venerdì, Marzo 28, 2025

Cuori di oceano

NON SO CHI L’HA SCRITTA, MA E’ BELLA!

Ciao a tutti, ormai la Vendèe Globe non ha più storia, e chi ha voluto seguirla ha trovato sul sito tutti gli aggiornamenti che hanno caratterizzato questa edizione.
Una considerazione balza all’occhio, il peso della componente meteorologica sull’esito finale… evidentemente il supporto ricevuto da terra, i modelli utilizzati dai routiers, anche un po’ di fortuna collegata alla componente tecnologica riguardante sia la strumentazione che lo scafo, hanno permesso al vincitore ed ai primi tre arrivati di realizzare una performance che forse neppure gli organizzatori si sarebbero aspettati. Pensate solo che Charlie Darlin ha passato il traguardo il 14 gennaio, mentre adesso che sto scrivendo, 3 febbraio, il nostro Pedote, è ancora a 200 miglia dall’arrivo, 22esimo…. Davanti a lui c’è anche Jean le Cam, che forse gli appassionati di vela ricordano per la sua impresa nella precedente edizione della Vendèe Globe, quando recuperava Kevin Escoffier dalle gelide acque dell’Atlantico meridionale, di notte, con 35 nodi di vento e 5 metri di onda.
Vi ricordate questa impresa? Ve la ripropongo, grazie ad un amico velista che l’aveva pubblicata su Ve-Lista


Kevin Escoffier, in quel momento terzo in classifica, era solo sulla sua barca (PRB), nel pieno del Pacifico meridionale ad un migliaio di km dal capo di Buona Speranza. C’erano 40 nodi di vento (per avere un metro di paragone, già dai 35 il vento è così forte che gli aerei non decollano) e mare da tempesta. Kevin è in coperta, la barca fila veloce, e sembra andare tutto -relativamente- bene, quando incrocia un “treno” di onda anomale, riesce a prenderne bene un paio, ma la terza si infrange sulla coperta con forza inaspettata, e si sente un rumore orribile.

Kevin ha fatto più di un giro del mondo e ne ha viste tante, ma per un attimo non crede ai suoi occhi: la sua barca si è letteralmente spezzata in due, e la prua è alzata a 90° verso il cielo. Ma non ha il tempo di rimanere a bocca aperta di fronte a quella visione incredibile: ha la freddezza di correre immediatamente sottocoperta (anche da qui avrà l’inusuale visione del mare aperto a prua), lanciare un segnale d’allarme: “Sto affondando, non è uno scherzo. Mayday” ed indossare la tuta di sopravvivenza.
Pochi secondi e l’acqua invade tutto, gli impianti elettrici vanno in corto e Kevin non può far altro che saltare sulla zattera di salvataggio; da lì vedrà la sua amata barca andare a picco in mezzo alla tempesta, per poi rimanere solo.

Solo, su una zattera di un paio di metri quadri, che fa su e giù da onde di cinque metri.
Solo, senza neanche aver potuto mettere in salvo il telefono satellitare.
Solo, in mezzo all’oceano in tempesta, fuori dalla portata degli elicotteri e di qualunque mezzo di salvataggio, a più di mille chilometri dalla terraferma.
Solo, con una certezza ed un’unica speranza: nessun aiuto sarebbe potuto giungere dal nostro mondo, quello grigio dell’organizzazione e della burocrazia, delle navi e degli eserciti; gli unici a poterlo aiutare erano gli appartenenti al suo strano mondo, pazzi poeti e sognatori che su coloratissime barche di dodici metri osavano sfidare le potenze della natura, senz’altro aiuto che la propria preparazione ed il proprio coraggio.

Ed è andata proprio così: la direzione di gara comunica alle imbarcazioni più vicine le coordinate del naufragio. Il più vicino è Jean Le Cam, sessantunenne (SESSANTUNENNE!) pluripremiato navigatore oceanico, che nella scorsa edizione della stessa regata era a sua volta naufragato, e salvato (a volte la vita è stupenda) proprio da PRB, la barca appena affondata.
Jean al timone della sua barca (Yes we Cam) arriva sul posto circa tre ore dopo il naufragio con 35 nodi di vento e onde da cinque metri. Tradotto in termini terrestri, significa onde alte come una palazzina di due piani e vento che ”spezza i ramoscelli e rende impossibile camminare controvento ”(cfr. Scala Beaufort).
Jean individua la zattera di Kevin, gli si avvicina e si rende conto che in quelle condizioni, e senza l’ausilio motore, il recupero è troppo rischioso. Così urla a Kevin di aspettare e va a compiere le operazioni per accendere il motore (che su quelle barche serve solo per le manovre in porto e di emergenza, ed è piombato), con l’idea di rimanere in vista della zattera finché le condizioni del mare (previste in attenuazione) rendano il recupero più sicuro. Ma come nelle grandi sceneggiature, qualcosa va storto ed il motore si rifiuta di accendersi.
Jean deve armeggiare un bel po’, ma quello proprio non vuole saperne. Alla fine torna fuori, rassegnato a fare senza, e si accorge con sgomento che la situazione è cambiata: si è fatto buio, e lui è scarrocciato molto sottovento rispetto alla zattera, che intanto non si vede più. A Jean non resta altro da fare che risalire il vento a vela, mettendosi di bolina (con quel vento e quel mare!) a cercare Kevin nella notte.

Non è facile cercare qualcosa in acqua con mare formato, la ricerca diventa tridimensionale: il cercatore e l’oggetto della ricerca potrebbero essere vicinissimi ma non vedersi perché uno sulla cresta, e uno nel cavo dell’onda successiva; i momenti di visibilità reciproca si riducono a quando sono entrambi sulle creste, oppure nel cavo della stessa onda.
Immagino la sua angoscia nel pensare di averlo trovato per poi perderlo di vista, e posso solo intuire -da marinaio d’acqua dolce quale sono- quante ne avrà dette contro quel maledetto motore che gli ha fatto perdere tempo.
Ma Jean non si arrende, e in quel casino, solo in mezzo al nulla, con la barca che fa su e giù come sulle montagne russe, ad un tratto vede qualcosa, come un flash che ogni tanto compare tra le onde. Teme che sia solo un riflesso della luna su qualche cresta, ma ci si avvicina. La lucina compare e scompare, la perde di vista, pensa di essersela immaginata, ma poi per un attimo, mentre lui scende da un’onda un’altra muraglia d’acqua la solleva bene in vista, prima che sparisca di nuovo: la zattera di Kevin!
Quando gli arriva vicino, per quanto vicino si possa arrivare in quelle condizioni, Kevin gli chiede “torni dopo?” e Jean deve aver detto -naturalmente in francese- qualcosa del tipo: “Col cazzo! Dobbiamo farlo adesso!” e gli lancia il salvagente, assicurato da una cima.

E qui è necessaria un’ultima spiegazione, per capire la drammaticità del recupero fatto in quel modo, e perché in un primo momento Jean aveva voluto rimandare in attesa di condizioni più favorevoli.
Innanzitutto, in quelle acque gelide la tuta di sopravvivenza garantisce la tenuta per circa un’ora, poi sopraggiungono gradualmente l’ipotermia e la morte.
In un mare in quelle condizioni poi è impossibile tenere ferma la barca, e tantomeno la zattera. E Ancora, con cinque metri di onda e senza motore, è impensabile accostare barca e zattera, in modo da permettere un trasbordo “asciutto”. E con la tuta di sopravvivenza addosso si galleggia, ma proprio non si riesce a nuotare.

E così quando Jean ha deciso “dobbiamo farlo adesso!” sapeva bene che l’operazione non aveva un margine di errore: nel momento in cui Kevin avesse lasciato la zattera, questa si sarebbe allontanata e sarebbe stata per lui irraggiungibile. Inoltre Kevin una volta in acqua, di notte con quelle onde sarebbe stato praticamente invisibile, e Jean se non l’avesse preso al volo avrebbe dovuto manovrare a vela per tornare da lui e probabilmente non lo avrebbe ritrovato in tempo.
Penso a noi, marinai della domenica, che al sicuro nelle acque calme nel porto, con la barca in retro ad un quarto di nodo, lanciamo la cima di ormeggio al marinaio in piedi in banchina ad un metro di distanza. In palio c’è solo il rischio di una figuraccia. Eppure qualche volta sbagliamo.
E immagino Jean che di notte, in mezzo all’oceano con trentacinque nodi di vento e cinque metri di onda, in una situazione in cui è difficile anche solo stare in piedi, lancia la cima alle braccia tese su quella zattera che fa su e giù, sapendo che in palio c’è la vita di Kevin.
Non sappiamo se l’ha presa al volo, o se il salvagente è caduto in acqua vicino alla zattera.
Sappiamo per certo che ad un certo punto Kevin ha dovuto fare un atto di fede, e ha lasciato la zattera per buttarsi nelle acque nere e gelide, con la certezza che, se lui fosse riuscito a non mollare quella cima, in qualche modo Jean l’avrebbe tirato fino alla barca, e l’avrebbe salvato.

E in qualche modo Jean ce l’ha fatta a tirarlo fino alla poppa di Yes We Cam (priva ovviamente di qualsiasi scaletta o appiglio) e con uno reciproco sforzo sovraumano riescono nell’impresa di portare Kevin a bordo.
Il resto sono abbracci, lacrime, e Kevin che si aggira per gli anfratti di Yes We Cam per cercare la riserva di vino che si vocifera che Jean porti sempre con sè nelle sue regate intorno al mondo.
Mi piace pensare che quella riserva l’abbiano poi trovata, e finita. Magari tenendo da parte giusto qualche bottiglia, da stappare alla prossima avventura.

Considerazioni
C’è un mondo fatto di iceberg e tempeste, di maestosi albatros e di uomini con un cuore grande come l’oceano, e mi piace pensare raccontarlo sia un modo di rendergli omaggio.
E mi piace sognare che leggere queste storie in qualche modo ci aiuti ad affrancarci dalle nostre miserie, e ci faccia muovere qualche piccolo passo verso qualcosa di più puro.

Nel lontano 2009, il francese Le Cam stava partecipando alla circumnavigazione in solitaria Vendée Globe quando la sua barca si capovolse. Era a circa 200 miglia da Capo Horn ed era intrappolato sotto la barca. Un altro concorrente, Vincent Riou, con il suo yacht PRB, venne in aiuto e Le Cam fu tratto in salvo dopo 16 ore passate bloccato sotto la barca ribaltata.
Di sicuro, questo incidente non ha dissuaso Le Cam che ha continuato a gareggiare in altre tre Vendée Globe e che ha anche vinto la Barcelona World Race, una circumnavigazione senza scalo per due (Le Cam era con lo spagnolo Bruno García).

Dodici anni dopo un altro velista, Kevin Escoffier, ruppe la sua imbarcazione in due durante la Vendée Globe del 2021. Jean Le Cam si precipitò in soccorso. Ironia della sorte, la barca di Escoffier era un PRB.
In seguito, Le Cam è stato anche insignito del titolo di Chevalier della Légion d’onore.

Ad oggi, Le Cam ha completato sei giri del mondo in regate organizzate e innumerevoli traversate atlantiche.