, ma anche una solidarietà difficilmente riscontrabile a terra.
Questa avventura quasi certamente non finirà su nessun libro, se ne parla su questa rivista, poi entrerà a far parte di quelle storie di mare che di tanto in tanto qualcuno racconterà al bar del club, una storia che forse, fra molti anni qualche vecchio marinaio racconterà ai suoi nipotini che lo ascolteranno in silenzio pieni di ammirazione e sconfinerà nella leggenda. Ma è una storia vera e sono felice di averla raccolta dalla bocca del suo protagonista e di diffonderla, così come mi è giunta.
